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Il restauro della Villa
Franco Isman
Costruita in meno di tre anni, dal 1777 al 1779, dall'imperial regio architetto Giuseppe Piermarini su incarico dell'arciduca Ferdinando d'Asburgo, figlio di Maria Teresa; dal 1805 al 1813 residenza di Eugenio di Beauharnais, nominato viceré d'Italia da Napoleone Bonaparte, suo padre adottivo, che nel medesimo 1805 decreterà la realizzazione del Parco di Monza in ampliamento dei Giardini della Villa. Poi residenza dei Savoia, che ne cambieranno l'aspetto esteriore adottando il giallo Piermarini, che in realtà con il Piermarini nulla aveva a che fare. Prediletta da re Umberto I che le sere, per un passaggio segreto, o uscendo tranquillamente in carrozza, andava a trovare la sua amata contessa Litta. Fintanto che, il 29 luglio 1900, l'anarchico Arnaldo Bresci, appositamente venuto dall'America, vendicherà la repressione a cannonate dei moti popolari di due anni prima, sparando al Re e uccidendolo. Poi l'abbandono dei Savoia, la spoliazione della reggia di gran parte dei suoi arredi, arazzi compresi, e l'inarrestabile declino con la sola eccezione della Biennale d'Arte che negli anni Venti nascerà proprio a Monza in Villa per poi traslocare a Milano trasformandosi nella attuale Triennale. Nel 1922 l'Autodromo, poi il Golf e il galoppatoio: il Parco trasformato in contenitore per attività in gran parte incompatibili. Sede delle famigerate Brigate nere dopo il '43, poi del comando Alleato dopo la Liberazione, campo per i profughi istriani e dalmati, quindi lo sfacelo completo, con uno sporadico utilizzo per i balli delle debuttanti (forse l'unica volta in cui chi scrive ha indossato lo smoking, ballando con il suo grande amore di allora e di sempre) e, soprattutto, con l'insediamento della MAAB (Mostra artigiana Briantea, poi nobilitata in MIA (Mostra Internazionale dell'arredamento) e l'installazione, senza alcun riguardo, degli stand nei saloni reali. Uno sfascio perfettamente documentato nell'importante libro Radiografia di un degrado edito nel 2000 dalla benemerita Associazione per la Villa Reale di Monza a cura di Roberto Cassanelli e Titti Giansoldati Gaiani, con le fotografie di Piero Pozzi. A cavallo dell'inizio del nuovo secolo i primi segni di risveglio. Nel 1996 lo storico accordo con il quale lo Stato cede gran parte della Villa ai comuni di Monza e di Milano (ma Milano successivamente cederà la sua quota del 50 per cento alla Regione) e l'inizio dei primi lavori di restauro, da parte del comune di Monza e della Soprintendenza. Le facciate restaurate in tre lotti, non del tutto omogenei e presto degradate, la copertura, il Belvedere, gli appartamenti reali. Infine, con la nuova amministrazione, l'iniziativa storica del Concorso internazionale di progettazione per il recupero e la valorizzazione della Villa Reale di Monza e dei giardini di pertinenza che fornisce ai progettisti tutti gli elementi di conoscenza necessari, ed in particolare un dettagliato rilievo dello stato di fatto, statico, componentistico e di conservazione, realizzato dal Politecnico di Milano su commessa della Regione, e richiede uno studio complessivo delle opere edilizie necessarie, dei restauri e degli impianti, sempre tenendo conto delle caratteristiche monumentali della Villa. 106 milioni di euro l'importo previsto per il restauro, senza calcolare le ulteriori opere da progettare in modo unitario con la Villa, relative ai Boschetti, alle sistemazioni viabilistiche, al viale Cesare Battisti fino al Rondò dei Pini. Peccato che la fretta sia stata cattiva consigliera ed i tempi del concorso assurdamente stretti (praticamente un mese per la documentazione di ammissione e tre mesi per il progetto), con il risultato di aver avuto soltanto 33 concorrenti e, fra i dieci ammessi a presentare il progetto, due soli stranieri e nessuno dei nomi più illustri. Il bando era molto dettagliato nelle sue richieste, destinazioni d'uso comprese, anche se ai concorrenti veniva chiesto di affinare e completare queste richieste presentando anche un'ipotesi di gestione del complesso economicamente sostenibile. Il progetto prescelto è stato quello del team di Giovanni Carbonara di Roma, che certamente è quello più conservativo, che prevede il richiesto auditorium sistemandolo sotto il cortile dell'ala Nord della Villa, collegandolo con questa, con la rotonda dell'Appiani e quindi il Serrone con il percorso delle Dame ed un'ampia, anzi amplissima zona di rappresentanza con gli uffici della Regione, quelli personali del presidente e gli interi due piani nobili dell'ala Nord destinati a foresteria, albergo di lusso per intenderci. Ma non è tutto, è comparsa addirittura una beauty farm sotto ai Boschetti. Non era quello che i monzesi, ma anche l'atto di donazione da parte dello Stato, volevano: questo prescriveva l'uso eminentemente culturale dell'intera Villa, il programma elettorale del sindaco Faglia da parte sua affermava che La Villa Reale sarà da destinare a funzioni compatibili, prevalentemente di tipo museale, legate al patrimonio culturale ed architettonico della Villa stessa. Funzioni di alta rappresentanza non dovranno essere preclusive di utilizzi compatibili più legati alla città ed al suo intorno, quale riferimento per iniziative culturali, musicali, espositive, congressuali, di maggior rilevanza. Ma i giochi in realtà erano già fatti: quando nell'autunno del 2001, all'espressa intenzione del comune di Milano di cedere a Monza, come di dovere, la propria quota della Villa si sovrappose con una procedura decisamente anomala la Regione Lombardia che da tempo cercava una propria sede istituzionale di alta rappresentanza; la Villa Reale di Monza parve adeguata ai suoi obiettivi (dal bando di concorso); quando l'accordo di programma in gestazione da alcuni anni fu modificato di conseguenza e sottoscritto nel maggio 2002, allo scadere del mandato, dall'amministrazione Colombo. La Villa sarà restaurata ma, con l'incredibile rinuncia del 2001, noi monzesi ne perderemo l'uso, come pure quello dei Giardini che seguiranno ineluttabilmente la sorte dell'alta rappresentanza. Sono ormai molti anni che praticamente tutti affermano che è necessaria una gestione unitaria di Villa, Giardini e Parco e che il solo sistema funzionale sarebbe la creazione di una fondazione ad hoc cui sarebbe affidata dagli enti proprietari la gestione del complesso. Se ne parla in un altro intervento di questa stessa pubblicazione. Osserviamo soltanto che non è certo facile mettere d'accordo i numerosi enti coinvolti: il Ministero dei beni culturali, la Regione Lombardia, i comuni di Milano e di Monza ed è probabilmente per questo che non se ne sa più nulla. Ma intanto la Villa, la grande malata, continua a rimanere deserta e, dati i cantieri aperti, non si effettuano più neppure le poche visite che venivano organizzate dall'Associazione per la Villa Reale che aveva anche provveduto ad istruire un certo numero di guide.
Franco Isman
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