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INCHIESTA
La Villa Reale
analisi di uno sfascio
di Fabio Isman - inviato speciale de "Il Messaggero"


LA VILLA REALE - interno Spogliata, deturpata, saccheggiata, vilipesa, oltraggiata, moribonda; eppure forse sul punto, finalmente, di risorgere davvero: nell'ultimo mezzo secolo, cioè dopo la fine della guerra, mai il recupero della Villa Reale che fu degli Asburgo, dei Bonaparte e dei Savoia, o almeno il ripristino di quanto ancora può essere salvato e che comunque rappresenterà sempre e soltanto un'assai pallida ombra dell'antico, è stato tanto vicino, tanto possibile, tanto a portata della realtà. Qualcosa, come l'appartamento dell'ultimo inquilino insigne, Umberto I che vi morì il 29 luglio 1900 ucciso dall'anarchico Gaetano Bresci, è già stato restaurato; alcune parti dell'immenso edificio di 700 stanze più tutti gli annessi, come il Serrone e la Rotonda dell'Appiani, sono da tempo adibite ad usi più che convenienti; altre ancora, e segnatamente le coperture negli anni Settanta, hanno vissuto interventi almeno discutibili, perché già inefficaci; "ma le premesse per sistemare nuove porzioni dell'edificio, e magari dar loro una destinazione, ci sono tutte", garantisce l'architetto Carla Di Francesco, romana, 49 anni, che appena da qualche mese ha sostituito Lucia Gremmo al vertice della soprintendenza per i beni ambientali e architettonici della Lombardia, provenendo da quella di Ravenna e Ferrara.

E poi, spiega: «A metà 2001, con 12 miliardi ottenuti dal gioco del Lotto, inizieranno i restauri nell'ala Sud, attigua all'appartamento di Umberto I, e di altre nove sale al piano nobile del corpo centrale: due anni di lavori. Altri 25 miliardi, di cui 13 già richiesti sempre sui "fondi Lotto" per il triennio 2001-2003, serviranno per i rimanenti due piani della medesima ala. A quel punto, oltre al tetto, risistemato negli anni Settanta ma da cui purtroppo da tempo già piove e al quale provvederanno con fondi della Regione i comuni di Milano e Monza che dal 4 aprile 1996 sono i proprietari dell'immobile, resterà l'ala Nord, quella a sinistra guardando la Villa: e insieme con la Regione e i Comuni, stiamo pensando a un progetto per adibirla a sede di alta rappresentanza, congressi, "vertici", grandi esposizioni». La porzione che sarà ritrovata per prima accoglierà invece il Museo della Villa: «Un percorso che ingloberà gli appartamenti di Umberto e Margherita, la biblioteca e il resto del piano nobile, per spiegare la storia dell'edificio, la vita, gli apparati; alcuni locali saranno riarredati con mobili peraltro assai belli, candelabri, orologi e altro ancora, che noi abbiamo in consegna e che costituiscono, insieme con l'archivio, tutto il poco sopravvissuto all'incuria e alle razzie».

Perché sulla Villa voluta da Maria Teresa d'Asburgo per il quarto figlio, l'arciduca Ferdinando, costruita nel 1780 con uno stanziamento imperiale di 70 mila zecchini su progetto di Giuseppe Piermarini (Foligno, 1743-1808) che fu allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli nella reggia di Caserta, e ristrutturata in parte a fine '700 da Eugenio Beauharnais, il figliastro di Napoleone che ampliò anche il parco fino alle attuali misure facendone il più grande cintato in tutt'Europa, pesa un terribile anatema, le cui conseguenze l'umana stupidità ha condotto fino a limiti quasi esiziali. Umberto I era stato sepolto da appena due giorni, che, per «volere di S.M. il Re», la Villa diventava «chiusa a qualunque estraneo» e veniva prescritto che nell'appartamento reale non potessero «accedere per cura di pulizia più di due persone di fiducia del conservatore». Così comincia a decadere, ma un po' forse anche a morire, la "Versailles lombarda", o la "Schönbrunn della Brianza". Margherita, la vedova del sovrano che amava la caccia e aveva prediletto la dimora su tutte fin da quando era principe ereditario, sceglie Roma (vivrà a palazzo Margherita, oggi l'ambasciata degli Stati Uniti), e il nuovo Re, che pure vi era stato cresimato nella cappella reale e in quelle stanze educato dal colonnello Egidio Osio, ostentatamente tirava le tendine della sua carrozza quando transitava in treno nei paraggi. Nel 1919, dopo la prima guerra e condividendo le restrizioni imposte al Paese, si sbarazzerà dell'odiato edificio, insieme con le residenze reali di Milano, Venezia, Genova, Napoli, Capodimonte, Caserta, Palermo, Moncalieri, Stupinigi, la Villa di Milano, a Firenze Palazzo Pitti, la Petraia e Poggio a Cajano, a Palermo la Favorita.
LA VILLA REALE - interno

La più riuscita creatura del Piermarini, il suo capolavoro assoluto insieme con il Teatro alla Scala, si riprende tuttavia alquanto a cavallo tra le due guerre. Diventa la sede delle prime quattro Biennali d'arte, le progenitrici della Triennale milanese, e di una memorabile istituzione artistica, voluta dal milieu socialista di Milano – ironia del caso- proprio nell'anno in cui sorge il fascismo: l'Isia (Istituto superiore Industrie Artistiche; l'unico "cugino" italiano del Bauhaus), in cui insegnavano scultura grandissimi artisti come Marino Marini e Arturo Martini; Raffaele De Grada e Pio Semeghini la pittura; perfino Giuseppe Pagano – il mitico direttore di Casabella – la critica d'arte, e Marcello Nizzoli – cui si dovrà poi lo "stile Olivetti" - la grafica. Ma la guerra toglie di mezzo anche quest'ultimo sprazzo dell'ormai perduta nobiltà. Da allora in poi, è soltanto rovina; e sempre più calamitosa. Gli arredi migliori erano già stati asportati dai Savoia o dallo Stato, finiti al Quirinale, alla Camera dei Deputati e in svariate ambasciate italiane all'estero, quando, nel 1921, viene redatto l'ultimo inventario: «Ma contemplava 12 mila oggetti; e oggi, purtroppo, ne sopravvivono solo quelli in consegna da noi», dice la soprintendente, che aggiunge: «Devastanti sono state soprattutto le mostre d'arredamento allestite fino al 1991: si sono mangiate tutti gli interni, le tappezzerie, le boiseries».

Dopo la guerra, solo progetti: spesso ambiziosi ma sempre vanificati. La sede della neonata Regione; perfino quella della Comunità europea; Federico Zeri vi sognava un grande museo dell'Ottocento lombardo. Il decadimento è rapido: è stato da poco pubblicato un bellissimo volume –opera davvero preziosa per chi non voglia ignorare la realtà- edito dall'Associazione per la Villa reale presieduta da Titti Gaiani, che, con una selezione tra mille diverse immagini scattate in due successive campagne (una, di uno storico studio fotografico monzese: il Neri & Gaviraghi), mostra, quasi in una "Tac del disastro", che cosa è potuto incredibilmente accadere perfino soltanto tra il 1961 e il 1995.

Un viaggio completo compiuto non molti anni fa, che fu anche alquanto periglioso, resta un ricordo terribile, tra pareti ancora decorate a motivi liberty che risalivano alle Biennali, i cognomi sui muri di qualche sfollato dell'immediato dopoguerra, i pavimenti maggiolini (dal nome di Giuseppe, il fondatore dell'officina più famosa, che li componeva intarsiando anche 86 diverse specie di legno) tenuti insieme –nelle parti che ancora restavano- dal nastro adesivo, gli stucchi che precipitavano a terra un frammento ogni settimana, tramezzi posticci e porte murate, mobilia ammonticchiata a pezzi, ridotte a slabbrati brandelli di stoffa le pareti posticce delle sale in cui venivano ricevuti gli ambasciatori per colloqui che si presumevano riservati (ma soltanto si presumevano), quando ancora non esistevano i microfoni nascosti e le "cimici". Un luogo dove la guerra pareva essere terminata (ammesso che lo fosse) soltanto il giorno prima. Chi di questa larva di Villa allora s'occupava, mi raccontò che, l'estate prima, era venuto in visita il direttore del castello di Schönbrunn, «e si era quasi messo letteralmente a piangere».

Allora, una perizia di larga massima stimava in 80 miliardi il costo del recupero: certo impossibili da reperire nell'"Italietta" dei Beni culturali di quei tempi, quando, la manutenzione e i restauri in tutta la Penisola dovevano accontentarsi, in tutto, di neppure 130 miliardi all'anno. «Nel 1983, il restauro del soffitto nel corridoio al piano nobile dell'ala Nord, costava 26 milioni: la spesa parve eccessiva. Oggi, quel restauro non lo si può più fare, perché nel frattempo gli stucchi del soffitto sono caduti», mi spiegava, sei anni fa, l'allora direttore dei Civici musei, Paolo Biscottini. Così, fu quasi eroico quanto (grazie al Comune) divenne allora possibile: ritrovare un po' del Teatrino di Corte; provvedere alla sua facciata con uno studio del famoso gruppo d'architetti Albini Helg e Piva; recuperare la Rotonda affrescata con la leggenda di Amore e Psiche nel 1791 da un Andrea Appiani appena trentasettenne, e che era uno dei locali un tempo maggiormente ammirati, ed il Serrone, dove una volta crescevano i limoni, per esporre opere d'arte. Magari, quelle della Pinacoteca monzese fondata nel 1935, e irrimediabilmente chiusa per un dissesto statico ormai dal 1983: un vero e proprio "museo negato", che vanta anche un Garofalo, un Francesco Bassano, un seguace di Guido Reni, fino a Gerolamo Induno, Mosé Bianchi, Marino Marini, De Grada, Mariani e Borsa, Bucci e Spreafico.

Ormai, restavano le mura: all'interno, dove gli arredi non erano già più quelli progettati dallo stesso Piermarini bensì quelli di gusto ed età napoleonici o quelli successivamente voluti da Umberto I, non c'era più nulla, o quasi, da salvare. Lontanissimo il tempo, ed erano appena 70 anni prima, in cui il fondatore della Scuola per le Arti decorative, come all'inizio si chiamò l'Isia, poteva telegrafare al Presidente del Consiglio invocando «Sua azione illuminata per sospendere scelta mobili da destinarsi ambasciata»: 500 tra arredi, dipinti, sculture, arazzi, vennero comunque trasferiti alla Pubblica Istruzione, e, almeno la parte che poi non è migrata altrove per arredare qualche ufficio o residenza in Italia o all'estero, «è tutto quel poco che ancora rimane in vita», dice Carla Di Francesco.

Quantificare le attuali esigenze del complesso che costituisce un po' la versione italiana del castello di Sans-Souci a Potsdam, la residenza di Federico il Grande di Prussia (o quella lombarda di Racconigi), «oggi non è possibile», spiega ancora la soprintendente; «la parte su cui sta per intervenire lo Stato, da sola richiede almeno 40 miliardi; per il resto, bisognerà prima mettere a fuoco le possibili funzioni cui il complesso potrà essere adibito, i metodi attraverso i quali garantirgli dei contenuti; forse, ad assicurarne la gestione, potrà essere una fondazione; e forse, si dovrà pensare ad impegni d'alta rappresentanza e immagine. L'idea del Museo dell'Ottocento non mi pare più praticabile, ammesso che mai lo sia stata: perché tutti i musei della Lombardia, o quasi, possiedono una loro sezione dedicata a questo periodo, e le opere attualmente nei depositi di Brera sono destinate a essere esposte nell'ampliamento della pinacoteca milanese, a Palazzo Citterio. Importante e definita mi sembra invece la vocazione della parte dell'edificio che sarà recuperata per prima: riusciremo a far capire al pubblico che cosa esso era, cosa ha rappresentato, anche in che modo si viveva all'epoca». E forse, anche per la Villa il tempo è finalmente venuto. O finalmente un po' tornato: il "tempo ritrovato".

Fabio Isman

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dicembre 2000