prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 4 gennaio 2012


Ungheria, dove la crisi fa più male torna il fascismo
Analisi di Stefano Casertano
Documentario Roberto Festa e Claudio Maggiolini
sul sito
LINKIESTA

la Guardia Magiara del partito Jobbik
manifestanti in difesa della Costituzione

Downgrade dei titoli di stato a livello spazzatura, arresti dei leader dell'opposizione, rottura delle trattative con l'Unione europea e Fondo monetario internazionale sul proprio debito e chiusura delle radio di opposizione. In Ungheria, l'esecutivo guidato da Viktor Orban sta prendendo una piega sempre più autoritaria e le istanze del partito ultranazionalista Jobbik sono entrate a far parte del vocabolario del presidente del Consiglio.
 


Da Haider al Silenzio su Orban: dov'è l'Europa?
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Se esistesse una Maastricht della democrazia, l'Europa dovrebbe esigere immediatamente dall'Ungheria il rispetto di quei parametri minimi di libertà e di civiltà democratica che possano permetterle la permanenza nella famiglia europea: non esiste solo il deficit dei bilanci statali, ma esiste anche il deficit democratico; non c'è solo l'entità debiti sovrani, ma c'è anche una sovranità popolare che non può essere mortificata.
Se l'Unione europea non fosse quella costruzione fredda e cerebrale che purtroppo è, così poco attenta ai valori profondi della propria identità culturale, potremmo assistere alla magnifica scena di una conferenza stampa con Sarkozy, la Merkel e il nostro presidente Monti in cui si manifesta solidarietà ai cittadini di Budapest che protestano contro la svolta autocratica del premier Viktor Orban.

Con la sua reazione blanda o indifferente alla sterzata autoritaria dell'Ungheria, l'Europa scrive l'ennesimo capitolo della propria irrilevanza come corpo politico unito e degno di alimentare un sentimento di identificazione nei cittadini europei. Ciò che sta accadendo a Budapest lo considereremmo giustamente intollerabile a casa nostra: una nuova Costituzione liberticida, la fine virtuale della libera stampa, la riduzione della magistratura a braccio armato di un potere politico tendenzialmente dispotico, l'intimidazione delle forze d'opposizione, la soggezione della banca nazionale ai diktat del governo, un clima psicologico diffuso in cui non è nemmeno assente una certa tossicità antisemita. Troveremmo tutto questo un avvelenamento della nostra casa. Ma il guaio è che non consideriamo l'Ungheria la «nostra» casa. Non sentiamo l'Europa come la «nostra» patria, legata da valori e cultura e democrazie e diritti, oltre alla moneta.

L'Europa è nata così: con una moneta, ma senza anima. Che a Budapest stiano calpestando la democrazia, non è vissuto dai vertici europei come un imbrattamento dell'anima che richieda interventi urgenti, impegni straordinari e persino la minaccia all'Ungheria di misure di espulsione dall'Europa se non fossero rispettati i canoni di una democrazia che non può essere stracciata a piacimento nel cuore del continente europeo. Spicca la dismisura tra lo spropositato allarme che il politicamente corretto europeo manifestò nei confronti del caso Haider a Vienna e la sostanziale impotenza di fronte al pericolo vero che sta minacciando la democrazia europea a Budapest. Con la Turchia, il dossier sul rispetto dei diritti umani e sull'osservanza delle regole democratiche fu gestito in modo burocratico, sciatto, procedurale, con il risultato catastrofico dell'allontanamento ritorsivo di Ankara dal modello europeo e il suo avvicinamento al fronte nemico dell'Occidente. Persino con Berlusconi, una parte della sinistra europea decise di giocare una partita politica che avesse il rispetto delle procedure democratiche come nucleo di una battaglia contro la «destra».

Adesso con l'Ungheria di Orban che soffoca la democrazia, l'Europa risponde con imbarazzata reticenza, con gelida indifferenza, lasciandosi addirittura scavalcare, prima di stilare formali comunicati di dissociazione, dalla reazione decisamente più tempestiva di Hillary Clinton.
Questa freddezza è l'ultima conseguenza del modo con cui la costruzione europea si è sinora realizzata, dotandosi di una moneta comune ma senza coinvolgere l'opinione pubblica, senza rafforzare istituzioni democratiche comuni, senza dare l'impressione che la cessione di quote di sovranità nazionale potesse rappresentare un impoverimento e uno spossessamento della democrazia. Ora ogni attenzione viene posta alla stabilità dell'euro e ogni sforzo viene indirizzato per salvare dal fallimento una moneta di cui si celebrano in questi giorni i dieci anni di vita. Ma nessuna attenzione viene spesa per la qualità della democrazia. E nessun allarme viene lanciato dalle autorità europee se l'Ungheria deraglia dai binari della democrazia. Come se l'Ungheria fosse una nazione lontana. Come se l'Europa non prevedesse il rispetto di un'identità comune che ha nella democrazia una della sue basi fondamentali. Con il rischio che a Budapest suonino le campane a morte della democrazia e dell'Europa: della democrazia europea.


La concertazione impossibile
Rito fuori tempo (e fuori bilancio)
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Sui temi del lavoro il governo si prepara ad incontrare le organizzazioni sindacali e a consultarle. I tempi sono stretti e dovranno tenere conto di alcune scadenze europee fra cui la riunione dell'Eurogruppo fissata per il 23 gennaio. I sindacati rispondono chiedendo al governo un «piano per il lavoro», vale a dire un progetto complessivo formato da misure economiche e dai mezzi finanziari necessari alla loro adozione. Susanna Camusso, segretario della Cgil, dichiara in una intervista a La Stampa di ieri che non «dobbiamo farci dettare i tempi da Bruxelles» e che «nelle trattative si può fissare la data d'inizio, non quella di chiusura». La parola «trattative», in questo contesto, significa concertazione. I sindacati non vogliono essere ascoltati. Vogliono «concertare», vale a dire concorrere alla definizione delle misure che il governo presenterà al Parlamento e ai suoi partner europei.

Conosciamo il metodo. La concertazione è stata per molti anni il totem intoccabile della democrazia consociativa, la formula magica che avrebbe garantito al Paese la pace sociale. Per la verità vi sono stati momenti eccezionali (durante gli «anni di piombo» e il governo Ciampi del 1993, per esempio) in cui il metodo è servito a sbloccare situazioni pericolose. Ma abbiamo fatto troppa esperienza di concertazione, nel corso degli anni, per non conoscerne gli inconvenienti. Il primo è d'ordine istituzionale. Il sindacato è una associazione di lavoratori e pensionati. Non rappresenta il Paese, non risponde della sua politica al corpo elettorale. Risponde soltanto a coloro che hanno deciso di associarsi per meglio difendere i loro interessi. Quando chiede la concertazione, il sindacato pretende per i propri soci più poteri di quanti ne abbia un cittadino qualunque, vuole essere una sorta di condomino, un passaggio obbligato, un contropotere, e stravolge i principi fondamentali della democrazia rappresentativa. Il governo può ascoltarlo, consultarlo, studiare le sue proposte, ma non può dimenticare che le responsabilità del potere esecutivo non sono condivisibili e che il suo unico interlocutore istituzionale è il Parlamento, non un'associazione di categoria.

Il secondo inconveniente è d'ordine pratico ed economico. Quasi tutti gli accordi sottoscritti con il metodo della concertazione sono stati raggiunti grazie a compromessi che distribuivano compensazioni, permettevano al sindacato di esibire la prova del proprio potere, incidevano pesantemente sui conti dello Stato. Se abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e accumulato un enorme debito pubblico, lo dobbiamo anche alla concertazione. Oggi il denaro per le compensazioni è finito, i compromessi a spese dell'Erario non sono più possibili e i tempi non sono dettati da Bruxelles, ma dalla necessità di correggere il più rapidamente possibile, nell'interesse del Paese, gli errori commessi in passato. Il sindacato ha funzioni importanti e deve essere in condizione di esercitarle con la massima libertà. Ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese.


  4 gennaio 2012