
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 18 settembre 2011
Un premier allo sbando connivente e ricattato
È scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di fare il capo del governo "a tempo perso". E che passi il suo tempo di lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le intercettazioni invece di studiarsi i dossier del debito, della disoccupazione, d'una economia che è ormai l'ultimo vagone del traballante treno europeo
Eugenio Scalfari su la Repubblica
CE LA faremo da soli? Molti ci sperano, magari per scaramanzia. Oppure per quel "dover essere" che implica un richiamo alla coscienza morale, ma è chiaro e l'abbiamo scritto più volte che da questa crisi si può uscire tutti insieme o tutti insieme affonderemo perché l'economia internazionale è a tal punto intrecciata da costruire un unico sistema di forze e di debolezze.
Lo si è visto venerdì scorso, quando cinque Banche centrali - la Fed americana, la Bce europea, la Banca d'Inghilterra, la Banca giapponese e quella svizzera - hanno inondato di liquidità il sistema bancario europeo con prestiti in dollari a tre mesi per cifre illimitate. I mercati hanno respirato, le Borse sono ritornate in positivo, gli "spread" sono diminuiti. La via di salvezza è questa? Stampare moneta per tirare i Paesi fuori dalla recessione che li minaccia, magari a prezzo di scatenare l'inflazione?
Questo discorso riguarda tutti i Paesi convinti dalla crisi, ma da noi, in Italia, esiste ed opera con sempre maggiore intensità un altro elemento aggravante. Noi da tempo non siamo più governati. Da tempo il nostro Paese è scivolato agli ultimi gradini della credibilità internazionale. Il "premier" che guida il governo è diventato una barzelletta, le cancellerie evitano di incontrarlo, le autorità europee alle quali chiede l'elemosina di un incontro rifiutano di comparire insieme a lui nelle conferenze stampa.
In questi giorni la curiosità dell'opinione pubblica è concentrata soprattutto sulla sfilata di prostitute o di "ragazze di vita" fornite da procacciatori su richiesta del presidente del Consiglio e avviate verso le sue residenze private e semi-pubbliche. Ma l'attenzione principale dovrebbe invece essere rivolta ai contatti sistematici del premier con alcuni lestofanti di professione, a cominciare da quel Lavitola che al tempo stesso lo serve e lo ricatta.
È certamente scandaloso che mentre il Paese attraversa la sua più grave crisi economica il premier confidi alle ragazze che gli si concedono di fare il capo del governo "a tempo perso"; è altrettanto scandaloso che passi il suo tempo di lavoro con i suoi avvocati per evitare i processi e soffocare le intercettazioni invece di studiarsi i dossier del debito, della disoccupazione, d'una economia che è ormai l'ultimo vagone del traballante treno europeo. Ma lo scandalo che non ha precedenti nella storia d'Italia è la connivenza del capo dell'esecutivo con una banda che esplicitamente mette le mani nella casse dello Stato, deturpa e stravolge le istituzioni, i pubblici appalti, le pubbliche imprese.
Connivente e al tempo stesso ricattato. Lavitola concerta con lui le promozioni nel comando della Guardia di finanza. Tarantini ottiene di essere presentato e raccomandato a Bertolaso per essere inserito tra gli interlocutori della Protezione civile. Le "ragazze di vita" vengono compensate con posti alla Rai o nei consigli regionali o addirittura in Parlamento. Imprese pubbliche come la Finmeccanica sono contaminate dalla corruzione che arriva fino ai vertici dell'azienda e ne influenza le scelte.
Tutto ciò avviene non solo sotto gli occhi con l'attiva complicità della più alta autorità di governo. Ma non soltanto, perché alcuni ministri non possono non sapere. Non può non sapere il ministro dell'Economia da cui la Guardia di finanza dipende e da cui dipendono le imprese pubbliche possedute dal Tesoro. Vero è che anche quel ministro non sta messo affatto bene; indipendentemente dall'esito della votazione che si svolgerà tra pochi giorni alla Camera sulla richiesta d'arresto del deputato Marco Mario Milanese, il processo che lo vede coinvolto riguarda appunto il suo ruolo di controllore delle imprese pubbliche delegatogli in esclusiva dal ministro con tutto ciò che ne consegue, ivi compresi i suoi maneggi con i vertici della Guardia di finanza.
Esistevano due "lobbies" (così disse il ministro al nostro giornale poche settimane fa) in quel corpo così importante per la lotta contro l'evasione fiscale e contro la corruzione: una lobby faceva capo ad un gruppo di alti ufficiali con rapporti diretti con palazzo Chigi, l'altra con altri ufficiali con rapporti col ministro. Lo scandalo non consiste nell'esistenza di tali rapporti, che sono dovuti; consiste nel fatto che fossero contrapposti, come erano e sono contrapposti tra loro il "premier" e il ministro dell'Economia, contrapposizione non secondaria nella pessima gestione della crisi che ha richiesto cinque manovre finanziarie in due mesi, le ultime delle quali avvenute (per fortuna) su ordine della Bce come contropartita ai suoi interventi sul mercato dei titoli di Stato.
Questa è dunque la situazione in cui si trova il nostro Paese: il presidente del Consiglio collude con lestofanti che mirano ad ingrassare i loro portafogli con pubbliche risorse; con essi si dà del tu, con essi scambia baci e abbracci, con essi programma appuntamenti e favori, li introduce nella pubblica amministrazione, interviene a proteggerli quando si sentono minacciati, li finanzia con denari contanti che non lasciano tracce, parla attraverso telefoni forniti di schede al riparo (così sperano) di intercettazione.
Ma quando la connivenza non basta, lui, il premier, viene messo "con le spalle al muro" col ricatto.
Un capo di governo ricattabile è un pericolo gravissimo, non sostenibile in nessun Paese del mondo. I magistrati di Bari sono stati finora prudenti: alcune intercettazioni assai sconvenienti verso capi di governo stranieri (Merkel, Sarkozy) non sono state allegate all'ordinanza comunicata alle parti, per evitare una vera e propria crisi diplomaticamente squalificante. Non toglie che quelle frasi sono state dette da un premier evidentemente fuori controllo.
Un personaggio in queste condizioni continuerà a governare, con la maggioranza di Scilipoti fino al 2013?
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Di tanto è crollata la credibilità di Berlusconi (tutti i sondaggi la stimano ormai al 22 per cento contro il "no" del 78) e di altrettanto è cresciuta quella del presidente della Repubblica. Il quale, costretto e indotto dall'emergenza delle circostanze, ha interpretato con il consueto rigore e scrupolo ma anche con accresciuta fermezza i poteri che la Costituzione gli conferisce. L'abbiamo visto nella gestione della manovra finanziaria, l'abbiamo visto anche quando, appena qualche giorno fa, ha rifiutato di firmare il decreto che il premier reclamava per bloccare la pubblicazione delle intercettazioni effettuate dalla Procura di Bari.
Il Presidente conosce e ha sempre rispettato i limiti che la Costituzione pone all'esercizio delle sue prerogative. In occasione della sua partecipazione in videoconferenza al meeting dello studio Ambrosetti di alcuni giorni fa, Napolitano ha ricordato che in una democrazia parlamentare l'esistenza del governo non può esser messa in discussione fino a quando esista una maggioranza che lo sostiene. Soltanto quando quella maggioranza venisse meno il Capo dello Stato diventa il "dominus" della partita, per insediare un nuovo governo che possa ottenere la fiducia del Parlamento ovvero per sciogliere anticipatamente le Camere.
Tutto ciò detto, il Capo dello Stato ha, per Costituzione, il potere di inviare messaggi al Parlamento su qualunque tema e in qualunque circostanza. Può anche esternare il suo pensiero in altri modi, comunicati, lettere, interviste; ma il modo solenne è quando rivolge il suo messaggio al Parlamento, cioè ai delegati del popolo sovrano.
Noi pensiamo che quel momento sia arrivato. Pensiamo che spetti al Presidente investire il Parlamento del problema della credibilità del governo. Nel Parlamento ci sono le opposizioni ma c'è soprattutto la maggioranza ed è alla maggioranza parlamentare che un messaggio presidenziale sulla credibilità del governo dovrebbe essere indirizzato.
So bene che il Presidente detesta essere "tirato per la giacca". Noi non vogliamo affatto commettere quella scorrettezza. Ci limitiamo a segnalare che un passo del genere rientra perfettamente nelle sue prerogative. Ovviamente spetta a lui soltanto di decidere se utilizzare il suo diritto di messaggio su un tema così delicato, ma così capitale per le sorti stesse della democrazia.
Nella sua dichiarazione di voto sulla manovra, in nome del gruppo parlamentare del Pd, Walter Veltroni ha denunciato il pericolo dei giovani che nella piazza di Montecitorio gridavano "chiudete il Parlamento". Tra i tanti rischi che corre la democrazia c'è anche questo: la spinta crescente contro le istituzioni democratiche.
Non saranno i mercati a farlo ma la persistenza dell'attuale governo a potenziare l'attacco ai titoli e alle Borse. Non sarà la magistratura a stabilire le sorti del premier, ma la sua connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano la sua malattia psichica. Perciò occorre che il Parlamento esca dall'apatia e dall'afasia. Il Capo dello Stato può stimolarlo a compiere i suoi doveri.
La ragnatela di Berlusconi per nascondere la sua ossessione
Le bugie del Cavaliere sempre più ricattabile. Al centro della rete c'è lui, che chiede "ragazze sempre più giovani" e "non troppo alte". E quello che i magistrati chiamano un "comitato d'affari con Finmeccanica e la Protezione Civile"
Massimo Giannini su la Repubblica
SILVIO Berlusconi passerà alla storia come il "premier a tempo perso" 1, secondo la definizione che lui da di se stesso conversando amabilmente con Maristelle Polanco, una delle innumerevoli "bambine" che hanno allietato le "serate eleganti" di Arcore, di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa. Il presidente del Consiglio azzarda ora un rancoroso contrattacco.
Protesta sul "Foglio" per l'inaccettabile "aggressione politica, mediatica, giudiziaria, fisica, patrimoniale e di immagine" a cui è stato sottoposto. Denuncia la "campagna di delegittimazione che punta a scardinare il funzionamento regolare delle istituzioni". Lamenta il "regime di piena e incontrollata sorveglianza" al quale lo hanno sottoposto magistrati e giornali comunisti, con l'obiettivo di costruirgli addosso "l'immagine di ciò che non sono, con deformazioni grottesche delle mie amicizie e del mio modo di vivere il mio privato". Accusa sdegnato il "circuito mediatico e giudiziario completamente impazzito", che sta cercando di "trasformare la mia vita privata in un reato".
Berlusconi tace parla d'altro, come sempre. Fugge altrove. Nell'altrove dell'autocelebrazione manipolatoria e del complotto mediatico-finanziario. Lo fa perché non può rispondere alle domande che lo inseguono da tre anni, e che chiamano in causa la sua ossessione sessuale, perseguita e soddisfatta ad ogni costo e con tutti i mezzi. Compreso l'uso di una "ragnatela" di faccendieri senza vergogna (ai quali si consegna inerme, tentando di nascondere i suoi vizi con i suoi soldi) e di manager senza scrupoli (ai quali fa saldare il conto delle sue bravate aprendo al giro dei suoi lenoni affamati la cassaforte degli appalti pubblici). Al centro della ragnatela non c'è Tarantini né Lavitola. Non c'è Intini né Guarguaglini. Il "ragno" è lui. E' lui che chiede "ragazze sempre più giovani" e "non troppo alte". È lui che passa ore al telefono per organizzare i bunga bunga 2. E' lui che retribuisce lautamente i suoi pusher di escort, vestendo i panni della vittima ricattata, quando è in realtà il vero carnefice di se stesso.
Non è un "teorema" mediatico-giudiziario. E' invece il quadro chiaro, che emerge rimettendo in ordine fatti e documenti. Da una parte l'autodifesa del Cavaliere, affidata non solo alla lettera al "Foglio" ma prima ancora al "Memoriale" inviato ai pm di Napoli che cercano invano di sentirlo come testimone. Dall'altra parte le intercettazioni telefoniche, gli interrogatori, le ordinanze dei Gip: insomma i materiali agli atti delle inchieste di Bari, di Napoli, di Milano. Il confronto è impietoso. Il presidente del Consiglio non solo non spiega nulla. Ma depista, confonde, quasi sempre mente.
"TARANTINI, IMPRENDITORE DI SUCCESSO"
"LAVITOLA, DIRETTORE DI GIORNALE"
I SOLDI AI TARANTINI, "FAMIGLIA DISPERATA"
L'uomo generoso. Questa, dunque, è la leggenda che il premier cuce su se stesso. Carte alla mano, i magistrati di Napoli raccontano nell'ordinanza una verità totalmente diversa. "La ragione giustificativa di tali dazioni risiede nella vicenda processuale radicata a Bari, dove il Tarantini è indagato (per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione) e Berlusconi è coinvolto anche se solo mediaticamente...". Il premier, in altre parole, paga il silenzio del suo lenone sulla compagnia di escort che gli ha fornito negli anni. Vuole che patteggi la pena, e che eviti così un dibattimento nel quale uscirebbero tutte le intercettazioni telefoniche sulle "serate" di Casa Berlusconi, il cui contenuto è ritenuto "catastrofico per l'immagine del premier".
Ecco perché il presidente del Consiglio paga. Ancora una volta, deve insabbiare e nascondere la sua "sexual addiction". I suoi "aguzzini", Tarantini e Lavitola, non hanno con lui l'atteggiamento che lui stesso descrive nel "Memoriale", raccontandosi come il Buon Samaritano. "Lo dobbiamo tenere sulla corda", "metterlo in ginocchio" si dicono Tarantini e Lavitola al telefono prima dell'estate. Tarantini parla con la moglie Nicla, il 14 luglio: "Quando lui si sputtanerà io gli andrò addosso... lo dovrò mettere con le spalle al muro".
LE AZIENDE PUBBLICHE COME MERCE DI SCAMBIO
C'è un ultima verità, che emerge dalle 100 mila intercettazioni di Bari, e che il presidente del Consiglio non chiarisce. Per la prima volta da quando le inchieste sono cominciate, si profila con nettezza un "metodo Berlusconi" che piega anche le aziende pubbliche e gli apparati dello Stato alle logiche della circonvenzione sessuale e della spartizione affaristica. Nasce quello che i magistrati chiamano un "comitato d'affari sul gruppo Finmeccanica, con la prospettiva di entrare nel capitale di una società di progetto, ancora in fase di costituzione a cui sarebbero stati destinati i circa 280 milioni di euro che il governo aveva stanziato ... per materiali, servizi ed opere per conto della Protezione Civile". E' Berlusconi che si fa chiamare da Paolo Pozzessere. E' Berlusconi, il 12 novembre 2008, che chiama Tarantini dalla sua macchina e passa la cornetta a Guido Bertolaso, seduto a fianco a lui, perché si mettano d'accordo per un appuntamento d'affari. E' Berlusconi, il 10 dicembre 2008, che incontra il presidente di Finmeccanica Guarguaglini, per chiedergli di far entrare Tarantini nella società controllata dalla Selex (di cui è amministratore delegato Marina Grossi, moglie di Guarguaglini) che dovrà gestire l'appalto da 280 milioni della Protezione Civile. "Ho visto Guarguaglini, poi ti riferisco".
Questo è l'abisso, nel quale precipitano il capo del governo e le sue istituzioni, lo Stato e le sue aziende, i soldi privati e quelli pubblici. Questo è il vero "scandalo permanente". Un presidente del Consiglio che usa la menzogna e abusa del suo ruolo. Che semina illegalità e immoralità. Che è ormai interamente posseduto dai suoi vizi, e per questo non può più governare.
18 settembre 2011
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