
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 2 settembre 2010
Iraq
Dicono che è finita. Ma a che prezzo?
Marco d'Eramo su il Manifesto
Così, sulla via di Baghdad, gli Stati uniti hanno incontrato il limite del proprio potere. Una potenza che credevano letteralmente inoppugnabile, cioè incombattibile, dopo la vittoria nella guerra fredda e la sconfitta dell'Unione sovietica. Ieri, in un discorso alla nazione
il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dichiarato ufficialmente chiuse le operazioni militari. In teoria, da oggi i 50.000 soldati Usa che rimarranno in Iraq almeno per altri 16 mesi non usciranno più in missione di combattimento. La «fine delle ostilità» avviene dopo sette anni e mezzo di guerra, dopo milioni di sfollati, centinaia di migliaia di civili iracheni ammazzati e decine di migliaia di militari iracheni falciati via, dopo 4.734 soldati della coalizione uccisi (oltre a 564 contractors), dopo una spesa per i contribuenti statunitensi che ha già superato i 1.000 miliardi di dollari (ma alla fine il conto sarà di 3.000 miliardi, incluse le pensioni d'invalidità, le cure per i 32.000 feriti e le pensioni alle vedove).
E tutta quest'immane distruzione di vite, di risorse, persino di storia, per che cosa? Alla fine gli Usa avranno ottenuto la caduta del regime di Saddam Hussein e la sua uccisione. Avranno acquistato - a carissimo prezzo - il diritto a mantenere delle basi in un paese in cui prima non avevano mai potuto insediarsi. La loro presenza nella regione non dipenderà più solo dalle basi in Turchia, Kuwait e Arabia saudita. Ma a che prezzo? Hanno accresciuto l'influenza di Tehran e degli ayatollah sulla regione: quel che era uno stato governato dai sunniti è ora controllato di fatto dagli sciiti. Hanno riacceso la miccia kurda sotto i regimi turco, siriano, iraniano (oltre che iracheno) inimicandosi non poco il fondamentale alleato turco.
E poi vi sono i costi simbolici: nessuno dei 1.200 milioni di musulmani che vivono sulla terra dimenticherà tanto facilmente le immagini delle torture di Abu Ghraib. Come nessuno degli alleati della Nato dimenticherà l'unilateralismo arrogante, o la pretestuosità dei motivi addotti per attaccare Saddam (le armi di distruzioni di massa, gli inesistenti contatti con al Qaida). Più in generale, questa guerra ha portato male a tutti i suoi promotori: negli Usa in gran parte a causa di essa, e dei suoi costi, i repubblicani hanno perso il controllo della Casa bianca. In Spagna è costata il potere a José Maria Aznar; in Gran Bretagna è costata a Tony Blair tutto il residuo credito di cui godeva. Per nostra sfortuna, l'unico finora sfuggito alla «maledizione di Saddam» è Silvio Berlusconi.
Oltretutto non è scontato che in Iraq la transizione sia coronata da successo e non si vada invece verso una partition in tre stati nazione o in una federazione lasca di tre regioni fortemente autonome. Non depone bene il fatto che a tanti mesi dalle ultime elezioni non ci sia ancora un governo. Anzi, secondo la costituzione irachena dovrebbero già essere state convocate nuove elezioni. Quindi il ritiro Usa non è né totale, né certo. Come è stato detto, rappresenta più l'inizio di un processo che la fine di una guerra.
2 settembre 2010
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