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a cura di Fr.I. - luglio 2010


Le metastasi del Potere
Massimo Giannini su
la Repubblica

«La magistratura è un cancro da estirpare», sostiene da mesi il presidente del Consiglio, nella furia iconoclasta che lo spinge ad abbattere i simboli e le istituzioni repubblicane. Finge di non vedere la doppia metastasi che gli sta crescendo attorno, e che sta lentamente ma inesorabilmente divorando il suo governo. C´è una metastasi giudiziaria, che ormai mina alle fondamenta il sistema di potere che lui stesso ha costruito negli anni.

Le inchieste che si moltiplicano, da Milano a Roma, da Firenze a Napoli, da Perugia a Palermo, scoperchiano un verminaio che travolge a vario titolo gli uomini più «strategici» e più vicini al premier. Guido Bertolaso, ras della Protezione Civile, signore delle Emergenze e vicerè dei Grandi Eventi, finito nel tritacarne dell´inchiesta sul G8, che nel triangolo Balducci-Anemone-Fusi ha svelato un micidiale meccanismo di corruzione sistemica e di arricchimento personale. Claudio Scajola, feudatario ex democristiano e plenipotenziario del Nord-Ovest, dimesso da ministro per aver lucrato (a suo dire inconsapevolmente) un appartamento dalla stessa banda al lavoro tra La Maddalena e L´Aquila. Aldo Brancher, storico tenutario dei rapporti con la Lega, dimesso da ministro dopo aver tentato di approfittare della nomina per sottrarsi al processo che lo vede imputato per la vicenda Antonveneta-Bnl. Denis Verdini, potentissimo coordinatore del Pdl, invischiato in diversi filoni d´inchiesta: prima gli appalti del G8, adesso anche le cene organizzate con i compagni di merende per spartire gli affari, condizionare i giudici della Consulta chiamati a decidere sul lodo Alfano, fabbricare falsi dossier ai danni degli avversari dentro il Popolo delle Libertà. Nicola Cosentino, vicerè azzurro della Campania e accusato di concorso esterno in associazione camorristica, ora coinvolto anche nell´inchiesta sul killeraggio morale ai danni del presidente della Regione. Marcello dell´Utri, sovrano di Publitalia e delle Due Sicile, padre fondatore di Forza Italia e garante degli equilibri con Cosa Nostra (secondo la Corte d´Appello, sicuramente fino al 1993), a sua volta finito nell´inchiesta sull´eolico (insieme al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci) in quanto ospite di casa Verdini per le cene con i magistrati alla Antonio Martone o i faccendieri alla Flavio Carboni.

Ci sarà tempo per verificare la fondatezza delle accuse formulate nei confronti dell´inner circle berlusconiano. Ma una cosa è già chiara, fin da ora. Quella che sta venendo fuori dal complesso panorama indiziario è molto più che una banalissima «cricca», che si riuniva per pagare qualche mazzetta e condividere qualche affaruccio di sotto-governo. Quello che si delinea è un vero e proprio «sistema di potere» a fini privatistici, che chiama in causa non qualche sparuta mela marcia, non qualche episodico mariuolo. Ma piuttosto, verrebbe da dire, «tutti gli uomini del presidente». E proprio per questo, quello che si delinea è un vero e proprio «metodo di governo» della cosa pubblica, nel quale politica e affari si mescolano nella violazione sistematica della legge e del mercato. Una fabbrica che genera illecito, attraverso la distribuzione di tangenti e lo scambio di favori. E che conserva potere, attraverso il controllo delle candidature a livello nazionale e locale e il pilotaggio delle nomine dei capi degli uffici giudiziari. Una fabbrica che produce fango, attraverso i dossier falsi (meglio se a sfondo sessuale) commissionati per distruggere avversari interni ed esterni, com´è capitato a suo tempo al direttore di «Avvenire» Dino Boffo, e come capita adesso al governatore della Campania Stefano Caldoro. E man mano che emergono nuovi, inquietanti spezzoni di queste inchieste, si capisce anche il perché Berlusconi abbia bisogno di un provvedimento come quello sulle intercettazioni, con il quale può anche cedere su alcuni punti che riguardano la procedibilità delle indagini, ma non su quelli che riguardano il diritto di cronaca. La legge-bavaglio serve esattamente a questo: non far conoscere agli italiani le malefatte di una «casta» che, come sostengono a ragione alcuni pm, somiglia sempre di più a un´associazione a delinquere.

Il Pdl è dilaniato da una faida violenta tra bande rivali. Il premier è accerchiato da ogni parte. Non solo Fini sulla giustizia e Tremonti sulla manovra. I Dell´Utri e i Cosentino, i Verdini e gli Scajola, gli si agitano intorno come spettri. Allegorie della sua ossessione giudiziaria, ma anche della sua concezione politica. In alto il Sovrano Assoluto, in basso il suo Popolo. In mezzo la sua Corte. Che ne mutua tutti i vizi, ne riproduce tutte le nefandezze. Così non può reggere. E non reggerà.



Le mani dei Casalesi su appalti ed elezioni
Così la camorra comanda e fa cadere i governi
Roberto Saviano su
la Repubblica

«Digli a tuo fratello di non preoccuparsi perché tra due giorni gli facciamo un bel regalo». È la frase che il killer del clan dei Casalesi Giuseppe Setola dice a Luigi Ferraro fratello di Nicola Ferraro dirigente dell´Udeur e all´epoca dei fatti, presidente della Commissione permanente della Regione Campania, l´organismo che controlla la trasparenza degli affari istituzionali regionali.
Il regalo a cui fa riferimento Setola è tappare la bocca a un imprenditore che sta raccontando tutti i rapporti tra camorra e politica, tutti gli affari. Tappargliela per sempre. Ammazzarlo. E così la camorra fa il regalo a Nicola Ferraro uccidendo con 18 colpi Michele Orsi, 17 al corpo l´ultimo in faccia. Lo ammazzano nel giugno del 2008 impedendo così che Orsi imprenditore che la camorra aveva reso potente potesse - come aveva iniziato a fare - raccontare come funziona la politica italiana, come funzionano gli appalti, come la banche decidano di dare credito in base alle volontà dei loro maggiori clienti: i boss. Come i voti siano soltanto pacchi da spostare su un nome piuttosto che un altro e prescindano da qualsiasi programma politico.
Eppure di questa inchiesta della Dda di Napoli realizzata da Antonello Ardituro e Leandro Del Gaudio coordinati dal Pm Cafiero De Raho e le cui indagini per anni sono state fatte dai Ros di Napoli non se n´è parlato. I media l´hanno ignorata. Un cenno al telegiornale come soliti ed ennesimi arresti di criminali. Mentre invece queste indagini sono la dimostrazione oggettiva che la democrazia italiana sia completamente avvelenata dai capitali criminali che migliaia di persone per garantirsi uno stipendio vendono il proprio voto a ras politici che si spostano da una parte o dall´altra a seconda di quanta disponibilità agli affari abbia lo schieramento politico di turno. Una inchiesta che mostra i meccanismi, le logiche, i poteri veri. Attraverso la gestione delle provincie i clan arrivano a mettere le mani su bottini milionari e a governare l´intero paese.
La Campania fu regione fondamentale assieme alla Calabria sia alle elezioni che videro vincere il centrosinistra sia alle ultime che hanno visto l´egemonia del centrodestra. Di chi furono i voti fondamentali? Chi li ha dati? Dov´è caduto il governo di centrosinistra? A Caserta. Il sottosegretario allo sviluppo che secondo le accuse della Dda di Napoli è un uomo del clan dei casalesi Nicola Cosentino è casertano. Attraverso la ferita di questa provincia passano gli affari più grossi e marci che se si percorrono sino infondo portano direttamente a Roma, a Milano, ai grandi affari nazionali e europei. Questa inchiesta è una delle più sconvolgenti dimostrazioni di come la camorra comanda su impresa e politica riuscendo letteralmente a determinare equilibri elettorali e gestione dei posti di lavoro. Il meccanismo è rodato e immutabile.
Il clan gestisce gli appalti attraverso la potenza economica delle proprie imprese e coordinandosi con politici. che loro stessi creano. L´assegnazione degli appalti in gran parte della Campania viene decisa dal clan a tavolino con un meccanismo che si chiama "rotazione". Ossia assicurata alle varie imprese compiacenti, per cui di volta in volta si sceglie chi vincerà. Un meccanismo che non permette il monopolio: una azienda che vuole vincere gli appalti può farlo se decide di entrare in rotazione, paga una serie di quote al clan, assume persone, sceglie materiali del clan e a qual punto può partecipare alla rotazione, entra nel sistema. Il clan con la complicità dei pubblici funzionari si fa indicare le imprese che hanno "preso visione"del bando: se ci sono imprese non del sistema, vengono avvicinate e allontanate.
L´Udeur di Clemente Mastella è lo strumento non solo attraverso cui le organizzazioni criminali cercano di entrare direttamente nella disputa politica ma l´interfaccia attraverso cui poter incontrare anche politici Nicola Ferraro infatti tratta anche con esponenti del Pd come racconta il pentito Di Caterino:
«Nicola Ferraro, infatti, era molto legato al sindaco di Villa Literno, Enrico Fabozzi (ora consigliere regionale Pd) e quindi era in grado, per quanto a nostra conoscenza, di incidere nella aggiudicazione di questo appalto del valore di circa un milione di euro. La trattativa ha visto, poi, successivi incontri nei quali Luigi Ferraro ha dato la disponibilità per far vincere questo appalto alla persona da noi indicata. Ci ha detto, quindi, di recapitargli la busta con l´indicazione del nominativo della ditta rassicurandoci che non ci sarebbero stati problemi. Ho saputo, successivamente, che effettivamente l´appalto era stato aggiudicato alla persona da noi indicata e che i lavori poi sono stati effettivamente svolti».
Le intercettazioni di questa inchiesta che - se passasse la legge bavaglio questo giornale non potrebbe mostrarvele - sono davvero esplicative più di qualsiasi analisi o descrizione.

Tutte le gare sono corrette formalmente ma gli appaltatori sanno già quanto devono offrire per vincere. Tutte le imprese hanno il certificato antimafia, tutto formalmente in regola. Tutto gestito dai clan. Le elezioni del 2003, 2004 e 2005 in terra di camorra sono state gestite dal clan Schiavone ed anzi direttamente da Nicola Schiavone il figlio di Sandokan. L´inchiesta dimostra questo. Il fallimento della democrazia in territorio campano. Il personaggio chiave di tutto continua ad essere Nicola Ferraro tratto in arresto dai carabinieri ieri.
La campagna elettorale di una parte del centrosinistra (e poi del centrodestra alle ultime elezioni) la gestisce direttamente la camorra.

Quando il clan riesce a far vincere Ferraro si incontrano a festeggiare. Tutti i camorristi si confrontano, ognuno aveva il suo candidato, ma ha vinto quello della famiglia Schiavone. Il giorno precedente alla citata festa elettorale, Nicola Schiavone commentava con la propria fidanzata l´organizzazione approntata per omaggiare il candidato e gli esatti motivi per i quali il convivio era stato organizzato col consenso della famiglia del capo clan Sandokan. I ros pedinano Nicola Ferraro e scoprono che si incontra con il clan Schiavone. Notano persino che il clan quando lui arriva a Casal di Principe gli fornisce dei guardiaspalle.
Tutto passa per i casalesi. Anche l´ospedale. Decidere gli infermieri, i medici, i macchinari, la mensa. Tutto passa per le loro decisioni. E la borghesia cittadina casertana che da anni finge di non avere a che fare con i casalesi si rivolge a loro.

Ma la domanda che viene da tutto questo è: com´è possibile che tutto questo lasci indifferente un paese? Com´è possibile davvero che si blateri che raccontare queste storie sia un modo per diffamare il territorio? Quando gli affari, la corruzione estrema ha ormai eliminato la possibilità di sviluppare una politica sana. Una impresa libera dai clan. Quando non sembra esserci altra alternativa che o corrompersi o emigrare. Non sembra altra soluzione che pensare alla possibilità che le istituzioni politiche campane siano tutte commissariate, dalla provincia alla regione sino a quando non riusciranno a garantire un minimo sufficiente di legalità. I casalesi hanno un´espressione per giustificare la loro ossessione di comandare "il mondo è di chi se lo merita" sarebbe bellissimo se il merito smettesse di essere questa dannata capacità di corruzione e violenza. E merito potrebbe essere interrompere questi meccanismi. Ma per interromperli bisogna conoscerli e continuare a raccontarli e contrastarli rompendo questa gigantesca omertà che si declina tra chi ha paura di raccontare e chi non vuol sapere. Solo così rimane accesa una speranza di cambiamento.






















   luglio 2010