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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 11 luglio 2010


La cena di Vespa per sedurre Casini
Eugenio Scalfari su
la Repubblica



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Nel frattempo c'è anche chi trova il tempo per festeggiare in pompa magna il cinquantenario giornalistico di Bruno Vespa. Cena giovedì scorso nell'abitazione del conduttore - padrone di "Porta a Porta" ospiti con le rispettive consorti: Gianni Letta, Mario Draghi, Cesare Geronzi e Pier Ferdinando Casini; Silvio Berlusconi con la figlia Marina e il cardinale segretario di Stato, Bertone, ovviamente celibe.
 
Sembra si sia parlato di tutto, manovra economica compresa. Forse anche dei Mondiali di calcio e della non brillante performance degli "azzurri". Forse di intercettazioni. Sicuramente dell'invito a "Pier" di tornare a casa, cioè nell'alleanza di centrodestra. Berlusconi gli avrebbe proposto di rifondare la Dc, gli avrebbe offerto il ministero dello Sviluppo, forse quello degli Esteri, sicuramente la vicepresidenza del Csm. Casini avrebbe ringraziato ma declinato, a meno che non si passi attraverso una formale crisi di governo. Letta ha concluso che tutto è rinviato ma qualche cosa è cominciato.
 
Mentre scrivo mi arriva sul tavolo un'Ansa con un comunicato ufficiale del ministro dell'Interno, Bobo Maroni. Con riferimento appunto alla cena di Vespa, Maroni accusa la classe politica d'esser tornata ai salotti del 1992, aggiunge che qualunque ritorno al governo dell'Udc provocherebbe l'immediata uscita dal medesimo della Lega e comunica che in caso di crisi ministeriale la Lega chiederebbe l'immediato ritorno del popolo sovrano alle urne. Una specie di convitato di pietra che si è fatto vivo con ventiquattr'ore di ritardo per stabilire chi è il padrone del vapore in questo momento.
 
Non si hanno altre notizie su quella cena, soprattutto sul ruolo di Draghi, Geronzi e Bertone nella conversazione. Si strologa. Che altro si può fare? Geronzi si è complimentato con Draghi per il suo lavoro allo Stability Financial Forum. Draghi con Bertone per l'efficienza del volontariato cattolico. Bertone con Marina per le opere di assistenza da lei finanziate.

Casini ha chiesto notizie a Marina sulla causa in corso con De Benedetti per il risarcimento del danno subito dalla Cir per il lodo Mondadori. Berlusconi ha pestato un piede alla figlia e le ha fatto gli occhiacci affinché lasciasse cadere la domanda. Marina non ha capito e ha fatto cadere in terra il tovagliolo. Bertone s'è inchinato per raccoglierlo ma ha dato una testata al bordo del tavolo.
 
Letta ha pregato la padrona di casa di portare ghiaccio e bende di lino per la fronte del porporato. Vespa ha versato champagne nei calici, il premier ha gridato Viva Vespa, ricordando il Viva Verdi che infiammava le riunioni dei cospiratori giacobini del Risorgimento. Vespa ha obiettato che i presenti non erano né cospiratori né tanto meno giacobini.
 
Alla fine sono tutti usciti da un portoncino laterale su piazza Mignanelli.
Notte afosa. Nuvole di zanzare intorno alla fontana della Barcaccia. La macchina nera targata Vaticano ha sgommato verso il Babuino. Un ragazzotto in maglietta ha detto ad un altro che era con lui: "Aò, là drento c'era 'n cardinale. Chissà 'n do va a quest'ora". "Ma che te frega a te" ha risposto l'altro. "Annerà a pregà per i peccati der prossimo e pe li sua".
 [I fatti qui riferiti sono di pura fantasia. Ogni riferimento è puramente casuale].
 


Diversamente
Jena su
La Stampa

La vicenda Brancher dimostra che nel centrodestra nessuno è stupido ma molti sono diversamente intelligenti.



Fiat, il sogno infranto
Loris Campetti su
il Manifesto

Dato che Pomigliano non si piega, si è dovuto piegare Sergio Marchionne. L'amministratore delegato ha bevuto l'amaro calice confermando l'investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano dove sarà prodotta la nuova Panda. Come condizione il capo della Fiat aveva preteso la firma di tutti i sindacati sulle clausole capestro dell'accordo che prevedevano la rinuncia a esercitare il diritto
di sciopero, a vedersi riconosciuta e retribuita la malattia, persino a consumare il pasto in un intervallo del lavoro terribile alla catena. Se volete lavorare rinunciate ai diritti, un diktat odioso.
Ha strappato quattro firme Marchionne, con ricatti scambi e promesse, ma il sindacato più rappresentativo e radicato nelle fabbriche, la Fiom, ha detto di no perché il sì avrebbe significato rinunciare ai diritti fondamentali sanciti da contratti, leggi e Costituzione. A quel punto il dirigente liberal, quello che fino a due anni fa sosteneva che il costo del lavoro nell'auto incide appena per il 6%, dunque né licenziamenti né chiusura di stabilimenti, l'ha pensata bella: impongo
un referendum agli operai di Pomigliano chiedendo di votare sì al diktat così fotto le tute blu e la Fiom. Gli avevano garantito un plebiscito, la politica quasi al completo con un tifo da stadio, i segretari di Cisl e Uil che giuravano sulla testa dei figli, i capi che minacciando la «plebe» pensavano di fare il pieno.
Invece il 40% degli operai, ricattati, controllati, schiacciati da una crisi che al sud colpisce di più, in un territorio controllato dalla criminalità, ha messo la croce sul no. Un atto, più che di eroismo di dignità. Così Marchionne, tentato di  rovesciare il tavolo e liberarsi di Pomigliano una volta per tutte, ha dovuto cedere: la Panda si farà, nonostante l'opposizione di una parte essenziale e condizionante della fabbrica. Voleva umiliare, insieme agli operai, anche la Fiom e invece ha regalato a tutti e due una vittoria straordinaria.
Forse è sincero Marchionne, che non perde occasione per citare Marx, quando in una lettera a tutti i dipendenti si dichiara incredulo che qualcuno sostenga l'esistenza di una contraddizione e dunque di un conflitto tra azienda e  lavoratori. Ma che conflitto, siamo tutti sulla stessa barca anzi sulla stessa nave
in guerra contro altre navi dove pure padrone, manager e operai fanno parte della stessa armata. Forse se ne è convinto lavorando negli Stati uniti, e si è convinto al tempo stesso che le medesime regole – cioè nessuna regola per il capitale – devono valere lungo tutti i meridiani e i paralleli. Solo così, e con i soldi degli stati in cui opera, Marchionne pensa di poter competere a livello
globale.
Ma a Pomigliano è successo che le pedine hanno dato scacco al re. E con Pomigliano le lotte sono ripartite a Melfi, a Cassino, a Mirafiori dove gli operai hanno capito l'antifona e oggi contribuiscono a infrangere i sogni di Marchionne. Il conflitto di classe esiste, Marchionne deve prenderne atto e farci i conti.  Mazziare gli operai di Pomigliano ed escludere la Fiom dal confronto non fa bene a nessuno, neanche all'azienda.



  11 luglio 2010