
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 30 giugno 2010
L´anello di congiunzione tra i boss e il cavaliere
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Una sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell´Utri, l´uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt´intera l´avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l´anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle "famiglie" di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una "verità" tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come ancora oggi possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l´esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall´accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che «dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell´Utri a Cosa Nostra) non sussiste».
Dunque, si legge nel capo di imputazione: Marcello dell´Utri ha «concorso nelle attività dell´associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra", nonché nel perseguimento degli scopi della stessa. Mette a disposizione dell´associazione l´influenza e il potere della sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché le relazioni intessute nel corso della sua attività. Partecipa in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all´espansione dell´associazione. Così ad esempio, partecipa personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali vengono discusse condotte funzionali agli interessi dell´organizzazione. Intrattiene rapporti continuativi con l´associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina. Provvede a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione. Pone a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano. Rafforza la potenzialità criminale dell´organizzazione in quanto, tra l´altro, determina nei capi di Cosa Nostra la consapevolezza della responsabilità di Dell´Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte a influenzare a vantaggio dell´associazione individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario. Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo di Cosa Nostra), Milano e altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982».
Di questo parliamo. Di un uomo che, a disposizione della mafia, è stato l´«intermediario» fra Cosa Nostra e il gruppo di Silvio Berlusconi. La ricostruzione che la corte approva e condivide è precisa. Marcello Dell´Utri media e risolve, di volta in volta, i conflitti nati tra le ambizioni di Cosa Nostra e la disponibilità di Berlusconi. Anzi, proprio il suo compito di "artefice delle soluzioni" gli permette di occupare un ruolo decisivo alla destra del Capo. Il ruolo di Dell´Utri va scorto e compreso nella relazione tra le pressioni scaricate dai mafiosi su Berlusconi e le mediazioni e gli incontri organizzati da Dell´Utri. Il patron di Fininvest, negli anni Settanta, è minacciato di sequestro (si tenta di rapire a mo´ di dimostrazione un suo ospite). Gli piazzano una bomba in via Rovani nel 1975 e ancora nel 1986. Negli anni Novanta tocca alla Standa subire in Sicilia, a Catania, un rosario di attentati. Ora alla sequela di pressioni, minacce, intimidazioni, che la mafia scatena per condizionare il Cavaliere, entrare in contatto con lui, "spremerlo", bisogna sovrapporre il lavorio d´ambasciatore di Dell´Utri se si vuole valutarne il ruolo. Organizza l´incontro tra Berlusconi e i "mammasantissima" Stefano Bontate e Mimmo Teresi per "rassicurarlo" dal pericolo dei sequestri. Fa assumere Vittorio Mangano ad Arcore, come fattore, per cementare «un accordo di convivenza con Cosa Nostra». Cerca di capire che cosa accade e che cosa si nasconde dietro l´attentato a via Rovani. Incontra, nel 1990, i capimafia catanesi e, soprattutto, Nitto Santapola, della combriccola il più pericoloso, per risolvere i problemi degli attentati alla Standa (dopo quell´incontro, non ci saranno più bombe). Sono fatti che oggi, dopo la sentenza di Palermo, devono dirsi documentati (il giudizio della Cassazione è soltanto di legittimità). Il quadro probatorio avrebbe potuto essere più dettagliato e significativo se Silvio Berlusconi («vittima di quelle minacce, di quelle intimidazioni, di quelle pressioni») non si fosse avvalso della facoltà di non rispondere rifiutando il suo contributo di verità per chiarire per dire l´assunzione e l´allontanamento di Vittorio Mangano da Arcore; i suoi rapporti con Dell´Utri; gli anomali movimenti di denaro nelle casse della holding del gruppo Fininvest in coincidenza con la volontà delle famiglie di Palermo di investire a Milano.
Questa narrazione ha superato ora il vaglio del giudizio di appello (definitivo per il merito dei fatti) e legittima una prima conclusione: la sentenza di Palermo non dice soltanto di Dell´Utri, racconta anche di Berlusconi perché conferma quella sorta di "assicurazione" con la mafia che il Cavaliere sottoscrive ingaggiando e promuovendo il suo ex-segretario personale e compagno di studi. Non c´è dubbio che, con questo risultato, Berlusconi paga in Italia e nel mondo un prezzo molto imbarazzante al suo passato. Un onere non giudiziario, ma un costo decisivo, politico e d´immagine. Perché se si assemblano le tessere raccolte in questi anni emerge con sempre maggiore nitidezza, e nonostante l´ostinatissima distruzione della macchina giudiziaria, quali sono il fondo, le leve, le pratiche e i comprimari del successo di Silvio Berlusconi, dove Dell´Utri è soltanto un tassello, una delle concatenazioni oscure della sua fortuna, la più disonorevole forse, ma non la sola. Il puzzle è questo. Il Cesare di Arcore ha corrotto un testimone (Mills) che lo salva da una condanna, anzi da due (prescritto). Ha comprato un giudice (Metta) e la sentenza che gli hanno portato in dote la Mondadori (prescritto). Ha finanziato illecitamente il Psi di Bettino Craxi che gli ha scritto i televisivi decreti leggi ad personam (prescritto). Ha falsificato per 1500 miliardi i bilanci della Fininvest (prescritto). Ha manipolato i bilanci sui diritti-tv tra il 1988 e il 1992 (prescritto).
La verità fa paura
Ezio Mauro su la Repubblica
Il tycoon delle televisioni ha paura dei giornali. Da San Paolo, dov´è in visita di Stato, il Presidente del Consiglio ieri ha trovato modo di attaccare gli organi d´informazione (quelli che non controlla e che non possiede, naturalmente, abituato com´è alla totale obbedienza televisiva), denunciando «una disinformazione totale e inconcepibile, da molti mesi a questa parte». Poi ha lanciato una proposta inedita: «Bisogna fare uno sciopero dei lettori e insegnare ai giornali italiani a non prenderli in giro».
Siamo dunque davanti ad un Premier che usa i vertici internazionali per regolare i conti domestici con il potere d´informazione, che non è ancora interamente oggetto del suo dominio, e che lo spaventa perché introduce elementi di verità e di critica nel paesaggio televisivo: dentro il quale il leader coltiva il senso comune nazionale, canale di egemonia e di consenso. In Occidente, non si è mai visto un Capo di governo impegnato ad eccitare una impossibile rivolta populista per far tacere le (poche) voci critiche che rompono il coro.
Tutto ciò è ancora più grave se si pensa che l´uomo politico in questione è anche editore, perché non ha mai voluto dismettere il controllo proprietario pieno ed effettivo sulle reti televisive di sua proprietà e sui suoi giornali, variamente appaltati. Che spettacolo, per i brasiliani e gli italiani.
Siamo davanti ad un Presidente del Consiglio che teme la pubblica opinione. E a un editore che teme i giornali. Possiamo assicurarli entrambi (spaventati dalla verità, e dalla libertà) che continueremo a fare il nostro mestiere: perché i cittadini vogliono sapere, per poter giudicare. E non prendono ordini dal Premier su cosa bisogna leggere, nell´Italia berlusconiana.
"Tronchetti inattendibile smentito dai testimoni"
Dossier Telecom, l´accusa del giudice
Walter Galbiati su la Repubblica
MILANO - «Tronchetti Provera non è attendibile». È stato smentito «dagli altri testimoni», da «una valutazione logica degli avvenimenti, «dall´analisi dei documenti» e dalle «sue stesse affermazioni». È durissima il giudice per l´udienza preliminare, Mariolina Panasiti, nello stroncare la deposizione dell´allora presidente Telecom, Marco Tronchetti Provera, sulla vicenda dei dossier illeciti dell´ex Security Telecom. E nel ricostruire il ruolo dei vertici dell´azienda.
Nelle motivazioni della sentenza con la quale il giudice distrugge l´accusa di appropriazione indebita a carico di Giuliano Tavaroli e degli altri "spioni", e di conseguenza l´impostazione delle indagini della procura di Milano, la Panasiti sostiene che le operazioni, «lungi dal poter essere riportate a iniziative esclusive degli imputati» (come se si trattasse di «una Security impazzita intenta a drenare risorse alle due società Telecom e Pirelli»), siano state in realtà «eseguite sulla scorta di un interesse aziendale», con una prassi conosciuta sia dai vertici che dai vari funzionari del gruppo. Le fatture pagate da Pirelli, stornate e ripagate da Telecom, sono lì a dimostrarlo. Com´è possibile che chi si appropri indebitamente di denaro, sia disposto a restituirlo e a farlo rifatturare da un´altra azienda del medesimo gruppo, senza la connivenza delle aziende stesse? Come di fatto è poi avvenuto quando ai tempi dell´acquisizione Telecom, Pirelli ha trasferito i costi già fatturati alle società dell´investigatore Emanuele Cipriani sui bilanci della neo-acquisita Telecom.
30 giugno 2010
|