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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 23 maggio 2010


Chi azzoppa i custodi della democrazia
Barbara Spinelli su
La Stampa

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell'ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l'altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore.


Queste mura sono in via di dissoluzione in Italia, da anni. Ma nelle ultime settimane l'erosione ha preso la forma di un concitato giro di vite: un grande allarme s'è creato attorno alla corruzione dilagante, seguito da un grande tentativo di mettere corruzione e malavita al riparo dai custodi della democrazia. È un dramma in tre atti, che vorremmo sottoporre all'attenzione del lettore.

Il primo atto risale al 17 febbraio, quando la Corte dei Conti constata, in apertura dell'anno giudiziario 2010, l'enorme aumento del malaffare. La denuncia del presidente della Corte e del procuratore generale, Tullio Lazzaro e Mario Ristuccia, è grave: «Una sorta di ombra e nebbia sovrasta e avvolge il tessuto più vitale e operoso del Paese», opponendo una «pervicace resistenza a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l'integrità» nelle amministrazioni pubbliche. I «necessari anticorpi interni non vengono attivati», ed è la ragione per cui la cura della patologia è «lasciata al solo contrasto giudiziale, per sua natura susseguente e repressivo».


Qui cominciano gli atti decisivi del dramma. Quel che va in scena è la controffensiva d'un governo che si sente asserragliato più che responsabilizzato: che a parole annuncia misure anti-corruzione, e nei fatti predispone un'autentica tenda protettiva, tale da coprire il crimine, sottraendolo agli occhi dei cittadini e della legge con tecniche di occultamento sempre più perverse, garantendo a chi lo commette impunità sempre più vaste. Nel secondo e terzo atto del dramma il crimine viene avvolto, ancora una volta, «nella nebbia e nell'ombra».

Il secondo atto fa seguito alla condanna in appello dei capi-poliziotti che la notte del 21 luglio 2001 assalirono la scuola Diaz a Genova, durante un vertice G8, massacrando 60 ragazzi inermi. «Nessuno sa che siamo qua, vi ammazziamo tutti», gridavano i picchiatori, quando invece i superiori sapevano. I fatti erano raccontati nella sentenza di primo grado, ma le condanne non coinvolsero gli alti gradi della polizia. In appello sono condannati anch'essi. Ebbene, cosa fa la politica? Assolve i condannati, li trafuga in una nuvola come gli dei omerici facevano con i propri eroi, e li lascia indisturbati al loro posto. Francesco Gratteri, capo della Direzione generale dell'anticrimine ed ex direttore del Servizio Centrale Operativo, è condannato a 4 anni e resta dov'è in attesa della Cassazione. Lo stesso succede a Giovanni Luperi, oggi capo del Dipartimento analisi dell'Aisi (ex Sisde), condannato a quattro anni. Vincenzo Canterini fu promosso questore nel 2005: aveva guidato la Celere contro la Diaz.

Il terzo e cruciale atto dell'operazione trafugamento del crimine è la legge sulle intercettazioni. Ancor oggi si spera che essa non passi, grazie alla resistenza congiunta di editori, stampa, magistrati, deputati finiani, Quirinale. Grazie anche all'intervento del sottosegretario americano alla Giustizia Breuer, che evocando la lotta antimafia di Falcone ha indirettamente smascherato la natura di una legge che sembra patteggiata con la malavita. Fino all'ultimo tuttavia, e per l'ennesima volta nell'ultimo quindicennio, Berlusconi tenterà di imbavagliare magistrati, mezzi d'informazione. Se la legge sarà approvata, i magistrati faticheranno sempre più a snidare reati, a istruire processi.

Potranno usare le intercettazioni solo in condizioni proibitive, e per una durata non superiore a 75 giorni (se stanno per accertare un reato al settantaquattresimo giorno, peggio per loro). Sarà proibito intercettare politici e preti senza avvisare le loro istituzioni: un privilegio incostituzionale, davanti alla legge. Non meno gravemente è colpita la stampa (quando riferisce su inchieste giudiziarie prima dei processi) per la sanzione che può colpire giornalisti e editori. Questi ultimi, intimiditi da alte multe, diverranno i veri direttori d'ogni cronista. Il direttore responsabile perderà prestigio, peso. Bersaglio dell'operazione è non solo la stampa ma il cittadino. Si dice che il suffragio universale è sacro e al tempo stesso si toglie, a chi vota, l'arma essenziale: la conoscenza, i Lumi indispensabili per capire la politica e dunque esercitare la propria vigile sovranità.

Ci sono eventi storici che solo la letteratura spiega fino in fondo e anche in Italia è così. Proviamo a leggere Il Rinoceronte di Eugène Ionesco e vedremo descritto, limpido, lo strano mondo in cui dai primi Anni 90 anni viviamo: un mondo che tutela il crimine, allontanandolo dalla scena e rendendolo sia invisibile, sia impunibile. Un mondo dove i custodi della democrazia sono neutralizzati e il popolo, bendato perché disinformato, vive e vota dopo esser mutato interiormente. Un regime simile ci trasforma ineluttabilmente nelle bestie a quattro zampe descritte dal drammaturgo.


La mutazione genetica di cui ha parlato Sergio Rizzo sul Corriere del 6 maggio avviene quando cadono le categorie umane classiche: il confine fra lecito e illecito, bene e male («il Male! Parola vuota!», dice Dudard a Berenger, nel Rinoceronte). In questione non resta che lo «stato d'animo». Come per Denis Verdini: indagato per concorso in corruzione, il coordinatore del Pdl non si dimette come Scajola perché, assicura, «non ho questa mentalità».


Chi guarda il notiziario del Tg1 in questi giorni avrà conferma della mutazione genetica. Niente sui capi-poliziotti della Diaz che mantengono la carica disonorando uno dei più importanti corpi dello Stato. Quasi niente sulle intercettazioni controverse. Fortuna che la ribellione non manca. Fortuna che al Tg1 c'è Maria Luisa Busi, che toglie la firma e non vuol essere rinoceronte.



Il commissario Tremonti nella tempesta europea
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Dedico ancora una volta queste mie note domenicali alla crisi economica e politica che scuote l´Europa e l´America. Ma prima non posso tralasciare lo scontro che si è acceso sulla legge che vuole mettere il bavaglio all´informazione e che per l´ennesima volta sta bloccando i lavori parlamentari su un provvedimento «ad personas».
Non si tratta solo di intercettazioni ma dell´intera attività della magistratura istruttoria, preclusa ai giornalisti e a chiunque voglia condurre inchieste su situazioni criminali o para-criminali, su chiunque voglia indagare sull´attività di enti pubblici a cominciare dal governo e su chiunque voglia capire quali siano le responsabilità degli uomini che a quelle istituzioni sono preposti.

Partiti, associazioni, movimenti giovanili sono mobilitati a difesa di quel diritto di libertà. Le istituzioni di garanzia, a cominciare dal Quirinale, vigilano con speciale attenzione e non è neppure mancata una testimonianza proveniente da un membro del governo Usa sull´importanza dei mezzi di indagine, intercettazioni comprese, nella lotta contro la criminalità internazionale.
Insomma lo scontro è al culmine anche perché le modifiche peggiorative introdotte al Senato richiederanno una terza lettura da parte della Camera dove le divisioni interne alla maggioranza potrebbero produrre rilevanti novità.
Non si tratta né d´una questione specifica e limitata né d´un atteggiamento corporativo da parte di giornali e di editori. La legge patrocinata dal presidente del Consiglio e dal ministro della Giustizia coinvolge e deforma uno dei connotati essenziali della Costituzione repubblicana. Questo spiega la centralità del tema e l´importanza dello scontro in atto.


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Un dato di fatto sta emergendo con chiarezza nella politica italiana: da quando il dissesto finanziario della Grecia ha innescato la seconda fase della crisi economica internazionale, il governo italiano è commissariato, il commissario è Tremonti. È lui che detta le soluzioni, la tempistica, l´ammontare delle manovre di assestamento del bilancio, la distribuzione degli oneri tra le varie categorie sociali ed è lui che si raccorda con le istituzioni europee. È lui cioè che traduce in italiano la politica europea della Commissione di Bruxelles e della Bce.
In questo contesto Silvio Berlusconi è non più che l´ombra del ministro dell´Economia. Di tanto in tanto, per non scomparire del tutto dalla scena, tenta qualche fuga in avanti, qualche correzione marginale al dettato tremontiano, qualche dilazione nella tempistica e diluizione dei contenuti, ma presto rientra e si allinea ai «diktat» del suo ministro-commissario, che è ormai il vero capo di questo sconquassato governo.
La politica di Tremonti è chiara: una manovra di 28 miliardi di euro da rendere esecutiva subito, per decreto data l´urgenza, che metta al riparo i conti dello Stato per i prossimi due anni 2011-2012, attraverso tagli di spesa, prelievi «una tantum» sul pubblico impiego e sulle finestre di uscita di pensionati per vecchiaia e per anzianità aziendale, condoni edilizi, diminuzione dei trasferimenti dal centro agli enti locali, congelamento di grandi opere, congelamento di contratti collettivi in scadenza.
Insomma una vasta manovra con effetti inevitabilmente depressivi perché abbassano la capacità di spesa della popolazione specie in una fase di ampio ricorso alla Cassa integrazione e di diminuzione dell´occupazione precaria.
Questo hanno deciso i vertici europei, questo stanno facendo gran parte dei paesi membri dell´Unione, a cominciare dai più solidi e dai più deboli: la Germania come la Grecia, la Francia come la Spagna, la Gran Bretagna come l´Irlanda e il Portogallo.
Perfino Obama ha imboccato questa strada obbligata perché l´attacco dei mercati contro i fondi sovrani, cioè contro i debiti contratti dagli Stati per fronteggiare la crisi bancaria e industriale del 2008-2009 ha reso inevitabile un assestamento gigantesco delle pubbliche finanze in tutto l´Occidente.
La dimensione della manovra italiana è notevolmente minore di quanto avviene altrove, ma se si tardasse ad attuarla subito aumenterebbe inevitabilmente; perciò ha ragione Tremonti a scandirne l´urgenza oltre che la necessità. C´è oltretutto da tutelare una massa ingente di titoli pubblici in scadenza nei prossimi mesi e da reperire la nostra quota di contributo al Fondo europeo di sostegno ai bilanci dei paesi in dissesto. In conseguenza esiste la fondata ipotesi che la manovra da 28 miliardi possa non esser sufficiente e che altri disagi possano derivarne ai bilanci familiari e ai livelli dei redditi individuali.
I partiti d´opposizione hanno ragione di ricordare a Tremonti la dissipazione di risorse che fu fatta agli inizi di questa legislatura, quando già la crisi mondiale e la bolla immobiliare americana erano in piena evidenza; ma quegli errori sono ormai avvenuti e un loro voto contrario alla manovra che sarà nei prossimi giorni varata non avrebbe alcuna giustificazione plausibile per quanto riguarda tagli di spesa e prelievi, salvo discuterne le modalità sociali. Però c´è un però, che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha già messo in evidenza e che Tremonti farà bene a prendere molto sul serio e a non rinviarlo con la sua consueta e alquanto arrogante alzata di spalle. Il però è quello della crescita.
Bersani ha detto che senza crescita non si va da nessuna parte. L´hanno detto anche Barroso e il presidente della Banca centrale Europea, Trichet. Ne tenga dunque conto il nostro ministro-commissario.

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La crescita non può venire che da una ripresa della domanda di consumi e di investimenti. Gli strumenti sono lo sgravio fiscale e contributivo, l´accelerazione dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, un primo inizio di riforma fiscale che serva a finanziare queste misure di sostegno attraverso uno spostamento dell´onere dal reddito delle persone al valore delle cose, oltre alla lotta contro l´evasione fiscale (per cui nuovi condoni non rappresentano una propedeutica appropriata).

Tremonti incontrerà nei prossimi giorni le parti sociali per esporre i criteri della sua manovra e chiedere a quelle organizzazioni saggezza di comportamenti. Ma le vere prove che dovrà affrontare saranno quelle con l´opposizione parlamentare e con le aspettative dei mercati.
Il falso slogan berlusconiano della crisi che sarebbe da tempo alle nostre spalle non inganna e non incanta più nessuno. La crisi è ancora tutta davanti a noi e addirittura minaccia al cuore l´Europa, i fondi sovrani dei suoi Stati membri e la moneta comune.
Ci vuole perciò molto coraggio e molta coesione sociale e politica. Il presidente-ombra finora ha fatto solo danni. Il ministro-commissario può dare inizio ad una svolta che i fatti rendono necessaria, ma non avendo la bacchetta magica dovrà negoziare per il bene del paese e dell´Europa.

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Reggerà l´Europa? Ma quale tipo d´Europa?
L´Unione attuale è da almeno dieci anni in mezzo al guado. L´euro ha appunto dieci anni di vita e altrettanti ne ha la Banca centrale che emette la moneta comune, sia pure con qualche vistosa eccezione.
La Bce è la sola Banca centrale che non abbia alle sue spalle uno Stato, perché l´Unione non lo è. Ho scritto altre volte che una siffatta Banca centrale rappresenta un´anomalia che la rende più indipendente di tutte le altre dal potere politico ma nel contempo più fragile. È ormai chiaro che questa fase di transizione deve ormai finire.

Può finire in due modi: facendo rapidamente diventare l´Unione uno Stato, con un suo bilancio, una sua fiscalità, un Parlamento con candidature europee anziché nazionali, una sua politica estera, una difesa comune. Ci vorranno anni, ma i passi decisivi debbono esser fatti subito, quantomeno per quanto riguarda la fiscalità, il bilancio, il governo economico europeo, con le relative cessioni di sovranità.

L´altra strada è quella proposta dalla Germania: invece d´una cessione di sovranità dagli Stati all´Unione, una delega ai paesi più forti per governare l´economia e la finanza dell´intera Unione. Insomma un Direttorio dotato di ampi poteri.
Angela Merkel sottintende che i membri del Direttorio siano, oltre alla Germania, la Francia, l´Italia, l´Olanda, il Belgio, cioè i paesi fondatori, Gran Bretagna esclusa per via della moneta non comune. Ma, a parte i malcontenti di un assetto di questo genere, la proposta non nasconde la realtà: si tratta di un´egemonia tedesca sull´Europa, sia pure con un diritto di veto della Francia e gli altri a reggere la candela.

La Germania – è vero – possiede a sua volta un´arma deterrente potentissima: se non si raggiungesse un accordo che la soddisfi potrebbe decidere di uscire dall´euro e tornare al marco. Si assumerebbe la responsabilità – per la terza volta in un secolo – d´aver ucciso l´Europa e d´avere al tempo stesso suicidato se stessa.
Non crediamo che possa arrivare a tanto. Non crediamo che la sinistra tedesca, i liberaldemocratici, i verdi, l´industria, il sistema bancario, infine la gran parte dell´opinione pubblica tedesca possano accettare un doppio omicidio politico di questo genere.
Se il nordismo europeo varcasse questa soglia, veramente una nuova barbarie seppellirebbe l´intera civiltà occidentale e il nostro continente diventerebbe un arcipelago regionale gravido di contraddizioni tra deboli e debolissimi e non risparmierebbe nessuno, rafforzando soltanto le criminalità organizzate e consegnando un immenso mercato alle bocche voraci dei poteri forti mondiali.
Questi scenari apocalittici sono fuori dalle previsioni ma è opportuno siano tenuti presenti da quanti pensano che ci sia ancora tempo per occuparsi soltanto dell´utile proprio e della propria casta di appartenenza.
Quel tempo è finito. La crisi greca ha avuto almeno il pregio di mettere questa dura realtà sotto gli occhi di tutti. Non è così, onorevole ministro Giulio Tremonti?


  23 maggio 2010