
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 7 maggio 2010
I delinquenti e le vite degli altri
Lettere a Corrado Augias
su la Repubblica
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Gentile Corrado Augias, sere fa ho ascoltato Roberto Cota (presidente del Piemonte) parlare di un "uso abnorme delle intercettazioni telefoniche che ci portano a vivere in un sistema dove sembra di essere?". E fa riferimento al film tedesco sullo spionaggio della Stasi a Berlino Est, dal titolo "Le vite degli altri". Cota paragona l'uso delle intercettazioni come strumento di indagine nella lotta alla criminalità al sistema di spionaggio dei cittadini da parte di uno stato dittatoriale. "Tutti erano spiati e non si capiva il perché" dice l'onorevole. La Stasi perseguitava, umiliava, imprigionava, uccideva coloro i quali osavano pensare, parlare, informarsi, vivere, agire in un modo che era discorde con i dettami di regime e rappresentava dunque una minaccia alla conservazione dello stato delle cose; tutto ciò servendosi di comuni cittadini che diventavano le spie dei loro compagni di lavoro, di studio, di vita. A Cota sembra di vivere in questo sistema. Vorrei dire che non trovo accettabile che un uomo politico possa superficialmente servirsi di un tale confronto per impressionare il pubblico televisivo.
Chiara Tovaglieri chiaratova@virgilio.it
M i stupisce e mi dispiace che un uomo politico giovane, dall'aspetto dinamico, appena eletto presidente di una regione sviluppata e di vecchie tradizioni liberali come il Piemonte, ricorra al gergo della più decrepita politica; anzi di più, ai trucchi da fiera di paese dove certi dottor Dulcamara maneggiando fiale e alambicchi predicevano l'avvenire ed elargivano filtri. E tutto questo solo per rendere servizio alle ossessioni personali di chi teme le ombre del suo passato e deve vendicarsi della magistratura. Davvero non me lo sarei aspettato da uno come Cota. Consiglio dunque di investire euro 14,00 nell'acquisto di un libretto di 174 pagine dal titolo "C'era una volta l'intercettazione" scritto da Antonio Ingroia (Stampa alternativa). Ingroia, allievo di Paolo Borsellino, è procuratore antimafia a Palermo, una persona davanti alla quale Cota ed io e quanti ci leggono dovrebbero togliersi il cappello, uno di quelli che si battono in prima linea per difendere Cota e me e quanti ci leggono dalla criminalità. Scrive Ingroia che le intercettazioni sono un sistema efficace ed economico (!), indispensabile per contrastare un certo tipo di delitti. Scrive che le cifre di 'intercettati' messe in giro sono artefatte ed hanno appunto lo scopo di spaventare le vecchiette. Scrive che farne a meno sarebbe un colpo mortale per molte indagini «perché sono loro, i delinquenti, a non poter fare a meno di comunicare a distanza, spesso per telefono». Diverso il discorso sugli abusi delle intercettazioni ma temo che Cota queste cose le sappia benissimo.
Il difetto genetico della moneta unica
Lucio Caracciolo su la Repubblica
L´Europa dei van Rompuy, dei Barroso e delle baronesse Ashton non può permettersi l´euro. Alla prima seria crisi, il difetto genetico della "moneta unica" -
- è venuto a galla, con conseguenze potenzialmente devastanti: senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta. Il bluff può funzionare nelle giornate di sole, ma quando si scatena la tempesta non sappiamo più come proteggerci. La lezione di Atene, per chi vuole intenderla, è netta: o adeguiamo l´Europa all´euro, o rinunciamo all´euro.
Storia e cronaca dell´Unione europea lasciano intuire che sceglieremo una terza via. Rinviare, rinviare, rinviare. Fra un tampone finanziario e l´altro. Fino a che il morbo non si sarà talmente diffuso e radicato in tutti i paesi dell´Eurozona e probabilmente oltre, da renderlo incurabile. A quel punto la politica non potrà nulla, salvo preoccuparsi dell´ordine pubblico. Perché è evidente che il collasso del nostro sistema monetario, in un contesto recessivo e con una disoccupazione a due cifre, produrrebbe rivolte sociali e crisi politico-istituzionali di dimensioni imprevedibili.
L´europeismo classico di stampo federalista aveva scommesso sull´euro come pietra di paragone della sua strategia esoterica: procedere dall´economia alla moneta alla politica, in una paradossale riabilitazione delle teorie marxiste. Come se dal carbone e dall´acciaio, passando al mercato e poi alla moneta, potesse transustanziarsi lo Stato federale europeo. Senza che gli europei se ne accorgessero, perché in tal caso l´avrebbero impedito. Di qui la refrattarietà ad affrontare qualsiasi pubblico dibattito su fini e confini della costruzione europea, illustrata come un eterno work in progress. Ma un "progresso" senza mèta è un´avventura. Che con il tempo ha perso il suo lato fascinoso, eccitante, per dar luogo a una diffusa euronoia. Al limite dell´eurofobia. Clima ideale per i nemici dell´Europa e per chi alla democrazia liberale e alla società aperta antepone il richiamo delle piccole patrie, delle tecnocrazie autoritarie e dei razzismi.
Quest´ultimo aspetto è centrale nella vicenda dell´euro. Dalla gestazione della moneta europea nel contesto del dopo-Muro alla crisi in corso, il fattore etnico è stato e resta fondamentale. Le attuali recriminazioni dei paesi "virtuosi" (le virgolette sono d´obbligo) contro il lassismo (senza virgolette) del "Club Med" o dei "Pigs" ricorrevano, negli stessi esatti termini, durante gli anni Novanta, quando si trattava di stabilire chi fosse abilitato e chi no a entrare nella famiglia della "moneta unica". Al di là dei vaghi criteri di Maastricht, interpretati in base alle congiunture e ai rapporti di forza, la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, ma anche ai portoghesi, agli spagnoli e agli italiani non si può dare fiducia nel lungo periodo, perché vocazionalmente tendenti a sforare o mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali, precisi.
Poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario: i pregiudizi restano. E influenzano i nostri decisori politici quanto i mercati.
Un giorno usciremo da questa crisi economica e monetaria. Speriamo in condizioni non troppo disastrose. Ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft, che radicalizza le tesi schumpeteriane sul nesso fra "carattere nazionale" e politica monetaria. Se l´Europa non si fa, se l´euro traballa è perché nulla di condiviso e di duraturo si può costruire fra chi si considera geneticamente diverso.
7 maggio 2010
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