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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 aprile 2010


Com'è triste dover difendere la Resistenza
Claudio Magris sul
Corriere della Sera

Da anni, ormai, il 25 aprile siamo costretti a ripetere le stesse cose, a esprimere il fastidio di dover difendere, dinanzi a tante becere denigrazioni, la Resistenza quale fondamento e Dna della nostra Italia. Credevamo fosse una realtà tranquillamente acquisita dalla nostra storia. Una realtà da ricordare senza enfatiche celebrazioni, senza alcuna necessità di anacronistiche dichiarazioni antifasciste e senza astio nei confronti del fascismo stesso, fenomeno nefasto e doloroso che era stato doveroso combattere, che andava capito nelle cause che l'avevano generato.
Andava condannato nelle sue infamie (dalle violenze squadriste al regime liberticida, dalle leggi razziali all'irresponsabile entrata in guerra), ma anche non avremmo mai creduto di dover tornare indietro, a ribadire l'antifascismo. Riconoscere che la Resistenza è alla base della nostra vita civile non significa mitizzarla retoricamente, come è stato certo fatto in passato. Sapevamo benissimo che essa, da sola, non ci avrebbe certo liberato dalla Germania nazista, la quale da sola è stata a un soffio dal vincere il mondo intero, nonostante il peso dell'alleanza con l'Italia fascista, che spesso— nonostante il valore dei nostri soldati, che in Russia hanno salvato l'onore italiano — ha costretto i tedeschi a correre in nostro aiuto

Rispettavamo la buona fede di chi, in quel momento di caos, aveva creduto di dover restar fedele all'alleanza con la Germania, come un mio carissimo cugino, che ho ricordato tante volte, morto a 18 anni volontario nelle milizie di Salò. Non mi considero certo migliore di lui, anche perché già la mia età di allora (avevo 4 anni) mi avrebbe comunque impedito di commettere il suo errore — che resta un errore, perché, se la bandiera per la quale egli è morto avesse vinto, il mondo sarebbe divenuto Auschwitz. Sapevamo che la Resistenza comunista, quella più efficace e quella che ha pagato un alto prezzo di sangue, mirava a un altro totalitarismo, ma la caduta del fascismo, dovuta al sacrificio di uomini di fedi diverse, ha portato alla nostra democrazia, alle libertà di cui godiamo e che sono debitrici di quella buona battaglia. Conoscevamo gli imperdonabili crimini compiuti in nome della Resistenza e non solo nel triangolo emiliano; era fra l'altro facile conoscerli a Trieste, dove la liberazione dall'incubo nazista (con la sua Risiera, l'unico lager di sterminio istituito in Italia) aveva coinciso con l'incubo dell'occupazione titoista e delle sue violenze.

Ci illudevamo che quelle lacerazioni dell'Italia fossero alle nostre spalle, oltre il rogo ove non va ira nemica, proprio perché quei partigiani insorti nel Nord prima dell' arrivo degli Alleati avevano mostrato al mondo che l'Italia voleva essere libera, pronti a morire per questo, come ha ricordato l'altro giorno sul Corriere Corrado Stajano. E' questa tranquilla consapevolezza della Resistenza non quale trionfante oleografia gloriosa, bensì quale drammatica, contraddittoria e fondamentale pietra angolare della nostra Italia democratica che può permettere un'autentica e non ipocrita o strumentale conciliazione. Rendendo omaggio alla passione dei vinti di allora, Ferdinando Camon, in un articolo sul Piccolo, ha sottolineato— senza alcuna retorica né faziosità e grazie a questo umanissimo rispetto degli avversari di allora— che è la Resistenza il fondamento indiscutibile della nostra vita civile. Questa serena, pacifica acquisizione è ora lividamente contestata, come ha notato Sergio Romano sul Corriere, non tanto dagli avversari di ieri, quanto dai nuovi antipatrioti di oggi, parvenus dell'attuale regressione. Se la strumentalizzazione retorica della Resistenza nel dopoguerra era falsa e insopportabile, ora lo è— altrettanto e di più— non tanto la sua contestazione, quanto l'untuoso revisionismo col quale i politici oggi al potere cercano di falsificare la Resistenza per intaccare la Costituzione che è nata anche e soprattutto da essa. Proprio un ritocco dei punti ritoccabili della Costituzione, ossia un momento di necessari cambiamenti, esige quale premessa la forte coscienza di ciò che, nel mutamento, ha da restare intoccabile ossia di quei principi che senza la Resistenza non avrebbero potuto essere affermati. Se c'è una cosa che non vorremmo, è dover ripetere parole d'ordine antifasciste, che speravamo mai più necessarie. Ma è possibile che, a malincuore, dovremo farlo, così come è tristemente probabile che l'anno prossimo, nella ricorrenza dei centocinquant'anni di storia d'Italia, i livori degli aggressivi campanilismi ci costringeranno a ripetere gli elogi di Garibaldi e di Cavour.
Nel suo articolo sul Corriere inoppugnabilmente equanime e obiettivo, Sergio Romano ci raccomanda di tenerci stretto il 25 Aprile. È giustissimo, ma è anche triste doverlo fare, perché preferiremmo non dover fare tanta attenzione ai borsaioli che ce lo vogliono portar via.


Il cavaliere sfregiato
Aldo Schiavone su
la Repubblica

A meno di nuovi colpi di scena – comunque possibili, perché queste vicende così cariche di umori sono sempre imprevedibili nel breve periodo – lo scontro tra Fini e Berlusconi sembra ora spostarsi sul piano di una lunga e difficile guerra di posizione.
Adesso, dopo uno scambio di inaudita violenza, i due contendenti sembrano aver fatto entrambi un passo indietro: ma nulla lascia pensare che si tratti di una tregua; piuttosto di un disimpegno tattico, per poter manovrare meglio, e guadagnare linee più vantaggiose. E intanto, ipnotizzati dallo spettacolo, sono in troppi a dimenticare che se la politica si riduce solo a questo tipo di contese, siamo tutti perduti, veramente; e che mentre si svolge la non proprio titanica lotta, il Paese a rischio, e stiamo tutti cominciando ad affondare. Ma qui dovrebbe cominciare un altro discorso.
È evidente che il Presidente del Consiglio ha subito in questi giorni un duro colpo d´immagine – tanto più grave per lui, che d´immagine vive. Egli ha ora bisogno innanzitutto di recuperare ruolo e statura – la "maestà" della funzione e del carisma costruiti mediaticamente intorno alla sua persona – così gravemente sminuiti e sfregiati dal discorso e dai gesti di Fini. Ha già iniziato a farlo ricordando l´anniversario della Liberazione con parole per lui inconsuete, e cercando di nuovo un dialogo con l´opposizione. Gli anni che lo aspettano saranno per lui tutti in salita: e sarà ben difficile – se ne sta convincendo anche il leader dell´opposizione – che il suo orizzonte possa ancora coincidere con la fine fisiologica della legislatura.
Berlusconi era in difficoltà, a dire il vero, già da prima. Non era uscito bene dalle elezioni, malgrado il risultato del Lazio debba essere considerato un suo successo personale. I veri vincitori vanno cercati altrove: Bossi, naturalmente, e insieme, il silenzioso ed enigmatico Tremonti, che sta portando un pezzo importante del Pdl del Nord a una confluenza di fatto con la Lega, lungo un asse che prefigura la nascita di un blocco culturale e sociale, prima ancora che politico, quale da anni non si vedeva in Italia. Un esito che non confligge con l´idea sempre più "bavarese" di Bossi: fare del controllo completo del Nord il perno di un´Italia minore, arroccata, divisa e sotto l´ala protettrice della Chiesa.
È ben possibile che il presidente del Consiglio sia più o meno consapevole di tutto ciò, e che, in fondo, non gliene importi più di tanto. L´impressione è che egli – in certo senso – abbia rinunciato ormai a far politica, se con questa si intende il tentativo di imporre al Paese una visione, un disegno, una strategia, e di realizzare obiettivi di carattere generale. Ci ha provato, nell´esordio della sua carriera, e in qualche modo c´è persino riuscito. Ma è da tempo ormai che non ha più nulla da proporre, se non la statua vivente di se stesso e del suo passato, l´icona delle emozioni che aveva saputo una volta suscitare, e che sopravvivono nello stato mentale di una parte rilevante di italiani (ci sarebbe da capire perché). Non ha più nemmeno da difendere il suo partito (dice ormai, non a caso, il suo "popolo"). E questa rinuncia è – credo – il suo modo, più o meno consapevole, di accettare realisticamente il proprio declino, e di preparare, nonostante tutto, il lieto fine della sua incredibile storia: l´ascesa al Quirinale – l´unica cosa che gli stia ormai veramente a cuore. Che in queste condizioni – al di là di molte altre ragioni – sia ben difficile avviare con lui una stagione di riforme mi sembra il minimo che si possa pensare: credo che Bersani su questo abbia perfettamente ragione.
Per Fini, invece, la partita è appena iniziata. Egli sì, che ha un´ispirazione e un progetto: dare finalmente all´Italia quello che egli stesso ha chiamato una destra "moderna". Per riuscirvi, ha bisogno di numeri e di idee. I primi, per ora non sembra averli, ma può conquistarli, se gli si lasciano tempo e mezzi sufficienti, e se saprà muoversi bene. Il suo bacino potenziale è assai più ampio di quanto le cifre risicate di questi giorni lascino supporre. Quanto alle idee, vedremo: il lealismo costituzionale e la difesa dei diritti sono una buona base di partenza, ma non bastano. Bisogna mettere in campo una strategia economica, una cultura politica, una proposta complessiva sul sistema-Italia. È giusto che la sinistra segua con interesse e attenzione il suo tentativo: ma, per carità, eviti gli abbracci. Fini deve rimanere, con assoluta chiarezza, una controparte, un avversario. Finalmente, "normale", al di fuori dell´eterno eccezionalismo della nostra ormai troppo lunga transizione. Ma pur sempre il protagonista di un altro schieramento.


Se Berlino pensa in marchi
Lucio Caracciolo su
la Repubblica

Nel settembre del 1994 Wolfgang Schaeuble, all´epoca capo dei deputati della Cdu-Csu al Bundestag, lanciava insieme al collega Karl Lamers la provocazione dell´Euronucleo (Kerneuropa).
Il cuore economico e strategico del continente – Germania, Francia e Benelux – si sarebbe dovuto dotare di una propria moneta, il futuro euro, per impedire che l´impresa comunitaria slittasse nel giro di due-quattro anni verso «una formazione più debole, limitata essenzialmente ad alcuni aspetti economici e composta da diversi sottogruppi». Sedici anni dopo, la profezia di Schaeuble è realtà. Non nella sua parte positiva – l´Euronucleo – ma in quella negativa. L´Unione Europea dei 27, di cui 16 associati in Eurolandia, è creatura elefantiaca e cagionevole, inesistente sulla scena globale e talmente frammentata da scuotere le basi stesse dell´euro.
Ieri Schaeuble, nel frattempo assurto a ministro delle Finanze, ha ricordato che il suo governo potrebbe negare ogni credito alla Grecia, squassata dalla crisi finanziaria e dalle rivolte sociali. Con ciò echeggiando recenti avvertimenti della cancelliera Angela Merkel – «come misura estrema si deve pensare alla possibilità di escludere un paese inadempiente dall´unione monetaria europea» – e soprattutto il sentimento dilagante nell´opinione pubblica tedesca.
Già al momento del suo lancio, almeno due tedeschi su tre dichiaravano di preferire all´euro il caro vecchio marco. Questo scetticismo nei confronti della moneta europea non è mai stato riassorbito. Il quasi fallimento greco sta così eccitando profonde fobìe, accentuate dalla recessione. Su tutto, il timore di dover pagare per gli altri. I tedeschi non vogliono diventare il bancomat d´Europa, cui paesi in difficoltà possano attingere in caso di necessità. Oggi i greci, domani forse i portoghesi, gli spagnoli, noi stessi. Insomma i famigerati "Pigs" ("maiali"), i "beduini", i "fannulloni del Club Med" contro cui già negli anni Novanta si scagliava l´ortodossia tedesca o olandese.
Quando fanno di conto, molti tedeschi pensano tuttora in marchi. Non necessariamente i più anziani, quelli che hanno vissuto per quarantun anni (1948-1999) nel mito della Deutsche Mark. Molto più di una moneta, il marco era simbolo di benessere, garanzia che gli orrori dell´iperinflazione degli anni Venti, da cui scaturì Hitler, non si sarebbero mai più ripetuti. Già l´idea di concederlo alla pari ai "fratelli separati" dell´Est, nel luglio 1990, per emanciparli dal loro marco di latta, non andava giù ai tedeschi dell´Ovest. Ma alla fine, il sacrificio fu accettato in nome della solidarietà nazionale.
Quando poi Mitterrand avvertì Kohl che il prezzo del sì francese ed europeo alla "Grande Germania" era la cessione del marco e della Bundesbank, da trasformare in moneta e Banca centrale europea, a disarmare i molti scettici fu l´argomento europeista. Le élite della nuova repubblica di Berlino volevano dimostrare, in ossequio al geopoliticamente corretto, che l´obiettivo dell´unità tedesca era una Germania europea e non un´Europa tedesca. Sempre però con il retropensiero che l´euro dovesse comportarsi da marco, la Bce da Bundesbank. Di qui l´apparente rigore dei "criteri" di Maastricht e la scelta di Francoforte come sede della Bce, con cui Kohl volle rassicurare la sua gente circa il cuore germanico della nuova valuta.
Necessità geopolitiche ed economiche hanno poi allargato la zona dell´euro ben oltre i limiti dell´area più o meno ottimale tratteggiata nel 1994 da Schaeuble e Lamers. Senza che alla diffusione della valuta corrispondesse in alcun modo il rafforzamento dell´unità politica europea.

La crisi greca conferma che in Europa ciascuno pensa per sé. Com´è ovvio che sia, finché i responsabili politici rispondono al proprio elettorato e non a un´inesistente constituency europea. Vale per la Germania come per chiunque altro. Ma essendo Berlino il cardine dell´ordine economico e monetario continentale, il suo atteggiamento minaccia di rovesciare la barca comune. Come stupirsi se nella cacofonia europea i mercati daranno per scontato il default di Atene?

la Germania è stufa di sacrifici in nome di partner europei inaffidabili. Sarà unilaterale e miope, ma è l´umore prevalente dal Reno all´Oder-Neisse. Lo Schaeuble di oggi è lo stesso di sedici anni fa.
Sicché mentre il premier greco Papandreou evoca da Kastellòrizo "una nuova Odissea per l´ellenismo", senza con ciò domare una piazza esasperata e poco disponibile ad attribuirgli le virtù di Ulisse, a Berlino riaffiora la tentazione dell´Euronucleo. Una moneta per l´area di influenza economica tedesca. Non più solo Francia e Benelux, ma anche Austria e qualche Stato centro-europeo o baltico. Punto.
Non sappiamo quanto realistica sia tale prospettiva. Sappiamo però che costerebbe lacrime e sangue a tutti noi europei. Italiani e altri "maiali" in testa – ma tedeschi non esclusi.


  26 aprile 2010