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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 25 febbraio 2010


Ribellarsi allo scandalo
Roberto Saviano su
la Repubblica

I giudici dicono che la ´ndrangheta è entrata in Parlamento. E´ un´affermazione terribile: proviamo a fermarci un momento e cerchiamo di capire cosa vuol dire. Significa che il potere mafioso ha messo piede direttamente nel luogo più importante, delicato dello Stato: quello dove il popolo si fa sovrano, dove la democrazia si realizza. E´ questa la vera emergenza di cui dovremmo discutere. E´ come un terremoto, una valanga, solo che la colpa non è del fato: non è stata una calamità. Sapevamo tutto. La criminalità organizzata prima crea zone dove il diritto non entra, poi si espande, pervade l´economia, si appropria del Paese, e infine entra lei stessa nello Stato. Ci sono anni di inchieste, prove raccolte, fiumi di denaro che testimoniano l´immenso potere delle mafie d´Italia. Prima le cosche siciliane, poi le calabresi e campane hanno tolto al sud ogni possibilità di sviluppo e avvelenano l´intera economia. 
Ma la vera emergenza non è questa. L´emergenza è che tutto questo passi come l´ennesimo scandalo silenzioso, al quale siamo rassegnati. L´emergenza è che tutto ciò non faccia sentire nel cuore, nello stomaco, nella mente di ogni italiano (qualsiasi sia il suo credo e la sua posizione politica) un´indignazione che lo porti a ribellarsi, a dire: "Ora basta".


Aggiornamenti
Jena su
La Stampa

Mao Tse Tung corretto e aggiornato: «La corruzione non è un pranzo di gala, non è un festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La corruzione è un atto di violenza, è l'azione implacabile di una classe che abbatte il potere di un'altra classe».



Tre dirigenti Google condannati 
protesta dell'ambasciata Usa
Luca Salvioli su
il Sole24Ore

Tre dirigenti di Google condannati per violazione della privacy a sei mesi di reclusione. Nessuna condanna per diffamazione. La sentenza del Tribunale di Milano si riferisce a un filmato pubblicato su Google video (un servizio poi integrato con YouTube, acquisito da Mountain View) nel 2006. Un minore affetto dalla sindrome di down veniva insultato e picchiato da quattro compagni di scuola dell'istituto tecnico Steiner di Torino, già condannati a un anno di messa in prova presso l'associazione cui è iscritta la vittima. Il ragazzo aggredito, invece, ha ritirato la costituzione a parte civile dopo un risarcimento. 

Oggi si è concluso il primo grado e i legali dei dirigenti Google hanno già annunciato l'appello. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra novanta giorni. E' il primo procedimento penale a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web: la sentenza era attesa e annunciata dai giornali di tutto il mondo. Il giudice Oscar Magi, lo stesso del caso Abu Omar, ha condannato David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia e ora senior vice president, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google.
….
Google, in una nota, scrive: «Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza». ll video venne girato nel maggio 2006, caricato su Google Video l'8 settembre e rimosso il 7 novembre. Google fa riferimento alla direttiva comunitaria sul commercio elettronico, ma il giudice ha contestato all'azienda il mancato controllo della pubblicazione del video portando a una «violazione della normativa italiana sulla privacy. Le sanzioni sono a carico dei titolari del trattamento dei dati, e dunque, in questo caso, Google» spiega Laura Turini, avvocato esperto di diritto industriale e della rete. L'azienda avrebbe dovuto chiedere l'interpello al Garante e, prima dell'upload del filmato, essere in possesso dell'informativa privacy.

Sulla sentenza è intervenuta anche l'ambasciata americana. «Siamo negativamente colpiti dalla decisione - ha detto, in una nota, l'ambasciatore americano a Roma, David Thorne, - non siamo d'accordo sul fatto che la responsabilità… preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli Internet service provider». Secondo l'ambasciatore la sentenza rischia di mettere a repentaglio la libertà di internet, ricordando che «il segretario di stato Hillary Clinton lo scorso 21 gennaio ha affermato con chiarezza che Internet libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato nelle società libere. In tutte le nazioni è necessario prestare grande attenzione agli abusi; tuttavia, eventuale materiale offensivo non deve diventare una scusa per violare questo diritto fondamentale».

Google avrebbe dovuto interpellare il Garante (di Alessandro Galimberti) 
Per i provider internet, uno scenario complicato (di Luca De Biase) 
I legali di Google: faremo appello 
Google nel mirino della Ue, antitrust apre indagine 
Stop al Grande Fratello su YouTube


La libertà e l'anarchia
La condanna di Google
Vittorio Sabadin su
La Stampa

Dal punto di vista di Google, l'aspetto più preoccupante della sentenza di Milano è che ogni video dovrà subire un controllo prima di essere messo online su YouTube. Poiché ogni minuto che passa circa 20 ore di nuovi filmati vengono caricati nel mondo, la decisione del tribunale mette i brividi. Un lettore del Guardian, in uno dei tanti blog subito aperti sull'argomento dai giornali europei ed americani, ha provato a fare i conti: pagando gli addetti alle revisioni anche solo 5 dollari l'ora, il costo annuo del controllo preventivo dei filmati supererebbe gli 80 milioni di dollari. 

Dietro agli appelli per la doverosa difesa della libertà del web i dirigenti di Google cercano di mascherare una realtà meno nitida, che vede il principale motore di ricerca sotto attacco su vari fronti. L'editore Rupert Murdoch lo accusa di cannibalismo perché rende disponibili gratuitamente i contenuti pubblicati dai giornali; l'Unione Europea ha aperto una indagine per posizione dominante; gli autori di libri sono preoccupatissimi per il progetto di mettere online le loro opere, e gli utenti di Buzz (l'alternativa a Facebook) hanno scoperto con orrore che Google li conosce già a fondo e custodisce la lista completa dei loro amici.

La sentenza di Milano non mette in pericolo la libertà di Internet, ma si limita a cercare di porre un confine tra la libertà e l'anarchia, ricordandoci che il potere richiede responsabilità e rispetto dei diritti degli altri. Chiunque abbia un proprio website o possa accedere ad un service è in grado di mettere online un video, ma è individualmente responsabile di quello che fa. Google pretende di non esserlo, poiché afferma di non poter controllare tutto. Il suo obiettivo è cercare di fare valere in ogni parte del mondo le leggi della California, cosa che ai giudici europei ovviamente non piace. Se Google cerca di trarre profitto da YouTube, ha sentenziato il magistrato milanese, si assume anche degli obblighi e non può agire al di fuori delle leggi italiane. E questa volta non può nemmeno fare finta di non sapere: il video incriminato è rimasto infatti online per due mesi, ed è stato tra i più visti nella sezione «Video divertenti».

In gioco non sono i principi di libertà, che vanno sempre salvaguardati. Come ha detto Hillary Clinton, «Internet libero è un diritto umano inalienabile e va tutelato». Pretendere di censurare il web per evitare violazioni è come illudersi di trovare un modo per non fare commettere più reati, è impossibile. L'importante è che ci siano sistemi di controllo che intervengono quando un reato viene commesso, e che i colpevoli vengano identificati e puniti. 

Ma Google, YouTube, Yahoo! e altri grandi operatori del web hanno sempre pensato di essere intoccabili semplicemente perché non sapevano che cosa c'era nei loro server. La sentenza di Milano ha stabilito che questa scusa non è più accettabile quando si trae profitto dalla grande quantità di contenuti messi a disposizione spesso senza il minimo rispetto per i diritti di copyright, per la tutela della privacy e della decenza. Occorre dunque esercitare un controllo rimuovendo con rapidità quello che va rimosso. Anche se fa male al business. 


  25 febbraio 2010