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sulla stampa a cura di Fr.I. - 7 dicembre 2009 La nuova guerra mondiale Barbara Spinelli su La Stampa Gli scienziati più preveggenti, quando descrivono l'evoluzione possibile dello sconquasso climatico, parlano di guerra. Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua, combustibili, metalli scarseggianti. E poi una guerra più enorme, mai vista, nella quale siamo già immersi come responsabili e vittime. Una guerra che impone revisioni radicali: nel modo in cui viviamo, pensiamo, diciamo; nell'idea che ci facciamo della democrazia, dell'economia. Michel Serres, il filosofo francese che insegna a Stanford, parla di guerra mondiale, un termine apparentemente noto ma che per lui significa tutt'altro: questa volta il conflitto è mondiale perché ha per protagonisti l'umanità e il nostro pianeta, il mondo. Un conflitto anomalo, non tra Stati. L'immagine evocata da Serres è quella dei due uomini di Goya che lottano fino allo stremo.
Inutile domandarsi chi avrà la meglio, nel mortale accapigliamento. I volti striati di sangue, i duellanti hanno i piedi conficcati nelle sabbie mobili. Non ci sono vincitori, se non le sabbie mobili che inghiottiranno l'uno e l'altro indistintamente. Il vertice sul clima che comincia domani a Copenhagen è un consiglio di guerra che ha questa pintura negra, sullo sfondo. Forse il primo consiglio, perché al vertice di Kyoto nel '97 erano ancora molti i riluttanti, tra cui i primi avvelenatori che sono America e Cina. Quella fase è superata. Anche oggi entriamo in un'epoca dove l'inazione produce conseguenze, battaglie regressive esiziali: come il divieto svizzero di costruire minareti, il muro tra Stati Uniti e Messico, la cortina che i soldati indiani presidiano lungo il Bangladesh, per evitare che popolazioni minacciate dal clima riparino negli slum di Calcutta, Delhi, Mumbai. Ripensare la democrazia e perfino i tempi moderni, con i loro dosaggi di necessità e libertà, è ineluttabile. Perché grande è la tentazione di dire: nell'emergenza ricorreremo all'autoritarismo. Perché una parte della popolazione mondiale patisce l'inquinamento dei ricchi, e si sentirà legittimata a esigere non solo aiuto ma accoglienza. Già ora, ci sono terre che cominciano a sprofondare nei mari: il Bangladesh, le Maldive. Nel Pacifico, le isole di Tuvalu scompariranno entro il 2040. Nel 2002, il premier Talake annunciò che avrebbe portato gli Usa davanti alla Corte internazionale di giustizia, per emissione spropositata di gas serra. Sono tante, le paure. Paura di perdere un modo di vita, e il diritto del singolo di produrre e consumare quanto desidera. Paura di rinunciare alla massima libertà moderna la tutela delle condotte private dallo Stato in nome di nuovi limiti e obblighi che solo l'autoritario pugno statale sembra poter inculcare. Infine: paura di immensi spaesamenti, di esser sommersi da un'umanità espiantata e dislocata dallo squasso terrestre. Sono paure comprensibili. Tra gli effetti più funesti del dissesto climatico ci sono infatti gli esodi immani. Fin d'ora il popolo del Bangladesh (160 milioni) fugge terre inondate o non più coltivabili perché salate. Se il mare dovesse alzarsi d'un metro, perché si sciolgono i ghiacci sull'Himalaya e in Groenlandia, un terzo del Paese s'inabisserebbe e i rifugiati sarebbero 40 milioni, dice la Banca Mondiale. Già oggi migliaia di africani scappano da deserti dilatati. Gli scienziati danno cifre impressionanti. Se temperatura e mari superano certe soglie, i fuoriusciti saranno miliardi. La piaga degli esuli ambientali è scritta nel nostro futuro e non la cureremo erigendo muri e distruggendo la globalizzazione, ma approfondendola. Sono i rifugiati climatici, e non hanno lo statuto dato ai profughi politici nel '900. Alieni, non hanno diritti e questo è imprevidenza oltre che scandalo. Sono apolidi di un nuovo tipo, inascoltabili perché non i dittatori li perseguitano ma la natura. Lo scandalo è attutito solo se lo si governa: con apposite agenzie Onu, con convenzioni sui rifugiati estese agli esuli climatici. L'alternativa è un pianeta urlante di tumulti e risentimento. La paura secerne anche chiusura smagata, cuore indurito: la frana dell'altro non mi riguarda, separarmene mi salverà. Nessuno però scampa se si prosciuga il lago del Ciad (di cui vivono 20 milioni di persone), o se sono inondati i grandi delta del Gange, del Nilo, del Mekong. La paura di Jonas è fertile: «Bisogna appropriarsi della paura trasformandola nel dovere di agire. La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione». Al disastro non siamo preparati, e questo ci rende così ignari della democrazia: delle sue fragilità, e delle sue virtù. Solo la democrazia educa tramite l'informazione indipendente, e solo un cittadino informato è responsabile. Solo in democrazia le catastrofi non sfociano in selezioni etniche o sociali. Non è più democrazia, quando l'America trascura New Orleans colpita da Katrina perché abitata da afro-americani. Non è democratica l'Europa centrale che nelle alluvioni sacrifica impassibilmente i concittadini Rom. È pensare il futuro, il compito. Lo dice Machiavelli nel Principe, che sopravvivono solo le civiltà che prevedono discosto, lontano, come i Romani antichi: «Li quali, non solamente hanno ad avere riguardo alli scandali presenti, ma a' futuri, et a quelli con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare; ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile».
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