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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26-27 ottobre 2009


Le parole per battere la mafia
L'intervento agli stati generali di Libera: è il momento di dire quello che conosciamo
Barbara Spinelli su
La Stampa

Da anni ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato, la mafia: in particolare sulla lunga storia di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri occulti che mediano fra due potenze facendone entità paragonabili.

Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di farci domande. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre 1974 a proposito delle trame eversive italiane, che in realtà: noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se non abbiamo tutte le prove e gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, prolungandosi fino al 2004. Sappiamo che viviamo ancor oggi - con le leggi che ostacolano la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale che premia l'evasione - sotto l'ombra di un patto. Sappiamo il sangue che mafia, camorra, 'ndrangheta hanno versato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città: sacco che continua. Sappiamo che l'Italia si va sgretolando davanti a noi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi l'abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare la malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze - anche quelle che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione - per conoscere le responsabilità di politici che, per aver conquistato e mantenuto il potere grazie alla malavita, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.

Tutte queste cose, come avviene nei paesi che vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di denunciare, di testimoniare, e non solo di testimoniare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un'Italia diversa: tra i primi l'associazione Libera, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori della guerra russa contro i ceceni.

Sono i medici dell'Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo:

Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo alla complicità, al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all'umiltà, all'umirtà. La vera umiltà consiste nell'infrangere il segreto, nel far letteralmente parlare le pietre e il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che esso vien conosciuto e la guarigione può iniziare. Per questo l'informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un'opinione pubblica indifferente, ma, prima di esser aiutata a divenire civica, essa deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti. I medici di cui ho parlato - medici dell'Italia e delle sue parole e della sua natura malate - combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre oscuri patti fra Stato e mafia, lascia senza protezione le loro vittime. I medici danno alle cose un nome, e su questa base agiscono. 

C'è un modo di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c'è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, don Giuseppe Puglisi, don Giuseppe Diana e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando fu invasa da Hitler e dall'esilio londinese disse: la Francia non coincide con la geografia; quel che rappresento è «una certa idea della Francia», che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide di entrare in resistenza e sperare in un mutamento.

La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch'essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s'alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l'abitare che diventa aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato dalle mafie. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è dalla debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe bisogno di sperare: «Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza».

Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: una cultura della legalità, una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo decentemente. Per ora abbiamo una certa idea dell'Italia, della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e l'agire diventa non solo necessario ma possibile. Anche questo Paolo lo spiega bene, quando elenca le tappe della speranza. Prima viene l'afflizione, la conoscenza del dolore. L'afflizione produce la pazienza, e questa a sua volta la virtù provata. È sul suolo della virtù provata che nasce la speranza, e a questo punto la prospettiva cambia. A questo punto sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la prova dell'azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l'insperato, l'anticipazione attiva - già qui, ora - di un futuro possibile. Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa non dimenticabile: «Se essi sono morti (parlava di Falcone, Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell'ingiustizia; non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa». Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza.


Il nuovo «nemico» di Berlusconi
Elysa Fazzino su
il Sole24Ore

I più attenti e tempestivi sono i siti dei media spagnoli e francesi: la notizia che Pier Luigi Bersani è il nuovo leader del Partito democratico è subito rilanciata sulle homepage delle edizioni online di giornali come El Mundo, El Pais, Le Monde, Le Figaro. 

Bersani è «il nuovo nemico di Berlusconi», titola lo spagnolo El Mundo, mettendo in evidenza che ha vinto le primarie con la maggioranza assoluta e un'alta partecipazione. Ma l'elezione di Bersani «scatena una nuova crisi nella tribolata opposizione» di centrosinistra. «Il primo effetto della vittoria di Bersani non sembra lusinghiero», scrive la corrispondente Irene Velasco: nel Pd in «piena crisi ideologica» e in preda a battaglie interne, secondo El Mundo, «tutto indica che la sua elezione scatenerà uno scisma che finirà con una dolorosa scissione». Bersani è un ex comunista, non ha problemi a dichiararsi di sinistra e il settore centrista democristiano del Pd si è messo di traverso. Già si dà per scontato che Francesco Rutelli abbandonerà la barca. 

Per El Pais è una «missione impossibile» quella che attende «l'ex comunista Bersani, nuovo leader della sinistra italiana»: deve cercare di «dare unità e forza alle sue fila poco omogenee di fronte a Silvio Berlusconi». L'alta partecipazione – osserva Miguel Mora - torna a far respirare gli organizzatori del Pd, «almeno per un giorno»: «Se uno degli obiettivi dichiarati era di mobilitare e risvegliare l'elettorato, sembra ci siano riusciti». Il problema ora è che cosa faranno i cattolici del partito: se il Pd comincia a perdere fiato, le primarie che Bersani ha definito come un nuovo principio potrebbero rivelarsi solo una partenza a vuoto.

Il quotidiano francese Le Monde sottolinea che il «nuovo capo della sinistra italiana» avrà sul tavolo la questione morale, «che mina il partito» e il problema della linea politica, soprattutto sulle questioni sociali. «Il voto secondo coscienza accordato agli eletti – nota Philippe Ridet - maschera spesso un'incapacità di decidere tra i laici venuti dal Pci e i cattolici eredi della defunta Democrazia cristiana». In positivo, il Partito democratico «ha dimostrato la sua vitalità e la sua capacità di mobilitazione nonostante l'onnipresenza mediatica del Cavaliere». Criticato per la sua «mollezza» e la sua «ambiguità», e anche se ha conosciuto solo sconfitte, «il Pd resta un'offerta politica attraente».

Le Figaro mette sulla prima pagina del sito web il titolo: «Italia; nuovo capo per il Partito democratico». Circa 3 milioni di elettori e simpatizzanti – si legge nel servizio Afp - hanno scelto Bersani, «uomo d'apparato ed ex ministro», come nuovo capo nella speranza che rimetta in ordine di battaglia il centrosinistra di fronte a Berlusconi. Il voto – continua - «non sembra avere sofferto per le dimissioni, sabato, di Piero Marrazzo», governatore del Lazio, immischiato in una faccenda di condotta morale. 

Le primarie del Pd hanno finora meno eco sui siti dei media anglosassoni. «L'opposizione italiana elegge ex ministro come leader», titola sul web il New York Times, che pubblica un servizio Reuters. Sul voto rischiava di pesare l'ombra della vicenda Marrazzo, ma «lo scandalo non ha scalfito l'impegno degli elettori e la partecipazione è stata più alta del previsto».

Il britannico Guardian ieri aveva il titolo: «L'opposizione italiana vota per leader, in mezzo a scandalo». La vicenda di Marrazzo è stata «l'ultimo colpo per un partito che resta dietro a Berlusconi nei sondaggi», osservava John Hooper. Il vincitore avrà «il non invidiabile compito» di cercare di spodestare Berlusconi.


Ha vinto di nuovo D'Alema
Pierpaolo Farina su
Orgoglio democratico

Alla fine Pierluigi Bersani ha vinto. O meglio, in realtà si dovrebbe dire che ha vinto Massimo D'Alema. Perchè, infatti, ancora una volta l'endorsement della persona più amata/odiata del centro-sinistra è stata determinante nel successo del candidato.

Già 20 anni fa D'Alema fu determinante nella Svolta della Bolognina, appoggiando l'allora Segretario Achille Occhetto: sebbene i due avessero due visioni politiche e due caratteri completamente opposti (freddo e glaciale il primo, neo-romantico e passionale il secondo), hanno convissuto finchè D'Alema ha cominciato a cucinarsi Occhetto e si è ripreso il partito, sconfiggendo nel congresso del 1994 l'allora delfino del segretario Walter Veltroni.

Poi, quando si è trattato di scegliere il candidato premier per le politiche del 1996, si è schierato con Prodi contro il parere di tutto il partito, salvo cucinarselo per due anni alla stessa maniera di Occhetto con la Bicamerale; caduto Prodi, lo ha sostituito alla guida del governo e, dopo aver dato il proprio endorsement a Veltroni come successore, l'ex-segretario del PD veniva confermato con il 95% dei consensi (tendenza che verrà riconfermata fino alle dimissioni di D'Alema da Presidente del Consiglio).

Sebbene fosse co-responsabile del disastro del 2001, alle dimissioni di Veltroni per andare a fare il sindaco di Roma, D'Alema invocò il cambiamento e diede l'endorsement a Fassino (già sconfitto come vice di Rutelli alle politiche), che infatti raggiunse il 70% dei consensi, contro il 30% di Giovanni Berlinguer, sostenuto dal cosiddetto "Correntone" e dal segretario uscente.

Quando poi nel 2006 il Correntone chiedeva la testa di Fassino e il segretario dei DS sembrava prossimo alla fine, bastarono le parole di D'Alema "Sul Partito Democratico sto con Fassino", perchè il 75% del partito votasse compatto per la mozione del segretario nel Congresso dell'Aprile 2007. Per altro, i due siglarono un patto "anti-veltroni" e spinsero per un coordinatore nazionale (e non un segretario) che tenesse il sindaco di Roma lontano dalla disputa almeno fino alla scadenza naturale della legislatura.

L'invicibile Armada dalemiana dovette però fare retromarcia, non appena il suo leader fu colpito dallo scandalo Unipol-Bnl: D'Alema corse subito a Ballarò a consegnare su un piatto d'argento il nascituro partito al suo odiato nemico che infatti alle primarie del 14 ottobre vinse con il 75%. E dire che qualche mese prima aveva giurato: "Veltroni leader del PD? Non finchè io vivo". Infatti è stato di parola.

Finchè Massimo aveva un lavoro "che gli piaceva", il successo di Veltroni sembrava inarrestabile: non appena il Segretario ha "osato troppo" e si è messo a fare di testa sua, dando l'escamotage a Mastella per far cadere il governo Prodi, subito dopo la prevedibile sconfitta elettorale è iniziato il solito rito della Mantide Dalemiana: il logoramento del Segretario.

Difatti da quel momento in poi le faide interne logoreranno non solo l'immagine di Veltroni, ma anche del partito, che non riuscirà a vincere più nulla, finchè all'ennesima sconfitta elettorale (quella di Soru in Sardegna), Veltroni si è dimesso, cucinato come erano stati cucinati in passato Occhetto e Prodi.

Oggi vince Bersani, candidato annunciato da D'Alema fin dal giorno delle dimissioni di Veltroni: Franceschini, l'utile idiota, è servito come tappabuchi e a nulla sono valsi i suoi ipocriti tentativi di fare l'anti-berlusconiano quando da vice-segretario con Berlusconi ci civettava.

Ora Bersani dovrà dimostrare di saper fare due cose: evitare di essere etero-diretto dal suo sponsor e mettere in campo un'alternativa credibile a Berlusconi. E per farlo, bisogna anzitutto risolvere la Questione Morale.

Perchè delle due l'una: o si vince per navigare o si vince per galleggiare. Berlusconi galleggia, il PD cosa vuole continuare a fare?


Pier Luigi rivoluzione dolce
Fabio Martini su
La Stampa


La storia di Pier Luigi Bersani è iniziata con un odore, l'odore insistente dei macchinari tessili, dell'olio di lavorazione e del cotone grezzo.

Sono le 15,28 quando il nuovo segretario del Pd entra dentro il capannone della Fornitura tessile Villanti alle porte di Prato. Faticosamente Bersani si fa strada tra operai, artigiani, ingegneri, cassintegrati che vorrebbero stringergli la mano. Ha voluto iniziare da qui, da Prato, uno degli epicentri della crisi italiana, piuttosto che da qualche cimitero, dove far simbolico omaggio a qualche padre spirituale del centrosinistra. E dalle prime mosse si è capito che la musica è cambiata. I cameraman e i giornalisti spingono, chiedono, pressano, lui è disponibile con tutti, poi ad un certo punto tra sé e sé mormora: «Dio bono, ma mi lasciano parlare con la gente?». Altri dieci minuti di spintoni e sudore fra telai e orditoi e finalmente spunta un microfono. Bersani inizia, molti non lo vedono e allora lui afferra una sedia, ci sale sopra e - come Lenin alle acciaierie - fa da lì il suo saluto: «Ho pensato: dove li porto in giro questi 3 milioni di cittadini delle Primarie? Li ho portati qui, dagli artigiani, perché vorrei provare a buttar giù un muro, quello che impedisce di sapere che ci sono milioni di persone, lavoratori, piccoli imprenditori e famiglie che in queste settimane hanno paura!». E gli artigiani applaudono, sembrano apprezzare quell'uomo in piedi sulla sedia, nel suo gessato grigio ferro e con quelle scarpe nere con la punta stretta.

Applaudono i passaggi nei quali Bersani parla un linguaggio diretto. Lavoratori e artigiani non lo sanno ma in quella immagine c'è una certa differenza rispetto ai «set» preparati a tavolino dai comunicatori dei segretari precedenti. E c'è anche un'idea di partito, diversa dal «partito mediatico» di Veltroni, un partito che si rivolgeva al ceto medio benestante ed informato, ai lettori dei quotidiani amici. Bersani va alla caccia di un «target» interclassista. In due giorni Pier Luigi il piacentino lo ha ripetuto già tre volte, vuole dire che l'idea è questa: «Voglio un partito popolare, delle piccole imprese, dei lavoratori, delle famiglie». Dunque, anche i piccoli imprenditori, per i quali invoca «soldi da far affluire direttamente e non attraverso la mediazione delle banche». Con proposte a pie' di lista, ma chiare per chi è in crisi: credito agevolato, detassazioni. 

Dunque, le prime ore da segretario cominciano a raccontare che partito sarà quello di Bersani. Una rivoluzione dolce, ma una rivoluzione. La prima novità è il messaggio: si parla di vita, di diritti elementari e non di diritti civili. Gli chiedono delle «prodezze» di Marrazzo e di Berlusconi e lui taglia corto: «Non parlo di vite private». Con un piglio più deciso, un po' meno emiliano e «alla Ferrini» di quello sfoggiato in campagna elettorale: «Nascondere la crisi è una vergogna, una vergogna!», ripete tante volte. E la plancia di comando del partito? Dice un'amica del neosegretario: «Non si creda che Bersani abbia già deciso tutto, magari assieme a D'Alema. Pier Luigi è un solitario».

Un solitario che prepara le prime mosse: nelle prossime settimane il Pd potrebbe farsi promotore di una proposta elettorale nettamente diversa da quelle finora presentate: un'ipotesi «alla tedesca», capace di coinvolgere l'Udc ma anche soggetti (Sinistra e libertà, Verdi, socialisti) che un domani potrebbero entrare nel Pd.



Quello che gli elettori ora chiedono al pd
Corrado Augias su
la Repubblica
 
C aro Augias, ho visto al Tg3 una signora che raccontava di aver «fatto cinque ore di treno» per andare a votare. Mi ha colpito. Trovo che l'immagine di una donna, non più ragazza, che prende un treno si fa cinque ore in viaggio di domenica per andare a votare alle primarie del Pd sia un esempio di fiducia nelle istituzioni e allo stesso tempo di determinazione costruttiva. Stasera nel breve spazio di una serata televisiva ho pensato che il trascorrere della vita non uccide ma rinforza gli ideali. 
Maria Cuomo maria.cuomo89@gmail.com

Caro Augias, sono appena rientrata dopo una giornata a uno dei seggi della mia città, Rovereto: 610 cittadini, alcuni sono scesi dalle valli vicine, molti erano anziani. Ho visto la passione, che c'è nonostante le difficoltà nel comprendere le modalità di voto, i vari gradi della consultazione, gli episodi degli ultimi giorni... Posso dire di essermi commossa? Per favore, gli eletti non sprechino anche questo risultato, non deludano ancora una volta coloro che hanno dato una ennesima prova di attaccamento alla democrazia.
Anna Finetto - Rovereto annarossano@alice.it

Dunque la prova c'è stata, la gente di centro-sinistra, paziente, in molti casi addirittura appassionata, ha fatto la fila, ha versato il dovuto, s'è espressa. Il desiderio di tutti credo possa essere riassunto nelle decine di lettere ricevute e che esemplifico con le parole di Emanuela La Torre (trelt@tiscali.it): «Sono andata a votare e sono felice che tante persone abbiano partecipato. Vorrei informare il nuovo segretario che tanta partecipazione non lo autorizza a fare come gli pare. Che vogliamo un partito serio, che si liberi dei personaggi che inciuciano e intrallazzano con la criminalità, dove l'onestà e la trasparenza siano la cifra. Un partito che non trami fra le correnti, che non spartisca posti fra gli amici e si liberi di chi ha questa mentalità. Un partito di gente onesta che lavora nell'interesse del Paese e che pensa a se stessa come "servitori dello Stato"». Chissà se la signora La Torre e i tanti che si sono espressi in termini simili stanno chiedendo troppo. Chissà se il nuovo segretario riuscirà a lavorare in unità d'intenti, ignorando le vecchie contese interne, le risse durate decenni, costate così care al Paese e alla democrazia. Sono anni che il popolo dei progressisti chiede unità. L'ha chiesta, l'ha gridata, dall'opposizione e dal governo. Fino ad oggi inutilmente. La mia opinione è che questo sarebbe il primo dovere che grava su Bersani, con la speranza che sia capace di assolverlo. Come diceva il padre di George Clooney in quel film: Good night, good luck.


Il procuratore Grasso:
"Per la strage di Capaci sospetti su un'entità esterna"
brevissime de
l'Unità

Resta un sospetto, peraltro non nuovo. Ma ancora attuale. La strage di Capaci fu opera di Cosa nostra, ma potrebbe aver partecipato "un'entita esterna". Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia rilancia la 'lettura' dell'uccisione di Giovanni Falcone come un evento non completamente riconducibile alla mafia. Grasso lo ha fatto parlando davanti alla Comissione nazionale antimafia: "Non c'è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra - ha detto Grasso - . Rimane però l'intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell'ideazione, nell'istigazione, o comunque possa aver dato un appoggi all'attività della mafia". 

Grasso ha ricordato che inizialmente Falcone era in un elenco di obiettivi da colpire a Roma, elenco che comprendeva, oltre al magistrato, il ministro Martelli, il giornalista Andrea Barbato e Maurizio Costanzo. Oltre a fare i sopralluoghi per colpire Costanzo, i mafiosi a Roma frequentavano noti ristoranti per verificare se effettivamente il giudice vi andasse a cena. 

Secondo la ricostruzione di Grasso, a un certo momento, nel marzo 1992, il mafioso che era stato incaricato di eseguire i sopralluoghi viene informato da Totò Riina che non c'è più bisogno di colpire Falcone a Roma, perché si è "trovato qualcosa di meglio". 


La macchina del fango
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica

Berlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre – complici, le debolezze di Piero Marrazzo – la separatezza e l´inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!). 
Salta fuori che l´Egoarca ha avvertito per tempo il governatore: «C´è in giro un video contro di te». Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura. Viene comodo farlo in quattro quadri.
Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio – proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese – allerta il governatore «di sinistra» che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all´altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all´autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all´altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e «ritirando la merce dal mercato», come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l´argomento potrebbe essere definitivo.
… 
È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. È novembre. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato «di sinistra» è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione «di destra». In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell´antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente («È una bufala», «Non c´è alcun video»). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell´avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure.

È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d´urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne. 
Signorini spiega come vanno le cose in casa dell´Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile – i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messo a sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l´amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l´Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l´aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5. Berlusconi addirittura annuncia l´imboscata: «Presto, ne vedremo delle belle». Accade al direttore dell´Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all´imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle. A ben vedere, accade oggi al ministro dell´Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: «Tremonti in bilico»; «Se Tremonti va, Draghi arriva». C´è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare?
Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell´uomo politico – e della sua affidabilità – nella mente degli elettori. È la ragione che fa del «killeraggio politico – scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) – l´arma più potente nella politica mediatica». I metodi sono noti. Si mette in dubbio l´integrità dell´avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, «in modo esplicito o subliminale», gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America. È la lezione che affronta Barack Obama. Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono. È uno sporco lavoro, che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo: «Passo I, il killer politico raccoglie il fango. Passo II, il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico. Passo III, i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l´intento di fare a pezzi l´avversario politico.

I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre «provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia», offrire «merce» che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata. In Italia, non esiste questo scarto. Non c´è questa fatica da fare perché non c´è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di «paesi amici e non alleati». Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la "meccanica" che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere – della "macchina" – la spaventosa pericolosità e l´assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d´interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, che minaccia l´indipendenza delle persone, l´autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all´Egoarca.


  27 ottobre 2009