Contro lo scudo fiscale, lo scudo della vergogna, il Pd fa ostruzionismo per 4 ore e 32 minuti ma manca clamorosamente, nel pomeriggio, il colpo del ko. Al voto sulla pregiudiziale di costituzionalità al decreto anti-crisi che contiene lo scudo fiscale, l'opposizione si presenta a ranghi troppo sguarniti. 59 i deputati assenti del Pd (il 27.3%, più di un eletto su quattro), 8 dell'Udc (21,6%), 2 dell'Idv (7,7%). Così la pregiudiziale viene agevolmente respinta dalla maggioranza: 267 no, solo 215 i sì, 3 gli astenuti. Claudio Fava (Sinistra e libertà) è durissimo: «L'attuale opposizione parlamentare ha di fatto regalato lo scudo fiscale al governo Berlusconi». Sulla carta Pd, Idv e Udc hanno 280 deputati. Non c'erano.
Assenze pesanti di numero e di nome. Dei «big» hanno sostenuto il sì all'incostituzionalità dello scudo solo Pier Casini(Udc), Antonio Di Pietro (Idv) e Piero Fassino (Pd). Assenti entrambi i candidati democratici alla segreteria eletti alla camera (Marino è senatore), che per tutto il giorno hanno battibeccato tra loro sul congresso. Pierluigi Bersani festeggiava il suo compleanno. Mentre Dario Franceschini era a Caorso per un'iniziativa contro il nucleare. In aula non c'era ma non ha mancato di tuonare a distanza contro lo scudo fiscale: «E' un condono, uno schiaffo a tutti gli italiani onesti che pagano le tasse e che vedono chi ha truffato la legge venire premiato senza conseguenze penali. È una vergogna».
Ma non sono i soli a non aver votato contro lo scudo. Non c'erano D'Alema e Fioroni. Assenti tanto l'ex operaio Thyssen Boccuzzi quanto l'ex Confindustria Calearo o l'ambientalista Realacci. Spariti gli ex ministri Damiano, D'Antoni, Pollastrini, Turco, Bindi. Assenze «fisiologiche», commentano al gruppo del Pd, rimarcando invece il valore dell'ostruzionismo.
Quattro ore dopo il governo, dopo un po' di buriana sugli emendamenti, mette la questione di fiducia. Per Berlusconi è la 25sima in 17 mesi. Il decreto diventerà legge e la palla passerà al Quirinale.
Sulla scrivania di Napolitano arriva un provvedimento che ha dell'incredibile. In nessun paese del mondo la sanzione per il rientro dei capitali all'estero è solo del 5%. Negli Usa, per dire, la tassa è del 49%, a Londra il 44%, in Francia addirittura del 100%. In nessun paese del mondo lo stato garantisce l'anonimato agli evasori, persone o società. In nessun paese del mondo c'è il condono tombale per falso in bilancio, false fatture etc. Le maglie sono state perfino allargate. Si può portare a casa di tutto: soldi e quote societarie ma anche yacht, quadri, gioielli e ville nascosti nei paradisi fiscali.
Le banche italiane insomma incasseranno tanto, prenderanno la loro percentuale e saranno mute come banche svizzere, non segnaleranno nulla a nessuno, se non in caso di terrorismo. E' un affare che vale, secondo l'Associazione italiana dei private bankers citata dall'agenzia delle entrate, quasi 300 miliardi di euro. A tanto ammonterebbero i risparmi degli italiani all'estero.
Non manca la beffa: «E' l'ultima opportunità per mettersi in regola», assicurano dalla guardia di finanza. Eppure Tremonti ci prova per la terza volta. Con gli scudi fiscali del 2001 e del 2003 sono emersi 73,1 miliardi. E lo stato ha incassato solo 2,1 miliardi di euro.
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti è cauto sul gettito del suo scudo 3.0. Ma si difende: «Non credo che la criminalità si servirà di questo strumento». Obiettivo dichiarato del condono stavolta sono le imprese del Nord. Non a caso la Lega è entusiasta.
Domani Tremonti sarà a Goteborg per l'Ecofin, la riunione dei ministri europei dell'Economia. Fino a qualche tempo fa era candidato a «Mr. Euro» dopo il lussemburghese Juncker. Ma i tempi cambiano. Francia e Germania premono sui paradisi fiscali (contro Regno unito e Benelux). Il condono tombale sui soldi sporchi non è il miglior biglietto da visita per una nomina così qualificata. Non a caso, è Mario Draghi il nome che conta nella finanza internazionale. Anche il governatore di Bankitalia sarà a Goteborg. Non è escluso che possa tornare a esternare i suoi dubbi, come già fece a luglio, sulle norme del governo.
Tg1, la realtà deformata
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali.
I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento).
È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali tra cui il Tg1 e il Tg5 da soli raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un´inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest´anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report "Sicurezza e Media", curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300.
È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c´è e ora non c´è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l´azione, l´agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al «miracolo». Come per il terremoto dell´Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l´evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico «il miracolo di efficienza»? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di «moduli abitativi provvisori» si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni.
Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti.
Berlusconi avverte che in ballo c´è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l´ordito di un "caso" che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: «complotto», «trama eversiva». Si lascia galleggiare quest´accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice.
Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, «dell´ultimo gossip». (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell´affare gli spettatori disinformati che interrogano).
Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All´Aquila c´è davvero un «miracolo» che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C´è «un complotto» che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se tra soppressioni, omissioni, menzogne si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell´autorità e con l´obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l´opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere con il potere la verità, il diritto all´autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze. Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell´informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.
Economist: «L'informazione come ai tempi di Mussolini»
su il Sole24Ore
«È dai tempi di Mussolini che un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante». È il giudizio dell'Economist sullo stato dell'informazione in Italia sotto il governo di Silvio Berlusconi. L'articolo del settimanale britannico - titolato «La museruola agli informatori» - prende spunto dalla manifestazione per la libertà di stampa che si terrà sabato 3 ottobre per osservare che i giornalisti e tutti gli italiani «hanno ottime ragioni per essere preoccupati» e dunque «per protestare». L'Economist, nel numero in edicola domani del quale è stata diffusa un'anticipazione, ricorda le richieste di danni avanzate dal premier nei confronti dei quotidiani la Repubblica e l'Unità (quest'ultima, scrive, «potrebbe chiudere» se dovesse risarcire Berlusconi con i 2 milioni di euro che le sono stati richiesti); la presenza di numerosi media direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio; e «l'assalto senza precedenti lanciato alla Rai», con riferimento alla trasmissione "Annozero", dove è stato concesso spazio ad «una donna (Patrizia D'Addario) che sostiene di essere stata pagata per trascorrere una notte con il primo ministro».
Non a caso quindi, secondo il settimanale britannico, l'ultimo rapporto sulla libertà d'informazione della Freedom House declassa l'Italia al 73/esimo posto su 195 Paesi analizzati: uno Stato solo «parzialmente libero», appena un gradino sopra la Bulgaria. «Almeno sotto questo punto di vista - è l'analisi del settimanale - l'Italia di Silvio Berlusconi si sta allontanando dall'Europa occidentale per somigliare alle più deboli democrazie dell'Est».
Pure Parla con me, adesso? La pretesa degli esponenti governativi di cancellare dai programmi televisivi anche ogni sfumatura critica diventa sempre più intollerante e censoria: in ogni caso, pare, se uno dice «no» dev'essere subito seguito da un altro che dice «sì», altrimenti non si rispetta la natura di servizio pubblico della Rai. Assurdità. La legge chiede un equilibrio generale delle opinioni, non un teatrino dei burattini in cui Santoro viene immediatamente contraddetto da Vespa e non c'è Travaglio senza Buttafuoco. A meno che non si tratti di trasmissioni elettorali, regolate da altre norme. Naturalmente questo lo sanno tutti, presidente del Consiglio e ministri per primi: adesso non cadono nell'equivoco, ma ostentano una finta ignoranza che serve ad ammutolire quella critica che non è una persecuzione ma è sempre stata esercitata nei confronti dei potenti, quindi antigovernativa.
Quanto alla satira, vale la pena di consultare l'Almanacco Guanda di quest'anno curato da Ranieri Polese, Satyricon, che si occupa con molti interventi, scritti o disegnati, della satira politica in Italia. Storia (da Aristofane ad Arlecchino, tracciata da Dario Fo), esempi, riflessioni inducono a pensare che, essendo il Partito Democratico troppo cauto, essendo l'estrema sinistra appunto estremista, la satira sia rimasta l'unica opposizione efficace e seguita dalla gente: di qui la volontà di eliminazione da parte dei suoi bersagli. Il titolo dell'introduzione è: «Aiuto! Il clown è al potere e il riso è diventato amaro». Altri titoli esemplari: «Sesto potere, quando la satira sostituisce giustizia e informazione», «Vent'anni di satira e Berlusconi è sempre lì», «Per la satira sono cominciati gli anni del castigo».
Tra i disegnatori, Bucchi rappresenta il presidente del Consiglio su uno sfondo di eleganti vasetti e il motto «I Have a Cream»; Bobo evoca il grande funerale di Berlinguer; Ellekappa immagina che Berlusconi stia per licenziare il Parlamento, Giannelli lo vede stringere la mano al cardinal Gasparri (Maurizio); Altan è come sempre il più bravo. C'è pure uno scritto di Oreste Del Buono, grande specialista della materia che da sei anni se n'è andato: «Quando si teorizza tanto su una faccenda che dovrebbe essere così semplice come la satira politica, ovvero la satira contro il potere usato male, chiunque abbia il potere, vuol dire che non ci si diverte più».
Lotteria Italia
editoriale di Galapagos su il Manifesto
Jerome Mignon, capo del dipartimento per l'impiego della Commissione affari sociali della Ue, presentando il rapporto su «Crescita, lavoro e progresso sociale», ha spiegato che in Italia la situazione è aggravata dalla mancanza «di reddito minimo, un mezzo molto importante per combattere la povertà». Mignon non è informato. Da ieri anche in Italia c'è chi potrà godere di un reddito «minimo»: 4 mila euro al mese per 20 anni. L'importante è che giochi un euro (meglio se due) per una schedina della nuova riffa «win for life».
È l'ultima trovata di Berlusconi e Tremonti: alimentare le illusioni degli italiani con il gioco d'azzardo. Un «grande sogno», ma pur sempre un sogno. Con l'alibi che il 23% degli incassi saranno destinati alla ricostruzione de L'Aquila che sarà realizzata «senza mettere le mani nelle tasche degli italiani». Mentendo clamorosamente sul fatto che il gioco è la peggiore tassa. Quella che a Roma viene definita la tassa sui «minchioni». Certo, qualcuno vince: ieri alle 13 è stato annunciato che uno scommettitore di Pordenone si era conquistato il primo vitalizio. Però il gioco non è a «somma zero»: per uno che vince, i perdenti sono milioni e per molti il destino sarà quello di Aleksej Ivànovic, «Il giocatore» dello straordinario romanzo di Fëdor Dostoevskij per pagare la sua passione per la roulette.
A non perdere mai, invece, sono gli evasori. Soprattutto quelli che secondo le informazioni citate dalle Finanze «opportunamente» e tempestivamente - vista la concomitanza della discussione alla camera - hanno portato all'estero centinaia di miliardi di euro e che potranno condonare la loro evasione con una elemosina del 5% pagata oltretutto ratealmente. Nel novembre 2004 nel «Bollettino economico» di Bankitalia era scritto: «La reiterazione dei condoni fiscali incide sugli incassi futuri; può minare il rispetto delle norme». Chi era il ministro dell'economia in quel 2004? Come oggi sempre lui: Giulio Tremonti che consente agli evasori di mettere le mani nelle tasche dell'erario.
Un fisco più equo sarebbe fondamentale per garantire una più «equa distribuzione» e consentire allo stato una politica di interventi per attenuare il malessere sociale. Un concetto non socialista o comunista, ma liberale espresso più volte da Luigi Einaudi. Ma al governo delle idee illuminate, ancorché liberali, non frega nulla. Anche il Pd, con l'assenza dall'aula ieri dei suoi leader e di molti deputati, mostra di non capire.
La prova della drammaticità della situazione è nello studio presentato ieri dalla Commissione europea. L'Italia sta messa proprio male: a crisi ancora non iniziata, a fine 2007, il 20% della popolazione era a rischio povertà, contro una media europea del 17%. Inutile aggiungere che il rischio è più elevato per chi è disoccupato; meno banale che il 10% dei lavoratori italiani corre lo stesso rischio: il 6% tra quelli con un contratto a tempo indeterminato, mentre si sale al 19% per i contratti a tempo determinato, contro una media Ue del 13%. La flessibilità era stata presentata come la panacea per favorire lo sviluppo economico; ora abbiamo l'autorevole conferma che è un inferno per milioni di persone. Con l'unica speranza di salvezza nel «win for life».
L´azienda dei suicidi che sconvolge la Francia
Impiegati modello nel tunnel della crisi
Michela Marzano su la Repubblica
Sono ormai ventiquattro i suicidi a France Télécom. Ventiquattro in diciotto mesi, l´ultimo dei quali il 28 settembre. Un macabro bilancio per un´azienda che, appena una decina di anni fa, prometteva mare e monti ai propri lavoratori. Ma anche un vero e proprio trauma per tutto un Paese che non riesce a capire come sia possibile morire a causa del proprio lavoro. Tanto più che il dramma di France Télécom non affatto è un caso isolato. Anche se le statistiche non sono ufficiali, sarebbero in media 400 l´anno i lavoratori che, in Francia, si danno la morte sul luogo di lavoro. Perché suicidarsi? E perché farlo proprio sul luogo di lavoro?
Le dichiarazioni rilasciate dagli amministratori delegati delle aziende colpite da questo flagello non soddisfano più nessuno. Come pensare ancora che si tratti solo di persone particolarmente fragili e piene di problemi personali, la cui morte non ha un legame diretto con quello che possono vivere al lavoro? Non è più un segreto per nessuno: coloro che soffrono a causa del proprio lavoro sono sempre più numerosi. Anche se le condizioni lavorative non hanno niente a che vedere con quelle del Diciannovesimo secolo, il nuovo management crea un malessere psicofisico (dal semplice stress al burning out, passando per la depressione) che svuota progressivamente gli individui.
Perché non interrogarsi allora una buona volta sulle reali conseguenze di questo management contemporaneo che, arrivato in Europa negli anni Ottanta, esorta gli individui a credere che esista un legame di causa-effetto tra la realizzazione professionale e il benessere personale, come affermano i codici etici di alcune aziende?
Tra la fine degli anni Ottanta e l´inizio degli anni Novanta, i metodi di management adottati per il buon funzionamento delle aziende si irrigidiscono. Le decisioni di riassetto, declassamento, accantonamento o licenziamento si moltiplicano, mentre coloro che conservano il posto di lavoro vengono sottoposti a oneri sempre più impegnativi. Le scadenze si ravvicinano. Le valutazioni si moltiplicano. Le analisi dei risultati si intensificano. Al tempo stesso, il linguaggio evolve e spinge i lavoratori a un coinvolgimento personale sempre più grande. Qualunque sia il settore di attività, si sente sempre più parlare di «autonomia» e «responsabilità». L´azienda cambia look e ostenta la volontà di farsi carico della piena realizzazione dei suoi dipendenti: ognuno deve sentirsi libero di agire come vuole, di portare alla propria azienda idee nuove e di trovare al suo interno il proprio benessere.
Al tempo stesso, però, gli obiettivi da raggiungere restano fissati dalla direzione, e i margini di manovra di cui dispone il lavoratore sono sempre più ristretti. La competizione e la globalizzazione non transigono: chi non si adatta non sopravvive. Come illustra l´americano Stephen Covey, autorevole consulente aziendale, «la nuova era esige la grandeur, pretende che ognuno abbia la certezza di realizzarsi lavorando con passione e che sia pronto a pagare in prima persona». Per dirla più semplicemente, ognuno di noi deve ormai credere alla propria mission. Tutto dipende da noi. Basta volerlo. Anche se, in questa corsa forsennata verso il successo, si deve essere pronti al sacrificio estremo: pagare in prima persona.
Non è forse quello che sta accadendo proprio oggi? Se tutto dipende dalla propria volontà, quando qualcosa va storto o si commette un errore si pensa di trovarsi di fronte alla prova irrefutabile che non si è stati all´altezza delle aspettative. In un universo in cui ognuno può (e deve) diventare «imprenditore della propria vita», la mutazione forzata viene vissuta come una sanzione alla propria mancanza di impegno. A forza di pretendere che i lavoratori siano «autonomi» e «responsabili» senza dar loro i mezzi per diventarlo realmente, il risultato più efficace che si ottiene è quello di colpevolizzarli. È il loro «saper essere» che è direttamente in causa e non più solo il caro e vecchio «saper fare». Errori, sviste, stanchezza tutto diventa inaccettabile; tutto rinvia all´incapacità del singolo di adattarsi alle esigenze del Mercato. È allora che il senso di colpa aumenta e, talvolta, diventa insopportabile. Per non parlare poi di quanto sta succedendo in questi ultimi mesi, a causa della crisi economica. Ormai i licenziamenti e le mutazioni forzate sono il pane quotidiano di molte aziende. Per alcune si tratta di una necessità. Ma, per i lavoratori, questa necessità si trasforma in un incubo. Come sopportare una mutazione forzata o un licenziamento quando ci si è dati corpo e anima alla propria azienda? Come accettare il fatto di non essere più «utili» all´azienda, quando si è sempre stati pronti a lavorare con «passione», fino al limite estremo della propria resistenza fisica e psichica?
Le inchieste in corso mostrano che molte delle persone che si sono suicidate in questi ultimi mesi erano lavoratori particolarmente impegnati e meticolosi e non individui depressi, fragili e incapaci di adattarsi alle trasformazioni delle aziende. Tutto il contrario, quindi, di quello che si sarebbe potuto pensare. Tutto il contrario, soprattutto, di quello che alcuni dirigenti non smettono di ripetere. Ma i fatti parlano chiaro: le vittime erano impiegati modello, che avevano assunto un certo numero di responsabilità, che non avevano mai esitato a lavorare più del dovuto, senza riposarsi e senza prendere tutte le ferie a loro disposizione. Erano persone che avevano talmente aderito alla «cultura manageriale» delle proprie aziende da non rendersi nemmeno più conto che la propria vita dipendeva dal proprio lavoro e dalle soddisfazioni che potevano trarne. Ma, a partire dal momento in cui tutto dipende dal lavoro, le difficoltà lavorative che si possono incontrare (e che tutti, prima o poi, incontriamo) diventano ostacoli insormontabili. Dopo essersi dati a fondo sul lavoro, come uscire indenni da un declassamento o un licenziamento?