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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 11 ottobre 2009


Il caimano si prepara per l´ultima spallata
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

il caimano
Elio De Capitani è il caimano nell'omonimo film

A ME sembra che Silvio Berlusconi sia sottovalutato dai suoi avversari e mal compreso nella logica con la quale persegue i suoi obiettivi.
Vengono messi in risalto i suoi errori, le sue gaffe il suo parlarsi addosso e li si attribuiscono ad un prevalere della sua pancia (per dire dei suoi istinti) su una debole razionalità.
Ebbene non è così. Lo conosco da trent´anni e nei primi dieci ho avuto con lui una frequentazione intensa e alquanto agitata. Non era ancora un uomo politico ma alla politica era già intimamente legato; sia la fase dell´immobiliarista sia quella successiva dell´impresario televisivo erano intrecciate e condizionate dai suoi rapporti politici. Imparò presto a muoversi come un pesce nell´acqua. Poi l´esperienza politica diretta ha perfezionato un innato talento. Perciò – lo ripeto – non è affatto uno sprovveduto in preda ad istinti irragionevoli, salvo quelli sessisti. In quel campo gli istinti lo dominano e l´hanno spinto a commettere errori inauditi; ma in tutto il resto no.
Conosce il suo carattere e lo usa. Conosce la sua tendenza alla megalomania e all´egolatria e la usa. Usa perfino le sue gaffe. L´insieme di queste movenze costituiscono una miscela formidabile di populismo, demagogismo, culto della personalità. In altri Paesi un decimo se non addirittura un centesimo di ciò che dice e che fa avrebbero provocato la sua messa fuori gioco. In altri Paesi il suo mostruoso conflitto di interessi avrebbe impedito il suo ingresso nell´agone politico; non esiste infatti in nessun Paese del mondo un capo di governo proprietario di metà del sistema mediatico e contemporaneamente possessore dell´altra metà.
Ma in Italia questo è possibile. Attenti però: non è un incidente di percorso. La vocazione degli italiani ad innamorarsi di personaggi come Berlusconi fa parte della storia patria. Per fortuna non è la sola vocazione; convive con caratteristiche differenti e anche opposte. Ma quell´innamoramento verso il demagogo è una costante che spesso è diventata dominante e alla fine ha precipitato il Paese nel peggio. Non è ancora avvenuto, ma siamo già abbastanza avanti nella strada che può portarci ad una catastrofe.
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Da questo punto di vista le due sentenze emesse nei giorni scorsi rispettivamente dal Tribunale di Milano sul lodo Mondadori e dalla Corte costituzionale sulla legge Alfano hanno prodotto un´accelerazione che Berlusconi considera provvidenziale per l´attuazione dei suoi piani. L´ira iniziale che l´ha invaso – che viene dalla sua pancia – è stata rapidamente razionalizzata.
L´attacco contro la Corte, contro la magistratura, contro il Csm, contro il Presidente della Repubblica, è proseguito a mente fredda. Non è più ira, è strategia pensata e messa in atto, la spallata finale che dovrà portare l´Italia istituzionale e costituzionale a cambiare volto radicalmente: da repubblica parlamentare a repubblica autoritaria dove tutti gli organi di garanzia siano cancellati o ridotti ad esanimi fantasmi e dove conti soltanto il plebiscito popolare incitato dagli appelli continui alle pulsioni populiste che covano nella pancia di molti.
Questo spiega l´allarme esploso nell´opinione pubblica internazionale.
Lo stupore e anche lo sberleffo che nei mesi scorsi si è manifestato sui giornali di tutto l´Occidente al di qua e al di là dell´Atlantico è diventato negli ultimi quattro giorni una preoccupazione generale e l´Italia è diventata il malato di una malattia infettiva.
In altre circostanze questa reazione avrebbe indotto ad un sussulto di prudenza, ma sta invece accadendo l´opposto; il populismo contiene infatti un´abbondante dose di vittimismo che lo rafforza e lo indirizza verso forme di autarchia psicologica delle quali la Lega è da tempo il più esplicito rappresentante e che trovano nel berlusconismo un importante amplificatore. 
Le due sentenze sono impeccabili dal punto di vista tecnico – giuridico.
Quella del Tribunale civile di Milano non fa che confermare quanto contenuto nella sentenza di condanna di Cesare Previti per corruzione di magistrati e di Berlusconi per la stessa ragione con il reato però caduto in prescrizione. Agli effetti penali ma non civili. La quantificazione del danno è secondaria.
La sentenza della Corte che definisce incostituzionale la legge Alfano ha come caposaldo l´articolo 3 della Costituzione che stabilisce la parità dei cittadini di fronte alla legge. Questo è il punto di fondo; l´altro elemento invalidante, e cioè la necessità di procedere con legge costituzionale anziché con legge ordinaria, è secondario perché deriva necessariamente dal primo elemento. Chi accusa la Corte di incoerenza sostiene una tesi priva di senso; anche nella sentenza del 2004 sul cosiddetto lodo Schifani la Corte aveva infatti eccepito la violazione dell´articolo 3. E quindi, se l´articolo 3 risulta violato fin dal 2004, ne segue ineccepibilmente che per ristabilire l´equilibrio costituzionale bisogna procedere con legge costituzionale e non con legge ordinaria. Dov´è l´incoerenza? La legge Alfano aveva ripristinato l´adempimento all´articolo 3 o il suo emendamento? No. È quindi perfettamente coerente che, di fronte ad un nuovo ricorso, la Corte lo giudicasse ammissibile. Gli avvocati del premier che proclamano l´incoerenza mentono sapendo di mentire. E i media che non chiariscono un punto così fondamentale ai loro ascoltatori e lettori, sorvolano anzi tacciono del tutto su un punto di capitale importanza e danno adito ad una macroscopica disinformazione.
* * * 
A questo proposito viene acconcio citare l´articolo uscito ieri sul «Corriere della Sera» e firmato dal suo direttore.

Poiché Berlusconi il giorno prima aveva rimproverato il «Corriere della Sera» d´essere diventato di sinistra, il direttore di quel giornale manifesta il suo stupore e il suo dolore. Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l´attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura.

Voglio qui ricordare un non dimenticabile articolo di Barbara Spinelli pubblicato dalla «Stampa» di qualche settimana fa, che forse De Bortoli non ha letto. Mi permetto di consigliargliene la lettura. I giornali ricevono molte querele e molte citazioni per danni, ricordava la Spinelli. Fa parte della rischiosa professione giornalistica e degli errori che talvolta vengono compiuti.
Ma quando è il potere politico e addirittura il capo del governo a tradurli in giudizio perché hanno osato porgli domande scomode, quando questo avviene – ha scritto la Spinelli – i giornali che sono in fisiologica concorrenza tra loro fanno blocco comune e quelle stesse domande le pongono essi stessi, le fanno proprie per togliere ogni alibi ad un potere che dà prova di non sopportare il controllo della pubblica opinione. La stampa italiana – concludeva – non ha fatto questo, mancando così ad uno dei suoi doveri.
Si può non esser d´accordo con il codice morale e deontologico della Spinelli (peraltro seguito da tutta la stampa occidentale) e non mettere in pratica le sue esortazioni. Ma addirittura accusare noi d´una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo. A tal punto è dunque arrivato il potere di intimidazione che il governo esercita sulla libera stampa?
Ricordo, a titolo di rievocazione storica, che Luigi Albertini incoraggiò il movimento fascista dal 1919 al 1922; gli assegnava il compito di mettere ordine nel Paese purché, dopo averlo adempiuto, se ne ritornasse a casa con un benservito. Ma nel 1923 Mussolini abolì la libertà di stampa e instaurò il regime a partito unico, le cui premesse c´erano tutte fin dal sorgere del movimento fascista. A quel punto Albertini capì e cominciò una campagna d´opposizione senza sconti, tra le più robuste dell´epoca. Purtroppo perfettamente inutile perché il peggio era già accaduto, il regime dittatoriale era ormai solidamente insediato e l´ex direttore del «Corriere della Sera» se ne andò a consolarsi a Torrimpietra.
Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n´è accorto prima. Difese per vent´anni dalle colonne del «Giornale» le ragioni del Berlusconi imprenditore d´assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c´è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al «Corriere della Sera» quest´esperienza d´un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.


La leggenda del premier eletto dal popolo
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

"Presidente eletto dal popolo". Così si definisce Silvio Berlusconi. Sempre più spesso, da qualche tempo. Per rivendicare rispetto dai molti nemici che lo assediano. Ma, al tempo stesso, per marcare le distanze dall'altro presidente. Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica. Il quale, al contrario, è "eletto dal Parlamento". Anzi da una parte di esso. Perché Napolitano non è "super partes", ma di sinistra. Come tutte le altre istituzioni dello Stato. Corte Costituzionale e magistratura in testa. Non garanti. Ma soggetti politici. Di parte. Per questo Berlusconi non ne accetta le decisioni, ma neppure il ruolo. In pratica: considera le istituzioni dello Stato - e quindi la Costituzione - inadeguate. Peggio: illegittime. Meno legittime di lui, comunque. Presidente eletto dal popolo. 

Queste affermazioni, sostenute a caldo e a tiepido dal premier, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, si fondano su premesse discutibili, anzitutto sul piano dei fatti.

Il primo fatto è che Berlusconi sia un presidente "eletto dal popolo". È quanto meno dubbio. Perché l'Italia non è (ancora) un sistema presidenziale. I cittadini, gli elettori, votano per un partito o per una coalizione. Non direttamente il premier o il presidente. Anche se, dopo il 1994, abbiamo assistito a una progressiva torsione delle regole elettorali e istituzionali in senso "personale". Senza bisogno di riforme. Così, nella scheda elettorale, accanto ai partiti e alle coalizioni viene indicato anche il candidato premier. (Come ha lamentato, spesso, Giovanni Sartori). Tuttavia, non si vota direttamente per il premier, ma per i partiti e gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per questo, non è un presidente eletto dal "popolo". Semmai dal "Popolo della Libertà". Da una maggioranza di elettori, comunque, molto relativa. 

Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del "popolo", insomma. Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l'8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare "opposizione". Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato "personale" più limitato, dal 1994 ad oggi. 
Tutto ciò, ovviamente, non intacca la legittimità del governo e del premier. Semmai la sua pretesa di interpretare la "volontà del popolo". 

D'altronde, si vota una volta ogni cinque anni, mentre i sondaggi si fanno quasi ogni giorno. Per cui, più che sul voto, il consenso tende a poggiare sulle opinioni. Sulla "fiducia". Ma stimare la "fiducia" dei cittadini è un'operazione difficile e opinabile. Che non coincide con il consenso elettorale.

La fiducia, inoltre, è difficile da misurare. Per ragioni sostanziali, ma anche metodologiche. Soprattutto attraverso i sondaggi. Dipende dalle domande poste agli intervistati. Dagli indici che si usano. Alcuni fra i principali istituti demoscopici (come Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer) utilizzano una scala da 1 a 10, per analogia al voto scolastico. Per cui l'area della "fiducia" comprende tutti coloro che danno a un leader (o a un'istituzione) la sufficienza (e quindi almeno 6). Oggi, in base a questo indice, circa il 50% degli italiani esprime fiducia nel premier Berlusconi (le stime di Ipsos e Ispo, al proposito, convergono). Mentre a fine aprile, dopo il terremoto in Abruzzo, superava il 60%. Ciò significa che negli ultimi mesi la "fiducia" del popolo nel premier si è ridotta, anche se risulta ancora molto ampia. Tuttavia, anche accettando questi indici, un 6 può davvero essere considerato un segno di "fiducia"? Ai miei tempi, nelle scuole dell'obbligo - ma anche al liceo - era una sufficienza stretta. Come un 18 all'università. Che si accetta per non ripetere l'esame. Ma resta un voto mediocre. Basterebbe alzare la soglia, anche di pochissimo, un solo punto. Portarla a 7. Per vedere la fiducia nel premier (e in tutti gli altri leader) scendere sensibilmente. Al 37%. Più o meno come i voti del Pdl. Con questi dati e con queste misure appare ardita la pretesa del premier di parlare in "nome del popolo". Tanto più che, con qualunque metro di misura, il consenso personale verso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, risulta molto più elevato. Fino a una settimana fa, prima della recente polemica, esprimeva fiducia nei suoi confronti circa l'80% degli italiani, utilizzando come voto il 6. Oltre il 50%, con una misura più esigente: il 7. Lo stesso livello di consenso raccolto dal predecessore, Carlo Azeglio Ciampi.



Le Monde: "Viaggio a Berlusconia"
e l'Ft mette il Cavaliere sulla biga
Il magazine del quotidiano francese dedica un graffiante speciale all'Italia. Ancora commenti sulla stampa britannica, che riporta la gaffe sui "giudici pagati". Il commento di Le Figaro: "Sta dando il peggio di sé, sfiora il peronismo"
Enrico Franceschini su
la Repubblica

FT

LONDRA - Silvio Berlusconi è ancora al centro dell'attenzione della stampa internazionale. I giornali stranieri di oggi riportano, con qualche ironia, le roboanti dichiarazioni con cui il primo ministro ha continuato a difendersi in vista dei processi a cui sarà sottoposto dopo la decisione della Corte costituzionale che ha abolito la legge, precedentemente approvata dal suo governo, che gli concedeva l'immunità giudiziaria. "Sono il più grande personaggio della storia - si vanta Berlusconi", è il titolo del quotidiano Guardian di Londra. "Sono l'uomo più perseguitato della storia - dice Berlusconi", è il titolo analogo di un altro grande quotidiano londinese, il Times. E il Financial Times, più importante quotidiano finanziario d'Europa, dedica al premier italiano una vignetta umoristica nella pagina dei commenti: Berlusconi è ritratto come un imperatore romano che corre nel Colosseo su una biga su cui è scritta la parola "immunità", senonché la biga va in frantumi, lui cade a terra, la corona d'alloro gli cade dalla testa, mentre sullo sfondo si vedono due giudici che impugnano due spade e la bilancia, simbolo della legge uguale per tutti. 
Scrive il Guardian in una corrispondenza da Roma: "Mentre Berlusconi cercava di rafforzare la sua posizione dichiarandosi insostituibile, un tribunale a Milano ha sentito un pubblico ministero dichiarare che ci sono 'ampie prove che egli è colpevole di corruzione". Il quotidiano londinese nota che la velocità con cui i giudici milanesi hanno ripreso il processo di secondo grado all'avvocato David Mills, l'ex-fiscalista di Berlusconi, già condannato in prima istanza a 4 anni e mezzo di carcere per avere detto falsa testimonianza a un processo in cui era coinvolta la Fininvest n cambio di una bustarella da 600 mila dollari, "è una brutta notizia per il primo ministro". Anche se i termini processuali per una condanna di Berlusconi scadessero perché sarà passato troppo tempo dai fatti, osserva il Guardian, "una condanna del suo co-imputato Mills significherebbe automaticamente che anche il premier è ugualmente colpevole di avergli dato la bustarella". 

Un articolo sul Daily Telegraph è invece centrato sulla nuova, imbarazzante "gaffe di Berlusconi", come titola il giornale londinese: "Ho speso una fortuna per pagare i giudici". Il premier, pronunciata ieri la frase in una conferenza stampa, si è poi corretto, "intendevo dire per pagare gli avvocati" ai molti processi che gli sono stati intentati durante la sua carriera di businessman e uomo politico, ma il Telegraph ironizza che la gaffe contribuisce a sottolineare le accuse di corruzione nei suoi confronti al processo Mills, oltre che il riconoscimento di corruzione per Berlusconi da parte del tribunale di Milano nella causa civile che lo ha condannato nei giorni scorsi al pagamento di 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti come risarcimento per la vicenda della Mondadori. 

Quanto al futuro di Berlusconi, scrive il quotidiano londinese, con l'opposizione di centro-sinistra ancora divisa (come rileva anche un articolo sul Financial Times), "molto dipende dal comportamento dei suoi alleati". E se Umberto Bossi ha finora espresso sostegno al primo ministro, il Times nota che Gianfranco Fini ha ripetutamente preso le distanze da lui. "Berlusconi ha detto ieri che è lui l'unico in grado di guidare l'Italia", si conclude il commento di Richard Owen, corrispondente da Roma del Times, "ma Fini, e molti italiani, non sarebbero d'accordo". 

Il magazine settimanale del quotidiano Le Monde, uscito ieri pomeriggio, è interamente dedicato a "Berlusconia": un "viaggio in Italia" e nel "cuore del suo enigma", ovvero Berlusconi. Il "patron politico della penisola, per volontà politica degli elettori". Negli anni, dice il quotidiano parigino, "Si è imposto come un'antologia vivente di gaffe enormi, di gentilezze dubbie, di comportamenti personali inammissibili. La sua inverosimile impunità giudiziaria sfida le leggi della logica". 

Molto duro anche il commento di un giornale francese conservatore, Le Figaro. Sotto il titolo "Le tentazioni populiste di Silvio Berlusconi", il corrispondente da Roma Richard Heuzé scrive: "Oggi Silvio Berlusconi è un uomo ferito... Questi ultimi giorni hanno mostrato il suo volto peggiore. Quello di un tribuno che sfida i poteri costituiti opponendo al diritto costituzionale la legittimità che gli è stata conferita dal voto degli italiani. Non è molto lontano dalla deriva peronista". 


Iran, sul patibolo tre dimostranti
Flash sul
Corriere on line

Avevano preso parte alle proteste per le elezioni presidenziali che hanno sancito la riconferma di Ahmadinejad ai danni di Mousavi: condannati a morte


Il fardello dell'uomo diverso
Barbara Spinelli su
La Stampa

Adesso Barack Obama andrà in giro per il mondo con quel peso: che lo premia in anticipo, lo lega, lo segna. Il comitato di Oslo non premia un'azione, una carriera compiuta. Premia forze impalpabili eppure decisive come la parola, la speranza suscitata, l'attesa che somiglia a un'enorme sete, il valore attribuito da un leader all'imperio della legge e della Costituzione, più forte di ogni convenienza. Ricompensa uno stile, un essere nel mondo che non è in sintonia con il predominio americano e la sua dismisura, la sua hybris nazionale. Siamo abituati a pensare che la speranza sia poco più di uno scintillio ineffabile, essendo fatta di cose non avvenute, malferme. 

Siamo abituati a pensare che la parola, diversamente dall'atto, sia fame di vento. Che ripensare la politica e le sue routine sia vano. Non è così. Abbiamo solo dimenticato che la parola è tutto nei testi sacri che fondano le civiltà, compresa la nostra. Per il Siracide, nella Bibbia, «meglio scivolare sul pavimento che con la lingua», e «un uomo senza grazia è pari a un discorso inopportuno». 

Da ora Obama porta questo fardello. Deve ancor più dar senso alla parola, e in primo luogo tenerla. Lui stesso è parso colto da tremore, all'annuncio. Era serio davanti al microfono, come Buster Keaton che non ride mai. Faceva pensare a quei profeti o sentinelle turbati dall'appello, che ammutoliscono o «hanno un gran bue sulla lingua», come nella Bibbia o nell'Agamennone di Eschilo. Ha detto: «Onestamente non credo di meritarlo», intendendo che ancora non è divenuto quello che pure già è - una transformative figure. La notizia lo ha «sorpreso e reso umile», nel Nobel vede non una gratificazione ma una «chiamata all'azione». I premi mettono sempre spavento. Se non lo mettono, più che chiamare lusingano. 

La parola che già oggi fa di Obama una figura trasformativa concerne questioni essenziali: la coscienza che la solitaria superpotenza americana è un'impotenza, se non cerca la cooperazione col mondo; l'ascolto dell'altro e la mano tesa giudicati indispensabili, purché a essi non si opponga il pugno che non s'apre. E ancora: inutile provare a fermare gli Stati aspiranti all'atomica, quando il nucleare è l'unico passaporto di potenza e quando i Grandi non cominciano da se stessi, riducendo i loro esorbitanti arsenali. Anche questo cambiamento ha risonanze bibliche. Dice ancora il Siracide: «Quando un empio maledice un avversario, maledice la propria psiche». Inferni e assi del male non sono fuori: vedere anche in se stessi il male che suscita caos è inizio di conversione e guarigione. 

Obama non fa discorsi facili, è un comunicatore ma non un semplificatore: il suo discorso sulla razza, a Philadelphia il 18 marzo 2008, il discorso al Cairo del 4 giugno 2009 e quello del 17 maggio 2009 all'università cattolica di Notre Dame in Indiana, il discorso infine su clima, disarmo nucleare e multilateralismo, all'Onu il 23 settembre, non sono lisci, non hanno due colori, uno puro e uno impuro. Neppure la chiusura di Guantanamo è facile e ancor meno la rinuncia agli antimissili in Est Europa, che mette fine alla strategia del divide et impera nel Vecchio Continente e sicuramente urta il complesso militare-industriale Usa. Sono discorsi che educano alla complessità, e a vedere le cose da più punti di vista, non uno solo. 

Come gli europei presero atto che la hybris nazionalista aveva prodotto mostri, e dopo il '45 escogitarono l'Unione per recuperare in Europa le perdute sovranità nazionali, Obama scopre che sovrano è chi può far seguire l'azione alla parola, non opera da solo, calcola le conseguenze di quel che fa. A cominciare dalla guerre: quella finita in Iraq, e quella che stenta a finire in Afghanistan. Anche qui il Nobel è fardello. Difficile l'escalation chiesta dai militari, con un sacco sì ingombrante da trascinare. 

Ma c'è anche qualcosa di conturbante nel Nobel, di ominoso. Il premio è come dato in grande fretta, come se non vi fosse molto tempo e occorresse lanciare un segnale subito. A circondare Obama infatti non ci sono solo attese, speranze. C'è, sempre più acuta, un'immensa fragilità, se non un pericolo che incombe. Thomas Friedman ha scritto un articolo impaurente, il 29 settembre sul New York Times. Racconta di un clima in America che non tollera l'intruso, che trama tribali ordalie: che ricorda, tenebroso, l'atmosfera in Israele prima dell'omicidio di Yitzhak Rabin. Rabin aveva preso il Nobel con Arafat e Peres, nel '94. L'anno successivo, il 4 novembre, il colono estremista Ygal Amir l'uccise ma alle sue spalle c'era un'opposizione che lo demonizzava da tempo, Netanyahu in testa con il Likud e molti rabbini. 

Lo stesso sta avvenendo in America. Nei manifesti ostili e in numerosi discorsi dell'opposizione e di giornalisti astiosi, Obama appare come un alieno comunista, ma secondo l'analista Philip Kennicott è altra la colpa che gli viene imputata: non il socialismo ma il suo essere afro-americano, meticcio, dunque antiamericano (Washington Post 6-8-09).

Tutto questo il Presidente nero non l'ignora. Sappiamo che l'ha messo in conto fin dalla candidatura. Ciononostante insiste: nel voler trasformare il proprio paese, nel dire che da una specie di conversione urge ricominciare. Per questo la parola è tanto importante: perché disturba, scavando. Chi a Oslo ricompensa questa cocciutaggine sembra anche tremare per la sua vita. Chi dice che il premio giunge troppo presto non sa quel che dice e che accade, è cieco alla campagna di odio disseminata negli Stati Uniti. 

Obama dice spesso che la sua ascesa è frutto di americani come Reinhold Niebuhr, un autore che stima per aver raccomandato al paese non il messianesimo politico ma l'umile consapevolezza dei propri limiti. Solo una cultura di questo genere poteva permeare le svolte del Presidente. Solo in un'America simile, la discendente di un'adolescente schiava nera stuprata da un padrone bianco poteva divenire first lady degli Stati Uniti. 

I gesti e la parole possono molto. Creano storie e cammini nuovi. Willy Brandt che il 7 dicembre 1970 cade d'un tratto in ginocchio di fronte al memoriale del ghetto distrutto di Varsavia non aveva ancora riconosciuto la linea Oder-Neisse tra Germania e Polonia. Quel gesto cambiò tutto, prima che lo scabro itinerario cominciasse. Così Obama a Philadelphia, al Cairo, a Notre Dame, all'Onu.


Che sorpresa, collega. Ora aspettiamo i fatti
Adolfo Pérez Esquivel (Nobel per la pace 1980) su
il Manifesto

Signor Presidente degli Stati Uniti d'America, riceva il fraterno saluto di pace e bene. In primo luogo desidero complimentarmi con lei per la sua designazione a premio Nobel per la pace 2009. Mi auguro che questo premio contribuisca a rafforzare la pace nel suo paese e nel mondo dove
numerosi sono i conflitti e le situazioni che vedono coinvolti gli Stati uniti. Auspico inoltre che grazie a questo riconoscimento sia possibile ristabilire i legami di cooperazione e solidarietà tra i popoli.
Devo dirle che la notizia della sua designazione a premio Nobel mi ha sorpreso. Conosco i suoi valori umani e la sua volontà di superare i gravi problemi che affliggono il suo paese e il mondo. So che vorrebbe realizzare il sogno di Luther King, il grande lottatore per i diritti civili, che ha cercato di superare le ingiustizie per far sì che tutti potessero sedersi alla stessa tavola e condividere il pane che nutre il corpo e quello che alimenta lo spirito, costruendo cammini
di libertà.
La pace è una costruzione permanente tra le persone e i popoli, nella diversità e l'unità. Signor presidente, gli Stati uniti devono affrontare grandi  sfide sia a livello nazionale che internazionale. Ma per superare i conflitti armati che affliggono l'umanità c'è bisogno di decisioni politiche. Il suo paese è ancora coinvolto in molti di questi conflitti. Ancora non è riuscito a sradicare il fenomeno delle torture e a chiudere le carceri di Guantanamo a Cuba e di Abu Graib in Iraq. Fino ad ora non è stato possibile portare avanti la decisione, da lei espressa in molte occasioni, di porre fine alla guerra in Iraq e Afghanistan.
I passi che ha fatto sono molto deboli e fatui.
In America Latina è urgente porre fine all'embargo immorale e ingiusto imposto contro Cuba da ormai quasi 50 anni. E' necessario liberare i cinque prigionieri cubani detenuti negli Stati uniti e permettere la visita dei loro familiari che da dieci anni non riescono a ottenere il visto per andare a visitare i loro cari.
Tutto ciò viola il diritto umanitario.
Nonostante le sue dichiarazioni diano speranza è necessario metterle in pratica. Bisogna dimostrare coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa e cercare vie alternative di costruzione sociale, culturale e politica che permettano di cambiare le relazioni tra gli Stati uniti e gli altri paesi, troppo spesso conflittuali e non rispettose della diversità e della sovranità degli altri popoli.
L'installazione di sette nuove basi militari nord americane in Colombia non contribuisce alla pace, al contrario intensifica i conflitti e mette in pericolo le democrazie dell'America latina. La stessa cosa vale per il colpo di stato in Honduras che non sarebbe stato possibile senza la partecipazione del governo statunitense.
Molte persone sperano che la sua designazione a Nobel per la pace contribuisca a mettere  in atto azioni concrete e rafforzare i valori per il bene dell'umanità. Noi che siamo stati premiati con quel Nobel ci auguriamo di poter sommare gli sforzi e camminare insieme per assumere le sfide e costruire cammini alternativi per il bene dei popoli.
Signor presidente si trova di fronte a grandi sfide e sa bene che queste non possono essere assunte da una sola persona. I popoli devono essere partecipi e protagonisti della costruzione di nuovi paradigmi di vita che conducano alla realizzazione di società più giuste e fraterne. Ascolti la voce dei popoli e non si faccia manovrare da chi privilegia il capitale finanziario e vuole imporre i propri interessi economici, politici e militari sulla vita dell'umanità. Essi sono coloro che distruggono l'ambiente e le libertà dei popoli, e generano fame, povertà ed emarginazione.
Ricordi che la Fao ha segnalato che ogni giorno più di 35mila bambini nel mondo muoiono per fame. Lei come presidente degli Stati uniti e premio Nobel deve scegliere quale cammino seguire. O continua ad aumentare le spese militari, torturando e invadendo altri paesi, o è disposto a costruire la pace, superare la fame, l'analfabetismo, la disuguaglianza sociale per costruire un nuovo contratto sociale per l'umanità, un contratto che preveda rispetto e uguaglianza per tutti.
Signor presidente le auguro molta forza. Aspettiamo con speranza i suoi prossimi passi, augurandoci che le sue decisioni vadano nella direzione corretta.


In crisi il Columbus Day, orgoglio italo-americano 
Ricorrenza In ottobre si ricorda negli Usa lo sbarco di Cristoforo Colombo con parate ed eventi tricolori. I nativi contestano il «colonizzatore». E la festa viene celebrata sempre meno.
Paolo Valentino sul
Corriere della Sera

Columbus Day Columbus Day

WASHINGTON — Good- bye Cristoforo Colombo? Diciassette anni e cinque secoli dopo lo sbarco del navigatore genovese, che aprì agli europei le porte del Nuovo Mondo, l'America ci sta seriamente pensando. Per ragioni sia nobili che prosaiche, fossero le revisioni politicamente corrette della Storia o i conti dei bilanci pubblici da far quadrare, ma ci sta pensando. La venerata tradizione del Columbus Day, il giorno che onora l'impresa delle tre caravelle, è a rischio: già abolita dal calendario delle festività lavorative in ben 22 Stati; sotto attacco in California dove Schwarzenegger la sta cassando in nome dell'austerità economica; ridimensionata perfino al Congresso, dove il capo della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid, ha cancellato l'abituale settimana di «recess» nei lavori parlamentari, lasciando i senatori liberi solo domani, 12 ottobre, giorno della ricorrenza.

Ma più che l'idea della scoperta, o la celebrazione del contributo della comunità italo- americana al melting pot statunitense, a essere nel centro del mirino è soprattutto il nome di Colombo, il suo mito, la sua figura storica: da simbolo del diritto alla cittadinanza di ogni immigrato sul suolo americano, è diventato per molti l'uomo che aprì la strada alla colonizzazione, allo schiavismo e al quasi totale sterminio dei native americans , il popolo delle praterie spazzato via dalla terra dei padri.

«Stiamo andando di Stato in Stato, per chiedere ai governi di abolire questa festività. Trovino qualsiasi scusa per farlo, ma la tolgano dal calendario», dice al Wall Street Journal Mike Graham, fondatore della United Native America, un gruppo che da anni si batte per una ricorrenza federale che onori il suo popolo. La sua proposta: spostare a un'altra data e ribattezzare il Colombus Day in «Italian Heritage Day», dedicare il secondo lunedì di ottobre alla nazione pelle rossa, istituendo il «Native American Day», che peraltro già esiste, in South Dakota e in alcune città della California.

La proposta di rinominare il Colombus Day ha trovato eco anche in un'editoriale dell'autorevole Christan Science Monitor , che suggerisce di imitare le Hawaii, dove già la ricorrenza viene chiamata «Discovery Day»: «Colombo — scrive il quotidiano online — non fu la sola causa della tragedia dei nativi, ma fu più di un inevitabile ingranaggio del colonialismo: le sue lettere provano la deumanizzazione degli indigeni, che considerava proprietà di Isabella la Cattolica. Fece schiavi molti indiani Tiano, mentre il resto veniva sterminato.

Ma non bastano queste rassicurazioni a placare i difensori del Columbus Day: il navigatore genovese, dicono, dov'essere onorato per aver forgiato il legame tra l'Europa e l'America. E' vero, ammettono, si portò indietro in catene uomini e donne che erano liberi. «Ma non si può giudicare un uomo del Sedicesimo secolo con i criteri del nostro tempo», dice Dona De Sanctis, dell'Order Sons of Italy in America, un gruppo al quale aderiscono 500 mila italo-americani, impegnato nella difesa di Cristoforo Colombo. Per sua consolazione, la parata più classica e conosciuta, quella sulla Quinta Strada a New York, non è in pericolo. E domani, gli italo- americani della Grande Mela potranno ancora inneggiare all'eroe delle caravelle. 


Firmato storico accordo tra Turchia e Armenia
L'intesa, che ha rischiato di saltare per contrasti sulle dichiarazioni finali delle due delegazioni, punta alla normalizzazione dei rapporti tra i due paesi e prevede la ripresa delle relazioni diplomatiche
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il Sole24Ore

bandiere

La Turchia e l'Armenia hanno firmato, oggi a Zurigo, uno storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi, dopo anni di gelo. L'intesa, che ha rischiato di saltare per contrasti sulle dichiarazioni finali delle due delegazioni, prevede tra l'altro la ripresa delle relazioni diplomatiche e prelude all'apertura del confine.

Alla cerimonia, organizzata all'Università di Zurigo, era presente anche il segretario di Stato Usa, Hilary Clinton, l'alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Javier Solana, il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner. La schiarita, che ha portato alla firma di oggi, è maturata poche settimane fa dopo un intenso dialogo tra i due paesi. Turchia e Armenia sono stati e sono ancora divisi dal mancato riconoscimento da parte di Ankara del genocidio armeno e dal conflitto congelato dell'enclave armena in territorio azero del Nagorno Karabak, in cui la Turchia ha appoggiato da sempre l'alleato azero, chiudendo nel 1993 le porte delle frontiere agli armeni.

Un contributo al riavvicinamento di Ankara e Erevan è arrivato inaspettatamente nei mesi scorsi dallo sport. Il presidente turco Abdullah Gul si è recato nel settembre 2008 a Erevan in una visita dai toni storici per il match di qualificazione per i Mondiali di calcio del 2010, tra le due nazionali. Adesso si attende che il capo di stato armeno Serge Sarkisian ricambi la visita il prossimo 14 ottobre per il ritorno della partita ad Ankara.

Per entrare in vigore i protocolli dovranno essere ratificati dai due Parlamenti. Questa fase, nonostante i governi detengano una larga maggioranza in aula, potrebbe impiegare più tempo del previsto a causa dell'ostilità dell'opposizione dei due paesi all'accordo. Il riconoscimento del genocidio armeno è il cuore del dibattito. Secondo Erevan tra il 1915 e il 1917 un milione di armeni, percepiti come minaccia per la sicurezza dell'Impero Ottomano, vennero uccisi sistematicamente. Ankara, però, non riconosce il termine genocidio e ha da sempre negato il fatto storico, così come viene riportato dall'Armenia. A peggiorare i rapporti tra i due Paesi negli anni Novanta ha contribuito il conflitto del Nagorno Karabakh, in seguito al quale la Turchia ha chiuso la frontiera come segno di appoggio a Baku (capitale dell'Azerbaigian).


  11 ottobre 2009