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sulla stampa
a cura di G.C. - 8 maggio 2008


Un uomo solo al comando
Massimo Giannini su
la Repubblica

ROMA - Un governo proprietario, ma "a responsabilità limitata". Il quarto esecutivo di Silvio Berlusconi, che ieri ha ricevuto l'incarico dal capo dello Stato, è un governo forte, perché il "padrone" conta. E insieme anche leggero, perché i "soci" partecipano ma non pesano. Stavolta il Cavaliere non ci ha stupito con effetti speciali. Non ha neanche provato a mettere insieme un "dream team". Non ci sono i Lamberto Dini prelevati dalla Banca d'Italia (come nel 1994) o i Renato Ruggiero precettati dal Wto (come nel 2001).

La squadra che oggi giurerà nelle mani del presidente della Repubblica è tagliata a misura della biografia personale del premier, che dopo quindici anni di leaderismo avventuroso ma fatalmente bellicoso, coincide ormai a tutti gli effetti con la biografia della nazione. Non ci sono sorprese nella gerarchia dei ministri né invenzioni nella distribuzione degli incarichi. Non ci sono grandi personalità della politica né brillanti innesti dalla società civile. C'è un uomo solo al comando. E questo basta.

Come un altro Cavaliere, lo Jedi difensore della pace della Repubblica Galattica nelle Guerre stellari di George Lucas, Berlusconi ha capito qual è il "lato oscuro della forza". Per il suo governo, stavolta, la forza non risiede nell'autorevolezza, ma nell'affidabilità. Non risiede nel prestigio, ma nella compattezza.

Lo Jedi di Arcore, evidentemente, ha capito la lezione della legislatura che finì nel 2006: schierò in campo i leader dei partiti dell'allora Cdl e finì per logorarsi in un negoziato permanente, ricco di conflitti e povero di riforme. E ha capito la tensione della legislatura che sta per cominciare: a dispetto della luna di miele post-elettorale, avrà qualche difficoltà a smerciare prebende sociali e sgravi fiscali con un ciclo economico a crescita zero. Se dovrà inevitabilmente gestire un problema di consenso reale dentro il Paese, stavolta preferisce evitare qualunque dissenso potenziale dentro il governo.

Se si guarda alla geografia politica, la lista dei ministri riflette fedelmente la nuova mappa post-elettorale, che premia il Pdl ma non esclude del tutto le vecchie logiche spartitorie deflagrate nelle complesse trattative di questi giorni. C'è tanta Forza Italia (12 dicasteri su 21), partito personale ma sempre più nazionale. C'è molta Lega Nord (i 4 dicasteri previsti) e in particolare molta rappresentanza trasversale del mitico Nord-Est. C'è un po' di "Lega Sud" (i 2 ministri siciliani Alfano e Prestigiacomo, il napoletano Vito e il pugliese Fitto).

C'è altrettanta Alleanza nazionale (che ottiene le 4 poltrone richieste, anche se una di queste non contempla l'ambito "portafoglio"). Ci sono meno donne del previsto, solo 4, anche se con due curiosi esordi, Gelmini e Meloni. E c'è anche uno strapuntino offerto in premio alla fedeltà post-democristiana, con l'attuazione del programma affidata a Rotondi.

Insomma, c'è la fotografia puntuale di quella nuova "destra corporata" (come l'ha efficacemente definita Edmondo Berselli) che ha stravinto il 13 aprile e che, sia pure con sfumature e accenti diversi, si riconosce nel suo leader, indiscusso e incontrastato, federatore di tutti i suoi simboli e conciliatore di tutte le sue identità.

Se si guarda all'alchimia politica, non si può non notare che i fedelissimi del capo, e non per caso, coprono tutti i ruoli-chiave. O per provata e riconosciuta competenza, come nel caso di Giulio Tremonti all'economia. O paradossalmente per il suo esatto contrario, come nel caso di Angelino Alfano alla Giustizia. Nel confronto delicato con i contribuenti, come nello scontro avvelenato con i magistrati, non c'è spazio per personalità autonome, o esterne all'inner circle del Cavaliere. Anche a costo di scelte francamente fiacche e discutibili, com'è appunto quella di Alfano. Probabilmente non sa niente di Csm e di snellimento del processo civile, anche se evidentemente deve sapere molto delle urgenze processuali del suo "principale".

Ma allo stesso tempo, non si può non notare che i ministeri cruciali sui quali si giocherà la legislatura, le Riforme e gli Interni, sono in mano al Carroccio. Umberto Bossi avrà le leve della nuova legge elettorale (probabilmente imposta dal referendum voluto dal popolo sovrano) e del nuovo federalismo fiscale (sicuramente preteso dal popolo padano). Roberto Maroni avrà in mano le leve della sicurezza e dell'immigrazione, i due nervi più sensibili per i cittadini-elettori, sui quali si è giocato l'esito della partita elettorale appena conclusa. Questa impronta leghista, al di là della natura presidenzialista e quasi "cesarista" di questo governo, è destinata a influire non poco, sui possibili esiti della legislatura e sui futuri equilibri della maggioranza.

Ma il potere è il miglior cemento per un centrodestra che ha vinto con 11 punti di vantaggio sul centrosinistra. E la sensazione, nonostante i potenziali conflitti che pure ci saranno a Palazzo Chigi e fuori, è che stavolta l'uomo di Arcore, solo al comando, vorrà davvero provare ad incarnare un'era di "bipolarismo morbido", inedita per il Paese, e di "populismo mite", inconsueta per il leader.

È ancora presto per dire se sarà davvero una legislatura costituente (anche se le premesse, e le promesse, ci sarebbero tutte). Ma una cosa è sicura. Berlusconi non si metterà in guerra con nessuno. Né con l'opposizione, né meno che mai con il Paese. È una metamorfosi funzionale ai suoi corsi anagrafici e ai soprattutto ai suoi percorsi politici. Ha 72 anni. Vuole passare alla storia, da statista repubblicano. E punta dritto al Quirinale, la sua "magnifica ossessione". Questo governo, così piatto eppure resistente, per l'Italia può anche non servire granché. Ma per il Cavaliere sembra proprio un perfetto trampolino di lancio, costruito proprio con quell'unico scopo: il grande salto verso il Colle. Visti i dolorosi tormenti del Pd, stavolta non si vede chi possa fermarlo.


Al premier chiediamo uno stile civile
Claudio Magris sul
Corriere della Sera

Al nuovo governo, o meglio ai suoi componenti, i cittadini — non solo i suoi avversari battuti ma anche, verosimilmente, i suoi sostenitori vincenti — chiedono, fra le tante cose, pure una garanzia di stile, di quello stile che non è solo formalismo bensì, com'è stato detto, è l'uomo, la sostanza della persona. Durante la recente campagna elettorale, ad esempio, il candidato ora premier, Silvio Berlusconi, ha agitato, quasi con toni da denuncia anticipata, lo spettro di brogli, ovviamente nel caso di una sua sconfitta. Dopo la sua netta vittoria, non ha sollevato alcun dubbio sulla correttezza dei risultati. Il leader del centrosinistra invece non si è mai sognato, né prima né dopo, di fantasticare di truffe ai danni del partito da lui guidato, di mettere in conto a bassi trucchi la battaglia ora perduta. Nemmeno nel 2001, dopo la vittoria del centrodestra, alcun rappresentante dei perdenti aveva cercato di ipotizzare truffaldinamente dei brogli per giustificare il proprio insuccesso.
Nel 2006, battuto di stretta misura, Berlusconi invece l'ha fatto, dimostrando platealmente la sua incapacità di accettare le regole della democrazia o meglio di essere disposto ad accettarle solo quando agiscono a suo favore. Se alle ultime elezioni fosse stato il centrosinistra a vincere altrettanto largamente, ci si può immaginare la campagna diffamatoria e accusatrice di brogli che ne sarebbe seguita. La differenza tra i due comportamenti e le relative conseguenze sulla vita civile di un Paese non hanno a che vedere con la diversità di programma tra il centrodestra e il centrosinistra. Giovanni Malagodi era un uomo di centrodestra, ma non ha mai attribuito a una congiura di falsari le modeste dimensioni del glorioso Partito liberale da lui diretto e un simile pensiero non veniva in mente né a Ugo La Malfa, leader dell'ancor più piccolo e altrettanto glorioso Partito repubblicano, né a Pietro Nenni alla testa del Partito socialista. La differenza fra chi riconosce la propria sconfitta politica, cercandone le ragioni anzitutto nei propri errori, e chi ammette solo di poter vincere trascende la politica. E' una diversità esistenziale, naturale, metafisica tra modi di essere, di guardare al mondo, agli altri e alla vita; di concepire il rapporto fra sé e gli altri e dunque, alla fine, pure fra sé e la cosa pubblica. Ma la differenza politica, in questo caso, arriva ultima; dipende dal rispetto o no che si ha per gli altri, da quello stile che, appunto, è l' uomo.
E gli uomini, dice Sancho Panza, nascono come Dio li ha fatti e talora anche un po' peggio. Preso atto di questi comportamenti diversi, occorre capire perché Berlusconi, se avesse perso ed evocato i brogli, sarebbe stato creduto da parecchie persone, mentre, se fosse stato Walter Veltroni o un altro leader del centrosinistra a farlo, nessuno, giustamente, gli avrebbe dato retta. Forse perché sarebbe stato un comportamento improvvisamente difforme da tutto lo stile precedente della persona e dunque da ciò che ci si attende; o forse perché un democratico, quando fa il demagogo, è il primo a non credere a ciò che dice e comunica questo suo imbarazzo agli altri. Aldilà delle elezioni, occorre capire perché certi atteggiamenti che sino a poco fa scandalizzavano oggi non scandalizzino più e non si senta neppure la necessità di mascherarli: come — è solo un esempio fra i tanti — quegli ex parlamentari, di sinistra come di destra, i quali, furiosi perché il loro partito non li ha riproposti quali candidati (cosa che non costituisce un diritto) dichiarano pubblicamente di essere pronti a passare dall'altra parte, rivelando così che il loro precedente impegno era dovuto a un mero e rozzo tornaconto.
E' grave comportarsi in tal modo, ma forse è ancora più grave dirlo senza temere di perdere la faccia, perché significa che in una società non esistono più alcune fondamentali regole di comportamento e alcuni fondamentali valori. Vincitori e vinti seguiranno comprensibilmente in modo diverso il lavoro del governo, ma entrambi hanno il diritto di attendere e pretendere, dalla lotta politica inevitabilmente e giustamente dura, cinque anni di stile civile.



Senza coraggio e basso profilo
Ninni Andriolo su
l'Unità

Un governo al ribasso. "Deludente", così lo definisce Dario Franceschini, elencando le pecche: quattro donne su ventuno ministri, attenzione smaccata agli equilibri di partito e di componente; assenza di personalità di rilievo della società civile. La netta vittoria elettorale avrebbe potuto consentire a Silvio Berlusconi una dose maggiore di coraggio. Ma la forza parlamentare di cui gode il premier, che riceve l'incarico per la quarta volta, non infrange la frammentazione di un partito-coalizione che scarica le sue dinamiche sulla composizione del governo
Un ostacolo difficile da superare, vista anche la ossessiva tendenza del Cavaliere a circondarsi di vecchi e nuovi fedelissimi. Un segno di debolezza, a ben vedere, che stride non poco con i numeri su cui conta la maggioranza Lega-Mpa-Pdl. È vero che la legge impone limiti precisi (12 ministri con portafoglio, 60 membri dell'esecutivo) e che il premier è stato costretto a dilatare le cifre dell'esecutivo per soddisfare le richieste degli alleati. Percorrendo a ritroso la storia di queste settimane, tuttavia, è possibile ricavare l'impressione che senza le forche caudine imposte alle cifre dell'esecutivo dalla Finanziaria, il Cavaliere avrebbe potuto avvicinarsi - se non addirittura superare - la deprecata superfetazione dell'ultimo governo Prodi. Ventuno componenti del nuovo gabinetto - dodici con portafoglio, nove senza - più di quelli che erano stati promessi. Ma a questi bisognerà sommare sottosegretari e vice ministri. Mentre già si ventila l'ipotesi di provvedimenti legislativi che consentano qualche spacchettamento. È il segno che il processo di costruzione del Pdl mostra quei limiti riscontrati prima del voto e che il 14 aprile non poteva cancellare. La scommessa di Berlusconi e Fini è quella di andare oltre la mera alleanza elettorale. E il neo presidente della Camera ha bisogno di dare corpo al nuovo partito ancor prima e ancor più del Cavaliere, Un'urgenza determinata anche dalla necessità di rintuzzare il peso che Bossi esercita sul premier. I motivi di tensione, come si nota, rimangono tutti sullo sfondo e forniscono risposte agli interrogativi sui motivi veri di un esecutivo di basso profilo e sulla chiusura politica che la sua composizione dimostra. Berlusconi, d'altra parte, se si esclude l'offerta ministeriale avanzata a Luca di Montezemolo - del quale peraltro conosceva in anticipo la risposta negativa - non ha proposto "poltrone" ad altri esterni. Anche per non turbare i complicati equilibri della coalizione e non sottrarre postazioni di governo ai fedelissimi. Non va dimenticato, però, che già in campagna elettorale le profferte di candidature avanzate a personalità significative del mondo imprenditoriale - D'Amato per tutte - non trovarono riscontro. Un segno che settori diversi della società civile - che pure hanno appoggiato elettoralmente il Cavaliere - rimangono a bordo campo e non si compromettono più di tanto. Molto Nord, tra l'altro, nel nuovo governo del Cavaliere. Dieci membri dell'esecutivo provengono dal lombardo-veneto. Dove, d'altra parte, imperversa la Lega che vanta 4 ministri e che, con i voti del solo Settentrione, governerà l'intero Paese e deciderà anche sul Mezzogiorno. Ed è al Carroccio che si riferisce Veltroni quando ricorda che "il giuramento che i ministri faranno sulla Costituzione non è un atto formale", visto che quel testo sancisce "il carattere della Repubblica italiana, come di una Repubblica una e indivisibile". Un governo al ribasso, quindi, che può rimanere prigioniero della logica che lo esprime e del deficit di coraggio mostrato da Berlusconi. Il Cavaliere avrebbe potuto sfruttare la forza dei numeri per volare alto, ma non lo ha fatto.



Le riforme promesse
Franco Bruni su La Stampa

Quando il governo sarà formato e insediato, si dovranno fare i conti con le promesse elettorali. Le più importanti sono quelle che la maggioranza ha fatto assieme all'opposizione: le riforme istituzionali. Esse sono state anche una promessa di laboriosa collaborazione bipartisan. Con idee quasi identiche, i principali partiti concorrenti hanno promesso, fra l'altro, la riforma dei poteri e la riorganizzazione delle responsabilità all'interno del governo, alcune modifiche dei suoi rapporti col Parlamento, la riforma elettorale, la riforma del ruolo e dei regolamenti delle Camere, la drastica riduzione del numero dei parlamentari, la riorganizzazione e la significativa riduzione del numero degli enti locali (Berlusconi ha promesso addirittura di abolire le Province).

Nell'insieme si tratta di un quadro già abbastanza organico e delineato di incisivi ritocchi istituzionali, utili a rendere più snello e trasparente l'iter delle decisioni politiche e a ridurre sostanzialmente i costi dell'apparato politico. Ed è anche un concreto ordine del giorno per impostare una collaborazione, fra maggioranza e opposizione, entrambe alla ricerca di migliori regole del gioco, che potrebbe avere interessanti e diversi sviluppi.

Durante la campagna elettorale nell'opinione pubblica c'era un misto di contentezza e di sorpresa per l'accordo sulle riforme. Ma c'era anche un velo di incredulità. Non è facile credere alla capacità della classe politica di riformarsi davvero, riducendo la propria numerosità e, insieme, l'irrazionalità di un assetto che i politici sanno usare con furbizia come scusa per la loro costosa inerzia.

Nonostante la nascosta incredulità con cui le promesse sono state ascoltate, sarebbe un grosso guaio se non venissero mantenute. Se il comportamento di tutto il Parlamento non sarà tale da favorire il varo tempestivo delle riforme promesse, l'ulteriore perdita di credibilità della politica sarà grave. Per l'economia ciò avrà costi diretti e indiretti, particolarmente inopportuni in questa delicata fase di crisi e trasformazione globali e di perdita di competitività relativa dell'Italia. Avrà i costi diretti delle mancate riforme come, ad esempio, quelli di dover continuare a mantenere un personale politico largamente eccessivo o di dover sopportare i ritardi che la politica economica subisce dall'attuale forma di bicameralismo. E avrà i costi indiretti della perdita di credibilità dei politici, che hanno promesso riforme concordi e non le fanno. Se la politica non è credibile non è efficace. In politica economica la mancata credibilità di chi la formula rafforza la posizione contrattuale dei gruppi, ancorché minoritari, che la vogliono ostacolare.


Il processo di riforma dovrà radicarsi nel Parlamento. Il governo non ne sarà l'unico protagonista. Ma ci sarà un ministro per le Riforme e pare che sarà concentrato soprattutto sul tema del federalismo. Qualunque approfondimento del federalismo, giusto o sbagliato che sia, sarebbe solo fonte di ulteriore disordine, di costi aggiuntivi, di pericolose tensioni politiche, se non avvenisse nel quadro d'insieme delle riforme istituzionali da tutti predicate, come la radicale riarticolazione degli enti locali, la riforma delle funzioni del Senato, il rafforzamento dell'autorità del governo centrale.

Lo scenario peggiore sarebbe quello in cui maggioranza e opposizione cercassero di farci dimenticare le promesse di lavoro bipartisan sulle riforme istituzionali. Avranno la tentazione di farlo, per esempio, trovando il modo di litigare subito duramente su altre questioni, al punto di poter dire che il clima è diventato inadatto alla collaborazione. E trovando il modo di inciampare in rinnovate baruffe sulla riforma elettorale. La maggioranza potrebbe poi far finta di preoccuparsi delle riforme istituzionali facendo qualche passo, pericoloso anche se puramente formale, sul solo fronte del federalismo. E l'opposizione potrebbe tentare di distrarsi dalla responsabilità, che condivide pienamente, di fare le riforme istituzionali. Distrarsi, ad esempio, con l'ansia di ricercare più faziosamente il consenso mancato nelle elezioni e riducendo per questo la propensione a collaborare con la maggioranza. Ma entrambe, se cedessero alla tentazione, pagherebbero un alto prezzo per la loro incoerenza. Purtroppo pagheremmo anche tutti noi.


Se il povero va a destra
Giancarlo Bosetti su
la Repubblica

Quello della destra popolare e votata dai poveri e della sinistra elitaria cara ai ricchi sta diventando, è diventato il pons asinorum, il "ponte degli asini" delle campagne elettorali. Mai sentito parlare di questa formula? E´ stata inventata da Ruggero Bacone, doctor mirabilis, nel XIII secolo, per indicare un teorema elementare di geometria euclidea, che occorre superare per essere ammessi ai teoremi più difficili. Insomma un test di ammissione al concorso (per vincere le elezioni, nel nostro caso): se non lo passi non solo perdi, non puoi neanche partecipare alla gara.
Il teorema asinorum per la geometria è quello del triangolo isoscele: dimostrare perché gli angoli opposti ai lati uguali sono uguali. Il teorema asinorum dei politici è questo: spiegare perché tanti elettori delle fasce più povere, e spaventati da globalizzazione, immigrazione, turbolenze economiche, trovano rifugio più a destra che a sinistra. C´è una versione americana: spiegare perché Hillary Clinton attacca Obama proprio sui poveri e sul suo presunto elitismo? O perché McCain attacca e attaccherà tutti i Democratici sullo stesso argomento (che aveva già grandiosamente aiutato il ruspante Bush a vincere contro l´aristocratico Kerry)? Versione italiana, ancora più facile: perché oggi nelle librerie italiane La paura e la speranza di Giulio Tremonti va più forte che i Dannati della terra di Franz Fanon nel ´68?
C´è solo da sorprendersi che il tema si sia proposto con esplosiva chiarezza soltanto ora in un paese dove il seguito popolare del fascismo è stato materia di studio tra gli allievi di De Felice e sui banchi delle scuole di partito del Pci togliattiano.
Il primo passo per superare il "ponte degli asini" è dunque quello di familiarizzare con il problema cronico e strutturale dell´ala sinistra nelle vicende politiche: i poveri non sono spontaneamente progressisti, né spontaneamente inclinano per il progressismo. Più facile il contrario. Della questione si occupò già a fondo un intellettuale tedesco dell´Ottocento, Karl Marx, traendone spunto per una complessa ideologia rivoluzionaria, denominata socialismo scientifico o comunismo, che ebbe a lungo un certo successo perché offriva ai proletari una attraente prospettiva di riscatto collettivo. Lui certamente il pons asinorum lo superò, altri furono i suoi errori.
In America dove la sinistra ha perso le ultime due presidenziali, rimediando finalmente una vittoria nelle ultime elezioni di mezzo termine, ma ricominciando a temere per il futuro, non si parla d´altro: la grande abilità dei guru della destra nel presentare i liberal, i progressisti, i Democratici come una élite di intellettuali mangiatori di tartine al caviale, frequentatori di cocktail nei quartieri esclusivi di Manhattan, amanti dei gay e lettori del New York Times. A Obama è scappata in Pennsylvania una battuta sui bianchi poveri di quello stato che, stressati dalla crisi economica "si attaccano alla religione, alle armi e ai sentimenti anti-immigrati". Una constatazione sociologica che potrebbe costargli cara, serio inciampo davanti al fatidico pons. Anche una rivista radicale come The Nation gli ricorda che se uno offende gli elettori trattandoli come degli allocchi che si fanno abbagliare dalla "falsa coscienza" la partita è persa.
Sempre in America se si dà uno sguardo alle analisi del voto delle passate presidenziali, si scopre che le più alte percentuali dei democratici si trovano tra la popolazione più istruita: più si sale di grado, più si va a sinistra. Picchi imbarazzanti si raggiungono oltre la laurea, e il vertice tra le donne con il PhD, il dottorato post-laurea. Michael Walzer, filosofo della politica sempre molto attento al problema delle basi popolari della democrazia e sostenitore della "connectedness", della vicinanza al linguaggio della gente comune, racconta sull´ultimo numero della sua rivista, Dissent, di quando, studente, nel ´68 organizzò un sondaggio militante per un Comitato contro la guerra in Vietnam a Cambridge, Massachusetts, dove c´è l´università di Harvard: favorevoli o contrari? I dati rivelarono che la opposizione alla guerra era più forte quanto maggiore era il titolo di studio degli intervistati. Il Faculty Club era contro, i bidelli a favore. Mondo crudele per la sinistra: è duro aspettare che la popolazione intera si dottori. In Francia uguale: il gaullismo (e qualche volta anche Le Pen) ha dato dure lezioni ai socialisti, che dopo Mitterrand sono finiti più volte sotto, per il loro elitismo tecnocratico, maggioritario tra i figli dell´Ena e delle Grandes Ecoles. Ségolène Royal non è stata risparmiata dalle stesse accuse di "distanza", anche per i suoi tailleur e modi raffinati. Le analisi francesi del voto sono dolorose per la sinistra quanto quelle americane: la lunga durata di Chirac si è basata molto sul voto operaio.
Se ora vogliamo cercare le ragioni del recente vantaggio di popolarità della destra italiana sulla sinistra qualcosa si trova senza molto faticare. Berlusconi è un paradigma internazionale di comunicazione pop, la raffinatezza la sa tener lontano con trasporto istintivo, anche meglio di Sarkozy. Ma non c´è solo il rapporto mimetico tra fasce popolari e leader, il fattore B, il fattore Lega, il fattore destra sociale ex An e altro ancora. C´è anche qualcosa di molto più pesante che fa la differenza: il collasso ideologico della sinistra, al quale è seguito il deserto simbolico, la aridità retorica, semplicemente la mancanza di motivazioni. Una prospettiva riformista vincente non può presentare il proprio progetto come un protocollo di appalto; la competizione con la destra riguarda la chiarezza delle politiche proposte, ma anche la qualità, coerenza, bellezza del rifugio ideologico, del guscio simbolico che offre in tempi di difficoltà.
È una storia antica come la democrazia: le politiche bread and butter funzionano finché c´è butter, cioè crescita florida e ricchezza da distribuire, ma quando ci sono sacrifici quello che si chiede al politico sono: personale acclarato disinteresse, grande credibilità e, importantissimi, buoni motivi per affrontarli, i sacrifici. Pensare che un faticoso programma di rientro dal deficit, con inflazione e salari in sofferenza, possa produrre da solo consensi è un errore serio. Pensare che le riforme liberali, necessarissime in Italia, dalle farmacie ai tassisti, dall´Alitalia ai contratti flessibili, per il fatto di essere utili al paese siano anche popolari è un errore ancora più serio. Sentito il giubilo dei gruppi di tassisti alla vittoria di Alemanno?

Non si può immaginare, se non in una prospettiva da avanguardia giacobina e rivoluzionaria, che il razionalismo in politica vinca per virtù propria, a forza di calcoli economici, specialmente in tempi di paura. Piacere a Barroso e Almunia non vuol dire sfondare tra gli elettori. Un tassista si potrà anche convincere che l´aumento del numero delle licenze migliori il servizio anche se la sua licenza, faticosamente pagata, perderà un po´ di valore. Così il pensionato in un quartiere di Milano invaso dai cinesi, che fanno scendere il valore della sua casa, potrà anche convincersi che l´immigrazione è utile. Ma anche questi rari – e introvabili – esempi di mentalità cartesiana avranno bisogno di poderosi argomenti per accettare una prospettiva che contraddice la loro urgenza esistenziale. Non basta il competente richiamo al principio di realtà, che certo da ultimo nessuno potrà eludere, neanche Berlusconi. La impopolarità accumulata dal governo dell´Unione è rimasta largamente al di qua del pons asinorum e il Partito democratico è appena all´inizio della costruzione del suo edificio ideologico per oltrepassarlo. Se la parola "ideologia" disturba, si parli di idee, di discorso, di fini e di simboli. All´elemento economico la politica deve associare l´elemento persuasivo e narrativo. Non si tratta solo di retorica, ma di sostanza ideale, che è contenuto della politica, almeno tanto quanto i programmi di governo. Non basta essere concreti bisogna anche saper essere astratti. E convincenti.



Se i Vescovi guardano a destra
Lettera a
l'Unità di Mons. Luigi Bettazzi

Non so quale sarà il giudizio della Cei sui risultati delle recenti elezioni. La nostra gente ha sempre pensato che i Vescovi, pur astenendosi da interventi diretti, non riuscissero a nascondere una certa simpatia per il Centrodestra, forse perché, almeno apparentemente, si dichiara più severo nei confronti dell'aborto e dei problemi degli omosessuali e più favorevole alle scuole e alle organizzazioni confessionali.
Credo peraltro che siamo stati meno generosi verso il Governo Prodi, non come approvazione della sua politica - dopotutto meritoria di aver evitato il fallimento finanziario del nostro Stato di fronte all'Europa (anche se questo può aver rallentato l'impegno, già avviato, di attenzione ai settori di popolazione più in difficoltà), quanto come riconoscimento di un esempio di cattolicesimo vissuto in situazioni e in compagnie particolarmente problematiche.
Anche perché in un mondo, come il nostro Occidente, dominato dal capitalismo, che sta impoverendo sempre più la maggioranza dei popoli e tutto teso, tra noi e fuori di noi, verso la ricchezza e il potere - la “mammona” evangelica, che Gesù contrappone drasticamente a Dio - tra i valori “non negoziabili”, accanto alla campagna per la vita nascente e per le famiglie “regolari”, va messo il rispetto per la vita e lo sviluppo della vita di tutti, in tempi in cui si allarga la divaricazione già denunciata da Paolo VI nella "Populorum progressio" (quarant'anni fa!) tra i popoli e i settori più sviluppati e più ricchi e quelli più poveri e dipendenti, avviati a situazioni di fame inappagata e di malattie non curate, vanno messi l'impegno per un progressivo disarmo, richiesto da Benedetto XVI all'Onu, e quello per la nonviolenza attiva, che è la caratteristica del messaggio e dell'esempio di Gesù ("Obbediente fino alla morte, e a morte di croce" - Fil 2, 16).
Forse siamo sempre più pronti a dare drastiche norme per la morale individuale, sfumando quelle per la vita sociale, che pure sono altrettanto impegnative per un cristiano, e che sono non meno importanti per un'autentica presenza cristiana, proprio a cominciare dalla pastorale giovanile. Mi chiedo come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano “cattolici”, nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalità ed esaltano le loro “furberie”, e noi uomini di Chiesa tacciamo per “non entrare in politica”, finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l'opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione. Ci stracciammo le vesti quando all'on. Prodi scappò detto che non aveva mai sentito predicare l'obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle...
Lo dico come riflessione personale. Perché mi consola pensare che il nuovo Presidente della Cei - a cui auguro un proficuo lavoro - proprio nell'intervento inaugurale di questo suo ministero richiamava il principio tipicamente evangelico del “partire dagli ultimi”, che era stato proclamato in una mozione del Consiglio Permanente della Cei nel 1981 (!), e che risulta più che mai importante in un mondo (anche quello italiano! e qualche segnale ce lo fa temere sempre più per l'avvenire...), in cui si suole invece partire “dai primi”, garantendo i loro profitti e i loro interessi, che non possono poi non essere pagati dalle crescenti difficoltà di troppe famiglie italiane.


Monsignor Luigi Bettazzi è Presidente emerito di Pax Christi Internazionale, presidente del Centro Studi economico-sociali per la pace, vescovo emerito di Ivrea.
La lettera aperta ai vescovi italiani, da cui è tratto questo testo, apparirà sul prossimo numero di "Mosaico di pace", rivista mensile promossa dal movimento cattolico internazionale per la pace Pax Christi


L'addio di Padoa-Schioppa
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera

ROMA — Nel governo di Romano Prodi era considerato il ministro "tecnico " per eccellenza. Questa definizione, tuttavia , a Tommaso Padoa- Schioppa non è mai piaciuta. Lui considera la distinzione fra ministri politici e tecnici "priva di senso, una manifestazione dell'immaturità con cui si guarda alla politica italiana". E invece sottolinea il peso di un'altra distinzione, quella fra "politico eletto e chiamato".
Avrebbe potuto mai diventare un politico "eletto"?
"Se vuole sapere se mi hanno proposto una candidatura la risposta è: sì. Però non ho mai concepito questi due anni di lavoro come l'inizio di una carriera politica".
E come due anni di politica?
"Sono venuto qui senza essermi candidato a nulla. Ho molto esitato prima di accettare. E ho deciso di tornare alle condizioni di prima, quelle di pensionato ex funzionario pubblico. Ma questo non significa che non abbia svolto una funzione fortissimamente politica".
La soddisfazione più grande?
"Essere ancora ministro nel giorno in cui la Commissione europea decide di abrogare la procedura d'infrazione a carico dell'Italia per deficit eccessivo. Per la prima volta a memoria d'uomo il giudizio di Bruxelles sulla finanza italiana è addirittura migliore del nostro".
Roba da stropicciarsi gli occhi.
"Ma non significa che i problemi siano finiti. Anzi. Anche se un conto è essere considerato un Paese che non rispetta le regole e un conto diverso è essere tornati nella normalità. Rientrare nei vincoli del patto di stabilità è stato difficile, non meno difficile sarà il cammino verso il pareggio di bilancio".
Un benvenuto per il suo successore Giulio Tremonti.
"Nel nostro primo Dpef si è impostata la politica economica su tre binari: risanamento, crescita, equità. È falso che il governo Prodi abbia perseguito solo il primo. Ma credo che i tre elementi siano più legati ora che due anni fa. Bisogna far ripartire l'economia, aumentare la produttività, ridurre l'obesità delle strutture pubbliche..."
Lo sa che siamo gli ultimi in Europa nell'uso di Internet per i rapporti con gli uffici pubblici?
"Purtroppo è vero. Le pratiche si possono anche avviare via Internet. Poi però dietro c'è ancora la penna d'oca".

Troppi bastoni fra le ruote, come ha detto anche Berlusconi?
"C'è stato sempre chi ha sperato che la nostra azione venisse stroncata dalla fine della legislatura".
Per esempio il sindacato?
"In certi casi ha assecondato il cambiamento. In altri ha frenato. Aggiungo che negli ultimi mesi ha clamorosamente fallito".
Si riferisce all'Alitalia, vero? Le brucia la sconfitta?
"Si. È stata una sconfitta: ma soprattutto per la nostra economia. Il raggiungimento dello scopo non dipendeva solo da noi governo. E abbiamo fatto tutto il possibile. Alitalia ha 175 aerei e Air France proponeva di metterne a terra 30, con 2.500 esuberi. Di gran lunga il ridimensionamento più modesto che si potesse sperare".
Ma di fronte al niet sindacale gli avete dato altri soldi.
"Non farlo sarebbe stato da irresponsabili: il futuro premier ha detto di avere pronta una soluzione e il governo doveva credergli, dando il tempo per metterla in pratica".
E se Prodi non fosse caduto?
"Il sindacato non avrebbe fatto saltare il tavolo. Se no la legge Marzano sarebbe stata inevitabile".
Forse non è un caso che la vicenda Alitalia, una rogna che nessuno è stato mai in grado di risolvere, scandisca il passaggio di maggioranza. Ci ha mai pensato?
"Chiunque oggi incontrerebbe difficoltà a governare. Avremo davanti anni in cui l'economia mondiale crescerà molto meno che negli ultimi 10 anni e le pressioni sui prezzi saranno molto più forti, per la crescita dell'economia asiatica e il conseguente rincaro dei prodotti primari. E non è che chiudendosi in un guscio protezionistico ci si metta al riparo dalle difficoltà".
Tremonti è avvertito.
"Poi c'è la questione dell'Italia: Paese indebitato e sottocapitalizzato, con diseguaglianze fra Nord e Sud. Affrontare queste difficoltà senza continuare la lotta all'evasione fiscale sarà impossibile".

Lasciate il bilancio in ordine?
"Mi pare giusto che chi viene qui voglia vederci chiaro. Osservo che due anni fa il Tesoro prevedeva un deficit al 3,8% mentre Bruxelles lo stimava nel 4,1%. Ora lo prevediamo al 2,4% e la Ue al 2,3%".
Quindi i conti sono a posto?
"Questo significa uscire dalla sala rianimazione e andare in corsia, restando però in ospedale. Verremo dimessi quando avremo i conti pubblici in pareggio e la convalescenza sarà finita quando il debito pubblico scenderà sotto il 60% del Pil. Lasciamo un aggiustamento strutturale superiore a quello richiesto da Bruxelles, un avanzo primario ricostituito, un debito in diminuzione. Abbiamo virato: bisogna proseguire su questa rotta".
Per quanto tempo?
"Resto convinto che per curare i mali dell'Italia ci vogliano almeno dieci anni di azione coerente. E pur avendo fatto per assurdo più di quanto ci viene riconosciuto, purtroppo abbiamo fatto molto meno di quello che era necessario".

Lei ha appena scritto: "Il tempo riconoscerà ancora una volta a Prodi di avere regalato all'Italia il bene raro del buongoverno". Quanto dovrà passare?
"Contrariamente a ciò che si pensa e si rappresenta, sono moltissimi gli italiani che hanno capito. Il giudizio su questi due anni è molto meno umorale di quanto si crede. Esco da questa esperienza con lo stesso entusiasmo che avevo all'inizio. Sono stato convinto che per la storia d'Italia avesse un senso la partecipazione al governo di forze politiche che l'avevano sempre rifiutata, e lo considero un lascito importante per il futuro".



Israele, i libri e la libertà
Arrigo Levi su
La Stampa

La maggior parte degli scrittori israeliani, certo i più famosi tradotti in tutto il mondo, diversi dei quali saranno da oggi a Torino per la Fiera del Libro, sono uomini di pace. Quasi tutti - romanzieri, storici, giornalisti - sono fautori di una politica di più audace apertura al negoziato e di più generosa disponibilità alle concessioni da farsi ai palestinesi per arrivare alla pace, di quanto non sia il governo oggi in carica a Gerusalemme. L'idea di boicottare la Fiera, che celebrerà gli scrittori israeliani insieme con tanti altri scrittori d'ogni parte del mondo, che celebrerà insomma, come tutti gli anni, l'idea stessa del "Libro" come strumento di civiltà, quale è per sua natura, è quindi un'idea non soltanto incivile ma stupida. Dispiace dirlo: ma gli stupidi fautori del boicottaggio (anche i "grandi intellettuali" possono essere stupidi) combattono quello che dicono di volere, cioè la nascita, accanto allo Stato d'Israele, creato 60 anni fa per volontà delle Nazioni Unite, di uno Stato palestinese: sola vera garanzia, secondo la maggioranza degli stessi israeliani, dell'esistenza e sopravvivenza d'Israele.

Lo Stato d'Israele, e il faticoso cammino intrapreso verso la meta sognata della pace, possono certo sopravvivere a tanta manifestazione di insipienza. Così come possono fare a meno di alcune manifestazioni non necessarie e fin troppo zelanti di solidarietà, che, non so perché, suscitano in me un certo, forse immotivato fastidio: lo stesso che provo quando incontro quelli che mi dicono che gli ebrei sono più bravi, più intelligenti, più di tutti gli altri. Troppe lodi mi fanno correre sotto pelle un brivido, come fossero una conferma che mi si considera, in quanto ebreo, un "diverso". Grazie della solidarietà: ma Israele non è sopravvissuto, fino ad oggi, in virtù del sostegno altrui. È sopravvissuto al testardo, controproducente e ancor vivo rifiuto di fare la pace da parte di chi si oppone alla sopravvivenza stessa d'Israele, grazie, fondamentalmente, alla sua altrettanto testarda volontà di vivere, di sopravvivere.

Fra pochi giorni, il 15 maggio, Israele potrà celebrare il sessantesimo anniversario della sua nascita perché sessant'anni fa vinse la sua prima guerra, e poi diverse altre. E vinse quella prima guerra, contro uno schieramento di eserciti apparentemente imbattibile, proprio perché personaggi come l'allora Segretario Generale della Lega Araba, che si chiamava Abd al Rahman Pascià, l'avevano annunciata come "una guerra di sterminio, un terribile massacro, paragonabile alle stragi mongole e alle Crociate". Questa non ci parve una buona idea.

Accade che io sia ormai uno dei pochi ancora in vita fra i giovani ebrei italiani che decisero allora di partire per quella guerra, anche se non erano programmaticamente "sionisti", perché francamente, dopo la Shoah, ci sembrava un po' troppo che si pensasse di massacrare anche quei seicentomila ebrei che stavano mettendo in piedi una specie di Stato ebraico in Palestina, dopo duemila anni di esodo e di persecuzioni. Ci sembrò, d'istinto, che se davvero anche loro fossero stati "gettati a mare", come promettevano a gran voce tutti gli Stati arabi, non sarebbe valsa la pena di continuare a vivere: già ci sentivamo quasi in colpa per esserci salvati dalla Shoah.

I ricordi di quell'anno di guerra, e di come e quando finì, sono ancora molto nitidi nella mia mente. E dà quasi una stretta al cuore ricordare l'entusiasmo di quella notte di fine anno del '48, quando ebbe inizio l'ultima tregua, e noi della "Brigata del Negev", che ci eravamo appena ritirati dal territorio egiziano, al di qua del confine segnato dall'Onu, ci lasciammo andare a eccessive manifestazioni d'entusiasmo, abbracciandoci e brindando con succo d'arancia, perché era arrivata, finalmente, la pace! Come eravamo ingenui! Ma pensavamo davvero che fatta la guerra, e visto che l'avevamo miracolosamente vinta, ci sarebbe stata, come di solito si usa dopo le guerre, la pace, che avrebbe permesso a tutti i miei compagni israeliani di tornarsene a casa ai loro lavori, e a me, come poi accadde, di seguire la mia stella di giornalista italiano in giro per il mondo. Purtroppo (anche per loro), i palestinesi, che avrebbero potuto mettere subito in piedi un loro Stato, e gli arabi in generale, dissero no e no e no, no al negoziato, no al riconoscimento d'Israele, no alla pace.

E qui ci ritroviamo, sessant'anni dopo, ancora senza la pace, e alla mia età comincio a disperare di vederla mai. Penso al giorno del novembre '92 in cui, a Roma, mi toccò con gioia di presentare il libro dell'israeliano Mark Heller e di quel grande intellettuale palestinese che era ed è Sari Nusseibeh, che da allora fu mio amico, oggi presidente dell'Università araba di Gerusalemme, che s'intitolava: Israele e Palestina - Il piano per la pace fra due Stati sovrani. Condividevo il loro piano e le loro speranze. Di Nusseibeh ho letto da poco, con stringimento di cuore, e con spirito di piena solidarietà, il suo ultimo, bellissimo libro di memorie, uscito in America col titolo Once upon a country (C'era una volta un Paese). Come vorrei che ci fosse, come vorrei che nascesse un Paese chiamato Palestina, accanto a quell'altro Paese chiamato Israele.



  8 maggio 2008