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sulla stampa
a cura di G.C. - 6 maggio 2008


Il potere blindato della destra zuccherosa
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Circa mezzo secolo fa – forse qualcuno ancora se lo ricorda – Mina lanciò una canzone che diceva così: "Renato Renato Renato/così carino così educato". Mi è tornata in mente ascoltando il discorso del neo-presidente del Senato, Renato Schifani, che fino a pochi giorni fa era soprannominato "iena ridens" per la sua capacità di ripetere i voleri del Capo e i suoi truculenti insulti al popolo di sinistra con un ghigno sul volto che non presagiva nulla di buono. Oggi si è trasformato: così carino così educato. La canzone di Mina gli si attaglia perfettamente.
E si attaglia anche a Gianfranco Fini, neo-presidente della Camera, e a Gianni Alemanno, neo-sindaco di Roma. Le loro movenze sono diverse da quelle di Schifani, hanno un pizzico di volontà di potenza in più e un maggior orgoglio di sé. Non sono – oggi come ieri – lo scendiletto del Capo, hanno un loro partito, una loro provenienza, una loro storia (anche se poco commendevole) dietro le spalle. Ma anche loro "governano per tutti i cittadini" anche se non per conto e in nome di tutti. Anche loro promuoveranno i talenti al di sopra degli steccati partigiani. Anche loro insomma non sono più politici politicanti ma statisti governanti. C´è da credervi?
Io penso di sì, c´è da crederci. Del resto non si è mai visto in democrazia qualcuno che, arrivato al potere sulla base del libero voto popolare, si metta a proclamare che lo userà per favorire la sua parte. Non lo fece neppure Mussolini dall´ottobre del ´22 al gennaio del ´25. Aveva vinto le elezioni, sia pure con una porcata di legge, e aveva formato un governo di coalizione con dentro vecchi cattolici e ancor più vecchi moderati.
Poteva fare, come disse, dell´aula sorda e grigia di Montecitorio un bivacco di manipoli, ma lo fece soltanto due anni dopo sulla scia del delitto Matteotti. La dittatura rompe le regole della democrazia e rende inutile l´ipocrisia. Il Parlamento fu abolito, i partiti dissolti salvo il suo che fu identificato con lo Stato, la libera stampa mandata in soffitta, come ha auspicato Beppe Grillo e le centinaia di migliaia dei suoi seguaci paganti nel "Vaffa-day" del 25 aprile.
Questa volta le cose non andranno così per molte ragioni. Il mondo è globale, l´economia è globale, la cultura è globale, le informazioni sono globali e anche il commercio è globale. L´Italia è una regione dell´Europa. La nostra moneta è quella europea. Una dittatura totalitaria oggi è impensabile in Europa e in Occidente. E poi la classe dirigente del centrodestra non ha alcuna somiglianza con lo squadrismo diciannovista.
Perciò quel pericolo non c´è. Ce ne sono altri che possono suscitare serie preoccupazioni.
* * *
I marxisti spiegavano la storia dei popoli attraverso il rapporto tra le forze produttive e le istituzioni chiamando le prime "struttura" e le seconde "sovrastruttura". Lo ricorda Giorgio Ruffolo nel suo bellissimo libro "Il capitalismo ha i secoli contati" che è la più lucida ricostruzione della globalizzazione che stiamo vivendo e dei fenomeni che l´hanno preceduta.
Tra la struttura e la sovrastruttura non esiste un rapporto di automatica determinazione come pensavano rozzamente i marxisti militanti del secolo scorso. C´è invece una continua interazione, un reciproco condizionamento. Io credo che l´emergere elettorale del centrodestra e la rivoluzione parlamentare che ne è seguita siano state largamente determinate dal nuovo atteggiarsi strutturale delle forze produttive, lo sgretolarsi dei tradizionali blocchi sociali, la scomparsa delle classi, il frazionarsi degli interessi fino alla loro completa polverizzazione.
Questo mutamento strutturale spiega anche la nascita del partito "liquido" dei democratici, la sconfitta del partito cattolico come arbitro centrista che era nel disegno di Casini, infine l´affondamento della sinistra massimalista.
Il comportamento più strano, ai confini dell´assurdo, è stato proprio quello della sinistra radical-massimalista, che ha attribuito a Veltroni la sua scomparsa e ha punito con il voto e con l´astensione Rutelli per castigare il leader democratico. Per gli ultimi marxisti militanti è un errore squalificante non rendersi conto che le strutture negli ultimi quindici anni sono completamente cambiate ed hanno determinato una rivoluzione sovrastrutturale. La sinistra radicale, le sue ideologie, i suoi slogan, la sua organizzazione politica galleggiavano sul vuoto che essa stessa aveva ulteriormente aggravato segando l´ultimo ramo che ancora la sosteneva e cioè l´operatività del governo Prodi.
Il loro stupore per la scomparsa del loro mondo, quello sì, è stupefacente e direi senza appello: chi ha smesso di pensare smette di vivere. Questo è accaduto, con buona pace di Sansonetti, direttore del più assurdo (e come tale utile) giornale oggi in circolazione.
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L´ascesa al potere del triumvirato Berlusconi, Bossi, Fini-Alemanno, che si completa in quadrumvirato con l´inevitabile cooptazione del siciliano Lombardo, si fonda su una precisa ideologia, sì, riemerge l´ideologia, è un fatto nuovo del quale è bene prendere atto. Chi l´ha declinata meglio di tutti è stato Fini nel suo discorso alla Camera dei deputati.
Si basa sulle radici cristiane, anzi cattoliche, sulla condanna del relativismo, sull´esistenza d´una verità assoluta e sulla morale che ne deriva. Sulla tolleranza (relativa) delle altre culture a discrezione del Principe. Sulla protezione e la sicurezza dei cittadini per mettere in fuga la loro insicurezza. Sulla convivenza tra il potere forte dello Stato e la società federale.
Berlusconi rappresenta il vertice del Triumvirato-Quadrumvirato: un tavolo a tre gambe, un triangolo retto che è sempre uguale a se stesso su qualunque lato venga poggiato perché il bello del populismo consiste nella ubiquità di Berlusconi, leghista, statalista, liberista, per naturale e plurima vocazione.
Perciò, salvo errori o malasorte, puntare su laceranti contrasti tra i triumviri è sbagliato: c´è trippa per tutti e anche per Grillo che dissoda il terreno dove i triumviri semineranno e raccoglieranno. Così saranno i cinque anni che ci aspettano. Buon pro ci faccia.
Ma dunque non c´è niente da fare? Al contrario, penso che ci sia moltissimo.
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Una volta tanto provo a descrivere il Partito democratico in negativo, cioè per quello che non è. Un modo come un altro per disegnarne un profilo identitario.
Non è il partito dell´ideologia assolutista. Non è un partito con radici cattoliche o comunque religiose. Non è un partito liberista. Non è un partito classista. Non è il partito dello Stato forte. Non è un partito protezionista.
Quindi: è un partito laico e non ideologico, liberal-democratico, costituzionale di questa Costituzione e dei suoi principi fondativi. Non trasformista ma disponibile a partecipare – se potrà – all´elaborazione delle riforme istituzionali. Vuole un libero mercato nutrito di libera concorrenza, con regole efficaci e istituzioni capaci di farle rispettare. Un partito con una sua visione nazionale nel quadro di un´Europa federale.

Nell´idea originaria Veltroni ha puntato su una forma che fu definita "liquida", poggiata sul popolo delle primarie. Questa formula, che anche a me sembrava utilmente innovativa rispetto alla tradizionale forma-partito, si è invece rivelata inefficace. L´esperienza della campagna elettorale ha dimostrato che le primarie sono uno strumento selettivo utile ma non l´ossatura di un partito che deve vivere sul radicamento territoriale. C´è bisogno d´una struttura militante e identificata con gli interessi del territorio e di un vertice solido e plurimo che indichi le priorità e i mezzi disponibili per attuarle. Che non sia casta ma rappresentanza. Locale ma con visione nazionale.
Il Partito democratico rappresenta il solo sbocco politico possibile della sinistra italiana e deve perseguire quest´obiettivo. Rappresenta il solo sblocco possibile dei cattolici adulti, che abbiano intensi sentimenti di fede e non di idolatrie o di calcoli politicanti. Questi cattolici sono minoranza tra i tanti battezzati indifferenti e ruiniani? Ma i cattolici veri, quelli di fede e di responsabilità personale, sono sempre stati minoritari, quello è il loro vanto e la loro dignità religiosa così come lo è per i laici non credenti ma rispettosi del sacro e delle sue non idolatriche manifestazioni.
Ricordo qui una lezione di Ugo La Malfa: impegnò la sua vita politica per cambiare la sinistra di cui si sentiva parte, per cambiare la Democrazia cristiana con la quale fu alleato e per cambiare il capitalismo italiano trasformando gli imprenditori in una consapevole borghesia.
Secondo il mio modo di vedere il Partito democratico deve farsi portatore di analoghe e alte ambizioni che sono al tempo stesso culturali sociali e politiche.
Il riformismo di centrosinistra in un paese come il nostro è minoritario. Lo è sempre stato ma ha, deve avere, vocazione maggioritaria. Del resto le grandi trasformazioni sono sempre state – e non solo in Italia – realizzate da minoranze che seppero operare nel senso della storia programmando il futuro, rappresentando il paese vitale e responsabile, consapevole dei difetti, dei limiti e delle virtù degli italiani.

La sconfitta è stata dura, gli errori ci sono stati. Ambizione, non vanità. Dialogo, non trasformismo. Pragmatismo, non improvvisazione.
C´è molto da fare.


Su cosa giura Bossi
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

La politica è comunicazione, verbale e simbolica, di idee e di comportamenti, libera e fantasiosa. L'unica discriminante fra l'accettabile e il censurabile è stabilita, come deve sempre esserlo, dalla Costituzione, quella italiana. Secondo la Costituzione spetta al Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio, nominare i ministri. Sulla Costituzione giurano i ministri, tutti, e dichiarano, così, fedeltà alla Repubblica, che, art. 5, è "una e indivisibile", e riconoscono che la bandiera della Repubblica, art. 12, "è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso". Tutto il resto sono parole. Non per questo, tutte le parole debbono essere lasciate scorrere, con indifferenza. Infatti, non sempre le parole "volano"; al contrario, qualche volta sono più pesanti delle pietre. Certo, è giusto replicare al figlio di Gheddafi che i ministri italiani vengono indicati da chi ha vinto elezioni democratiche, sconosciute alla Libia, e sono scelti dal Primo ministro che ha ottenuto quella carica in quanto capo di una maggioranza parlamentare e che la conserverà fino a quando quella maggioranza lo sostiene.
Ma è altrettanto giusto richiamare i ministri e tutte le autorità di governo a comportamenti consoni con l'importanza della loro carica e coerenti con i dettami della Costituzione.
Non ho nessun dubbio che, senza clamore, ma con chiarezza e intransigenza, il Presidente Napolitano, che nelle molte cariche di rilievo istituzionali da lui ricoperte ha sempre dimostrato assoluta correttezza politica, ricorderà questi elementari, ma essenziali, principi sia al Primo ministro che ai ministri da lui scelti. Qualcuno sostiene che, a fronte delle "sparate" della Lega e, in special modo, del suo capo Umberto Bossi, ma anche di troppi altri principali esponenti del centro-destra, abbiamo troppo spesso abbassato la guardia e lasciato correre con la conseguenza che l'opinione pubblica vi si è quasi assuefatta. All'estero, invece, continuano a stupirsi delle tiepide reazioni italiane nei confronti delle affermazioni e dei comportamenti di alcuni politici del centro-destra e guardano alla politica del nostro paese con incuriosita preoccupazione. Naturalmente, noi ne sappiamo di più. Vale a dire che possiamo sostenere che quelle della Lega sono frasi esagerate alle quali, almeno finora, non hanno fatto seguito comportamenti reprensibili e pericolosi. I passamontagna sono rimasti nei cassetti e i trecentomila fucili probabilmente non si trovano neppure in tutte le armerie della Padania. Quelli della Lega sono talvolta discorsi da osteria, ma oppure, forse perché in quelle osterie padane si fa politica anche in questo modo. E' poi vero che diventati Ministri, gli esponenti della Lega hanno esercitato il loro mandato, più o meno efficacemente, secondo gli orientamenti e attuando le politiche della coalizione di cui fanno parte. Siamo, dunque, di fronte ad una semplice, seppur deplorevole, doppiezza della Lega: smodati in piazza, moderati al governo? Dovremmo allora continuare a lasciare che quelle parole volino e a concentrare l'attenzione esclusivamente sui comportamenti? Non dovremmo, piuttosto, attrezzarci per contrastare dall'opposizione affermazioni pesanti e sconcertanti che si collocano tra propaganda e provocazione? Per quanto tardiva, la battaglia per un linguaggio politico rispettoso degli avversari politici, interni e esterni, senza discriminazioni "di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 della Costituzione), mi pare doverosa. Sarebbe anche il caso che anche il centro-sinistra, non soltanto perché e quando si trova all'opposizione, tentasse da subito di ristabilire alcuni criteri di comportamenti anche politicamente corretti e di dichiarazioni, al contrario, politicamente inaccettabili, e eventualmente li applicasse anche a coloro che si muovono scompostamente nei suoi dintorni, a cominciare da coloro che, con scarsissima immaginazione, non trovano di meglio che bruciare le bandiere degli USA e di Israele.



La violenza come stile di vita
Gad Lerner su
la Repubblica

Se la vittima del pestaggio di Verona fosse stato uno straniero anziché il povero Nicola Tommasoli, un giovane dei "nostri", oggi la città vivrebbe il medesimo turbamento?
Ne dubito, visto lo scarso rilievo attribuito finora alle scorribande contro gli immigrati perpetrate sistematicamente da anni in quel territorio dal "Fronte Veneto Skinheads" e da altre squadracce fasciste e padane, sedicenti cristiane o pagane, nel nome della lotta contro la società multietnica e il "mondialismo".
Nessun leader politico si è mai sognato di impostare la sua campagna elettorale contro i soprusi fisici, sessuali, culturali, inflitti ai nostri nuovi vicini di casa colpevoli di generare allarme sociale. Il tema non sarebbe redditizio come lo è invece ergersi a paladini della sicurezza minacciata dall´invasione degli "estranei".
Se al contrario fosse stato un criminale straniero a ridurre in fin di vita Nicola Tommasoli nel centro di Verona, non oso immaginare la rincorsa dei proclami e delle fiaccolate. Il vento che sospinge irrazionalmente in prima pagina l´ossessione per la sicurezza dei cittadini è alimentato dal calcolo politico ma scaturisce da una frattura culturale profonda, di cui è espressione anche il ventenne skinheads di buona famiglia pronto a scatenare violenza per futili motivi, dopo essersi autoproclamato sentinella del territorio.
Evitiamo per favore pseudoanalisi sociologiche sulla furia dei "nostri" contrapposta alla delinquenza degli "altri". Preoccupiamoci semmai di riconoscere la portata della frattura generatasi nel profondo della nostra concezione del mondo. Rimesso in discussione il paradigma universalistico di matrice illuminista, secondo cui gli uomini sono tutti uguali e ugualmente titolari di diritti irrinunciabili, tornano in auge la retorica del "sangue e suolo", il primato della tradizione, dei costumi e dell´appartenenza a una comunità storica, linguistica e religiosa. Il mito delle radici da preservare.
Lo storico Zeev Sternhell descrive una vera e propria corrente della modernità basata sul culto di tutto ciò che distingue e separa gli uomini, nata come critica alla rivoluzione francese e all´illuminismo per poi rinvigorirsi come cultura di massa della destra novecentesca.

Mi guardo bene dal fare un tutt´uno con la riscoperta della spiritualità contro il mercatismo, su cui Giulio Tremonti fonda la nuova legittimità popolare di una politica votata a dominare le insidie della globalizzazione. Così come non collego la parodia terroristica del "Fronte Cristiano Combattente" di Roberto Sandalo – specializzato in attentati alle moschee – con la recente ripresa del tradizionalismo cattolico preconciliare. Ma non c´è dubbio che l´humus culturale delle ronde a presidio del territorio, l´enfatizzazione smisurata del pericolo rom, l´irrisione del "buonismo" di cui sarebbe colpevole il volontariato cattolico, sono frutti di quella medesima critica alla società contemporanea. Dove la destra si concepisce come naturale adesione alle diversità dei popoli che la sinistra pretenderebbe invece di comprimere in una gabbia oppressiva, innaturale, omologante.
Pochi giorni fa il sindaco leghista di Logagnano di Soma (Verona) ha invocato la pena di morte per il ventenne rumeno Claudio Stioleru colpevole dell´omicidio del suo datore di lavoro e (probabilmente) della moglie. Poi è emerso che Stioleru doveva soggiacere a umilianti pretese sessuali da parte della sua vittima, il che non giustifica certo il delitto ma rivela un quadro di soprusi perpetrati all´ombra della clandestinità. Sono le medesime forme di mercificazione dell´umano che alimentano il traffico della prostituzione femminile immigrata. Solo che difficilmente le ragazze rumene e moldave uccise e abbandonate nei sacchi della spazzatura finiscono in prima pagina come le "nostre" donne violentate dagli stranieri, biecamente compatite in campagna elettorale a differenza dell´80 per cento degli stupri consumati tra le pareti domestiche.
Così il legittimo allarme per la microcriminalità che affligge le periferie urbane diviene un´altra cosa: il feticcio della sicurezza, adoperato da una parte politica per zittire l´avversario, cioè la sinistra, indicata come artefice di una globalizzazione che spalanca le frontiere. La falsa ideologia della diversità italiana (o padana, o cristiana) da preservare, autorizza di nuovo quel che ci illudevamo fosse definitivamente proibito: la colpevolizzazione di interi popoli, accusati di essere per loro stessa natura subdoli, violenti, pericolosi.
E´ inutile stupirsi poi quando si scopre che dei ragazzi di buona famiglia rivestono i panni dei giustizieri ariani e passano all´azione: come già i brigatisti di sinistra trent´anni fa, anche loro si proclamano avanguardia di un movimento popolare più vasto. E come allora può capitare che la violenza metropolitana, divenuta stile di vita, ferisca e uccida "per sbaglio" bersagli più vicini alla nostra sensibilità di quanto non lo siano i loro obbiettivi abituali.


Assurdo paragone
Antonio Padellaro su
l'Unità

Non riusciamo a capire perché mai a Gianfranco Fini, presidente della Camera fresco d'investitura e di apprezzamenti per l'elogio del 25 aprile e del Primo maggio, siano uscite di bocca quelle assurde parole. Che cioè i neonazisti assassini di Verona "sono da punire" (ma guarda un po'). Che però "è più grave" quel che accade a Torino "con gli scontri anti-israeliani" in occasione della Fiera del Libro. Un paragone sommamente infelice di per sé poiché la vita di un giovane uomo distrutta a calci non ammette paragoni. Siamo convinti che la pensano così tutti coloro che giustamente avversano l'antisionismo. Ancora più grave, se possibile, l'idea che in Fini sembra sottintesa: ovvero che in una lugubre scala delle priorità la sinistra è sempre più colpevole della destra anche quando questa uccide. Chi siede al vertice delle istituzioni dovrebbe sapere valutare i fatti per quello che sono e non attraverso lenti nere o rosse. O peggio in base a un insopprimibile richiamo della foresta. C'è qualcosa di insincero nell'adesione ai valori democratici della destra al potere che però non riesce fare i conti con la nostra storia. Quel mettere sempre sullo stesso indistinto piano la lotta ai "totalitarismi". Quel celebrare la Liberazione ad opera degli alleati, mai quella per la quale hanno versato il loro sangue le moltitudini di patrioti italiani. Quel parlare della Resistenza evitando accuratamente di citare l'antifascismo. Con questa visione di parte come si fa a proclamarsi nuovi pacificatori, ad auspicare la fine di ogni divisione?



Fisco online: il diritto e l'abuso
Michele Ainis su
La Stampa

Per gli italiani l'Agenzia delle entrate è un ente metafisico, situato in ogni luogo e in nessun luogo. Una divinità implacabile come il bastone di Vishnu, l'"onnipervadente".

Oggi però il dio del fisco si trasforma in imputato: dovrà spiegare a due diversi giudici - il procuratore Ionta e il garante Pizzetti - perché diavolo i nostri redditi siano finiti in rete, chi l'ha deciso, in base a quale norma. Sicché a breve conosceremo la faccia del colpevole. O forse no, non la conosceremo. È già tanto se sapremo se c'è colpa, se c'è stato reato. Dopotutto alle nostre latitudini la verità giuridica indossa quasi sempre i panni del fantasma, è un'entità invisibile a sua volta.

Nel frattempo ciascuno addenta le proprie verità particolari. Il Codacons denuncia Visco in 104 Procure, altre associazioni dei consumatori ne tessono le lodi. Visco dal canto suo si tira fuori, ma approva la trovata dell'Agenzia, perché il diritto in questo caso parla chiaro. In realtà il diritto è oscuro: prescrive che gli elenchi dei contribuenti siano pubblici, aggiunge che chiunque può ottenerne copia presso gli uffici del Comune, tace però sulla pubblicità via Internet, sia pur disciplinandola attraverso il Codice dell'amministrazione digitale.

Norme ambigue e sanzioni inapplicabili
In compenso sono chiare le sanzioni, gli strumenti di contrasto e di controllo, a partire dal blocco dei dati ordinato dopo poche ore dal Garante. Peccato tuttavia che in quelle poche ore i dati in rete siano diventati eterni, con i "peer to peer". Sicché per i cittadini al danno può adesso aggiungersi la beffa: rischia la galera chi getta l'occhio sul 740 del vicino per farne un "uso improprio". Già, ma in quali casi l'informazione tributaria si presta a scopi impropri? Vattelapesca.
In questo impasto di norme ambigue e di sanzioni inapplicabili c'è tutto il nostro orizzonte collettivo, c'è la deriva italiana di cui raccontano Rizzo e Stella nel loro ultimo volume. C'è una società dove la legge non è più regola bensì alibi, pretesto, scappatoia. Dove ogni misfatto avviene sempre in nome del diritto, sia pur mettendo in scena una caricatura del diritto. Dove perciò ciascuno fa come gli pare, tanto troverà sempre un ombrello normativo cui aggrapparsi.


Serve una stagione di rigore
Come si verifica l'abuso? Movendo da un principio giusto (per esempio la trasparenza dell'obbligo fiscale), ma stirandolo come un elastico fino a trarne effetti ingiusti (per esempio la gogna fiscale). Ecco, la malattia italiana nasce quasi sempre da un abuso. Così, lo sciopero è un diritto, tuttavia per esercitarlo i taxi non possono bloccare il centro cittadino. Così, l'insindacabilità dei parlamentari ne protegge l'indipendenza dagli altri poteri dello Stato, nonché la libertà; però non può proteggere la libertà d'insulto, né assicurare l'impunità per truffe o assegni a vuoto, come in passato è accaduto molte volte. In caso contrario il diritto si trasforma in torto, perché nega se stesso, le proprie specifiche ragioni.
È insomma una questione di misura: posso prendere un paio di sassolini sulla spiaggia a mo' di souvenir, non posso spalarne via qualche quintale caricandolo su un camion. C'era senso della misura nella diffusione on-line dei nostri redditi? No, c'era piuttosto un gesto smisurato. Per evitare che il cattivo esempio si ripeta, per salvare il diritto dall'abuso, c'è allora una sola terapia: aprire una stagione di rigore.


I nuovi bucanieri del carburante
Domenico Quirico su
La Stampa

Ogni epoca ha i suoi pirati. Quella dell'oro e dell'argento annoverava le feroci malizie dei Morgan e degli Olonese , gli abbordaggi e i galeoni, e la bandiera col teschio. Quella dell'oro nero e del barile di petrolio oltre i cento dollari deve accontentarsi di camion, pompe elettriche e della modesta epopea delle piazzole di autostrada. Sfondo stavolta non caraibico ma egualmente di marca: la Costa azzurra, le immediate retrovie camionistiche de la Promenade des anglais e della Croisette.

Tra la frontiera italiana, Ventimiglia e Saint Raphael dove transitano i convogli dei tir ormai è clima da si salvi chi può, si invocano le scorte poliziesche, le piazzole di sosta militarizzate. E si grida al disastro economico prossimo venturo delle imprese di trasporto. I dati danno ragione ai catastrofismi, l'offensiva dei solerti e indaffaratissimi pirati del gasolio è aumentata negli ultimi mesi del duecento per cento, la media di abbordaggi portati a banditesco successo si aggira sulla dozzina a settimana. E soprattutto come accadeva per i convogli dell'oro nel Caribe nessun arresto, nessun indizio dove il bottino sparisca e sia poi rimesso sul mercato.

Tecnica di assalto semplice, consolidata e quindi efficacissima. La preda viene accostata di notte mentre è in sosta da un altro camion, una banda di barbareschi incappucciati entra in azione armata di una pompa elettrica di quelle in vendita in qualsiasi magazzino e sveltamente aspira il gasolio depositandolo nell'automezzo pirata.

Poi sparisce nella notte. Se qualcuno se ne accorge e cerca di intervenire viene ricacciato dai bisbetici con dure minacce. I rapaci assalitori si sono fatti sempre più audaci, come ha raccontato il presidente degli autotrasportatori del dipartimento delle Alpi marittime, Patrick Mortigliengo: hanno forzato i cancelli delle imprese per mettere a secco direttamente i camion pronti a partire. Hanno ingaggiato guardie per sorvegliarli e hanno scoperto che collaboravano con i ladri.

Così vengono vengono succhiati via in pochi minuti migliaia di euro di carburante. Ormai tra gli autisti corrono le parole d'ordine: raggrupparsi, se è possibile nel parcheggio per mezzi pesanti di Ventimiglia, dove gli autisti sono così numerosi da tenere a distanza i pirati. In assenza di colpevoli certi girano ovviamente i sospetti. Che chiamerebbero in causa bande specializzate arrivate dai paesi dell'Est.

Storie dei tempi del caro petrolio, della benzina come lusso, una volta limitate alle miserie africane, ai dannati dell' oro nero della Nigeria, costretti in un paese che trasuda di petrolio a succhiare di frodo le gocce sottratte pericolosamente agli oleodotti. Cresce nella ricca Francia dove la benzina senza piombo è a 1,479 euro la aneddotica dei nuovi miserabili della stazione di servizio: automobilisti che ripartono con 5 euro di carburante, il diffondersi della pratica della benzina a credito quando si avvicina la fine del mese, dietro deposito di documento di identità fino al saldo. Ora non si assalta più la cassa come un tempo, si mettono a punto tecniche per il pieno a sbafo. Fenomeno che sta dilagando e per cui si invocano specifiche controffesive poliziesche.



Europa 7, l'Avvocatura copia Mediaset
Marco Travaglio su
l'Unità

Oggi il Consiglio di Stato, dopo nove anni di battaglie legali in Italia e in Europa, decide di quanto lo Stato debba risarcire Europa7 per la mancata assegnazione delle frequenze e se consentirle finalmente di trasmettere su scala nazionale. Nella causa il governo è rappresentato dall'Avvocatura dello Stato. La quale sorprendentemente è stata incaricata dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni di respingere le richieste dell'editore Francesco Di Stefano e di difendere lo status quo: cioè la legge Gasparri e il diritto di Rete4 a occupare le frequenze anche senza concessione (perduta da Mediaset e vinta da Europa7 nel 1999).
Un fatto già abbastanza singolare: l'Unione aveva promesso di abrogare la Gasparri e il 31 gennaio la Corte Europea di Giustizia ha sostenuto i diritti di Europa7 contro quelli di Rete4. Ma non basta. Per difendere Rete4, l'Avvocatura dello Stato che rappresenta il governo Prodi copia, nella sua memoria, intere pagine da quella degli avvocati Mediaset. Non per citare le loro tesi tra virgolette. Ma per farle proprie, senza nemmeno precisare da dove sono tratte. Il gruppo Berlusconi ufficialmente non è parte in causa: Europa7, per la mancata assegnazione delle frequenze, ha citato lo Stato tramite il ministero delle Comunicazioni e l'Autorità garante delle Comunicazioni. Ma Mediaset è intervenuta ugualmente con una memoria, ben sapendo che, se fossero assegnate le frequenze a Europa7, a perderle sarebbe Rete4. E l'avvocato dello Stato Maurizio Di Carlo che fa? Il copia-incolla dalla memoria Mediaset, senza nemmeno tentar di camuffare quest'autentica privatizzazione delle istituzioni al servizio del Biscione. Il tutto, ancor prima che Berlusconi torni al governo per la terza volta.
Leggere e confrontare la memoria dell'Avvocatura dello Stato (55 pagine) e quella di Mediaset (78),pubblicate integralmente su www.voglioscendere.it. È un tragicomico gioco di società: "Trova le differenze". La più evidente è che lo Stato difende Rete4 addirittura con più passione di Mediaset. Per il resto, pagine e pagine trapiantate pari pari dagli atti dell'azienda berlusconiana.

Per l'Avvocato dello Stato, se Europa7 non ha avuto le frequenze, è colpa sua: avrebbe dovuto "acquisirle anche di sua iniziativa" (e dove? e come? armi in pugno?), visto che lo Stato "non aveva l'attuale disponibilità dell'oggetto" (per forza: ha consentito che lo conservassero Telepiù nero e Rete4, prive ormai di concessione). E comunque ­ aggiunge Di Carlo - disapplicare la Maccanico e la Gasparri spegnendo Rete4 sul terrestre non comporterebbe il trasferimento automatico delle frequenze a Europa7 (e a chi,di grazia?).
Insomma, lo Stato ignora la recente sentenza della Corte europea di Lussemburgo, sollecitata dallo stesso Consiglio di Stato, secondo la quale le normative comunitarie "ostano a una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell'impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati". Dunque basta con il "regime transitorio istituito a favore delle reti esistenti" a scapito di Europa7, previsto dalla Meccanico, dalla Salva-Rete4, dalla Gasparri e dal ddl Gentiloni (mai divenuto legge). Tutte leggi che andrebbero disapplicate. Non solo: "la libera prestazione di servizi" tutelata dalle norme comunitarie ­ scrive la Corte europea - "esige non solo la concessione di autorizzazioni alla trasmissione, ma altresì l'assegnazione di frequenze", se no "un operatore non può esercitare i diritti conferitigli dal diritto comunitario per l'accesso al mercato televisivo".
Sentenza alla mano, gli avvocati Grandinetti e Pace che seguono Europa7 chiedono al Consiglio di Stato le frequenze e i danni subiti. Il "danno emergente", cioè i soldi fin qui spesi per gl'investimenti richiesti dalla legge a chiunque vinca una concessione (oltre 120 milioni di euro). E il "lucro cessante", cioè i mancati utili della tv mai nata (oltre 2 miliardi di euro). Semprechè il Consiglio condanni lo Stato ad assegnarle finalmente le frequenze. Altrimenti Europa7 morirebbe per sempre e Di Stefano avrebbe diritto al valore dell'intera azienda. Il governo dell'Unione, tramite l'Avvocatura, parla in playback: testi e musiche di Mediaset. Niente risarcimento. Niente frequenze. Viva la Gasparri. Rete4 sine die. Tutto come prima, come sempre. Berlusconi non avrebbe saputo fare di meglio.


La coperta e' piu' corta
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

D'un tratto abbiamo scoperto che nel mondo c'è molta gente che muore di fame. Eppure si sapeva da tempo. Sei anni fa contestavo i dati Fao ( Food and Agricultural 0rganization delle Nazioni Unite) la cui previsione era che nel 2030 il numero delle persone che soffrono la fame sarebbe stato dimezzato e scrivevo così: "La semplice verità è che la fame sta vincendo perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare. La Fao, la Chiesa e altri ancora si ostinano a credere che 6-8 miliardi di persone consentano uno sviluppo ancora sostenibile. No. Più mangianti si traducono oggi in più affamati. I 30 mila bambini che muoiono di fame ogni giorno li ha sulla coscienza chi li fa nascere" ( Corriere del 9 giugno 2002). Da allora provo ogni tanto a ricordare che alla origine di tutti i nostri mali, ivi incluso il disastro ecologico, sta l'esplosione demografica. Agli inizi del secolo scorso eravamo 1.500 milioni; oggi siamo 6.500 milioni (tuttora in crescita di 60 milioni l'anno). Ma è un predicare al vento. Sul punto si è creato un blocco mentale. L'argomento è tabù, è religiosamente scorrettissimo e proprio non se ne deve parlare. E così continuiamo a essere impegnati in una rincorsa inevitabilmente perdente, insensata e anche suicida.
Tornando agli affamati, sei anni fa erano stimati in 800 milioni; oggi si può prevedere che arriveranno a 2 miliardi e passa. Sono stime che sottintendono una vera e propria "strage " in corso, che non ha fatto notizia finché avveniva in ordine sparso. E' quando una carestia arriva nelle città che diventa visibile e minacciosa. Ed è nelle città del mondo in via di sviluppo (come si diceva) che oggi manca il grano, manca il riso, manca il mais. Perché? Di colpo si scopre che la colpa è dei biocarburanti che sottraggono terreno agricolo alle coltivazioni alimentari. In verità il Brasile va quasi tutto a biocarburanti e in trent'anni nessun premio Nobel (in economia sono tantissimi) ha avvertito il pericolo. Ma ora che l'America si è messa a incentivare l'etanolo, ecco il colpevole: la politica energetica di Washington e la speculazione che si concentra a Chicago.
Sulla speculazione (che c'è) mi limito a osservare che presuppone che un bene diventi raro. Sull'acqua di mare non ci sarà mai speculazione. Quindi la speculazione non è all'origine del problema. Il problema è che le risorse petrolifere sono in diminuzione e soprattutto sempre più a rischio. Se l'America restasse a secco sarebbe una catastrofe (anche per tutto l'Occidente) rispetto alla quale la crisi del 1929 sarebbe una inezia. La situazione è, allora, che per 6-7 miliardi di persone la coperta è corta. Per rimediare, tutti cercano di tirarla a sé. E così per turare una falla ne apriamo un'altra. Quando la coperta è sempre più corta, l'unica soluzione è di ridurre il numero di chi ne deve essere coperto e protetto. In attesa ogni egoismo è sacro, e cioè il diritto di sopravvivere è eguale per tutti.
Pertanto trovo insensato e irresponsabile dichiarare che alienare i terreni dalla produzione agricola "è un crimine contro l'umanità" (così le Nazioni Unite per bocca di Jean Ziegler, riecheggiato con mia sorpresa anche da Tremonti).



  6 maggio 2008