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a cura di G.C. - 1 maggio 2008
La sinistra e il mestiere del sindacato
Tito Boeri su la Repubblica
Due anni fa il primo maggio veniva celebrato subito dopo la vittoria, seppur di misura, del centrosinistra alle elezioni politiche. Due ex sindacalisti, Franco Marini e Fausto Bertinotti, erano appena stati chiamati a ricoprire, rispettivamente, la seconda e la terza carica dello Stato. Oggi quel Primo Maggio sembra lontano anni luce. Il centrosinistra è reduce da una cocente sconfitta elettorale. Fausto Bertinotti non è stato neanche rieletto, mentre il sindacato attraversa una profonda crisi di consenso, di leadership e di identità.
Forse il naufragio è iniziato proprio due anni fa nella mancata separazione fra rappresentanza politica e rappresentanza sindacale. Il Governo Prodi è stato paralizzato dal gioco al rilancio fra sindacato e vecchia sinistra nel chiedere interventi che contrapponevano il lavoro dipendente al lavoro autonomo e nel proporre di utilizzare l´extragettito per alimentare nuove spese anziché per tenere la pressione fiscale inalterata, come era stato promesso agli elettori. Non c´è stato il conflitto sociale senza riforme del secondo Governo Berlusconi, ma non ci sono state neanche le riforme, pure promesse in campagna elettorale, che avrebbero dovuto offrire tutele minime e una chance in più a chi non ce l´avesse fatta nella sempre più serrata concorrenza internazionale. Non c´è stato il reddito minimo per chi è senza lavoro, ma neanche il salario minimo (intervento a costo zero per le casse dello Stato) per ridurre la povertà tra chi lavora. Il sindacato italiano, unico in Europa, ha intravvisto in questo strumento una diminuzione del proprio ruolo.
Chi si aspettava dalla sinistra sicurezza sociale ha così finito per guardare altrove, a chi offre a queste ansie diffuse e comprensibili le risposte sbagliate.
Anche al sindacato non ha fatto bene in questi anni avere dei leader con un´agenda politica in mente. Nove segretari confederali su dieci sono finiti in politica. È un modo di svilire il mestiere del sindacalista, di assimilarlo a quello sempre meno popolare (per usare un eufemismo) del politico. Ci vorrebbero invece gruppi dirigenti che pensino solo a rappresentare gli interessi dei lavoratori anziché a prepararsi per qualche carica pubblica. Sono due mestieri diversi. Entrambi molto importanti in democrazia, ma profondamente diversi. C´è bisogno di una netta separazione delle carriere di politici e sindacalisti per migliorare la qualità della nostra classe politica e del nostro sindacato.
Un partito politico a vocazione maggioritaria deve ambire a rappresentare tutti i cittadini, non solo in quanto lavoratori, ma anche come consumatori. Il sindacato è, per definizione, rappresentante di interessi di parte. Quando perde nel giro di 30 anni quasi metà dei propri iscritti, quando la sua base è sempre più concentrata tra il pubblico impiego e i settori protetti dalla concorrenza, quando finisce per essere il più vecchio sindacato d´Europa, diventa portavoce di interessi ancora più specifici. Sono interessi così materiali e circoscritti che hanno ormai perso qualsiasi copertura di natura ideologica. Per questo l´appartenenza al sindacato orienta sempre meno la scelta politica. Il sindacato porta sempre meno voti ai partiti di centrosinistra. Quando viene percepito come il loro azionista di maggioranza, addirittura i voti li fa perdere, anche nel mondo del lavoro. Perché nelle piccole imprese o ai confini tra lavoro autonomo e subordinato, si finisce spesso per avere paura del sindacato. Quando il sindacato era forte, i lavoratori delle tante microimprese italiane potevano ottenere incrementi salariali minacciando i propri datori di lavoro di portare il sindacato in azienda. Oggi questa minaccia non è credibile. Mentre le pressioni competitive, i rischi di mercato si concentrano sugli impieghi non presidiati dal sindacato, che anziché comprimere le differenze, le accentua.
Il futuro del sindacato si gioca proprio nella sua capacità di tornare ad unire il mondo del lavoro, nel suo saper dare risposte alla questione salariale. Deve riuscire a riformare la contrattazione, superando i veti incrociati che lo hanno portato a mantenere in vigore assetti che oggi condannano la maggioranza dei lavoratori ad avere un contratto scaduto. Solo legando più strettamente salari e produttività, come propongono Cisl e Uil, si può far partecipare i lavoratori ai profitti e contribuire a fare uscire l´Italia dalla stagnazione. Ha ragione la Cgil a legare la riforma della contrattazione alla definizione di regole sulla rappresentanza dei lavoratori. È obiettivamente difficile contrattare quando ci sono 9 diverse sigle sindacali sedute allo stesso tavolo, come nel caso della trattativa su Alitalia. Le elezioni delle rappresentanze serviranno ai sindacati anche a spostare il baricentro della propria iniziativa sui luoghi di lavoro, dove la lotta contro gli incidenti sul lavoro risulta più efficace.
Sarà, dunque, un primo maggio meno festoso di quello di due anni fa.
Meno male che c'è il Primo Maggio
Lidia Ravera su l'Unità
Mai Primo Maggio è caduto in un momento meno adatto a far festa, a celebrare e celebrarsi, a far sventolare le bandiere rosse, squillare le trombe e scorrere la retorica sulle magnifiche sorti dei lavoratori. Con il ritmo assunto, negli ultimi anni, dagli incidenti sul lavoro, si potrebbe gemellare con il 2 novembre, il Primo Maggio. Tre al giorno, è la media. Tre operai morti ogni 24 ore. Infatti è dedicato a loro, a quelli che rischiano la pelle per 1000 euro al mese, il tradizionale concerto di Piazza San Giovanni. Che cosa diranno, dal palco, fra un cantante e una band, che cosa dirà il segretario della Cgil, che cosa potrà promettere?
La destra è al governo del Paese e, da pochi giorni, anche della Capitale. La destra, non un centrodestra, non una sinistra moderata, non una rinata democrazia cristiana, no, una coalizione di partiti di destra.
Si farà carico del problema delle morti bianche? Molte delle vittime sono immigrati, spesso precari, indeboliti dal non conoscere le regole, dall'essere gli ultimi arrivati.
A trionfare, quindici giorni fa, alle elezioni politiche nazionali, è stato un partito, la Lega, che sull'immigrazione ha elaborato soltanto un progetto: buttarli fuori, il più presto possibile, il più possibile radicalmente. Non farne entrare altri. Lo festeggeranno, il Primo Maggio, quelli, fra gli operai, che hanno votato Lega? Oppure opteranno per un sobrio raduno padano, a bere ampolle di acqua benedetta da Federico Barbarossa?
Mai il Primo Maggio è stata una festa così poco scontata, così lontana dalla riposante ritualità.
Viene da chiedersi, come per le occasioni mondane, chi ci sarà: quelli che ci sono sempre andati per abitudine e continuano per scaramanzia?
Quelli che siccome era diventata un abitudine non ci andavano più? O, magari, quelli che non ci sono mai andati e che, quest'anno, decideranno di andarci, per l'insopprimibile desiderio di rispondere, da una piazza gremita, allo sconcerto di questo lungo day after.
Piazza San Giovanni faticherà a contenerci tutti.
Lì per lì, la botta ci ha tramortiti, riuscivamo a scambiarci soltanto messaggi di incredulità. Di perdere il primo incontro, quello nazionale, i più accorti se lo aspettavano. Di perdere anche quello simbolico, romano, dopo 15 anni di buon lavoro amministrativo, se lo aspettavano soltanto militanti e simpatizzanti della corrente Cassandra, i compagni del bicchiere mezzo vuoto, gente che se tutti fanno il coro non canta, se si aprono le danze e si promettono poltrone, resta seduta sul suo strapuntino, a sorseggiare meditabonda l'amaro calice dell'autocritica. Io ho inoltrato regolare domanda per essere ammessa, in questa énclave di realisti, voglio imparare a prevedere le sconfitte, eventualmente ad evitarle, e, nel caso siano inevitabili, a farle fruttare in termini di consapevolezza degli errori, coscienza dei ritardi e percezione dell'ipotetico protrarsi di illusioni datate. Non so se passerò l'esame, ma intanto mi applico con zelo. Per esempio ho incominciato ad ascoltare con molta umiltà quelli che hanno vent'anni e trent'anni. Non i giovani comparsi, per decisione unanime delle segreterie, nelle liste dei Partiti politici, che sbandierano la loro età come se fosse un diploma di eccellenza, no, non loro. Io ho incominciato ad ascoltare i giovani che vivono vite reali, precarie ma appassionate, che danno vita a giornali on line (come il bellissimo "Crak"), che si riuniscono e discutono e leggono Latouche e si interrogano sulla necessità della decrescita e sull'equilibrio ecologico e sulla povertà d'acqua nel pianeta, che lavorano a un progetto di televisione libera, che si sbattono per aprire nuovi canali di circolazione delle idee e dell'informazione... sono questi i giovani che hanno qualcosa da dire. Sono, e ancora si sentono, di sinistra, ma non sanno neppure che cos'è l'ideologia. Non si riconoscono nei partiti ma non si riconoscono nemmeno nel vaffa-day. Infatti sono andati a votare. Hanno votato Veltroni e hanno votato Rutelli, controvoglia ma disciplinatamente. "Qui non si tratta di tapparsi il naso, noi stavamo proprio in apnea", mi ha detto uno di loro. Ma è lo stesso che mi ha telefonato in preda alla disperazione per la vittoria di Alemanno. Beh, ho detto, tanto a voi Rutelli non piaceva. Li per lì non ha risposto, poi ci ha ripensato: "Adesso sarà tutto più difficile, ma bisogna farlo lo stesso, bisogna che ci diamo una mossa". Non ho indagato oltre, ma, per la prima volta in quindici giorni, ho percepito un alito di vento tiepido, un po' di ottimismo. Forse il tanto implorato ricambio generazionale doveva passare proprio per l'amara radicalità di questa sconfitta. Dovevamo percepire, con dolore, la fine dell'epoca in cui siamo cresciuti, veder scomparire le varie rifondazioni comuniste, veder barcollare le nuove formazioni, ancora incerte nelle loro identità moderne. Dovevamo sentir dire a un leader politico è una sconfitta e a un giovanotto sconosciuto è il momento di fare qualcosa per farci tornare la voglia di festeggiare il Primo Maggio.
Una società senza speranze collettive
Sul Corriere della Sera
Fa una certa impressione constatare che nelle vicende pre-governative di queste settimane non c'è alcuna intenzione di presidiare organicamente il crescente disagio sociale che caratterizza oggi il Paese. La difficile integrazione degli immigrati, le paure di regressione del ceto medio, il bullismo e lo sballo dei giovani e giovanissimi, la delegittimazione dei processi formativi scolastici, le difficoltà (culturali e valoriali più ancora che economiche) delle famiglie, la crescita degli anziani e dei non autosufficienti, l'ancora sostanzioso bisogno di nuove abitazioni, la paura della disoccupazione per i laureati e diplomati, l'insoddisfazione per il sistema sanitario; bastano questi parziali riferimenti per ricordare a tutti che viviamo un periodo in cui la società ha problemi gravi. E non solo di settore, come nella precedente elencazione, ma complessivi, se è vero come è vero che avvertiamo tutti che siamo una società schiacciata su un mediocre presente e senza senso di marcia e quindi senza speranze collettive, una società impaurita e triste.
Su una realtà di questo tipo la politica (dei governi passati e futuri) non sa elaborare un approccio complesso e si perde nei diversi fenomeni e problemi di settore: a qualcosa penserà il Viminale, a qualcosaltro il ministro dell'Istruzione e della Ricerca, a qualcosaltro ancora quello della Salute, a qualcosaltro il ministro del Welfare; forse alla casa quello delle Infrastrutture, alle famiglie un ministro senza portafogli, al resto le Regioni e i Comuni. E così, c'è da esserne sicuri, il disagio complessivo aumenterà, con le rabbie e i rancori che poi fanno le emozioni portanti del voto elettorale.
Quel che è concesso al disagio e alle paure economiche, cioè il presidio di due soli ministeri (Economia e Sviluppo economico) e di due ministri di prima scelta, non è concesso al disagio sociale, lasciato pericolosamente non presidiato sul piano politico generale e pericolosamente frammentato in ministeri ormai stanchi e con ministri di seconda scelta e senza grande peso. Con il rigido legislativo accorpamento dei ministeri (dodici non di più) la soluzione del problema non è oggi possibile, anzi si rischia lo spacchettamento fra Welfare e Salute; ma chi vorrà governare l'Italia dei prossimi anni dovrà trovare un approccio sufficientemente unitario ai tanti problemi, alle tante facce della profonda crisi sociale che stiamo attraversando. La sua sottovalutazione finirebbe per essere pagata amaramente.
1° maggio in onore dei caduti sul lavoro
Redazione de il Messaggero
ROMA - 1° maggio, festa del lavoro. In tutta Italia si parlerà soprattutto dei caduti sul lavoro, una scia sanguinosa che ha fatto più morti della guerra in Iraq. A Roma ci sarà il tradizionale appuntamento col concertone di Piazza San Giovanni. Il tempo sarà bello e quindi favorevole allo svolgimento del concerto, organizzato da Cgil, Cisl e Uil, che si svolgerà dalle 15 all'1:30, dove sono attese, secondo gli organizzatori, tra le 100 e le 300 mila persone.
Quest'anno, di fronte al tragico susseguirsi di infortuni nei luoghi di lavoro, Cgil Cisl e Uil hanno voluto dedicare il 1 maggio ai morti sul lavoro, promuovendo anche una raccolta fondi, alla quale contribuiranno i proventi della vendita del dvd con le immagini del concerto. E proprio i morti sul lavoro saranno ricordati domani dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che alle 11 si recherà nella sede dell'Inail, nel quartiere Eur, in piazzale Giulio Pastore, per deporre una corona di fiori, in occasione della sua inaugurazione, davanti al monumento in memoria ai caduti sul lavoro. Ci saranno anche il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il nuovo sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Italia maglia nera. Un milione di incidenti l'anno con un lavoratore ucciso in media ogni 7 ore, per un totale che arriva a quota 1.300 morti ogni 12 mesi a causa del lavoro. Negli ultimi mesi, poi si sono verificati alcuni tra i più tragici incidenti sul lavoro. Primo di tutti quello del 6 dicembre 2007 a Torino, con sette operai del turno notturno morti in un incendio nello stabilimento della acciaieria ThyssenKrupp.
I dati ufficiali dicono che nel 2007 i morti per incidenti sul lavoro sono stati 1.260 a fronte di poco più di 913 mila incidenti: secondo l'Inail, si è avuta una diminuzione rispetto al 2006, sia per gli incidenti (erano stati 928 mila) sia per i morti (due anni fa se ne erano contati 1.361).
Numeri drammatici, soprattutto se si considera che un'indagine dell'Inca Cgil di Bruxelles consegna all'Italia il triste primato di maglia nera dell'Europa a 15: e lo fa sui dati del 2005, gli ultimi comparabili, quando le morti non raggiungevano ancora le mille unità ma erano, da sole, quasi un quarto del totale di incidenti mortali registrati nell'Unione.
"Solo 1300 euro al mese, ho deciso di abortire"
Laura Laurenzi su la Repubblica
Abortire perché non bastano i soldi. Non perché il bambino è gravemente malformato, non perché si è vittime di uno stupro, non perché si è sole senza un uomo accanto. Sandra (nome di fantasia) a 29 anni non se la sente, non ce la fa a diventare mamma: il motivo è che il suo è un lavoro precario, la sua esistenza è precaria, precari sono i suoi orizzonti. Ha fatto i conti e con sgomento ha deciso: un figlio è un lusso che non può permettersi.
E così ha scritto un appello al presidente Napolitano cui ha dato un titolo terribile: "Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia". Scoprirsi incinta le ha procurato "un'emozione bruciante, una felicità incontenibile", ma ben presto "la ragione ha preso il posto del cuore". Scrive nella lettera-appello che sta per inoltrare al Quirinale e che ha spedito al nostro giornale: "Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d'ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre".
Ieri mattina Sandra, che vive con il marito in un centro dell'area vesuviana, ha fatto la prima ecografia al Policlinico di Napoli, ha firmato le carte, ha saputo la data in cui abortirà: il 27 maggio, un martedì. Chiede di mantenere l'anonimato perché sua madre non sa niente di questa gravidanza: "Nonostante tutti i problemi sarebbe felice di diventare nonna e di potermi aiutare".
Ha una famiglia alle spalle, un uomo che la ama, una casa. E' sicura di una decisione così importante?
"Mi prenderò questo periodo di tempo per riflettere. E rifletterò molto. Sono sempre in tempo a cambiare idea, intanto però ho prenotato l'intervento. E non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l'anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità? Ce l'ho messa tutta per costruirmi un futuro. Dopo avere fatto tanti sacrifici, dopo essermi quasi laureata in Scienze Politiche con 18 esami su 22, dopo avere collaborato a un giornale con oltre cento articoli senza mai avere un centesimo e neppure la tessera di pubblicista, dopo aver fatto, io e mio marito, infiniti lavoretti che definire umilianti e sottopagati è dir poco, mi ritrovo a non avere i mezzi per crescere un figlio. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome".
Alla Asl non paga. Quanto guadagna al mese?
"Io, che oggi faccio la commessa in un negozio di informatica ma non sono ancora regolarizzata, prendo 800 euro al mese. Mio marito, che è più giovane di me, ha 25 anni, è cubano, diplomato all'Accademia, un artista, ha trovato un posto da apprendista sempre nel campo dei computer e guadagna 500 euro al mese. Lavoriamo sei giorni alla settimana e insieme le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro. E meno male che non paghiamo la casa perché ci ospita una mia vecchia zia".
Con duemila euro al mese non abortirebbe?
"Sicuramente mi terrei il bambino. La mia, oggi, è una scelta iper obbligata. Mio marito è più deciso di me: più di me vede la cosa dal punto di vista della concretezza. Pensa sia un fallimento non potere dare a un figlio ciò di cui ha bisogno. In altri paesi le coppie vengono aiutate, qui si parla tanto di baby bonus ma poi nei fatti non succede niente. Lo credo che l'Italia è alla crescita zero".
Perché ha scelto di rivolgersi a Napolitano?
"Perché è la più alta carica dello Stato. Perché è un simbolo. Perché è una persona che sento di rispettare più di tutti. La mia lettera è soprattutto uno sfogo, un gesto di disperazione e di impotenza. Gli scrivo che qui non c'è nessuno che ti tende una mano quando hai veramente bisogno. Gli scrivo anche: per favore, mi risparmi banalità del tipo: 'Dove si mangia in due si mangia anche in tre!. Mi risparmi la retorica, perché è l'unica cosa di cui non ho bisogno'".
Spesso le banalità sono vere. Cosa le ha detto stamattina l'ecografista?
"Che sono alla quarta settimana di gravidanza. L'embrione è ancora così piccolo che quasi non riusciva a vederlo. Poi la ginecologa mi ha prescritto degli esami del sangue per sapere l'età esatta del feto. Ho anche parlato con l'assistente sociale. Mi hanno fatto leggere e firmare una carta in cui sono elencati tutti i rischi che l'interruzione di gravidanza comporta".
Suo marito l'ha accompagnata?
"Purtroppo non poteva assentarsi dal lavoro, che ha trovato da poco, e al suo posto è venuta una mia amica. Ma mi ha telefonato molte volte. Sa qual è la cosa che mi fa più rabbia? La mancanza di prospettive. Mio padre, che è morto 15 anni fa, era un ingegnere, mia madre è una bancaria in pensione. Noi di questa generazione occupiamo ruoli sociali molto inferiori rispetto ai nostri genitori. La mobilità sociale esiste, però in forma peggiorativa.
Non ha pensato alla possibilità di farlo nascere e poi darlo in adozione?
"Non lo farei mai. Mai, per nessun motivo. Sapere che esiste da qualche parte nel mondo un mio bambino e io non mi occupo di lui sarebbe lo strazio peggiore".
Il primo maggio precario e migrante
Redazione di Liberazione
"Non c'è niente da festeggiare", così Repubblica parla del primo maggio nella pagina milanese in cui dedica un trafiletto al primo maggio e alla Mayday Parade. Noi invece diciamo che nell'esplosione creativa della Mayday sono visibili modi nuovi di produrre conflitto. Fino a qualche decennio fa era precario colui che era escluso dal sistema fordista, tutto fabbrica e ammortizzatori sociali. Era una condizione tipicamente meridionale, fortemente contigua e intercambiabile con la disoccupazione. La precarietà di cui si parla e che si vive oggi è invece interna al tessuto produttivo ed è un prodotto tipico del Nord dell'Italia. Attenzione: non vogliamo sostenere che la prima non esista più, ma che la nuova precarietà è profondamente radicata nel sistema produttivo, ne costituisce corpo e mente e quindi è potenzialmente esplosiva. Una precarietà altrettanto nuova ma che si manifesta anche nei settori tradizionali, come fabbrica e servizi, è quella dei migranti. Quanti sono i precari e i migranti? Milioni, non è facile quantificarli. Quello che è certo è che la precarietà del nuovo millennio agisce così profondamente e diffusamente da tenere in scacco il mondo del lavoro e dominare una società che culturalmente ha introiettato i valori fondanti dell'impresa: individualizzazione, profitto, competizione.
Riteniamo da tempo che la precarietà sia insieme ricatto e consenso. Dei due termini del problema, tuttavia, la novità è il consenso. Da sempre il capitale esercita ricatto sul resto della società in modo cangiante, ma lo scarto oggi è proprio rappresentato dal consenso. Trent'anni di arretramento nei diritti e nel potere di acquisto di lavoratori e famiglie sono passati senza che si creasse il finimondo. Ciò non si giustifica con la sola retorica del sindacato venduto, dei politici corrotti e del popolo bue. Il problema è più ampio, il problema è il consenso: le imprese oltre a ricattare, tagliare e sfruttare sono capaci di illudere, affascinare e creare aspettative.
Questo punto è essenziale. Se vogliamo darci un nuovo ritmo, se ci assumiamo il compito di rinnovare i modi e gli obiettivi del nostro agire dobbiamo capire la società che ci circonda. Ragionare sul "consenso" significa - in settori come moda, comunicazione, telefonia, servizi, informazione, ma anche trasporti e logistica, settori determinanti nelle aree metropolitane e strategici per le imprese - pensare alla mentalità che lega l'impresa al lavoratore, alle aspettative di quest'ultimo, alle regole d'ingaggio che possono tramutare questo rapporto in conflitto. Nei rapporti di lavoro è cambiato tutto. Tra padrone (quando c'è o lo si riconosce come tale) e dipendente, tra capo e sottoposto ci si da del tu, la gestione dell'azienda è orizzontale, sembra di stare in una grande famiglia, quasi quasi sulla stessa barca... Questo è frutto di politiche di marketing che mettono in gioco meccanismi di fidelizzazione del lavoratore nei confronti dell'impresa. Aumentano profitti e produttività, diminuisce il conflitto. Il rapporto padrone e lavoratore diventa meno ideologico ma più viscerale, e la sua rottura genera risentimento e smarrimento. Insomma, tra i lavoratori c'è la sensazione diffusa che impegnandosi e insistendo si riuscirà a migliorare le proprie condizioni individuali - quasi mai collettive. Non si tratta di porzioni marginali del corpo sociale e, attenzione, non si tratta neanche di arrendevolezza. È una mentalità diversa, che ci piaccia o no, da cui si deve partire.
Certo, non tutto il mondo del lavoro segue queste regole, ma con la crescita del peso dei precari è necessario dare uno sbocco ad una nuova cultura del conflitto. Chi confonde questa prospettiva con una forma fuori tempo di assistenzialismo dimentica che, nel nord del paese e in buona parte delle aree metropolitane la precarietà è a tempo "indeterminato" proprio perché i dati della disoccupazione sono bassissimi; ovvero si lavora sempre per prendere due lire precarie.
L'importanza dell'attenzione maydayana alla "alleanza" fra precari e migranti parte proprio da queste considerazioni. La precarietà agisce diversamente nel corpo sociale frammentandolo, ogni parte ne subisce aspetti diversi. Bisogna agire sulla specificità della condizione, alimentare il protagonismo dei soggetti e fomentare i conflitti in quei settori sociali traditi, dimenticati dalla retorica dei diritti e delle tutele che ogni giorno diventano più sbiaditi. La regolarizzazione dei migranti e l'abolizione dei cpt, la richiesta di un reddito e l'affermazione dei diritti, scritti in calce sul poster della mayday non vogliono essere una sommatoria di rivendicazioni, contentino per i soggetti che la animano, meticci e nativi, ma rappresentano la consapevolezza che per opporsi alla precarizzazione è necessario ripensare a un'offensiva dentro e fuori i luoghi di lavoro, attraverso il sociale che ponga al centro della sua attenzione "la cultura del conflitto" e l'agitazione culturale come basi della propria azione e comunicazione.
Paradossi del Primo maggio: Coop aperte e musei chiusi
Vincenzo Chierchia e Cesare Peruzzi su Il Sole 24 Ore
Musei chiusi a Firenze. Ipercoop aperti in Piemonte. La festa del 1° maggio unisce i lavoratori di quasi tutto il mondo da fine '800 ma nell'Italia di oggi rischia di dividerli: da una parte quelli che festeggiano, dall'altra chi deve fare i conti con la concorrenza e assecondare le esigenze della clientela. Poco importa se i primi garantiscono un servizio pubblico mentre i secondi operano sul libero mercato. Anzi, è proprio qui la differenza.
Che una capitale del turismo come Firenze domani tenga chiuso il portone degli Uffizi rappresenta l'altra faccia della medaglia rispetto alla decisione di alcune catene distributive di restare aperte. Per la Coop, ad esempio, nata e cresciuta nell'alveo della cultura della sinistra italiana, si tratta di una svolta radicale, tenuto conto del significato simbolico della celebrazione del 1° maggio che trae origine dalle lotte sindacali americane, anche se fu introdotta per la prima volta nel 1894 in Canada e nel 1889 in Europa, dove venne ufficializzata come festività dai delegati della seconda Internazionale socialista a Parigi.
Per il mondo cooperativo aderente alla Lega c'è dunque una rottura marcata e meditata rispetto al passato. Il confronto con il mercato è ormai diretto e ineluttabile, e soprattutto ispira le decisioni più importanti. Si apre perché aprono gli altri concorrenti e perché la crisi dei consumi morde tutti gli operatori. L'obiettivo aziendale è dunque in cima all'agenda, quello ideologico resta su un piano diverso. Eppure la Coop è nata 150 anni fa proprio per contrapporsi all'impresa commerciale capitalistica.
Va aggiunto che nel mondo cooperativo la Borsa da molti anni ormai non più è un tabù, tutt'altro. La governance duale continua a farsi strada come riconoscimento indiretto che gli obiettivi "politici" dell'iniziativa cooperativa sono ormai su un piano nettamente diverso rispetto alla pratica aziendale quotidiana. In Europa è avanzato anche il confronto sulla legittimità di aiuti a gruppi cooperativi che consolidano le posizioni su scala nazionale e internazionale.
Di fallimenti rovinosi ve ne sono stati, di iniziative azzardate e poco trasparenti pure. E con questi il sistema cooperativo ha fatto i conti, spesso, in modo frettoloso e approssimativo. La commistione con i movimenti politici è stata deflagrante in diversi casi. Sotto questo profilo, l'abbandono del tabù del lavoro il 1° maggio costituisce una sorta di spartiacque, rispetto al vecchio approccio ideologico. Forse, sarebbe il caso che anche nel campo pubblico si cominciasse a cambiare mentalità, immaginando di prestare più un servizio che non di gestire un'attività autoreferenziale.
Per sgombrare il terreno da equivoci, è bene dire che chi scrive domani non lavorerà, proprio come i dipendenti degli Uffizi, perché tradizionalmente i giornali non escono il 2 maggio.
Mentre nessuno aprirà le porte dei musei alle migliaia di turisti che affollano Firenze. Ai quali non resterà che aspettare venerdì, e mettersi in coda.
Il liberismo e la speranza
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
Da una quindicina d'anni su questo giornale mi batto per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo. Sostengo i benefici della concorrenza e dell'apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità.
Nel frattempo nel mondo sono successe alcune cose. La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano, nel mondo, una su tre; oggi poco meno di una su cinque. Ma con la globalizzazione si sono accentuate le diseguaglianze, soprattutto nei Paesi ricchi e poco importa che il motivo non siano le importazioni cinesi, ma piuttosto le nuove tecnologie che premiano chi ha studiato e penalizzano il lavoro non specializzato. (Negli Stati Uniti il salario orario di un lavoratore che ha smesso di studiare a 16 anni nel 1972 era, ai prezzi di oggi, 15 dollari; 11 nel 2006. Quello di un laureato è invece aumentato da 24 a 30 dollari l'ora). Come osservavano già tre anni fa Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi ("La fine della classe media") in occidente è sparita la classe media tradizionale, quella che per mezzo secolo è stata il collante del sistema politico: al suo posto è nata una società nella quale chi ha scarsa istruzione è angosciato e cerca qualcuno che lo protegga.
E non sempre il mercato dà buona prova di sé. Negli Stati Uniti è inciampato in un paio di infortuni. Nel 2002 le frodi degli amministratori di Enron, Tyco e WorldCom. Oggi la crisi innescata dai mutui "subprime": se non fossero tempestivamente intervenute le banche centrali, cioè lo Stato, i mercati rischiavano di precipitare.
Talora un mercato neppure esiste, come nel caso dell'energia: prezzi e forniture di gas l'80% dell'energia utilizzata in Italia sono determinati da un cartello dominato dalla Russia. Pensare di aprire quel mercato alla concorrenza è un'illusione un po' infantile, almeno fino a quando non avremo costruito una decina di rigassificatori e ci vorranno, se tutto va bene, un paio di decenni. La Cina non consente che il valore della sua moneta sia determinato dal mercato. Per mantenere un tasso di cambio sottovalutato accumula una quantità straordinaria di euro e di dollari. La crescita cinese continua a dipendere dall'industria e dalle esportazioni. A parole il partito comunista si dice preoccupato della crescente diseguaglianza, ma poi non fa quasi nulla per correggere il tiro e spingere la domanda interna, soprattutto i servizi, in primis la sanità.
Sempre più i mercati aperti spaventano gli elettori. Nella campagna elettorale americana sia Obama che Hillary Clinton parlano con accenti critici della globalizzazione e si guardano bene dall'attaccare i sussidi pubblici che rendono ricchi gli agricoltori Usa a spese del resto del mondo, ad esempio dei coltivatori di cotone egiziani.
In Francia Sarkozy a parole (e non sempre) predica il mercato, ma provate ad aprire una linea aerea e a chiedere uno slot per un volo Linate-Charles De Gaulle: lo otterrete, ma alle 6 del mattino.
La maggioranza degli italiani ha votato per un candidato, Silvio Berlusconi, che si è impegnato a salvare con denaro pubblico un'azienda che perde un milione di euro al giorno: non ho visto nessuno sfilare perché le nostre tasse vengono usate per tenere in piedi un'azienda da anni decotta. (Ho invece visto i tassisti romani festeggiare il nuovo sindaco della città che due anni fa aveva manifestato solidarietà per la violenta protesta dei tassisti contro le liberalizzazioni di Bersani).
Insomma, il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come me, vorrebbe meno Stato e più mercato. I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi, premiano chi promette "protezione" dal vento della concorrenza. Che cosa non abbiamo capito, dove abbiamo sbagliato?
Alcuni ritengono che il problema nasca dall'errato accostamento di "concorrenza " e "mercato". Concorrenza significa regole: in assenza di regole non è detto che il mercato produca una società migliore di quella in cui vivremmo se venissimo affidati ad uno Stato benevolente. Affinché il mercato, la globalizzazione diventino popolari è necessario "governarli". E' certamente vero, ma anche un po' illuminista. Vedo anti-globalizzatori che occupano le piazze, ma non vedo cittadini che manifestano perché il Doha Round non fa un passo. La decisione dei capi di Stato dell'Ue di cancellare la concorrenza dai principi irrinunciabili stabiliti dal nuovo Trattato europeo è passata inosservata. Insomma, non mi pare che i cittadini reclamino più regole: la protezione che chiedono e che alcuni politici promettono è quella dei dazi e dei vincoli all'immigrazione, non l'antitrust.
A me pare che i liberisti debbano porsi un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l'alternativa al mercato, al merito, alla concorrenza è una società in cui i privilegi si tramandano di generazione in generazione, i fortunati e i prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità. Convincerli che il modo per difendere il proprio tenore di vita è chiedere buone scuole, non dazi.
Il "miracolo economico" italiano degli anni '50 e '60 fu il frutto del mercato unico europeo (e della lungimiranza di alcuni leader della Democrazia Cristiana che alla fine della guerra capirono l'importanza di entrare subito nella Cee). La caduta delle barriere doganali e l'ampliamento della domanda consentirono alle nostre imprese di allargare le fabbriche e raggiungere una dimensione che ne determinò il successo. La crescita tumultuosa di quegli anni creò opportunità per tutti. Non ho dati, ma penso che se qualcuno allora avesse chiesto agli italiani che cosa pensavano dell'apertura degli scambi, la maggior parte avrebbe risposto favorevolmente. L'Europa di allora è il Brasile, l'India, la Cina dei giorni nostri, ma i più oggi le considerano minacce, non opportunità.
Mi pare che l'Italia si trovi in un "cul de sac". Da un decennio abbiamo smesso di crescere: dieci anni fa il nostro reddito pro-capite era simile a Francia e Germania, 27% più elevato che in Spagna, 3% più che in Gran Bretagna. In questi anni abbiamo perso dieci punti rispetto a Francia e Germania, siamo stati raggiunti dalla Spagna e di nuovo superati dalla Gran Bretagna. Quando un Paese non cresce le opportunità scompaiono e ciascuno si tiene stretto quello che ha: mentre mercato, merito, concorrenza i fattori la cui assenza è all'origine della mancata crescita spaventano. I cittadini preoccupati chiedono protezione, qualcuno la promette e il Paese si avvita. (Il paragone, lo so, indispettisce, ma la storia del declino dell'Argentina un Paese che ai primi del '900 era ricco quanto la Francia inizia, con Peron, proprio così).
Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l'Italia devo ammetterlo è fallito. Con Prodi la sinistra ha perso un'occasione storica: anziché sbloccare la società ha essa pure offerto protezione. Ma chi ha protetto? Non chi temeva la globalizzazione che infatti si è fatto proteggere dalla Lega ma il sindacato, anzi i suoi leader. Temo ci vorrà qualche legislatura per riparare questo errore.
1 maggio 2008