
sulla stampa
a cura di G.C. - 29 aprile 2008
La destra conquista Roma
Lezione capitale
Ezio Mauro su la Repubblica
Mancava soltanto Roma. Ieri è stata conquistata direttamente da An, che con Alemanno porta per la prima volta nel dopoguerra un suo uomo in Campidoglio, da dove si affaccerà non solo sul passato imperiale e sui simboli del ventennio, ma sul nuovo paesaggio politico italiano disegnato dagli elettori. Roma infatti non è soltanto la capitale che ha cambiato segno politico consegnandosi alla destra, mai salita su quel colle, nemmeno all'epoca del trionfale avvento berlusconiano. È, in più, una roccaforte storica della sinistra che l'ha governata ininterrottamente da quindici anni, e che proprio con Roma - come ha spiegato Ilvo Diamanti - usciva dalla tradizionale riserva delle regioni rosse, presentando una geografia politica più articolata e complessa, con la più grande città italiana fiore all'occhiello di una "sinistra dei sindaci" moderna e sperimentale, capace di coniugare buona amministrazione e nuovi linguaggi culturali, sviluppo e comunità, sotto gli occhi di tutto il mondo.
Tutto questo è saltato ieri, completando invece lo scenario politico berlusconiano, che teneva in mano il nord forza-leghista e il sud autonomista e clientelare come due spinte popolari alleate ma separate, senza un centro unificatore che non fosse l'autorità negoziale e politica del Cavaliere. Ora c'è anche il baricentro politico per questa alleanza che ha conquistato l'Italia: la capitale diventata di destra, con un sindaco di Alleanza Nazionale, come ha subito rivendicato Fini, archiviando per una notte il Pdl. Il risultato è chiaro: il Nord alla Lega, il Sud a Lombardo, Roma ad An, e l'Italia a Berlusconi.
Per la potenza dei simboli, che richiamerà a Roma giornalisti da tutto il mondo, il rovesciamento non poteva essere più radicale. Non solo arriva in Campidoglio per la prima volta un uomo venuto dal post-fascismo: ma ci arriva dopo sette anni di governo di un sindaco ex comunista, con un cambio dunque che non è una semplice alternanza ma un cortocircuito a fortissima intensità, che ha appena incominciato a bruciare. Aggiungiamo che Alemanno ha battuto il vicepresidente del Consiglio uscente, che era stato sindaco - e un ottimo sindaco, giovane e innovatore - per due mandati. Ricordiamo ancora che il vincitore fino a quindici giorni fa era dato per sicuro ministro del governo Berlusconi, nella convinzione generale (anche sua) che la battaglia per il Campidoglio sarebbe stata solo di bandiera. Tutto questo può dare l'idea dello spostamento d'aria della bomba capitolina, una bomba di portata nazionale: che tuttavia farà morti e feriti soltanto nel campo del Pd.
Il voto affonda con Rutelli uno dei padri fondatori del nuovo partito, ma colpisce direttamente lo stesso Veltroni, perché al giudizio degli elettori si è presentata anche la sua lunga sindacatura, che pure aveva ottenuto un larghissimo consenso due anni fa, dopo il primo mandato. Già questo dato testimonia l'inclinazione a destra del Paese, che dura da quindici anni, ma che è diventata un precipizio negli ultimi mesi, travolgendo persone, gruppi dirigenti, governi nazionali e locali. C'è nel voto di Roma un dato di "destra reale" così netto, addirittura biografico, fisico, concreto, che deve far riflettere. I moderni pasticceri delle intese più o meno larghe, per i quali tutto è uguale, Alemanno e Rutelli, Veltroni e Berlusconi, assicuravano da settimane che si trattava solo di un voto amministrativo, dove contavano i programmi, e nient'altro. Con ogni evidenza non è così. Non è per il programma che è stato scelto Alemanno, ma perché la sua alterità di post-fascista incarnava fino ad esasperarla in un urlo quella discontinuità di cui i cittadini sentivano il bisogno, e che il Pd non ha avvertito: fino al punto di decidere in una stanza chiusa per pochi intimi - il Pd, partito che ha fatto un mito delle primarie - il cambio di poltrona tra Veltroni e Rutelli. Senza capire che ciò che funziona in termini di esperienza e di attitudine può sembrare all'opinione pubblica, più che mai oggi, un'autogaranzia castale, un'autotutela collettiva, da "classe eterna", nomenklatura, più che da partito aperto.
E tuttavia, c'è un ideologismo pragmatico, sottaciuto ma praticato, ricercato come scelta radicale di cambiamento nella scelta di Alemanno: come uomo di An, e non "nonostante" An. Il nuovo sindaco, che ha subito dichiarato di voler governare a nome di tutti i cittadini, ha conquistato nel ballottaggio centomila voti in più rispetto ai 677 mila del primo turno. Certo, la forza della vittoria nazionale di Berlusconi, così netta, ha trascinato con sé quel pezzo di città indecisa, flottante, al vento, che negli anni precedenti ha votato Veltroni ed è pronta a stare con chi vince. Ma il farsi destra della capitale è impressionante, come i 7 punti e rotti che separano Alemanno da Rutelli. Viene da chiedersi che cosa i cittadini vedano e vogliano da questa classe dirigente finiana che è stata scongelata nel '94, ha rotto con il fascismo e con i padri missini a Fiuggi, ma poi si è fermata, trasformata d'incanto da Berlusconi da post-fascista a statista: anche perché la cultura liberale italiana non l'ha mai stimolata a quei passi avanti e a quel rendiconto a cui invece ha giustamente richiamato per decenni gli ex comunisti.
Certamente i cittadini vedono in questa destra una rottura, più ancora un sovvertimento, quella "modernizzazione conservatrice" di cui parla Berselli: che a Roma diventa subito ribellismo corporativo, con i taxisti che accompagnano col coro dei clacson contro le liberalizzazioni l'ascesa di Alemanno al palazzo senatorio, con la folla che chiede a Veltroni "dacce le chiavi", mentre urla "Roma libera", tra le braccia tese nel saluto romano.
E altrettanto certamente, questa rottura a destra ha un significato anti-establishment, plebeo nel senso politico del termine, dunque popolare. È come se il "rimandiamoli a casa" gridato dal leghismo xenofobo al Nord contro gli immigrati funzionasse anche nella capitale, ma contro il ceto politico di centrosinistra, concepito come forestiero. Il cuore del vero meccanismo politico inossidabile del quindicennio - Berlusconi e il suo sistema - riesce a fuoriuscire da questa maledizione, perché il populismo è esattamente questo: establishment ed outsider nello stesso tempo, ribellismo e professionismo, antipolitica e casta. Un miracolo dell'inganno, ma un miracolo che funziona.
La sinistra, d'altra parte, deve temere soprattutto se stessa. Di fronte alla spinta di destra "realizzata" che ha dato centomila voti in più ad Alemanno, Rutelli ne ha persi 85 mila. In più l'astensionismo ha galoppato a sinistra, favorendo la destra. Non solo.
C'è un dato più inquietante, che lacererà la sinistra italiana per mesi e peserà sul futuro: Rutelli al Comune ha preso 55 mila voti in meno di quanti ne ha conquistati sul territorio cittadino Nicola Zingaretti, neopresidente eletto della Provincia di Roma. Poiché le schede bianche e nulle per Rutelli sono la metà di quelle per Zingaretti, questo significa che decine di migliaia di cittadini - di sinistra, evidentemente - hanno votato per Zingaretti alla Provincia e contro Rutelli (dunque per Alemanno) al Comune. Un voto, bisogna dirlo con chiarezza e subito, del tutto ideologico, che viene in gran parte dalla sinistra radicale, così convinta dalla tesi autoassolutoria che vede nel Pd la colpa della sua scomparsa dal Parlamento, da far pagare al Pd la battaglia di Roma, lavorando contro Rutelli. Per questi cannibali fratricidi, grillisti e antagonisti, Rutelli era il bersaglio ideale, come anche per qualche estremista del Pd: troppo cattolico, importatore della Binetti, amico dei vescovi, come se la scommessa fondativa e perenne del Pd non fosse quella di tenere insieme, a sinistra, cattolici ed ex comunisti. Un ideologismo a senso unico: che serve ad azzoppare la sinistra, facendola perdere, mentre non scatta per bloccare l'uomo di An in marcia verso il Campidoglio. Anzi.
È da qui, oggi, che deve partire Veltroni. Guardando in faccia questo problema grande come una casa, la sindrome minoritaria della sinistra. Con il vantaggio che Roma dimostra - sommando il fuoco amico su Rutelli e le astensioni - come con la sinistra radicale e il suo ideologismo suicida non si possano ipotizzare alleanze, se non per perdere.
Veltroni ha incassato due sconfitte pesanti, e tuttavia ha varato un vascello che può andare lontano, un partito della sinistra di governo, che l'Italia non ha mai avuto. Eviti di negare la realtà, come talvolta fa, usi le parole di chi sa di aver perso, ma sa anche dove vuole andare. A cominciare dalla navigazione interna del partito. Un leader ammaccato, depotenziato, frastornato e commissariato non serve a nessuno, se non agli oligarchi. La discussione interna deve essere all'altezza di un partito che è democratico davvero, vuole essere nuovo e non può più accettare procedure d'altri tempi. Valuti Veltroni se non è il caso di strappare di nuovo, per andare avanti, oppure rinunciare. Ci sono sempre quei tre milioni e mezzo delle primarie, pronti a contare nei momenti che contano. Se qualcuno si ricorda di loro.
Non solo Roma
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Il significato storico della vittoria di un esponente della destra ex missina nella capitale d'Italia non va sottovalutato. Gianni Alemanno sindaco di Roma rappresenta uno spartiacque che legittima pienamente l'arco costituzionale della Seconda Repubblica: postfascista, più che antifascista; almeno non nel senso un po' ossificato e molto strumentale nel quale una parte della sinistra ha continuato a rappresentare e svilire un valore fondante come l'antifascismo. Ma proprio per questo, accreditare una continuità fra il Gianfranco Fini avversario perdente di Francesco Rutelli nel 1993, e l'Alemanno vincente di ieri, può risultare fuorviante. Si tratta di una continuità indubbia e insieme parziale.
Alemanno non ha vinto solo in quanto uomo con un marcato profilo di destra, ma come candidato di una coalizione capace di parlare insieme alle periferie capitoline ed al ceto medio; e di riscuotere consensi al Nord come al Centro e al Sud. In questo senso, riequilibra l'impronta "nordista" e leghista del voto politico. Forse, a spiegare meglio la conquista del Campidoglio da parte del Pdl è il fatto che il centrosinistra abbia presentato lo stesso volto del 1993: un ex sindaco che pure in passato aveva fatto bene. Ma che evidentemente appariva "vecchio ", espressione di un modello amministrativo datato. Per questo è stato ritenuto incapace di captare i cambiamenti avvenuti non solo nel Paese ma nella stessa capitale, governata ininterrottamente prima da lui e poi da Walter Veltroni.
Il Pd sperava di arginare la marea berlusconiana del 13 e 14 aprile proprio nel ballottaggio a Roma. L'onda, invece, è diventata ancora più potente e distruttiva. La voglia di ordine, sicurezza e cambiamento da parte dell'elettorato ha spazzato via l'equilibrio impossibile di una capitale in bilico fra magìe cinematografiche e periferie abbandonate a se stesse. Si può anche ammettere che sul voto ad Alemanno abbiano pesato la paura e l'indignazione per i recenti stupri di donne. Ma questa è un'aggravante, non un'attenuante per l'amministrazione uscente. La verità è che il Pd e la sinistra in generale non sono riusciti ad opporre alla candidatura del nuovo sindaco nulla che non fosse già sentito e, alla fine, stantìo: le foto in bianco e nero di Alemanno "picchiatore" negli anni Settanta; l'indignazione per l'incontro fra Silvio Berlusconi ed il senatore del Pdl Giuseppe Ciarrapico, "fascista non pentito ", proprio il 25 aprile; l'evocazione dello spettro leghista e antiromano. E via di questo passo. Il risultato paradossale è stato quello di dilatare la sensazione del vuoto strategico del centrosinistra; di mostrare in bianco e nero non il Pdl ed il suo "uomo senza qualità", ma un Pd che invece pretendeva di presentarsi nuovo di zecca, ed invincibile nella sua roccaforte capitolina.
A questo punto, il problema non è più soltanto l'eredità governativa di Romano Prodi. Di fatto, il risultato del ballottaggio per il Campidoglio lesiona la leadership veltroniana e di tutto il "gruppo romano" che ha costruito il Pd e la sua strategia solitaria. Ma soprattutto, lascia indovinare una crepa in quel "partito dei municipi " che ha sempre rappresentato il cuore duro del potere del centrosinistra in Italia; e che sembrava al riparo da qualunque sconvolgimento nazionale. È come se di colpo il gruppo dirigente si svegliasse da un lungo sonno. E scoprisse che la realtà, dispettosamente, non ha assecondato le loro convinzioni. Si tratta di una sorta di "sindrome di Ecce bombo" collettiva: la stessa di quei ragazzi di sinistra immortalati nel 1978 dal regista Nanni Moretti nel film omonimo. Raccontava la storia di un gruppo di amici che erano andati a dormire sulla spiaggia aspettando l'alba; e che alla fine si accorgevano che il sole era spuntato non dove credevano, ma alle loro spalle: una metafora degli abbagli culturali, prima che politici, della sinistra. L'immagine di un Pd convinto di tenere Roma, il quale assiste invece al trionfo di Alemanno ed ai caroselli selvaggiamente gioiosi dei tassisti, fa impressione più che se fosse diventato sindaco Umberto Bossi.
Il tramonto di Roma piaciona
Jacopo Iacoboni su La Stampa
Dalle terrazze al garage. Più che una sconfitta è il tramonto della sinistra al sushi. La fine di Roma piaciona. Appena nel 2006 sembrava impossibile, lo Strega santificava Sandro Veronesi contro Rossana Rossanda, lo scrittore, aitante e inseguito dalle ragazzine anche-io-scrivo-qualcosa-sai, girava per il Ninfeo con la telecamerina, ringraziava i giurati, conosceva tutti... Stavolta, potenza dei simboli, nel sabato elettorale era rifugiato nella sobria Torino di Baricco, a un tavolo di una festa della scuola Holden, con quasi il presentimento che a Roma tutto stesse per finire, e (relativamente) poche ragazzine intorno.
Alessandro Baricco da quel mondo alla Ettore Scola (nel senso del film La terrazza) s'è allontanato perché "non ho mai saputo fare politica, e questa è una stagione in cui ognuno dovrà fare quello che sa fare, mettere il suo mattoncino per il progetto che conosce". La Roma piaciona l'aveva pur avvicinato, "loro però non volevano cambiare...", quasi sussurra lo scrittore di Seta reduce da una lezione sull'Hemingway di Un posto pulito, illuminato bene. Lo scollamento però lo respirava anche lui, "io che sono il primo a essere scollato dalla realtà".
Gaio Fratini nel '96, alla vittoria veltroniana, se la rise, "Venditti, Dalla, Morandi, Vecchioni:/ sia Roma un Paradiso di ultrasuoni,/ tra il Foro e il Colosseo, canta Veltroni". E allora Festival di Massenzio, Casa delle letterature, Zètema, la società che ha il pacchetto chiavi in mano della cultura "de Roma", le case di produzione televisivo-cinematografiche, l'Auditorium, la Festa del Cinema che Pasquale Squitieri annuncia già di voler mutilare, cosa tramonta e cosa resta di tutto questo? Sostiene Carlo Freccero che "finalmente ci sarà anche tra loro un po' di gioco della verità, qualcuno che rifletta su come mai c'è in città quest'odio così forte per tutto ciò che sa di intellettuale... Avrebbero dovuto capire dal primo sondaggio che quel mondo, quel modo di fare le liste col bilancino, aveva stufato; quand'è che si è bloccata la rimonta? Alla composizione delle liste con le Madie. Se io nel mio esilio di Raisat faccio flop con 5 film ad aprile, mi vado a prendere lo share, regione per regione, e inizio la riunione della mattina dicendo la colpa è mia, ho sbagliato. Loro non lo fanno mai, da quindici anni...".
Anni cominciati, in realtà, nel '92: alle ultime politiche della prima repubblica. In campagna elettorale Francesco Rutelli si presenta con Barbara Palombelli alla festa nella casa romana di una celebre giornalista, dove comincia a distribuire volantini. Al che lei lo stoppa e gli fa, beffarda: "Please no, it's a private party", è una festa privata.
Ma tutto è stato festa, nella Roma bellona che Ilaria D'Amico non rinnega: "Aver costruito un'identità culturale alla città è il dato iper-positivo, che rimarrà". Resterà anche quel che di chiuso di luoghi come Rai3, l'Ambra Jovinelli, il divano di Serena Dandini, il mondo guzzantiano. Dice lo scrittore Niccolò Ammaniti che "quella vitalità culturale e anche mondana ha reso vivace la città, però quell'identità è solo borghese, fatta e pensata per delle persone che hanno un certo stile di vita, faticosa da capire per altri". Una signora dell'industria culturale democratica assicura: "Gli affari di Zètema, o dell'Auditorium, continueranno; se non si fossero già riposizionati, secondo lei chi l'avrebbe votato Alemanno?". L'ultimo evento in calendario alla Casa della letteratura, il 30 maggio, prevede cose come il faccia a faccia tra Bernardo e Giuseppe Bertolucci; e prima impazzavano Vincenzo Cerami e il compositore Nicola Piovani (che baciò galeotto Giovanna Melandri). Adesso qualcuno già pensa di fargli seguire una serata con il romanziere Pietrangelo Buttafuoco. "E vedrete lo Strega di quest'anno", sibila uno degli influenti giurati.
La Roma piaciona muore, ma sa sopravvivere sotto le ceneri. Le case di produzione come Bernabei e Lux sono già bipartisan. Pietro Valsecchi, ospite fisso a Sabaudia di Giovanni Malagò, è andato alla riunione dei cinematografari con Luca Barbareschi e lì ha detto: "Utilissimo, ho sentito ottime idee". Cene si organizzano tra i partecipanti, il produttore Riccardo Tozzi, marito di Cristina Comencini, che preparava spaghettate in festa per l'assemblea del Pd; e poi Michele Placido con Angelo Barbagallo (il socio storico di Nanni Moretti), Andrea Purgatori, Moira Mazzantini, la sorella di Margaret, attrice e moglie, a sua volta, di Sergio Castellitto... Roma piaciona con un link a destra, le due sono figlie di Carlo, ex combattente nella Repubblica sociale. Vai a sapere.
Perché le terrazze mettono il lutto; ma sono anche piene di risorse, capaci di potenti digestioni.
Il linguaggio dei vincitori
Stefano Rodotà su la Repubblica
Sono francamente ammirato dall´impassibilità con la quale tanti commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento, si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere se la vera novità di queste elezioni non consista nell´emersione piena di un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D´Avanzo.
Non giriamo la testa dall´altra parte. Quel che è appena accaduto, e si sta consolidando, riguarda davvero "l´autobiografia della nazione". Non riesco a sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece dovremmo sapere (quanto è stato scritto su questo argomento?) che proprio il linguaggio è la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che investono la società e la politica. L´elenco è lungo, e non riguarda solo la storia recentissima.
Si cominciò da pulpiti altissimi con l´aggressività verbale eretta a comunicazione politica quotidiana, considerata troppe volte come una simpatica bizzarria e dilagata poi in ogni possibile contenitore televisivo, sdoganando ogni becerume anche nei luoghi propriamente istituzionali. E il linguaggio non è solo quello verbale. Si sono fatte le corna nei vertici internazionali e si è mangiata mortadella in Senato, si continuano a disertare le manifestazioni del 25 aprile e si elegge il Bagaglino a rappresentante della cultura nazionale. Commentando il colpo di mano del Presidente della Commissione europea che ha tolto all´Italia le competenze in materia di libertà, sicurezza e giustizia, si è detto che è meglio così, che è preferibile occuparsi di trasporti piuttosto che di "omosessualità". Per fortuna non si è parlato di "culattoni", riprendendo il simpatico linguaggio della Lega: ma, di nuovo, il linguaggio è rivelatore, anche perché rende palese una cultura incapace di comprendere la dimensione dei diritti civili. Sempre scorrendo le cronache, scopriamo che il futuro Presidente della Camera dei deputati apostrofa, sempre simpaticamente, un immigrato come "paraculo" mentre si investe, non si sa a quale titolo, della funzione di controllo dei documenti. Di un futuro ministro leghista ci viene offerto un florilegio di citazioni su stranieri e immigrati, sulle sanzioni da applicare, che non ha nulla da invidiare ai suoi più noti ed estroversi colleghi di partito. Un bel ponte tra passato e futuro, una indicazione eloquente degli spiriti che nutrono la nuova maggioranza, all´interno della quale si fa sentire sempre più forte la voce di chi invoca la pena di morte, raccogliendo un consenso che rischia di vanificare il grande successo internazionale del nostro Paese come promotore della moratoria contro la pena di morte approvata dall´Onu.
Di fronte a tutto questo dobbiamo davvero ripetere che le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche.
Parliamo chiaro. Una ventata razzista e forcaiola sta attraversando l´Italia, e rischia di consolidarsi. Ammettiamo pure che grandi siano le responsabilità della sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla criminalità "predatoria" e ancor più dall´insicurezza economica, vittime facili dei costruttori della "fabbrica della paura". Ma questa ammissione può forse diventare una assoluzione, un modo rassegnato di guardare alle cose senza riconoscerle per quello che davvero sono? La reazione può essere quella di chi alza le mani, si arrende culturalmente e politicamente e si consegna al modello messo a punto dagli altri, con un esercizio che vuol essere realista e, invece, è suicida? Doppiamente suicida, anzi. Perché non si compete efficacemente quando si parte dalla premessa che la ragione di fondo sta dall´altra parte: l´imitazione servile, in politica, non rende. E, soprattutto, perché si consoliderebbe proprio il modello che, in nome della civiltà, dev´essere rifiutato e combattuto. Le possibilità di ripresa delle forze di centrosinistra passa proprio dalla piena consapevolezza della necessità di una immediata messa a punto di una strategia diversa.
Aggiungo che vi è un elemento meno appariscente di quel modello che ha lavorato nel profondo, che può apparire meno insidioso e che, quindi, può non suscitare la reazione necessaria. Mi riferisco ad una idea di comunità chiusa, che coltiva distanza e ostilità; che spinge a chiudersi nei ghetti; che fomenta il conflitto tra i gruppi sociali contigui. Anche questa è una lunga storia, perché molte ed esemplari sono le "guerre tra poveri". Che non sono scongiurate elevando muri e neppure predicando una tolleranza che in questi anni si è trasformata in accettazione dell´altro alla sola condizione che faccia ciò che ci serve e che i nostri concittadini rifiutano, alle condizioni che imponiamo: e poi, esaurita questa funzione e calata la sera, quelle persone si allontanino sempre di più, isolandosi nelle loro comunità, lontani dagli occhi e, soprattutto, liberandoci da ogni inquietudine umana e sociale.
Di tutto questo non basta parlare. È questa diversa cultura, che ha tanto giocato anche nell´esito elettorale, a dover essere analizzata. Altrimenti, le considerazioni sui comportamenti elettorali rimarranno monche e le stesse proiezioni nella dimensione istituzionali saranno distorte. Non è solo un doveroso esercizio di pulizia intellettuale. Se si pensa che vi sono emergenze che devono essere fronteggiate con forte spirito politico, e il degrado culturale lo è al massimo grado, bisogna essere chiari e necessariamente polemici. Guai a dare una interpretazione del "dialogo" tra maggioranza e opposizione che induca a mettere tra parentesi le questioni più scottanti. Bisogna rendersi conto che ammiccamenti e tatticismi qui non servono a nulla, e dire alla maggioranza che in questa materia, davvero, non si può negoziare. Solo così può nascere una alleanza non strumentale tra politica e cultura, che investa anche schieramenti diversi; e, forse, qualche apertura per uscire da un clima che si è fatto irrespirabile.
Un piccolo, finale esercizio di relativismo culturale. Le cronache ci hanno parlato di un Tony Blair sorpreso senza biglietto sul treno tra l´aeroporto e Londra. Anche i nostri giornali hanno biasimato il fatto, riprendendo le giuste reazioni inglesi. Ma, da noi, doveva essere in primo luogo sottolineato come un potente ex primo ministro di una grande nazione non si servisse di auto di Stato. Questi sono i modelli culturali che ci piacciono.
Milano predona
Luigi La Spina su La Stampa
Il prossimo governo, programmato sull'asse che congiunge la villa di Arcore con la sede della Lega in via Bellerio, avrà come vera camera di decisione la cena del lunedì sera con i quattro convitati: Berlusconi e Bossi, i leader dei partiti che hanno vinto le elezioni, accompagnati dai ministri dell'Economia e dell'Interno, Tremonti e Maroni. E il vento del Nord che avrebbe dovuto spazzare il malcostume burocratico e clientelare di tutta la nazione si è trasformato in una tromba d'aria che ha attirato sulla sola Lombardia ben 9 ministri su 12, lasciando a Est, al Veneto, un solo rappresentante e a Ovest, al Piemonte, neanche uno. Siamo passati da "Roma ladrona" a "Milano predona"? Espressa nell'icastico e sbrigativo gergo alla moda, quello della coppia Bossi-Grillo, è questa l'impressione che si ricava dalla nuova fisionomia del potere in Italia.
A questo punto, bisogna mettersi d'accordo. O il localismo, con la sua ossessione di rappresentanza territoriale degli interessi, non è un valore significativo.
Allora, lo si può sacrificare tranquillamente non solo agli equilibri partitocratici della maggioranza, ma pure alle idiosincrasie e alle vanità personali dei singoli.
Oppure è il nuovo "mantra" della rinnovata politica italiana, scoperto e celebrato come la medicina vincente per la nostra anemica democrazia. Messaggio così rivelatore delle intenzioni governative, ad esempio, da giustificare lo spostamento a Napoli del primo Consiglio dei ministri per simboleggiare la vicinanza dell'esecutivo ai problemi della Campania sfigurata dalla spazzatura. Allora, appare ancor più contraddittoria e incomprensibile una scelta che trascura il criterio di una sia pure approssimativa proporzione territoriale nel nuovo ministero.
Per sgombrare il campo da superficiali ma errate giustificazioni elettoralistiche, occorre subito escludere l'ipotesi di una "punizione" per l'esito del voto: in Piemonte, eccetto il caso di Torino, il Pdl è andato benissimo e la Lega ha più che raddoppiato i consensi. Nel Veneto e in Friuli il successo dei due partiti è stato notevole ed è culminato persino con la sconfitta simbolica del governatore Illy, che pure ha fama di ottimo amministratore. Le ragioni di questa clamorosa sottorappresentanza sono, dunque, più profonde e più antiche.
I parlamentari piemontesi, da molto tempo, non sanno fare "lobby" per la loro Regione. Questo atteggiamento, che pure ha aspetti non tutti riprovevoli sul piano del costume politico e, forse, è anche sintomo di una maggiore coscienza nazionale, penalizza meno i rappresentanti del centrosinistra, perché costoro hanno più forti e tradizionali legami con i loro partiti. Indebolisce di più la classe dirigente dell'attuale maggioranza perché, con qualche eccezione, è più nuova, meno esperta e più lontana dai centri di potere che contano.
Nel Veneto e, in generale, nell'Est d'Italia si sta verificando un fenomeno che potrebbe ricordare l'assetto territoriale dell'antico Pci. Quando l'Emilia custodiva la cassaforte dei voti e della potenza economico-finanziaria di quel partito, esprimeva bravi e popolarissimi amministratori, ma i dirigenti nazionali comunisti erano scelti prevalentemente in Piemonte o in Sardegna. L'eredità dei nipotini di Rumor e di Bisaglia è passata in parte alla Lega e in parte al Pdl. Ma il doroteismo democristiano era molto debole nel pensiero e molto forte nell'occupazione del potere nazionale. Al contrario, ora quelle terre sembrano la culla dell'ideologismo leghista e liberista, dagli assalti in piazza San Marco agli scioperi fiscali del "popolo delle partite Iva", ma appaiono incapaci di trasferire al governo del Paese il peso della loro forza, in termini elettorali e in termini di interessi. Insomma, all'epoca della "Balena bianca" la questione del passante di Mestre sarebbe già stata risolta da tempo.
Ecco perché le decisioni di Berlusconi e di Bossi per la composizione del nuovo governo non si spiegano con l'arbitrio di generali che privilegiano colonnelli provenienti dalla loro regione, ma sono l'effetto, censurabile finché si vuole, di una debolezza strutturale della classe dirigente piemontese e veneta nelle schiere del centrodestra. Sarà un caso, ma qualche volta il destino è beffardo: le speranze per l'Alta velocità Torino-Lione e quelle per la marmellata di traffico a Mestre saranno affidate, a questo punto, solo al nuovo commissario europeo per i Trasporti Antonio Tajani, romano e pariolino doc. Vuoi vedere che, stavolta, "Roma ladrona" ci restituisce il maltolto?
Perché l'Italia sta rischiando il naufragio
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
C' erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell'acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro. Ma all'alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici. Cosa fanno?
Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto.
Quel vuoto lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell'art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: " Nun je spetta ".
C'è scritto nel protocollo d'intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; c) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no.
Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle ( pardon: "collaboratrici scolastiche") sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1.500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro. Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l'anno? " Ah, no, no me toca... ". Mille? " Ah, no, no me toca... ". Millecinque? " Ah, no, no me toca... ".
Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? (...) E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari, ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l'economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari? (...) Giorgio Napolitano ha ragione: "Coloro che fanno politica concretamente, a qualsiasi schieramento appartengano, devono compiere uno sforzo per comprendere le ragioni della disaffezione, del disincanto verso la politica e per gettare un ponte di comunicazione e di dialogo con le nuove generazioni. Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, necessaria come l'ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell'emendamento indecente infilato nell'ultimo decreto "milleproroghe" varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana, ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale "in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato". Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante. Così che l'Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni. E con l'Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920). (...) E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest'anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un'enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. (...) Certo che ha ragione Napolitano, a mettere in guardia dai rischi dell'antipolitica. Ma cosa dicono i numeri? Che la legge attuale, che nessuno ha voluto cambiare, spinge i partiti a spendere sempre di più, di più, di più.
"Un fantastilione di triliardi di sonanti dollaroni". Ecco a parole cos'hanno tagliato, se vogliamo usare l'unità di misura di Paperon de' Paperoni, dei costi della politica. A parole, però. Solo a parole. Nella realtà è andata infatti molto diversamente. E si sono regolati come un anziano giornalista grafomane che stava anni fa al Corriere della Sera e scriveva ogni pezzo come dovesse comporre un tomo del mitico Marin Sanudo, il cronista veneziano che tra i 58 sterminati volumi dei Diarii e i 3 delle Vite dei Dogi e il De origine e tutto il resto, riuscì a riempire l'equivalente attuale di circa 150.000 pagine. Quando il vecchio barone telefonava in direzione per sapere della sua articolessa, il caporedattore sudava freddo: "Tutto bene il mio editoriale, caro?". "Scusi, maestro, dovrebbe tagliare 87 righe". "Togliete gli asterischi".
Questo hanno fatto, dal Quirinale alle circoscrizioni, nel divampare delle polemiche sulle spese eccessive dei nostri palazzi, palazzetti e palazzine del potere: hanno tolto gli asterischi. Sperando bastasse spargere dello zucchero a velo per guadagnare un po' di tempo. Per tener duro finché l'ondata d'indignazione si fosse placata. Per toccare il meno possibile un sistema ormai così impastato di interessi trasversali alla destra e alla sinistra da essere diventato un blocco di granito. (...) Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l'abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un'organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo della Libertà o al Partito democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane?
Bene: quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce, dell'indignazione popolare, delle promesse e perfino di una proposta di legge, firmata a destra da Gianni Alemanno e a sinistra da Antonio Di Pietro. Proposta depositata in un cassetto della Camera e lasciata lì ad ammuffire.
Ma se non ora, quando?
Tutti dobbiamo dire la verità
Vincenzo Visco su l'Unità
Dopo le elezioni è utile cominciare a chiederci cosa ci riserva il prossimo futuro, cercando di non farci condizionare troppo dalle emozioni e dal dibattito corrente.
I risultati elettorali avranno con ogni probabilità conseguenze molto rilevanti su abitudini, comportamenti e approccio culturale di alcuni importanti protagonisti della vita politica: la sinistra radicale innanzitutto, ma anche i sindacati per i quali diventa inevitabile fare i conti con una situazione del tutto inedita.
È difficile prevedere ora se ciò si tradurrà in una nuova concertazione, o in una contrapposizione o - come pure è possibile - nella riapertura di una forte dialettica interna. Ma è improbabile che tutto rimanga come adesso.
Al tempo stesso la spinta corale di sole poche settimane fa verso le riforme istituzionali può risultare attenuata in un contesto in cui la legge elettorale ha fornito un risultato di stabilità governativa, e la semplificazione politica ha ridotto fortemente il numero dei gruppi rappresentati in Parlamento; il che significa un enorme recupero di efficienza operativa (riduzione dei tempi) perfino nel nostro sistema di bicameralismo perfetto. La stessa prospettiva del referendum elettorale può apparire meno dirompente nel nuovo assetto politico bipolare. Non è detto che non se ne farà nulla (e non è auspicabile), ma è evidente che la questione istituzionale non sarà percepita con la stessa urgenza di alcune settimane fa.
Più importante è però riflettere sulla situazione economica oggettiva del Paese che è tutt'altro che semplice. Da questo punto di vista la prudenza con cui il centrodestra ha gestito la campagna elettorale (al di là delle vane promesse contenute nel programma), sottolineando le difficoltà e la necessità di sacrifici è significativa. Altrettanto evidente è la strategia politico-comunicativa già in atto per attribuire la responsabilità delle inevitabili difficoltà a soggetti ed eventi esterni: la crisi finanziaria, le plutocrazie bancarie e finanziarie, la Cina, i fondi sovrani, la BCE, il WTO, l'insufficienza dell'Europa, ecc..
Si tratta di un film già visto, ma che può avere esiti molto pericolosi sia sul piano politico: se le colpe sono di "nemici" esterni, è giustificata ogni paura e quindi ogni chiusura, ogni populismo; sia sul piano dell'azione di governo: se tutto dipende da fattori esterni non c'è molto che si possa fare per risolvere i problemi del Paese. Che sono viceversa molto gravi e richiederebbero interventi strutturali incisivi e non indolori con possibili effetti positivi solo nel medio periodo; il che preclude la possibilità di ricercare e ottenere consenso politico a breve termine che è invece l'approccio tipico e l'ispirazione di fondo del centrodestra italiano al potere (e non solo).
Il nuovo governo si troverà quindi ad affrontare problemi molto complessi che già in passato non è riuscito a gestire. Oggi per di più questi problemi sono aggravati da una situazione dell'economia mondiale caratterizzata, al di là della crisi finanziaria, tutt'altro che esaurita, da prezzi elevati e crescenti delle materie prime, a causa della maggiore domanda, degli errori delle politiche agricole e delle speculazioni che caratterizzano questi mercati. Ciò comporterà nel nostro Paese ulteriori cambiamenti dei prezzi relativi e ulteriori problemi economici per i ceti medi e popolari, già impoveriti nel corso del declino italiano degli ultimi 15 anni. Alla spinta verso l'aumento dei prezzi si assocerà una minor disponibilità di liquidità (e quindi di credito) che potrebbe incidere non solo sul settore finanziario, ma anche su quello reale finora poco toccato dalla crisi.
È in tale contesto che vanno valutate le priorità contenute nel programma di governo del centrodestra, a cominciare dal federalismo fiscale, tema assai caro alla Lega, la quale ha avuto una forte affermazione elettorale.
Ebbene, è opportuno essere consapevoli che le proposte in proposito della Lega e del PDL sono assolutamente incompatibili con la realtà dell'economia italiana e probabilmente non giustificate sul piano del dare e dell'avere effettivo, mentre il federalismo finora attuato ha prodotto aumenti di spesa pubblica, maggiori costi di transazione, e paralisi decisionale. Sarebbe quindi fortemente auspicabile una presa di consapevolezza effettiva dei problemi reali anziché continuare a declinarli in chiave politico-propagandistica in una assurda gara a chi è più federalista. In proposito non si può che fare riferimento alla proposta di legge delega del Governo Prodi, condivisa dalle Regioni che rappresenta il più elevato punto d'incontro possibile e l'unico praticabile.
Ma attenzione: allo stesso tempo incompatibili sono anche le richieste degli autonomisti del Sud che chiedono più soldi da bruciare nella fornace delle spese assistenziali e degli sprechi e ruberie senza fine che continuano a caratterizzare la gestione della cosa pubblica in non poche delle Regioni meridionali. Al contrario è giunto il momento di una riflessione seria sulle politiche seguite a favore del Mezzogiorno nell'intero dopoguerra, perchè non è possibile, né accettabile che, nonostante l'enorme quantità di risorse investite, i risultati siano assolutamente deludenti.
Rimane ancora un'ultima questione che è quella degli equilibri del bilancio pubblico, questione ampiamente rimossa nella campagna elettorale, ma che incombe come un convitato di pietra che condiziona le nostre vite da circa 30 anni. La sostanza è molto semplice: in estrema sintesi l'Italia, rispetto agli altri Paesi europei spende circa 2 punti in più di PIL per gli interessi passivi sul debito, e circa 3 punti di più per pensioni; quindi l'Italia corre con un handicap di 5 punti di PIL (in cifre, almeno 75 miliardi di euro l'anno) a causa di debiti contratti nel passato (negli anni '80 in massima parte) che fanno sì che una buona parte delle entrate tributarie si esauriscono in spese di trasferimento senza nessun impatto sulla domanda e sulla crescita. Prima di parlare di riduzioni di tasse e di spese (comunque auspicabili) bisognerebbe collocare le eventuali proposte nel contesto analitico corretto, il che non è certo facile.
Concludendo questi sono alcuni dei problemi aperti che la nuova legislatura dovrà affrontare. Le difficoltà che il nuovo governo incontrerà sono enormi: esse sono oggettive, ma anche soggettive (culturali, cognitive
).
29 aprile 2008