Rinnovo innanzitutto l'omaggio appena reso alla memoria dei vostri 1863 caduti, il cui sacrificio rispecchia l'ampiezza e l'eroismo delle schiere dei combattenti per la libertà. Desidero nello stesso tempo rivolgere un saluto e un apprezzamento particolare all'Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea e al suo presidente sen. Raimondo Ricci.
Un istituto che ha sempre costituito un luogo di incontro e di unità, impegnandosi ad approfondire e trasmettere ricostruzioni obbiettive e non di parte dell'esperienza della Guerra di Liberazione. Esso ha continuato - con iniziative anche recenti cui avrò modo di riferirmi - ad alimentare una coscienza storica comune, affidata non a stereotipi ma a conoscenze e valutazioni inoppugnabili. (...)
Sappiamo quel che significa per l'Italia la data del 25 aprile: essa segna la liberazione piena del paese dalla dittatura e dall'occupazione straniera, la riconquista su tutto il territorio nazionale di una condizione di libertà e d'indipendenza. Ma dobbiamo ogni volta sentirci impegnati a (...) ripercorrere nella sua complessità, l'esperienza vissuta nel drammatico periodo in cui "l'Italia era tagliata in due": esperienza tradottasi in una straordinaria prova di riscatto civile e patriottico. Questo fu la Resistenza, dai primi giorni seguiti alla firma dell'armistizio e al crollo dell'8 settembre 1943 fino ai gloriosi momenti conclusivi della liberazione delle nostre città e della nostra terra. Ed essa non può perciò appartenere solo a una parte della nazione, ma deve porsi al centro di uno sforzo volto a «ricomporre, in spirito di verità» - come dissi nel mio primo messaggio al Parlamento - «la storia della nostra Repubblica». Dobbiamo giungere sempre più decisamente a questa condivisione, a questo comune sentire storico. E credo che in tal senso si siano compiuti nel corso degli anni - da una celebrazione all'altra del 25 aprile - importanti passi avanti (...).
Ho un anno fa celebrato il 25 aprile a Cefalonia, per rendere commosso omaggio all'eroismo e al martirio delle migliaia di militari italiani, che in quell'isola greca trasformata in roccaforte, scelsero di battersi in spirito di fedeltà alla patria italiana, caddero in combattimento, furono barbaramente trucidati dopo la sconfitta e la resa - soldati, ufficiali, generale Comandante - o portati alla morte in mare, o deportati in Germania. E ho attribuito un significato speciale al ricordo di quella tragedia, successiva all'8 settembre 1943, che resta la più terribile espressione della rabbia e della ferocia nazista dinanzi alla volontà di riscatto nazionale degli italiani costretti a una innaturale e servile alleanza. Un significato speciale, dicevo, nel senso dell'impegno a cogliere e porre in primo piano una componente della Resistenza che fino a tempi recenti non è stata abbastanza valorizzata. Parlo del contributo dei militari.
Sappiamo tutti quale apporto essenziale venne dalle formazioni partigiane, nelle montagne e nelle città, e da molteplici forme di solidarietà popolare, che si espresse tra l'altro nell'appoggio spontaneo ai giovani che si rifiutavano di subire la chiamata alle armi con la repubblica di Salò, agli ebrei che cercavano di sfuggire a un destino di morte, e anche a molti militari alleati fuggiti dai campi di prigionia che spesso si univano alle unità dei combattenti della libertà.
Ma molto importante fu il concorso dei militari, chiamati a repentine, durissime prove all'indomani dell'armistizio, degli ufficiali e dei soldati che si unirono ai partigiani rafforzandone la capacità di combattimento e infine delle nuove forze armate che si raccolsero nel Corpo Italiano di Liberazione. E grande significato ebbe anche la resistenza di centinaia di migliaia di militari italiani internati in Germania nei campi di concentramento, che respinsero, in schiacciante maggioranza, l'invito a tornare in Italia aderendo al regime repubblichino. (...)
Le ragioni, le molle della ribellione e della lotta di tanti nostri militari vanno ricercate senza retorica, se non in una coscienza politica già pienamente maturata, piuttosto nel senso dell'onore e della dignità nazionale e personale, e in un impulso di solidarietà umana e di corpo tra gli appartenenti a reparti militari sottoposti a dure prove comuni.
Più in generale, ci fu solo nel tempo una saldatura tra i giovani e i giovanissimi che ingrossarono le fila della Resistenza e il patrimonio ideale e politico degli uomini dell'antifascismo.
Fu decisiva, e abbracciò tutti, la riscoperta, la riconquista di un senso sicuro della patria. La descrisse così una scrittrice sensibile come Natalia Ginzburg: «Le parole patria e Italia ci apparvero d'un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta. Eravamo lì per difendere la patria, le strade e le piazze delle nostre città, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava».
In quella guerra patriottica, e nella difesa dell'Italia anche nelle sue strutture materiali e nelle sue possibilità di futuro, si univano naturalmente partigiani e militari fedeli ai loro doveri nazionali. (...)
Non c'è bisogno di ricordare come la sera del 25 aprile 1945, a conclusione dell'incontro svoltosi sotto gli auspici del Cardinale Arcivescovo e nella sua ospitale abitazione, il generale Meinhold avesse firmato la resa tedesca nelle mani dei rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale, presieduto da Remo Scappini. Fu quello un fatto senza eguali, che rimane un grande segno di distinzione e di onore per la Resistenza genovese. «Per la prima volta nella storia di questa guerra» - si lesse nell'appello del CNL per la Liguria - «un corpo d'esercito si è arreso dinanzi a un popolo». Parole restate sempre care, come ci hanno infine detto anche le sue Memorie, a un protagonista dell'insurrezione di Genova, Paolo Emilio Taviani (...).
Tuttavia, anche dopo la firma della resa da parte del generale Meinhold, permaneva il rischio del piano di distruzione dei porti di Genova, Trieste e Fiume, il cosiddetto "piano Z" da tempo predisposto dai Comandi tedeschi. Poi, anche l'ufficiale nazista più determinato a far saltare il porto di Genova fu costretto ad arrendersi ai partigiani. Quel che mi preme mettere in luce è l'impegno (...) dei rappresentanti della Marina militare italiana presso l'organizzazione partigiana, il più importante dei quali, il capitano di fregata Kulczycki già comandante in seconda a bordo della corazzata Cavour, aveva dato vita a un organismo, il Vai, che riuniva tutte le forze patriottiche a carattere militare e apolitico, cadendo poi, a Genova, nella mani delle SS e venendo fucilato nel campo di Fossoli. Il nome di questi nostri eroici militari è segnato nell'Albo d'oro della Resistenza. (...).
Questi sono fatti, non retorica, non mito. Vedete, c'è stato in tempi recenti un gran parlare dell'esigenza di "smitizzare" la Resistenza. Ora, è giusto - proprio per rendere più credibile la valorizzazione della Resistenza - non tacere i suoi limiti, sia o no accettabile che la si presenti come realtà ed esperienza "minoritaria"; ma bisogna ben distinguere quel che è cresciuto come "mito" sulla base di un'analisi oggettiva, al di là della grande onda emotiva della liberazione, e quello che è stato tutt'altro. E a questo proposito vorrei dire che in realtà c'è stato solo un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto: quello della cosiddetta "Resistenza tradita", che è servito ad avvalorare posizioni ideologiche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell'ordine democratico-costituzionale scaturito proprio dai valori e dall'impulso della Resistenza. All'inizio dello scorso decennio, è apparso un saggio storico di non comune impegno e profondità, dovuto a Claudio Pavone, nel quale si sono messi in evidenza i diversi volti della Resistenza, e in particolare, accanto a quello di una guerra patriottica, quello di una "guerra civile". Tale profilo è stato a lungo negato, o considerato con ostilità e reticenza, da parte delle correnti antifasciste. Ma se ne può dare - Pavone lo ha dimostrato - un'analisi ponderata, che non significhi in alcun modo "confondere le due parti in lotta, appiattirle sotto un comune giudizio di condanna o di assoluzione". E questo vale anche per i fenomeni di violenza che caratterizzarono in tutto il suo corso la guerra anti-partigiana e da cui non fu indenne la Resistenza, specie alla vigilia e all'indomani della Liberazione. Le ombre della Resistenza non vanno occultate, ma guai a indulgere a false equiparazioni e banali generalizzazioni; anche se a nessun caduto, e ai famigliari che ne hanno sofferto la perdita, si può negare sul piano umano un rispetto maturato col tempo. Insomma, è possibile e necessario raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, "smitizzare" quel che c'è da "smitizzare" ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell'indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana.
E a cui dobbiamo anche il contesto di rispetto della nostra sovranità entro il quale fu elaborata la Costituzione repubblicana. Si guardi alla sorte che toccò ai due paesi che rimasero fino alla sconfitta totale coinvolti nella guerra voluta da Hitler, nell'alleanza guidata dalla Germania nazista. Il percorso di definizione di nuovi assetti istituzionali e costituzionali in Germania fu pesantemente condizionato dalla divisione del paese in due zone di occupazione e di influenza. Quel percorso fu affidato, nella zona occidentale, dai governatori militari delle potenze occupanti ai governi dei Länder, e la nuova "Legge fondamentale" fu approvata da un ristretto e provvisorio Consiglio Parlamentare solo nel maggio del 1949. In Giappone, la revisione costituzionale ebbe per base un progetto ispirato dal generale americano MacArthur (...).
In Italia, il progetto di nuova Costituzione democratica venne invece elaborato dall'Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale, fu discusso in piena libertà e autonomia di pensiero e approvato a stragrande maggioranza il 22 dicembre 1947. È difficile immaginare quale sarebbe stato il percorso, se l'Italia non avesse trovato in sé la forza per affrancarsi dall'alleanza con la Germania nazista e per prendere il suo posto, grazie al contributo delle sue nuove Forze Armate e della Resistenza, come co-belligerante nell'alleanza antifascista accanto alle formazioni occidentali che combatterono duramente per liberare il nostro paese.
Le idealità e le aspirazioni dei nostri combattenti per la libertà poterono così tradursi in un essenziale quadro di riferimento per l'elaborazione della Carta costituzionale nell'Italia divenuta Repubblica per volontà di popolo.
Quelle aspirazioni appaiono pienamente recepite nella limpida sintesi dei "Principi fondamentali" della Costituzione repubblicana e nell'insieme dei suoi indirizzi e precetti. Ricordiamo i primi dodici articoli della Carta. Diritti inviolabili dell'uomo e doveri inderogabili di solidarietà; uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana ; diritto al lavoro; unità e indivisibilità della Repubblica; ripudio della guerra e impegno a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali che mirano ad assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni - ebbene, non è precisamente questa l'Italia libera, più giusta, aperta al mondo, che i combattenti per la Resistenza sognavano? Sì, possiamo con buoni motivi dire che il messaggio, l'eredità spirituale e morale della Resistenza, vive nella Costituzione : in quella Costituzione in cui possono ben riconoscersi anche quanti vissero diversamente gli anni 1943-45, quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi acquisiti. La Carta costituzionale - di cui stiamo celebrando il sessantesimo anniversario - costituisce infatti la base del nostro vivere comune e della nostra rinnovata identità nazionale. «Nessuna delle forze politiche oggi in campo - desidero ribadire quel che ho detto dinanzi al Parlamento - può rivendicarne in esclusiva l'eredità». È un patrimonio che appartiene a tutti e vincola tutti.
Naturalmente, la Costituzione poteva solo offrire la trama della nuova Italia sperata e invocata a mano a mano che progrediva la guerra di Liberazione, e all'indomani della sua conclusione. Non ne nascevano già definiti nella loro concretezza la società e lo Stato corrispondenti al dettato costituzionale. Dare attuazione a quei principi ha richiesto e richiede un impegno civile, culturale e politico, che non si dà una volta per tutte, che va sempre rinnovato e fatto rivivere, con l'apporto essenziale delle nuove generazioni. Impegno ed apporto, che possono essere sollecitati dal sempre più significativo collocarsi della nostra Carta e del nostro patrimonio costituzionale nel grande quadro del processo di costruzione dell'Europa unita. Contano nella nostra Carta - a sessant'anni dalla sua entrata in vigore - non solo i principi, i diritti e i doveri, ma le istituzioni. Queste sono certamente perfettibili e riformabili rispetto al disegno che ne fu definito nel 1946-47, ma esse costituiscono, nell'essenziale, pilastri insostituibili dello Stato di diritto e della democrazia repubblicana: il Parlamento, in cui si esprime la sovranità popolare; le Regioni e gli enti locali; la magistratura come ordine autonomo e indipendente; gli istituti di garanzia costituzionale. Alla vitalità di queste istituzioni è ugualmente affidato il retaggio della Resistenza (...). In questo spirito celebriamo oggi congiuntamente l'anniversario del 25 aprile e quello della Costituzione e delle istituzioni repubblicane, cui va il rispetto non formale ma effettivo e coerente degli italiani di ogni parte politica per garantire un degno avvenire democratico al nostro Paese.
La mossa del cavaliere
Mario Pirani su la Repubblica
Pochi giorni orsono ci chiedevamo su queste colonne (Repubblica del 23 aprile) se non fosse ormai arrivato il giorno per depurare le scansioni epocali della vicenda nazionale dall´affronto delle polemiche riduttive pseudo storiche (ma in realtà politiche) e di ricollocare nel calendario della Nazione e nell´immaginario popolare, finalmente placato dalle passate avversioni, le date del 25 aprile e del 2 giugno, idealmente collegate, come grandi feste civili della Repubblica. Per pervenire a questa sublimazione condivisa occorreva, naturalmente, che la revisione storica fosse ripulita da strumentalismi contingenti.
Che si tornasse alla consapevolezza che il ripudio del fascismo non poteva essere ridotto solo al suo aberrante sprofondare nella persecuzione antiebraica ma ricondotto alla sua matrice antiliberale e antidemocratica, dal delitto Matteotti all´incarcerazione di Gramsci, nonché alla follia della conclusione bellica. Se Berlusconi e Fini avessero saputo prendere una iniziativa in questo senso, dismettendo le vulgate revisionistiche di parte che stavano riaffiorando, avrebbero caratterizzato con un buon inizio, almeno per questo verso, la loro stagione di governo.
Il comunicato quasi un messaggio che Silvio Berlusconi ha diffuso in occasione del 25 aprile segna un passo importante in questa direzione e imprime un salto di qualità nel linguaggio e nell´abituale comportamento pubblico del leader del centrodestra. L´uomo che fino a ieri rifiutava, anche quando era a capo del governo, di partecipare alle manifestazioni celebrative della Liberazione, colma quell´assenza peraltro ieri confermata con parole inequivocabili e afferma che «il 25 aprile indica il ritorno dell´Italia alla democrazia e alla libertà». Con ciò rilasciando un giudizio implicito sul regime fascista e sulla sua caduta, accolta con «un sentimento di liberazione di un intero popolo, costretto a combattere una guerra che sperava conclusa ma che proseguì con l´occupazione del proprio territorio».
Aggiungendo che «la guerra civile e l´occupazione da parte dei tedeschi» (che ne era dunque la causa prima per l´asservimento della repubblica sociale al Reich hilteriano, ndr) «creò un segno di sangue nella memoria italiana».
Questi paletti rendono così accettabile e non equivoca anche la comprensione delle ragioni dei "ragazzi di Salò", proprio perché questa comprensione è accompagnata dalla premessa che ciò «non può in qualche modo ledere l´orgoglio di chi combatté per la libertà contro la tirannide, poiché non c´è revisione storica che possa cambiare la gratitudine che dobbiamo a quei combattenti che posero le basi per la libertà delle generazioni». Valutazione che torna quando Berlusconi ricorda «le folle festanti del 25 aprile 1945 attorno alle truppe alleate e ai combattenti per la libertà». Che dire di fronte a una simile svolta di chi fino a un paio di mesi orsono confessava che il suo cuore batteva all´unisono con la Destra di Storace? Ha cambiato idea, sempre che di idea si trattasse e non di calcolo delle convenienze, mutevole col mutar dei sondaggi? Ed è oggi sincero nella tanto tardiva scoperta della natura essenzialmente liberticida e antidemocratica sia del fascismo del Ventennio che di quello repubblichino? Interrogativi sostanzialmente vani. Se Parigi valeva bene una messa per Enrico IV, così il pubblico lavacro antifascista di Berlusconi val bene il suo desiderio di disegnarsi un profilo da statista, adatto in futuro per ascendere a più alte cariche e, a più breve termine, per auto proporsi sul piano nazionale e internazionale come uno statista riconosciuto da tutti gli italiani. Eppure, se il passo compiuto è importante, positivo e come tale deve essere valutato, visto che gli uomini politici van misurati anzi tutto dai loro gesti pubblici, cionondimeno è lecito chiedersi se il ripensamento è sincero. Ebbene, se per sincerità s´intende la corrispondenza tra pensiero e azione, mi sentirei di dir di no. In tutti questi anni le parole e gli atti del Cavaliere hanno tratto spunto dal perimetro dei suoi interessi personali e dei ceti politico sociali che ambiva rappresentare; mai i valori della Resistenza han trovato eco nei suoi discorsi ed anche oggi egli si rivela come un Giano bifronte. Da un lato scopre sessant´anni dopo il valore unificante del 25 aprile gesto, ribadisco, molto positivo e di cui gliene va dato atto e, dall´altro, riceve simbolicamente nelle stesse ore quel senatore Ciarrapico che ha fatto tutta la campagna elettorale vantando la sua nostalgia per il fascismo; da un lato esalta i combattenti per la libertà e dall´altro, dopo aver accolto e fatto eleggere al suo fianco Alessandra Mussolini, consente che al suo posto al Parlamento europeo subentri il capo dei naziskin neo fascisti di Forza nuova, Roberto Fiore; si richiama all´unità degli italiani ma insulta Rutelli, candidato di tutto il centrosinistra e si spencola per Alemanno cui non chiede neppure di nascondere il ciondolo nazista che porta al collo, prendendo per buono che la croce celtica uncinata sia un simbolo religioso (di quale fede se non quella nazista?). Tutto questo, si badi bene, non per nascosti sentimenti di estrema destra ma solo per il calcolo delle convenienze che gli suggerisce di accompagnare una lodevole apertura verso l´Italia libera con disdicevoli ammiccamenti ai residui cultori delle memorie fasciste. In quest´ottica tutto può venir buono e i valori autentici non valgono un soldo bucato.
Chi vuol capire la differenza tra chi parla come pensa e come gli detta il cuore e chi invece si pronuncia sulla base di un accorto calcolo politico, legga e metta a confronto il pur ben calibrato comunicato di Berlusconi con lo splendido discorso di Giorgio Napolitano a Genova, soprattutto laddove il Capo dello Stato afferma che «è possibile e necessario raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacerne nulla, smitizzare quel che c´è da smitizzare, ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista, anche per forza nostra, dell´indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana».
Il 25 aprile
Quei valori comuni ancora vivi nel Paese
Giovanni Sabbatucci su Il Messaggero
L'EVENTO che si commemora nella ricorrenza del 25 aprile, ovvero la definitiva liberazione dell'Italia dall'occupazione nazista, è di quelli che tutti, o quasi tutti, dovrebbero considerare fausto e provvidenziale: solo una sparutissima minoranza pensa infatti che le cose per il Paese sarebbero andate meglio se nella primavera del 1945 fossero stati i tedeschi a liberarci dagli angloamericani. C'è allora da chiedersi perché questa ricorrenza sia ancora oggetto di forti controversie (assai più di quella del 2 giugno, pure dedicata a un evento che spaccò in due il Paese). Perché, dopo essere stata celebrata stancamente e senza grande coinvolgimento popolare per quasi mezzo secolo, sia diventata, a partire dal '94, occasione di scontro politico-culturale.
La risposta che viene spontanea, e che chiama in causa la contiguità cronologica con le elezioni politiche (oggi come nel 1994 e nel 2006), spiega molto ma non tutto. Bisogna risalire più indietro nel tempo, cominciando proprio dal significato originario della celebrazione. Il 25 aprile, come si sa, è una data convenzionale, che fa riferimento non tanto all'evento-liberazione in sé (quella del Nord Italia occupò infatti l'intero mese di aprile 1945, mentre nel resto del Paese si era compiuta nel corso di due lunghi anni), quanto alla decisione del Comitato di liberazione nazionale alta Italia di fissare per quel giorno l'insurrezione generale contro i nazifascisti. Il 25 aprile è dunque soprattutto la festa della Resistenza. Una Resistenza che l'Italia ufficiale ha celebrato come momento fondativo delle istituzioni democratiche e repubblicane, ma che una parte non trascurabile dell'opinione moderata ha sempre visto con malcelata diffidenza, considerandola militarmente irrilevante (sarebbero bastati gli eserciti alleati a liberarci dai tedeschi), politicamente sospetta (in quanto egemonizzata dalle forze di sinistra) e generatrice di inutili violenze.
Per decenni questa opinione (non identificabile con quella espressa dai nostalgici del regime e dai reduci di Salò) è rimasta come coperta o confessata a bassa voce, esprimendosi soprattutto nella conversazione privata, oltre che nelle rievocazioni e nei commenti dei rotocalchi popolari o in qualche pubblicazione di scarso rilievo scientifico. Con la vittoria del centro-destra nel '94 e con l'avvento di Berlusconi, l'Italia moderata e tendenzialmente a-fascista, che era sempre esistita, ha ritrovato voce, coraggio e rappresentanza politica. E ha contrapposto esplicitamente la sua vulgata a quella, opposta e simmetrica, di una sinistra da troppo tempo assuefatta alle retoriche consolidate del paradigma antifascista (la Resistenza come protagonista della liberazione, come lotta concorde di popolo e al tempo stesso come veicolo di trasformazione sociale, l'antifascismo come valore permanente anche in assenza di una minaccia fascista).
È evidente che questa contrapposizione non poteva non portare a una continua e perniciosa confusione di piani, coinvolgendo i simboli e le liturgie della Repubblica nella battaglia politica di tutti i giorni. Accade così che da un lato un risultato elettorale sia visto come possibile momento di rivalsa rispetto a una visione consolidata del passato o addirittura (abbiamo sentito anche questa) come pretesto per riscrivere la storia; e che dall'altro la celebrazione del passato (anzi la celebrazione della democrazia ritrovata) venga vissuta come occasione di rivincita nei confronti di un risultato elettorale democraticamente conseguito.
Per uscire da questa logica, occorre recuperare un minimo di serenità e di serietà storica. Partendo da un paio di punti fermi. Primo: la Resistenza è stata un passaggio fondamentale nella storia di questo Paese e rappresenta un riferimento imprescindibile per la democrazia italiana non in virtù della sua consistenza numerica (che fu comunque limitata) o del suo apporto militare (che non fu comunque trascurabile), ma per il suo insostituibile valore morale, di testimonianza di un'Italia che sceglieva di combattere dalla parte giusta. Secondo: la Resistenza non è patrimonio esclusivo di una parte politica, se non altro perché vide la partecipazione di rivoluzionari e moderati, laici e cattolici, irregolari e militari di carriera. Tutti hanno dunque il diritto di celebrarla, se lo vogliono, e anche di non vederla piegata a battaglie di parte. Solo partendo da queste premesse la celebrazione del 25 aprile può riacquistare il suo senso autentico di festa civile, di richiamo a quell'essenziale patrimonio di valori comuni senza il quale nessuna democrazia può dirsi veramente compiuta.
La Resistenza, slancio e partecipazione
Enzo Collotti su il Manifesto
Il momento politico in cui cade questo 25 aprile non potrebbe essere peggiore, con la sinistra a pezzi o annegata in un neocentrismo che forse non sarà neppure l'ultima incarnazione del nostro eterno trasformismo di fronte al trionfo del berlusconismo come mera capacità di potere e al miope provincialismo leghista. Ricordare, non significa e non deve significare assolvere soltanto a un dovere di memoria, che pure esiste, significa anche ristabilire un corretto rapporto con la nostra storia e con la tradizione dell'antifascismo e della Resistenza.
Una tradizione che una sua forza e un suo radicamento deve pure avere, se qualche non del tutto secondario cervello del centro-destra ha sentito il bisogno nelle ultime settimane di tornare a ripetere l'intenzione di infierire sulla scuola e sulla storia per omologare il sapere collettivo all'indifferenza di valori di cui si nutre la pseudocultura del berlusconismo trionfante. Una tradizione che è stata sicuramente trascurata e sottovalutata anche dalla sinistra, troppo spesso attratta dall'illusione che non parlare delle proprie tradizioni potesse servire come gesto di riconciliazione con i nemici di un tempo, per i quali peraltro nessun gesto per avanzato che fosse avrebbe potuto mai appagare la loro sete di vendetta. La palude culturale nella quale ci troviamo è anche frutto di una unilaterale tendenza a fare concessioni a costo di negare se stessi ad avversari che nulla erano disposti a concedere. Per amor di pacificazione non sono state combattute battaglie culturali che oltre a rafforzare la consapevolezza e l'origine della democrazia dalla lotta antifascista dovevano fare identificare anche la cultura politica della sinistra con quella consapevolezza e contribuire a nutrirla di coscienza critica.
Riprendere oggi, come sarà più che necessario, quella battaglia culturale in un contesto ancora più degradato sarà sicuramente anche più difficile. Non sono venuti a mancare soltanto quei vincoli generazionali che in passato avevano assicurato la trasmissione della memoria, troppi centri di aggregazione si sono dissolti per la disattenzione del pubblico, le voci fuori dal coro sono sempre più oscurate da una televisione che non è più servizio pubblico o che le marginalizza in orari da clandestini, gli stessi istituti storici della Resistenza, ai quali non si devono chiedere professioni di fede ma produzione di ricerche perché, come dimostrano pochi casi esemplari, gli archivi della Resistenza possono contribuire a rinnovare conoscenza e a correggere le tante vulgate falsificatrici che i divulgatori della equiparazione dei valori hanno ampiamente diffuso, assolvono ormai soltanto parzialmente i loro compiti istituzionali e culturali.
E in un'altra bella ricerca che compare anch'essa in questi giorni, Massimo Storchi, indagando sui processi celebrati contro i fascisti nell'immediato dopo guerra per i crimini da essi compiuti in provincia di Reggio Emilia (Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i progressi del dopoguerra 1945-46, Aliberti Ed., 2008), rivendica il valore della filologia e del ritorno alle fonti, da considerarsi di fatto inedite, per dimostrare contro ogni vittimismo fascista il colpo di spugna che attesta l'opzione per la continuità e per la rimozione con cui la repubblica nascente si è tagliata sotto i piedi l'erba del rinnovamento. «Una ricerca - scrive Storchi - che vuole essere un piccolo contributo per ricordare come la mancanza di una giustizia 'vera' per i crimini fascisti abbia rappresentato un deficit etico e politico nella costruzione di una comune identità repubblicana, una identità che non riesce tuttora a trovare in un passato così difficile e tormentato radici abbastanza forti per affrontare le nuove sfide della contemporaneità».
Al di là di ogni debito di memoria, richiamare oggi la Resistenza in mezzo al dilagare dell'esasperazione degli egoismi affaristici, corporativi, territoriali ed individuali e alla negazione del senso dello stato e della collettività, significa tornare a riflettere sui due valori fondamentali che accomunarono nella lotta uomini e donne che non si conoscevano ma che si riconoscevano nella lealtà e nella pratica di due comuni principi di base: l'assunzione di responsabilità verso se stessi e la collettività e il dovere della solidarietà. Un esercizio mentale, politico e cultuale, tanto più necessario nel momento in cui tentazioni di quieto vivere e convenienze politiche concorrono a fare dimenticare una stagione fondamentale della nostra storia, perché ogni sapere critico e conflittuale, che è il sale della democrazia, turba le pulsioni unanimistiche e l'appiattimento di valori con i quali si pensa di potere imporre una visione asettica della nostra storia in cui tutti i comportamenti delle parti in conflitto hanno la medesima valenza.
La Resistenza fu proprio il contrario di una acquiescenza all'indifferenza dei valori; fu una scelta nella quale si fondevano la rivolta non solo morale contro un regime ingiusto e responsabile di profondi misfatti e l'aspirazione spesso confusa ma convinta a modificare in meglio lo statuto politico e la condizione civile e sociale. Fu volontà di lotta ma anche grande prova di coesione morale e di solidarietà. Fu il frutto della riscoperta delle libertà e della dignità che erano stati offesi e negati dalla tirannide della dittatura. La maggior parte dei resistenti non proveniva dai piccoli nuclei dell'antifascismo militante sopravvissuti alla persecuzione. La loro politicizzazione fu un processo lento che andò maturando nei venti mesi dell'impari lotta ingaggiata con i tedeschi e i fascisti della Repubblica sociale.
Al di là delle divergenze con i comandi alleati e del disappunto perché al fronte italiano non veniva riconosciuta quella priorità che era nei suoi voti, l'istanza etica e politica fondamentale della Resistenza discendeva dalla volontà di esserci, di non restare in disparte ma di partecipare alla liberazione del paese per risarcire le colpe e le responsabilità del fascismo e per trasmettere un messaggio di speranza e di fiducia alle generazioni future. E i giovani ai quali spetterà raccogliere questo messaggio ricordino le pacate e sagge parole con le quali, senza lasciarsi sopraffare dai lutti che avevano travolto la sua famiglia, il vecchio Lucide Cervi, figura mitica e al tempo stesso così profondamente umana nella sua semplicità contadina, incitò a continuare: «Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti».
Nell'ultimo anno, e nella sola città di Roma, non si contano gli episodi violenti di matrice fascista denunciati alla magistratura. Aggressioni davanti alle scuole. Incursioni nelle sedi dei partiti di sinistra e contro chiunque venga giudicato «diverso» (l'assalto al circolo omosessuale Mario Mieli). Spedizioni punitive in manifestazioni ritenute «rosse», con relative bastonature (il concerto di Villa Ada). Sui muri la svastica è un simbolo così frequente che non ci si fa più caso. Ma i suoi seguaci non si limitano a lavorare di vernice e pennello. Non è passato molto tempo, infatti, dalla notte dell'11 novembre 2007 quando, in seguito alla tragica morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, centinaia di estremisti neri in assetto da guerriglia devastarono il Foro Italico e diedero fuoco a una caserma di polizia. Con tecnica e spiegamento di forze tale da fare ipotizzare alla procura il reato di terrorismo. È uno stillicidio di notizie pubblicate nelle pagine di cronaca con un andamento abitudinario e dunque per niente allarmante. Cronaca un po' troppo speciale e un po' troppo frequente anche se a nessuno salterebbe in mente di paventare un ritorno del fascismo in una democrazia solida e collaudata come la nostra.
Certo che non siamo alla vigilia di una nuova marcia su Roma ma diventa difficile negare che tutto ciò non abbia nulla a che fare con la candidatura di Gianni Alemanno e con la sua possibile elezioni a sindaco della capitale.
Non staremo qui a rinvangare la biografia politica dell'uomo, germogliata nel Fronte della gioventù di missina memoria, tra busti del duce e saluti romani, perché pensiamo che a ciascuno (soprattutto ai politici) vada chiesto non da dove viene ma chi è. E oggi Alemanno, come ha scritto Il Foglio, è tutto quello che fu e molto altro ancora. Sul passato i suoi silenzi sono tali da far pensare che valga per lui la vecchia massima del né rinnegare né aderire. Il che non vuol dire assenza di idee guida e di paletti ben piantati.
Ieri, il candidato della destra era presente alle celebrazioni del Vittoriano per il 25 aprile. Ma quando è stato il momento di dire qualcosa ha parlato di «Liberazione della nazione da ogni forma di totalitarismo sia di destra sia di sinistra». Un classico zero a zero: ovvero proprio quell'equiparazione che è svalutazione e denigrazione dell'antifascismo di cui ha parlato a Genova il presidente Napolitano. Il né rinnegare (il fascismo) e né aderire (all'antifascismo) non è solo un problema (grave) di chi si candida alla guida di una delle città più importanti del mondo. È molto di più. È un'ambiguità che genera un vuoto. Dentro il quale può facilmente addensarsi quel pulviscolo nero che aggredisce e insulta.
I fascistelli che danno fuoco alle caserme o bastonano i gay non sanno nulla del fascismo che nella loro feroce ignoranza rappresenta solo una parola d'ordine, un lasciapassare ribellistico. Se fino a ieri strisciavano nell'ombra perché oggi non dovrebbero sentirsi al sicuro in un paese nel quale il premier in pectore festeggia il 25 aprile con il fascista non pentito Ciarrapico? E dove il sindaco della capitale morale si rifiuta di scendere in piazza con i concittadini non avendo più bisogno di raccattare voti e di un padre partigiano da esibire sulla carrozzella degli invalidi. È l'antidemocrazia assecondata dalla tranquilla indifferenza di milioni di italiani per il mostruoso, l'ignobile, il delinquenziale di cui scrive Giorgio Bocca. E quella dilapidazione del valore della solidarietà e del rispetto degli individui, di cui parla Walter Veltroni nell'intervista di oggi a l'Unità. È il trionfo dell'Italietta che spaccia per bisogno di sicurezza le sue ossessioni contro gli zingari «che se ne devono anna'».
All'indomani della vittoria del centrodestra era lecito chiedersi se le profferte di collaborazione con l'opposizione avanzate da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale sarebbero state subito accantonate. Non è stato così. La richiesta, clamorosa e senza precedenti nella storia della Repubblica, che Berlusconi ha fatto al giuslavorista Pietro Ichino, neoeletto nelle liste del Partito democratico, di entrare a far parte del nuovo governo, conferma che il vincitore delle elezioni punta effettivamente a una cooperazione ampia e a relazioni diverse da quelle del passato con l'opposizione parlamentare.
Ichino ha declinato l'invito ma lo ha fatto con parole che non chiudono le porte alla possibilità di convergenze fra maggioranza e opposizione su quelle tematiche del lavoro di cui egli è uno dei massimi specialisti. A differenza di Oscar Giannino che, su Libero , ha criticato la scelta di Ichino, penso che quest'ultimo non potesse fare altrimenti. Sia perché il passaggio di un neoeletto dall'opposizione al governo sarebbe stata giudicata severamente da molti della sua parte politica, sia, e soprattutto, perché Ichino si è dato un compito assai difficile: contribuire alla affermazione, dentro il massimo partito della sinistra italiana, di una visione moderna e realistica dei problemi del lavoro, una visione che a tutt'oggi conta fieri avversari nel sindacato ed è anche destinata, verosimilmente, a incontrare resistenze nello stesso Partito democratico. Come è testimoniato dalle polemiche che, da sinistra, hanno sempre accompagnato gli editoriali che sui temi del lavoro Ichino ha pubblicato per anni sul Corriere ma anche da certe reazioni stizzite che hanno seguito l'annuncio della sua candidatura al Parlamento.
Si è aperta una partita complessa e interessante. Molto, nei rapporti futuri fra governo e opposizione, dipenderà dalle ulteriori mosse di Berlusconi. Ma molto dipenderà dalle risposte dell'opposizione. Per esempio, se Veltroni darà vita a un governo-ombra, oltre alla qualità e alla preparazione delle persone scelte, conterà lo spirito con cui esso opererà. Se il suo compito non sarà solo quello di contrastare l'azione del governo (per far questo non c'è alcun bisogno di governi- ombra) ma anche di favorire convergenze fra maggioranza e opposizione su decisioni importanti, ecco che si tratterà di un'innovazione utile per il Paese. Andrebbe per esempio in quella direzione una rinuncia da parte della maggioranza ad esprimere la presidenza della commissione Lavoro di Palazzo Madama affidandola proprio a Ichino.
Il comico del malumore
Francesco Merlo su la Repubblica http://www.repubblica.it
Ecco una bella sfida per la nuova stagione della politica italiana: riprendersi questa piazza che Beppe Grillo riempie ma non merita, e non solo perché, in piena crisi artistica, non riesce più nemmeno a fare ridere. Il punto è che Grillo, per galleggiare nel malumore, ormai deve spararla sempre più grossa. E infatti, in questa escalation, ieri è diventato un altro di quegli irresponsabili italiani che di tanto in tanto vorrebbero riprendere e continuare il lavoro feroce dei partigiani «ah se solo avessimo più cuore e più coglioni» scambiando la tragedia della guerra civile con le gag da Bagaglino: «Siamo noi la nuova Resistenza».
Il silenzio di Illy
Alessandra Longo su la Repubblica http://www.repubblica.it
Off line, fuori linea. Riccardo Illy si è tolto non solo dalla vita politica dopo la sconfitta in Friuli Venezia Giulia ma anche dal web, sua grande passione. Pagina bianca, agenda vuota. E silenzio. Un silenzio che dura ormai dal giorno in cui i risultati elettorali hanno decretato la fine di una carriera politica durata 15 anni. L´aveva sempre detto: «Se non sarò più governatore riprenderò la vita in azienda». Con rigore tutto valdese, Illy è scomparso da una scena che non è più sua. Forse metabolizza la delusione veleggiando nel mare di Trieste, la sua città, che lo ha tradito, forse sta leggendo tutte le analisi postvoto e si prepara a dire la sua, ma non a caldo, con i suoi tempi. Un sms di congedo ai dipendenti della Regione, uno a Renzo Tondo che gli succede sulla poltrona. Comunicazioni ridotte all´osso, da un altro spazio. Qualcuno l´ha criticato. Ma con la deriva di parole che c´è un po´ di silenzio fa bene a tutti.