Un senatore, persona assai vicina al presidente Berlusconi, poco prima del voto, ha dichiarato che si sarebbe adoperato perché, nei libri di storia, almeno in quelli a uso scolastico, il «mito» del 25 aprile, cioè della Liberazione, venisse opportunamente ridimensionato.
Non è il primo e, certamente, non sarà l'ultimo a manifestare questo proposito. Che equivale, esattamente, a voler ridimensionare il Risorgimento. Il Risorgimento non è un mito, ma un fatto, come lo sono la Resistenza e la Liberazione.
Gli eventi storici che portarono alla Resistenza sono così semplici da essere assolutamente incontrovertibili, non possono essere né revisionati (la Storia non è un'automobile alla quale rilasciare tagliandi di validità a scadenze stabilite) né ridimensionati. Dopo l'ignominiosa fuga del re e di Badoglio da Roma, gli italiani e le forze armate italiane furono abbandonate a se stesse e il nostro paese venne militarmente occupato dai soldati di Hitler. Allora furono in molti a ribellarsi a questa occupazione diventando partigiani, combattenti per liberare la Patria dallo straniero.
Si trovarono fianco a fianco comunisti, socialisti, cattolici, liberali, uomini del partito d'azione, ufficiali dell'esercito, graduati, soldati, senza partito, reduci dai vari fronti.
Fu un movimento del tutto spontaneo e popolare. Solo dopo, solo quando il fantoccio Mussolini creò la Repubblica di Salò, la guerra di Liberazione divenne anche lotta contro i repubblichini che avevano così entusiasticamente affiancato i nazisti, autori d'innumerevoli stragi contro la popolazione inerme.
Non si trattò di una guerra civile, come affermano alcuni storici, e se lo fu in parte questo avvenne come conseguenza dell'intervento dei fascisti. I partigiani hanno segnato una pagina gloriosa della nostra storia. Hanno permesso che l'Italia si riscattasse dalle colpe del fascismo, prime tra tutte le leggi razziali, e riacquistasse la sua dignità di nazione. Hanno fatto sì che nascesse uno Stato democratico, hanno fatto sì che si potesse scrivere una Costituzione alla stesura della quale hanno contribuito tutti i rappresentanti delle diverse volontà popolari.
Hanno fatto rinascere l'Italia. Che c'è da revisionare?
Testo scritto per la rivista «Il Salvagente»
Il 25 aprile che ancora divide
Giovanni De Luna su La Stampa
Sono in molti a ricordare ancora il 25 aprile del 1994: un milione di persone in piazza, a Milano, sotto la pioggia, la Lega che tenta di sfilare insieme con gli antifascisti, lo smarrimento di ritrovarsi al governo il partito di Fini appena nato da una costola del Msi. Per lunghi anni le celebrazioni del 25 Aprile si ripetevano stancamente e monotonamente, come smarrite in una dimensione retorica e celebrativa.
La vittoria della destra alle elezioni politiche del marzo 1994 fu come un sussulto di consapevolezza e di entusiasmo. Oggi, il tempo che è passato ha profondamente inciso sullo spirito del 25 Aprile e sul modo in cui l'antifascismo viene vissuto in questo Paese. Per la prima volta nell'Italia repubblicana, a parte alcuni «episodi» (Ciarrapico, Dell'Utri), l'esperienza totalitaria che ha segnato il Novecento italiano è stata come rimossa dai temi della campagna elettorale e anzi i partiti di sinistra che esplicitamente richiamavano l'antifascismo nella loro tavola dei valori sono stati brutalmente esclusi dal Parlamento.
Mentre sembra affievolirsi il suo ruolo nell'arena delle battaglie politiche, il 25 Aprile è invece sempre più presente nella riflessione degli storici. Più che soffermarsi sull'«evento» (insurrezione delle città del Nord, regolamento dei conti con i fascisti in fuga, uccisione di Mussolini) la ricerca tende oggi a inserire quella data nel contesto più ampio della crisi italiana apertasi con il crollo dello Stato nazionale, l'8 settembre 1943, e conclusasi con le elezioni politiche del 18 aprile 1948. Fu un percorso segnato da lutti e rovine, ma che oggi può essere letto come il travaglio di un popolo che nella sofferenza si congeda dalla dittatura e da un regime tirannico per riscoprire la gioia profonda della libertà e della democrazia.
L'8 settembre 1943 la sconfitta militare travolse il fascismo, l'esercito, le istituzioni del vecchio Stato nato dal Risorgimento; il 25 aprile 1945 ritornò la libertà e finì la guerra; il 2 giugno 1946, con una esaltante prova di maturità, gli italiani votarono per la Costituente e scelsero la Repubblica; il 18 aprile 1948 le elezioni sancirono la fine della crisi. Con la vittoria della Dc e la sconfitta rovinosa delle sinistre il nostro sistema politico trovò un suo assetto stabile e duraturo, nel segno della restaurazione più che del rinnovamento, della continuità più che della rottura; e tuttavia quell'esito non sarebbe stato possibile senza il 25 Aprile, non avrebbe avuto quei caratteri di libertà di scelta e di pluralismo politico senza la Resistenza e il ruolo assunto dai partiti nei venti mesi di guerra civile e di lotta armata contro i tedeschi.
A questo punto, sta al governo di centrodestra scegliere se riferirsi o no a questi significati del 25 Aprile, se riconoscersi quindi in un'identità repubblicana affermatasi per la prima volta in quella lontana primavera, se accettarlo come una tappa fondamentale nella costruzione della nostra democrazia. Non si tratta di una scelta rituale. Tanto per essere chiari: la questione della sicurezza, quali che siano le proposte concrete con cui verrà affrontata, cambia di segno se inserita in un contesto di rabbiosa xenofobia o se ispirata a principi di accettazione e di inclusione. Certo che il governo Berlusconi ha anche altre opzioni; esclusa quella dei fascisti che approfittano del 25 Aprile per commemorare Mussolini o il «Natale di Roma», credo che ci sia una forte tentazione a replicare le scelte «afasciste» della Dc ai tempi della guerra fredda: in occasione del primo decennale della Liberazione, nel 1955, una circolare dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, il democristiano Ermini, invitava tutte le scuole superiori d'Italia a celebrare, quel giorno, la nascita di Guglielmo Marconi. Silenzio sul 25 Aprile e sulla Liberazione.
Per chi suonano le campane di Bossi
Eugenio Scalfari su la Repubblicadi domenica 20 aprile
Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con quello esistente. Credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni della politica e del bene comune come sempre accade in tutti i luoghi dove è assicurata la libera espressione delle idee e la libera formazione di maggioranze che governano e di minoranze che controllano il rispetto della legalità e preparano le alternative future.
Molti amici mi hanno chiesto nei giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile.
Ma non è vero. Sapevamo e abbiamo detto e scritto che sarebbe stato miracoloso riagguantare nelle urne elettorali un avversario che nel novembre del 2007, quando si è aperta la gara, aveva nei sondaggi un vantaggio di oltre 20 punti e c´erano soltanto quattro mesi di tempo prima del voto.
Se l´avverarsi di un´ipotesi viene definita miracolosa ciò significa che le dimensioni dell´ostacolo da superare non sono state sottovalutate ma esattamente pesate per quello che realmente erano. Tuttavia un errore è stato certamente commesso: non è stata avvertita l´onda di piena della Lega.
Non se n´è accorto nessuno, gli stessi dirigenti di quel movimento ne sono rimasti felicemente stupiti. Fino alle ore 16 del lunedì elettorale la Lega veniva data nei sondaggi attorno al 6 per cento. Nessuno le attribuiva di più e i leghisti sarebbero stati soddisfatti di quel risultato. Stavano marciando verso il 9 per cento su scala nazionale con punte fino al 30 nel lombardo-veneto e successi consistenti in tutta la Padania anche sulla riva destra del Po, e non lo sapevano.
Se si confrontano i risultati elettorali tra il partito di Veltroni e quello guidato da Berlusconi e Fini, la differenza è più o meno di 4 punti, tra il novembre e l´aprile il recupero è stato dunque di 16 punti percentuali.
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C´è infatti un altro elemento che entra in questo complesso incastro di messaggi e di dosaggi ed è un elemento tipicamente culturale. Si può definire come rapporto tra il tempo e la felicità.
Le generazioni più giovani sono state schiacciate sul tempo presente, la memoria del passato interessa loro poco o nulla, non sembrano disposte a condividere quel tanto di felicità attuale con le generazioni che le seguiranno.
Questo rapporto tra felicità e tempo è un fenomeno relativamente recente e ha prodotto una serie di effetti non sempre positivi. Per esempio lo scarso tasso di nuove nascite e la richiesta sempre più pressante di protezione sociale ed economica. Un altro effetto lo si vede nel localismo degli insediamenti più produttivi e più ricchi: contrariamente a quanto finora era accaduto sono proprio le comunità più agiate ad aver perso di vista i cosiddetti interessi nazionali dando invece schiacciante prevalenza a quelli del territorio dove essi risiedono. Si tratta di un aspetto essenziale per capire la vittoria leghista di così ampie dimensioni. La Pianura Padana è un pezzo dell´Europa agiata; l´Italia peninsulare comincia a sud-est delle Alpi Marittime e a sud dell´Appennino Tosco-Emiliano, all´incirca seguendo la vecchia linea gotica d´infausta memoria.
Questo luogo sociale e politico considera, da trent´anni in qua, l´Italia peninsulare come un fardello da portare sulle spalle senza ricavarne alcun vantaggio. Perciò è ormai convinta della necessità di un federalismo fiscale che si riassume così: il peso delle tasse deve diminuire per tutti e almeno i due terzi del gettito dovrà rimanere sul territorio dove viene generato.
L´altro terzo andrà allo Stato centrale per i suoi bisogni primari cioè per il funzionamento dei servizi pubblici indivisibili.
Da questa concezione l´idea di una redistribuzione del reddito con criteri sociali e geografici è del tutto assente. Lo slogan per definire lo spirito di questa filosofia potrebbe essere «chi fa da sé fa per tre». Ognuno pensi ai suoi poveri, ai suoi bambini, alle sue famiglie, ai suoi artigiani, alle sue partite Iva. E vedrete che anche i «terroni» si troveranno meglio di adesso.
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La verità è che l´idea di trattenere due terzi delle entrate sui territori locali è pura demagogia inapplicabile in quelle proporzioni. Ma intanto la gente ci crede così come crede anche che la sicurezza pubblica sarà migliorata se una parte dei poteri che oggi incombono all´autorità centrale sarà attribuita ai sindaci e ai vigili urbani.
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Qui viene a proposito meditare sulla Sicilia autonomista di Lombardo e Cuffaro.
Si tratta di province potenzialmente ricche ma attualmente povere. Province deturpate da secoli di lontananza dal mercato e dalla presenza del racket, di poteri criminali, di traffici illegali e mafiosi.
Oggi è in atto, per merito di industriali e commercianti coraggiosi, una nuova forma di lotta contro il racket che ha già avuto le sue vittime e i suoi morti. La politica centrale e soprattutto quella locale avrebbero dovuto precedere o quantomeno affiancare questa battaglia ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi sembra esattamente il contrario per quanto riguarda i poteri locali, molti dei quali infiltrati da illegalità e mafioseria.
Ma torniamo alla Sicilia di Lombardo. Aumenteranno le richieste di denaro pubblico e di autonomia locale della loro gestione. Non dimentichiamo che i padri dei Lombardo e dei Cuffaro volevano il separatismo, così come il Bossi di vent´anni fa voleva la secessione. Adesso sia gli uni che gli altri hanno capito che una forte autonomia abbinata a un altrettanto forte separatismo fiscale configurano una secessione dolce e duratura.
I due separatismi del Nord e del Sud hanno come obiettivo primario le casse dello Stato e come conseguenza la competizione tra loro a chi riuscirà meglio nell´impresa.
E´ infine evidente che per fronteggiare una situazione di questo genere i poteri di quanto resta dell´autorità centrale dovranno essere rafforzati da robuste dosi di autoritarismo per tenere insieme le forze centrifughe operanti in tutto il sistema.
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Questo quadro è qui descritto al nero ma può anche essere raccontato in rosa anzi in azzurro: un´autorità centrale forte ma democratica, un´articolazione regionale rappresentata dal Senato federale non diversamente da quanto accade nel sistema tedesco.
Ma sta di fatto che la Germania dispone di elementi centripeti molto robusti mentre in Italia la centrifugazione localistica è una costante secolare, anzi millenaria.
Quella che un tempo si chiamava sinistra trovava la sua identità nell´ideologia della classe. Ma la classe ormai non c´è più e perciò la sinistra è affondata. E´ curioso che per spiegare la sparizione della sinistra dal Parlamento del 2008 si cerchino motivazioni di carattere elettorale.
Eppure, specie da parte di chi ancora pensa marxista, la spiegazione è evidente: quando una certa struttura delle forze produttive viene meno, l´effetto inevitabile è che scompaia anche la sovrastruttura che quelle forze avevano prodotto e configurato. Questi fenomeni erano già presenti da anni nella società italiana; i nodi sono arrivati al pettine in questa campagna elettorale.
Il popolo sovrano che si è manifestato nelle urne elettorali del 14 aprile è, con una maggioranza di oltre tre milioni di voti, più localistico che nazionale, vive più il presente che il futuro, è più identitario che innovatore e più protezionista che liberale. Questi sono dati di fatto con i quali è difficile anzi inutile polemizzare. Il Partito democratico ha conservato per fortuna la memoria del passato ma ha cambiato posizione e linguaggio diventando la maggiore forza politica a sostegno dell´innovazione e della modernizzazione delle istituzioni e della società.
Per spostare su questa strada le scelte future del popolo sovrano ci vorrà però uno sforzo senza risparmio soprattutto in due settori: la presenza sul territorio e una progettazione culturale che capovolga quella esistente.
Soprattutto nel rapporto tra il tempo e la felicità, che deve includere anche gli esclusi e i nipoti.
Non è compito da poco, significa recuperare nello stesso tempo il valore del passato e la creatività del futuro.
Perciò basta con le condoglianze e buon lavoro per la democrazia italiana.
A chi serve la versione edulcorata del fascismo
Mario Pirani su la Repubblica
Una poesia può contenere in pochi versi più verità e chiarezza di un saggio storico. L´idea mi è suggerita dalla lettura di una breve lirica (da "Gente sul ponte", ed. Scheiwiller) di una grande poetessa polacca, Wislawa Szymborska, poco conosciuta in Italia, malgrado il Nobel.
Intitolata "Figli dell´epoca" ne riporto qui poco più di una strofa: «Siamo figli dell´epoca,/ l´epoca è politica./ ... Ciò di cui parli ha una risonanza, / ciò di cui taci ha una valenza/ in un modo o nell´altro politica./.... Intanto la gente moriva, / gli animali crepavano,/ le case bruciavano/ e i campi inselvatichivano/ come in epoche remote/ e meno politiche». L´analogia nasce dal paragone con una polemica tra storici Giovanni De Luna sulla "Stampa" e Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere", il primo preoccupato dal fatto che la natura totalitaria del fascismo venga ormai derubricata solo alla persecuzione razziale anti ebraica, il secondo, come d´abitudine, impegnato ad incolpare di ciò gli storici di sinistra, i quali, per alleviare le responsabilità del comunismo, avrebbero appiattito tutta l´esperienza fascista su quella hitleriana. A tal fine, quindi, «dopo l´equiparazione del fascismo al nazismo, l´accento sull´antisemitismo serviva a ristabilire l´incrinata supremazia del comunismo sull´uno e sull´altro».
Se, infatti, guardiamo, da cronisti attenti ai fatti e non da cattedratici innamorati delle loro tesi, il calendario degli anni più recenti, possiamo facilmente constatare che l´amalgama delle più generali responsabilità fasciste solo alle leggi razziali, è andata via via affermandosi con l´evoluzione democratica dell´estrema destra, la trasformazione del Msi in An e, da ultimo, l´approdo al Pdl, accompagnati dalle visite di Fini ad Auschwitz, a Gerusalemme, alla Sinagoga di Roma, al suo sostegno sincero ad Israele, alle sue affermazioni contro le leggi razziali, alla condanna senza mezzi termini della Shoah. Tutto ciò, oltre ad essere in sé ottima cosa, ha contribuito a sdoganare anche sul piano internazionale, a dare un profilo nuovo al vecchio movimento post-repubblichino e ad inserirlo a pieno diritto nel quadro costituzionale, pagando solo lo scotto della scissione dell´ala estremista.
D´altro canto l´accentuazione posta sul ripudio dell´antisemitismo come simbolo unico di un passato, inaccettabile, invece, anche per tanti altri versi, ha permesso alla destra di non confrontarsi con la sua storia reale. Si è finito per ricoprire di un oblio quasi nostalgico gli anni di una dittatura in primo luogo antiliberale, che soffocò la libertà di stampa, di parola, di associazione, di sciopero; soppresse la democrazia rappresentativa; istituì tribunali speciali, incarcerò e talora assassinò gli oppositori; infine trascinò l´Italia in una guerra rovinosa contro le più grandi potenze del mondo. Non aver fatto i conti culturali - ribadisco culturali - col passato, attraverso la vulgata detta revisionista, ha portato non solo la destra ma una parte non piccola dell´opinione pubblica a recepire una versione edulcorata e distorta del Ventennio, ad accettare per buona una «condivisione» strumentale di una storia falsificata, culminata nella par condicio tra ragazzi di Salò e Resistenza, ad accettare la ricorrente richiesta di rivedere i testi scolastici a seconda di chi vinca le elezioni.
La storiografia di sinistra porta in tutto ciò le sue responsabilità ma non nella «reductio» del fascismo alla sua svolta razzista. Le colpe più gravi, che si sono trascinate a lungo, riguardano piuttosto il giudizio sul comunismo e sull´Urss. Così anche sull´uso strumentale dell´accusa di fascismo contro chi condannava la dittatura staliniana.
Quel che gli storici di sinistra non intravidero neppure era la insania, al termine autodistruttiva, come infatti avvenne, del nucleo centrale del pensiero e dell´azione dei partiti comunisti, quel finalismo assoluto che tutto giustificava in nome di una costruzione sociale e politica senza contraddizioni, basata su un´etica costrittiva capace di sfociare nel gulag e nel crimine di massa. Il non aver mai affrontato la negatività insita nell´utopia comunista ha portato il Pci e, poi, il post-Pci (nelle sue susseguenti trasformazioni) a smarrire identità, ad arrivare sempre in ritardo agli appuntamenti col rinnovamento riformista, a lasciare alla sua sinistra, specularmente alla destra post fascista, i brandelli radioattivi e dannosi di scorie storiche che ancora si richiamano al comunismo.
Peraltro le afone e invecchiate sirene degli opposti estremismi non appaiono più in grado di influenzare l´agenda del Paese. Non sarebbe allora giunto il momento per separare finalmente l´operare politico dall´analisi storica? Non è venuto il giorno per spogliare le date epocali della vicenda repubblicana dall´affronto riduttivo delle polemiche contingenti? Se il 14 luglio è la festa di tutti i francesi, degli eredi dei giacobini come dei vandeani, dei laici come dei cattolici, di chi si richiama alla Comune e dei gollisti che inalberano Giovanna d´Arco perché tutti gli italiani non debbono finalmente ritrovarsi nel 25 aprile e nel 2 giugno? Se Berlusconi e Fini, pur non essendo ancora in carica, promuovessero una iniziativa in tal senso, non sarebbe davvero questo un buon inizio, al di là della validità di ogni restante giudizio politico?
Berlusconi è entrato al Quirinale, ha salutato Napolitano, ha dato un'occhiata in giro, ha preso il cellulare e ha chiamato il suo arredatore di fiducia.
I dati della Questura: meno reati, ecco svelato il grande inganno
Vittorio Emiliani su l'Unità
A Ballarò il candidato-sindaco del centrodestra, Gianni Alemanno, ha dipinto martedì sera un quadro «terroristico» di Roma, parlando di «sgoverno», di «situazione terribile», di «città fuori controllo». La più sonora smentita gli viene dai dati reali della Questura di Roma: nel raffronto fra i primi trimestri dell'anno, dal 2006 al 2008, l'ultimo presenta il segno meno in quasi tutti i reati.
Meno omicidi volontari (da 9 a 6), meno violenze sessuali (dalle 53 dell'anno passato alle 35 di quest'anno), meno furti, molti di meno, meno rapine (- 35%), meno reati connessi alla droga e così via. Dati che confermano, del resto, la tendenza nazionale al calo annunciata dal ministro dell'Interno Giuliano Amato che ne ha scritto, inascoltato, sul primo numero della rinata rivista Amministrazione civile del suo dicastero.
Pochi giorni or sono, il New York Times ha scritto, fra l'altro, che, a Roma, «uscire a cena è una cosa perfettamente sicura, grazie ad una bassa percentuale di criminalità», la capitale non è stata mai così sicura, anche «dopo il crepuscolo», dai tempi dell'imperatore Traiano. Firmato Jan Fisher che vive qui e sa quello che dice su giorni e notti romane.
Del resto, se la Roma odierna fosse quella dipinta a tinte fosche dal candidato-sindaco della destra, per quale masochismo sarebbero venuti l'anno scorso nella Città Eterna oltre 9 milioni di turisti che vi hanno soggiornato per alcuni giorni? Masochisti fino in fondo perché, intervistati dalla Doxa, oltre la metà di loro, il 51 per cento, ha risposto che non era alla prima vacanza sul Tevere. Dunque erano già stati fra noi e si erano trovati così bene da volerci tornare. Tutto ciò l'anno scorso, in pieno «sgoverno» veltroniano, secondo il fantasioso e cupo Alemanno (nomen/omen).
Il quale però non si è fermato lì e per quasi tutta la serata ha continuato a dipingere a tinte fosche la realtà romana, costellata di delitti, di stupri, di rapine e così via. Abbiamo già fornito la secca smentita che viene dai dati reali. Ma aggiungiamo qualcosa. Noi non siamo soliti attribuire ai sindaci le responsabilità relative al tasso di criminalità di questa o quella città, ben sapendo che i loro poteri in materia sono abbastanza scarsi. Però, siccome l'onorevole Alemanno insiste nel gettare la croce (celtica?) addosso a Rutelli e a Veltroni, andiamo a vedere, in base al Rapporto del Viminale sul 2006, cosa è successo realmente a Roma e cosa è accaduto oggettivamente a Milano dove, fra Lega, Forza Italia e An, il governo della città il centrodestra ce l'ha dallo stesso 1993 in cui Rutelli fu eletto per la prima volta in Campidoglio. Possiamo così constatare che negli omicidi volontari Roma è a 1 ogni centomila abitanti contro 1,7 di Milano che risulta superiore persino alla media nazionale di 1 e mezzo. Pessima graduatoria quindi. Che rimane tale per le rapine dove Milano (sempre riferendosi ai centomila abitanti) ne registra quasi il doppio di Roma, o per i furti in appartamento (336 contro i 257 di Roma).
Insomma, se esistesse un delitto di «terrorismo sociale e turistico», l'onorevole Alemanno potrebbe esserne accusato con ampia facoltà di documentazione e di prova. In effetti ha ragione Francesco Rutelli ad usare un solo aggettivo, liquidatorio, per quel suo comizio: irresponsabile. Apprendisti stregoni che scherzano col fuoco, che lo alimentano, aiutati da telegiornali e giornali dove l'Italia, e Roma con essa, per un omicidio avvenuto chissà dove fanno grondare di sangue il video per giorni e giorni. Così la provincia di Pavia - dove c'è, sì e no, un omicidio l'anno - per la vicenda irrisolta di Garlasco si tinge di sangue. Così Perugia dipinta, da mesi ormai, come una sorta di Sodoma e Gomorra d'Italia.
Poiché questo appena descritto è lo scenario oggettivo della criminalità in Italia rispetto al resto dell'Europa e del mondo, poiché questo è il quadro autentico della criminalità a Roma che l'Interpol ha definito qualche anno fa la capitale più sicura fra quelle dei Paesi sviluppati, come mai la propaganda «sfascista» sull'Italia e su Roma può attecchire tanto? Perché la nostra informazione, in speciali modo quella in tv, con rare eccezioni, proietta - soprattutto nei periodi in cui al governo c'è il centrosinistra - una immagine largamente distorta della realtà criminale dando conto, spesso come prima notizia negli «strilli» dei Tg, di un delitto avvenuto chissà dove, amplificato poi per mesi, se la notizia è morbosamente ghiotta (Cogne, Garlasco, Perugia, ecc.), da tutti i possibili talk-show, a cominciare da Porta a porta. Ogni tanto vedo i Tg europei e non trovo nulla di paragonabile, di «oscenamente» paragonabile. E pensare che, secondo il Censis, oltre il 60% si forma proprio dalla tv un'opinione sulle cose. Che inganno, che manipolazione, che tremenda responsabilità civile.
Addio buche stradali, Viagra gratis.
Così la Lega fa il pieno in Valsesia
A Varallo un voto su due. La ricetta: pragmatismo e fantasia
Alberto Statera su la Repubblica
Varallo Sesia (Vercelli) - Incontri tre-persone-tre a mezzogiorno di una piovosa giornata di fine aprile in Corso Roma di fronte al municipio di Varallo, ottomila abitanti ai piedi del Monte Rosa. Una ha votato Lega, l´altra Pdl. La terza ti aspetteresti che fosse magari uno sparuto reduce della sinistra nel capoluogo della Valsesia, medaglia d´oro della Resistenza, dove operò Cino Moscatelli, comandante delle divisioni garibaldine Valsesia-Ossola-Cusio - Verbano. Invece è la sagoma in cartone a grandezza naturale di un vigile in divisa, con paletta rossa alzata, raffigurante il volto sorridente dai tratti meridionali di Gianluca Buonanno. Sindaco di Varallo e vicepresidente della provincia di Vercelli, Buonanno, poco più che quarantenne, è uno dei campioni dell´ondata leghista del 13 e 14 aprile che lo ha eletto deputato a furor di popolo.
«Gianluca - dice lo striscione che sventola sulla sagoma con paletta simile alle altre nove collocate nei punti nevralgici del centro cittadino come deterrenza per i rari automobilisti indisciplinati - a Roma col forcone per difendere la Valsesia avrai al tuo fianco 22.321 sostenitori». Tanti hanno votato la Lega in provincia di Vercelli, portando il risultato dal 4 al 19,5 per cento, con il 47,6 a Varallo e simili numeri bulgari nei comuni confinanti: 53,8 a Sabbia, 48,4 a Vocca, 40,3 a Borgosesia, 47,2 a Cravagliana. Su 86 comuni della provincia, più di 30 sono del Carroccio, che a Riva Valdobbia sfiora addirittura il 70 per cento, uno solo del Partito Democratico. Il «paese testimone» degli antichi fasti della classe contadina e operaia, che in questa parte del Piemonte votava in massa Dc e Pci, si chiama Salasco, 99 famiglie 251 abitanti, 142 votanti, zona del vercellese di risaie, i cui abitanti «sono gracili perché respirano aria poco sana», annotava pessimista il dizionario geografico-storico di Goffredo Casalis nel 1848, non prevedendo che un secolo dopo lì sarebbe stata ritratta, splendida nei calzoni corti da mondina, Silvana Mangano nel film «Riso amaro».
Basta il «lato oscuro della globalizzazione», come lo chiama Giulio Tremonti, la paura dell´immigrazione disordinata, della criminalità e della possibile perdita del benessere raggiunto a spiegare flussi così imprevedibili? O piuttosto irrompe una politica postmoderna, fatta di altri segni e di altri linguaggi?
Sali verso la Valsesia e incontri Gattico, paese dell´indimenticato ministro socialdemocratico pre-Tangentopoli Franco Nicolazzi, che per venticinque anni ne fu sindaco. Agli elettori davi un´idea, gli costruivi una bretella stradale e per venticinque anni quelli ti votavano. Oggi che le idee sono solo simulacri, il «marketing territoriale» è più complesso e la nuova generazione della Lega ne ha trovato la chiave: «Sono politicamente un po´ semplici - ci dice l´ex ministro di Gattico - ma bisogna ammettere che sul territorio sono proprio bravi». O più probabilmente la politica postmoderna richiede di giocare sul territorio diverse parti in commedia, come sostiene Ilvo Diamanti: lo sceriffo, il pragmatico, l´irredentista, il guitto, se occorre il razzista. E, soprattutto, riparare le buche.
Il nostro Gianluca Buonanno, che non vede l´ora di insediarsi a Montecitorio, dove giura che andrebbe anche a piedi al seguito di Bobo Maroni e del leader piemontese Roberto Cota, secondo i tanti amici impersona «la fantasia al potere», secondo i rari nemici «lo psicologo di Guantanamo».
non negando di essere ormai un professionista della politica, giura che oltre a sanare i conti, a riportare la disciplina tra gli impiegati pubblici, a bloccare la proliferazione dei centri commerciali che danneggiano le piccole botteghe e a riparare le buche, «che non sono né di destra né di sinistra ma vanno tappate», dice di aver portato la fantasia al potere. I vigili di cartone con le facce sua e degli assessori sono, in effetti, solo un assaggio di ben altre gag quasi petroliniane. «Viagra» gratis ai cittadini prostatici e ancora vogliosi, premi antiobesità per chi dimagrisce di un tot, spogliarello con gli assessori per reperire fondi da destinare al restauro del santuario.
Fu un grande happening il giorno che i varallesi, uscendo di casa, s´imbatterono in undici caprette del Tibet e quattro pecore locali incaricate di occuparsi, gratis, della manutenzione del verde pubblico, cominciando dal parco di Villa Becchi. Lo psicologo di Guantanamo non è da meno. Ha condannato ai «lavori forzati», costringendolo a trasportare mattoni accatastati nel cortile del municipio, un impiegato comunale beccato la mattina a fare la spesa in orario d´ufficio e ha messo la macchinetta del caffè davanti alla sua scrivania: chi lo vuole deve berlo davanti a lui in tempi predefiniti. Sarebbe un errore considerare tutto ciò solo folklore, riderne perché il marketing politico sul territorio è un´ "art nouveau" complessa, ma pagante elettoralmente, come dimostrano i fatti e i numeri.
Si dice: la Lega vince perché è contro l´immigrazione e tenta di garantire la sicurezza. Ma qui - 4 per cento di immigrati extracomunitari, soprattutto marocchini - gli unici casi pericolosi che si ricordano sono quelli di un immigrato moroso in una casa comunale, sfrattato in un quarto d´ora, e di una zingara arrivata chissà come che il sindaco, chiamato al cellulare, ha fatto caricare su un treno dieci minuti dopo da uno dei sei vigili locali, che bisogna autorizzare a portare la pistola anche fuori servizio. Ronde no, meglio le lezioni obbligate di geografia e storia per gli immigrati, che si tengono regolarmente.
Ma le idee, quali sono le idee della postmodernità leghista, al di là del pragmatismo? «Roma è distante e Torino ancor di più», giura Buonanno. Le regioni? «Luoghi di coltura della casta politica: un consigliere regionale prende dopo 5 anni una buonuscita di 200 mila euro». Le province? «Inutili dove ci sono le città metropolitane». I comuni? «Troppi e troppo piccoli, 1.209 soltanto in Piemonte. L´unico che riuscì ad accorparne sa chi fu? Benito Mussolini». Fini? «Andando nel partito di Berlusconi ha fatto una scelta cinica con un suo fine personale».
Inutile chiedere se la Lega sia oggi di destra o di sinistra, se avesse ragione Massimo D´Alema, quando diceva che era una costola della sinistra. Chiedete magari ai 18 mila operai del polo mondiale della rubinetteria e del valvolame della Valsesia, iscritti alla Fiom o alla Fim, che porta qui più di un miliardo e mezzo di euro o a quelli del distretto tessile e del cachemire, che comprende anche stabilimenti Zegna e Loro Piana, di spiegare cosa intendono oggi per destra e sinistra. Basta fare un giro fuori delle fabbriche per capire qual è il linguaggio che capiscono. O leggere uno straordinario blog di cui sono insieme protagonisti operai e piccoli imprenditori del rubinetto. «Oltre ai cinesi che copiano - scrive uno di loro - ci sono imprenditori italiani che acquistano in Cina e marchiano qui in Valsesia». E un altro: «Arrivano i rubinetti e noi ormai cambiamo solo l´involucro. Che fine faremo?». Risponde un imprenditore: «Così fan tutti». E un altro: «Ho appena perso un appalto con un´azienda di Napoli. Mai saputo che a Napoli si facessero rubinetti. Gli daranno un bel pezzo di piombo invece di veri rubinetti».
Indovinate chi ha inventato un «desk anticontraffazioni» dei rubinetti. I sindacati? la Confindustria? Berlusconi? Il Pd? Naturalmente, no. La Lega. «Bossi - sospira il neo-onorevole Buonanno, campione della nuova leva leghista - è come Cristoforo Colombo. Gli davano di scemo, guardate ora cosa vi ha combinato».
Wall Street Journal: l'Ue deve bocciare il prestito ponte
di Elysa Fazzino su Il Sole 24 Ore
Bruxelles deve dire no al prestito di 300 milioni di euro all'Alitalia: il prestito «ha tutta l'aria di essere un sussidio di Stato illegale» e l'Italia non deve farsi beffe delle regole Ue sugli aiuti di Stato: lo scrive il Wall Street Journal Europe, in un commento della rubrica "Breaking Views".
«Il commissario Ue ai trasporti Jacques Barrot deve puntare i piedi. Dopo avere ricevuto la notifica dell'Italia, può e deve respingere il prestito». Se Roma dovesse comunque tirare dritto, «l'Ue dovrebbe aprire una procedura d'infrazione» e portare l'Italia in tribunale. «Il caso probabilmente si trascinerebbe per mesi, ma vale la pena di fare la battaglia. All'Italia non dovrebbe essere consentito di farsi beffe delle regole Ue sugli aiuti di Stato».
L'Italia afferma il Journal - potrebbe argomentare che il prestito è necessario per prevenire il caos che si avrebbe con le cancellazioni di voli, "ma il governo italiano deve affrontare le conseguenze del suo rifiuto di prendere decisioni difficili" su Alitalia. Il quotidiano finanziario Usa ricorda il caso di Sabena, la compagnia di bandiera belga fallita che subì «l'umiliazione di restare inchiodata a terra, in attesa di ristrutturazioni. Un trauma simile rappresenterebbe un forte segnale per i sindacati sulla necessità di un radicale rinnovamento». Secondo il Wall Street Journal, non è neppure chiaro a cosa servirebbe il prestito, se non a tirare avanti per altri tre mesi. Silvio Berlusconi continua a dire che c'è un gruppo di investitori italiani che aspettano di vedere i libri contabili di Alitalia. «Ma il governo uscente ha fallito miseramente il tentativo di vendere la compagnia, dopo averci provato per 16 mesi».