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a cura di G.C. - 22 aprile 2008
Air France rinuncia ad Alitalia
Redazione del Corriere della Sera
MILANO - Mentre Intesa Sanpaolo riapre di fatto il dossier Alitalia, Air France lo chiude. Il gruppo franco olandese ha infatti annunciato lunedì sera di aver ritirato la propria offerta su Alitalia. "A seguito della richiesta di Alitalia di chiarire la situazione legale successiva alla rottura delle negoziazioni fra Air France-Klm e Alitalia - è scritto in un comunicato della compagnia - Air France-Klm ha comunicato ad Alitalia che gli accordi contrattuali annunciati il 14 marzo scorso con l'obiettivo di lanciare un'offerta pubblica di scambio su Alitalia non sono più validi dal momento che non sono state soddisfatte le condizioni preliminari al lancio dell'offerta".
SOSPENSIONE IN BORSA - Al mattino, alla ripresa delle contrattazioni in Piazza Affari, il titolo della compagnia di bandiera ha subito una pioggia di vendite, fino a far segnare un calo teorico dell'11,29% a 0,55 euro. Di segno opposto l'andamento di Air France-Klm che a Parigi fa segnare un rialzo del 2,3%. Borsa Italiana dopo quasi un'ora di asta ha deciso di sospendere Alitalia dalle negoziazioni.
NO COMMENT DI PALAZZO CHIGI - Palazzo Chigi ha reagito con un "no comment" alla notizia. A quanto si apprende, un Consiglio dei Ministri si svolgerà nelle prossime 48 ore per prendere le decisioni conseguenti all'annuncio della compagnia franco-olandese e in vista delle scelte che andranno comunque compiute e dovranno essere prese insieme alla nuova maggioranza parlamentare.
PD: "COMPORTAMENTI IRRESPONSABILI"- "Come avevamo previsto, dichiarazioni avventate e comportamenti non responsabili hanno fatto naufragare la trattativa con Air France, mettendo a repentaglio il destino di Alitalia e di decine di migliaia di lavoratori". È questo l'inizio del commento diffuso dal Partito Democratico con un comunicato. "A forza di dichiarare ostilità nei confronti della società franco-olandese, di annunciare cordate al momento inesistenti, di ventilare una non meglio precisata convergenza con la compagnia Aeroflot (con buona pace della difesa della nazionalità) - prosegue la nota del Democratico - si è finito col creare una situazione che ora pesa sull'occupazione di decine di migliaia di persone che lavorano nella compagnia italiana, a Fiumicino, a Malpensa e nell'indotto". "Una situazione drammatica - conclude il Pd - che pesa anche sull'immagine dell'Italia, che subisce un colpo consistente. Il governo attuale e quello che verrà devono cercare di operare per garantire la continuazione dell'attività di Alitalia per aprire nuove e reali trattative"
L'APERTURA DI INTESA - Intanto nel pomeriggio Intesa-SanPaolo aveva invece riaperto il dossier Alitalia. "Che le bocce si fermino, se l'operazione Alitalia fosse di respiro internazionale saremmo interessati, sotto varie forme", ha detto a Milano il presidente del consiglio di gestione, Enrico Salza. "Al momento siamo fuori - ha aggiunto a Milano, a margine di un evento per il festeggiamento dell'Expo a Milano - ma potremmo essere interessati a un'operazione che non sia di piccolo cabotaggio provinciale: non è questione del nuovo governo, ma bisogna che si decidano perché non è accettabile che questa situazione continui così: sono dieci anni che perdiamo soldi su quell'impresa, ci sono dei limiti".
SERVE PROGETTO NON PROVINCIALE - "Serve un progetto non provinciale ma di carattere internazionale - ha quindi aggiunto -: ancora noi non abbiamo esaminato nessun nuovo piano ma siamo pronti a farlo se ci verrà richiesto, con un piano industriale". Dovrete quindi avere accesso alla due diligence? "Non c'è dubbio - ha risposto ancora Salza - poi in quale direzione lo vedremo, purché non sia un'operazione di piccolo cabotaggio: le compagnie aeree sono realtà grandi, se vogliamo giocare ai birilli, invece, giochiamo ai birilli...".
Se il patriottismo diventa una politica industriale
Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera
Per quanto la cosa possa apparire contraddittoria con l'autorappresentazione liberale e liberista del Pdl, Silvio Berlusconi ha fatto della difesa dell'italianità di Alitalia contro l'annessione francese un argomento vincente con gli elettori. E l'ha fatto sul terreno più scivoloso.
La compagnia nazionale è considerata da almeno 15 anni un carrozzone romano sgovernato da una perversa triangolazione tra manager imbelli, sindacati corporativi e partiti clientelari. Fino a ieri, il suo fallimento non avrebbe tolto il sonno ai piccoli imprenditori della pedemontana lombardo-veneta, ai quali premeva soltanto di poter volare al minor costo e con le maggiori puntualità e comodità possibili, non importa sotto quale bandiera e da quale aeroporto. Ma nel primo scorcio del 2008, l'eventualità che il verde del tricolore italiano fosse sostituito dal blu francese sulle insegne dei "nostri" aerei ha riconvertito i pareri del pubblico. E il salvataggio di uno scalo come Malpensa, nato vecchio, meno redditizio di Fiumicino, poco collegato e perciò assai poco amato dagli stessi milanesi, è diventato il simbolo dell'identità lombarda. Quali che siano gli esiti per Alitalia dopo il ritiro di Air-France-Klm (ci sarà la cordata italiana o arriverà l'Aeroflot dell'amico Putin o sarà tutto mestamente commissariato?), tanto basta a porre tre questioni.
La prima delle quali si può formulare così: il patriottismo economico continuerà a ispirare il nuovo governo nei rapporti con le imprese o verrà dismesso una volta esaurita la sua funzione elettorale? La storia di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti fa ritenere che il patriottismo dovrebbe continuare. Nell'estate del 2005, Berlusconi sostenne l'allora Governatore Antonio Fazio nella difesa dell'italianità della Bnl e dell'Antonveneta anche se poi, di fronte all'insuccesso, diede il suo consenso alla nomina di Mario Draghi alla testa della Banca d'Italia. E magari adesso constaterà come il ritorno di Antonveneta in mani italiane, quelle del Monte dei Paschi, avvenga con un saldo netto di 3 miliardi in uscita verso l'estero. Giulio Tremonti è il padre della nuova Cassa depositi e prestiti, dove ha fatto trasferire quote strategiche di Eni, Enel, Terna, StMicroelectronics per consentire al governo di incassare senza privatizzare proprio perché, in questi casi, a comprare sarebbe alla fine una potenza economica estera. E oggi Tremonti è tra quelli che guardano con sospetto all'attivismo dei fondi sovrani di governi non democratici, quelli di Cina, Russia, Singapore e Paesi Opec, sui mercati finanziari occidentali.
La seconda questione posta dal rilancio del patriottismo economico riguarda il Pd: al di là dei casi concreti sui quali si può sempre discutere, sul piano generale sarà d'accordo Walter Veltroni? La storia del nuovo leader del centrosinistra non offre punti di riferimento solidi. Ma quella dei precedenti governi Prodi, D'Alema e Amato sì. Nel quinquennio dell'Ulivo, Finmeccanica è stata consegnata al Tesoro per statuto e a protezione di Telecom, Eni ed Enel si è introdotta la golden share. Il secondo governo Prodi, lungi dal toccare la Cassa depositi e prestiti, l'ha addirittura affiancata con il fondo d'investimento infrastrutturale F2i, dove lo Stato, pur avendo solo il 14%, ha giocato il ruolo del promotore con l'aiuto delle fondazioni bancarie secondo lo schema tremontiano della Cdp. Prodi, inoltre, ha fatto fallire la fusione tra Autostrade e Abertis per trattenere in Italia il controllo di una grande impresa, e il relativo cash flow, e ha fatto balenare lo scorporo della rete Telecom per difendere la radice nazionale e aumentare la propensione all'investimento dell'azienda abbassando, attraverso l'ultima Finanziaria, l'onere fiscale dell'eventuale ristrutturazione.
La terza questione è di merito: posto che la classe politica, di governo e d'opposizione, sia in prevalenza patriottica, tutto si ridurrà alla difesa degli assetti azionari di alcune imprese o si arriverà a una politica industriale che, in mancanza di iniziative private spontanee, crei la convenienza a investire nella modernizzazione del Paese? La storia dei leader e la campagna elettorale non forniscono grandi lumi, ma le evidenze quotidiane suggeriscono pragmatismo. Lo Stato dà contributi a fondo perduto di miliardi per la costruzione di un'autostrada a opera di un concessionario privato, e nessuno solleva obiezioni di principio perché tutti sanno che, altrimenti, i conti non tornerebbero. Perché mai lo stesso Stato non dovrebbe trovare il modo di accelerare lo sviluppo di altre infrastrutture più intelligenti, per esempio le reti di telecomunicazioni di nuova generazione che generano molto Pil aggiuntivo?
I due Benedetto contro l´Illuminismo
Mario Pirani su la Repubblica
La vittoria della destra contiene in sé tutte le premesse per l´accentuarsi dell´interferenza religiosa sull´ordinamento laico della Repubblica. E´ facile, infatti, prefigurarsi lo zelo privo di remore ideali di Berlusconi e associati di fronte alle prescrizioni del Pontefice e della Conferenza episcopale sia che si tratti di coppie di fatto, di concepimento assistito o di aborto, di sovvenzioni alle scuole cattoliche o di convenzioni favorevoli alle cliniche di Ordini e Congregazioni. Ma tutto ciò si inquadrerà ancor più di quanto non avvenga in una complessa azione ideologica per ridurre la cultura laica ad una funzione ancillare e di servizio nei confronti della trascendenza e della verità come rivelazione. E´ un´offensiva che ha come teatro l´Europa cattolica con l´Italia da epicentro.
Lo "Standard" di Vienna tracciando un quadro sulla ripresa in forza del cattolicesimo militante scrive: "L´ora sembra essere quella di una Riconquista politica... Un clero senza complessi si autoinvita oggi nello spazio pubblico... con una arroganza che non si era più vista da molto tempo nella vecchia Europa". Potrei proseguire con una miriade di citazioni internazionali ma quel che m´interessa è proporre ai lettori una riflessione sul carattere dell´offensiva clericale.
Molti affermano che essa sgorga dall´emergere delle questioni "eticamente sensibili", ma a me pare che alla radice vi sia l´antica avversione per l´Illuminismo, per il libero pensiero, per la piena autonomia dell´individuo, per un´etica pubblica sottratta all´imperativo religioso. Siamo di fronte ad un grande balzo culturale all´indietro, a prima della Rivoluzione francese. Mi conforta in questa tesi un bel libro appena uscito, "Il governo della lettura. Chiesa e libri nell´Italia del Settecento" (ed. Il Mulino, Bologna 1908) di Patrizia Delpiano, che analizza e rende di impressionante attualità il conflitto tra la Chiesa e l´Illuminismo e, cioè, quella filosofia della Ragione, banalmente declassata al livello dell´incerto laicismo dei nostri giorni. L´oggetto della ricerca ha, anzitutto, la particolarità di concentrarsi sul XVIII secolo, il "secolo dei Lumi", quando la Chiesa appare sulla difensiva, dopo il periodo trionfante delle Congregazioni dell´Indice e dell´Inquisizione nei due secoli precedenti. Mentre declina la pratica dei roghi la Chiesa "sposta il baricentro dalle tecniche repressive a quelle persuasive". La materia del contendere è il controllo della cultura che allora voleva dire il controllo sui libri e sulla lettura, e la gerarchia ecclesiastica individua il nemico in "categorie culturali che andavano ben oltre l´eresia protestante.... Proponendo una morale laica, del tutto aliena dalla fede dogmatica tridentina, l´Illuminismo pareva travolgere l´ordine costituito e attaccare in nome dell´universalismo cosmopolitico, la stessa identità cattolica e cristiana della penisola". Anche il romanzo e la lettura d´intrattenimento "sono guardati con sospetto in quanto capaci di raggiungere un pubblico più ampio della tradizionale élite di lettori. Furono i due fenomeni (come non paragonarli alla Tv di oggi?, ndr) strettamente intrecciati nell´immaginario ecclesiastico a sollevare... una ricca riflessione sui danni della lettura... uno dei pericoli assoluti cui sembrava esposto quel popolo che la Chiesa in passato aveva cercato di proteggere dai veleni del protestantesimo".
Artefice di quella "controrivoluzione attiva" fu il celebre cardinal Lambertini, bolognese, assurto al Soglio come papa Benedetto XIV. Parso a molti il papa della tolleranza, "seppe in realtà trasformare l´Indice (che venne soppresso solo nel 1960 dopo il Vaticanio II) in uno strumento adeguato... a incoraggiare tra i letterati la pratica dell´autocorrezione e dunque dell´autocensura. Nel corso del secolo furono condannati tutti i classici dell´Illuminismo italiano ed europeo... In tal senso la resistenza della Chiesa ai Lumi ha oltrepassato il Settecento, sopravvivendo al tramonto dell´Illuminismo storicamente inteso...
In quella fase consegnò al futuro indicazioni preziose, seppe approntare un apparato teorico compatto, costituito in gran parte contro il mondo dei Lumi, basato sul ruolo centrale del cattolicesimo nella vita pubblica... sulla difesa dei doveri contro la rivendicazione dei diritti dell´uomo".
Nel cancellare le conquiste del Concilio il Benedetto bavarese raccoglie, dunque, l´eredità del Benedetto bolognese. Ecco con cosa i laici debbono confrontarsi.
Nord che vecchia canzone
Giovanni Cerruti su La Stampa
La Lega che si gonfia di voti, la Questione Settentrionale, il Pd del Nord... Da dove si vuol (ri)cominciare questa novità già vecchia? Si può partire dalla Stazione Centrale di Milano.
O meglio da un bar che stava da quelle parti, in via Bordoni, e dal pomeriggio del 14 giugno 1987. Alle sei del pomeriggio Umberto Bossi ordina un chinotto per celebrare la sua prima elezione, da questo momento sarà "il Senatùr". "Diventeremo il primo partito al Nord - dice -, avremo il sindaco di Milano e caleremo a Roma prendendo voti a destra e sinistra, categorie che spariranno. Noi rappresentiamo gli interessi di chi sta al Nord".
Un visionario? Più o meno l'hanno sempre trattato così ed è stata la sua fortuna. Fine Anni 80, la Dc si affida agli studi della Fondazione Bassetti: "È un fenomeno transitorio e avrà una durata fisiologica di 7 anni, come la "Lista del Melone" a Trieste". O all'idea di Giuseppe De Rita, allora consigliere del segretario Dc Ciriaco De Mita: "Bossi? Basta comprarlo". Formidabili quegli anni, per Bossi. L'unico che aveva capito qualcosa - diceva prima dell'ictus - era stato Bettino Craxi: "Era venuto perfino a Pontida, aveva riunito l'Assemblea nazionale del Psi a Brescia. Ma la verità è che i partiti di Roma ci hanno sempre inseguito".
A proposito di Brescia. Anno 1991, elezioni amministrative, la Dc è il primo partito, il Pds di Achille Occhetto cerca il consenso operaio. La sera dell'ultimo giorno di campagna elettorale, nella sala conferenze dell'hotel Vittoria, Occhetto confida tutto il suo ottimismo. Un cronista domanda, "e la Lega?". Risposta sicura: "Ho girato le fabbriche, arrivo adesso dall'OM. Non ne ho sentito parlare, e dunque credo che non ne risentiremo parlare neppure dopo il voto". Risultato: trionfo della capolista, tale Roberta Pizzicara, e Lega primo partito nella città operaia e bianca di Paolo VI, di Mino Martinazzoli, dei Bazoli, di Lucchini.
Dopo il voto, dopo ogni voto da quegli Anni 80, riparte la vecchia canzone: ah, la questione settentrionale... La memoria fa scoprire che nemmeno il Pd del Nord è una novità. Ne avevano parlato gli eletti nei Ds due anni fa, subito dopo la vittoria di Romano Prodi, l'"Ulivo del Nord". È del 29 gennaio 2007 un convegno alla Fiera di Verona, con il ministro Vannino Chiti. Non è per infierire, ma belle parole e basta.
Come negli anni di Massimo D'Alema presidente del Consiglio e Walter Veltroni segretario Ds. Ah, la questione settentrionale... Da Roma viene inviato il signor delegato della direzione, l'onorevole Pietro Folena, forse perché sulla carta d'identità c'è scritto nato a Padova. Un ufficio a Milano, qualche comparsata, e quando si avvicinano le elezioni del 2001 Folena si candida nel collegio di Manfredonia, Veltroni va a sedersi al Campidoglio e Questione Settentionale ti saluto, ci rivediamo dopo il voto. E infatti, altro crollo di voti al Nord e un paio di convegni per meditarci su. Qualche settimana e chi se la ricorda più.
Arriva Veltroni, oggi. E riunirà i suoi segretari regionali del Nord a duecento metri da quel barettino del chinotto di Bossi, vicino alla Stazione Centrale. Lasciato il loft ha scelto come location una room dell'hotel Michelangelo, l'albergone dei businessmen, una volta detti commessi viaggiatori, quelli che scendono dal treno concludono l'affare e ripartono. Segretari regionali, come si sa, eletti su indicazione di Veltroni. Ascolterà, ha anticipato. Ma niente Partito democratico del Nord, e tra gli ex Ds c'è chi ipotizza un maligno perché: il passaggio a seguire, magari, sarebbe la secessione dal Pd di Roma.
Eppure, almeno una volta, tra quel che erano i Ds e la Lega un avvicinamento serio c'era stato. Quando D'Alema era ancora premier incaricato e Bossi, al primo incontro, aveva offerto l'appoggio esterno al suo governo. "Calma". Avevano concordato le tappe, e nell'accordo siglato ai tavoli del ristorante "Gianni e Dorina", sempre dalle parti della Stazione Centrale, c'era l'appoggio della Lega al governo D'Alema e il patto elettorale che avrebbe portato Roberto Maroni alla presidenza della Regione Lombardia. "Ma poi - raccontò Bossi - quasi sul più bello mi chiama D'Alema per dirmi che i suoi l'avevano ingabbiato. Peccato. Per lui".
D'Alema era stato applaudito al congresso leghista di Milano, Bossi lo elogiava: "Massimo è un aquilotto, uno che in politica sa volare, Veltroni una gallinella". È lì, tra il '99 e il 2000, che si spezzano gli ultimi fili. E la Lega, tranne che per i dirigenti Ds del Nord, torna a essere una banda di mezzi baluba, mezzi razzisti, quasi fascisti, xenofobi. Tranne dopo il voto. Ah, la Questione Settentrionale... E il Nord che aveva votato Ulivo e Prodi nel 2006 non è che sia stato trattato granché meglio: tra lombardi e veneti, al governo era andata solo Barbara Pollastrini, al ministero delle Pari opportunità, proprio quel che serviva.
È da maneggiare con cura la Questione Settentrionale, anche quando viene declinata come Partito Democratico del Nord. Sul suo blog Pierangelo Ferrari, già segretario regionale Ds rieletto alla Camera, scrive: "Non abbiamo perso le elezioni a causa della composizione delle liste, ma i criteri con cui sono state composte e imposte sono il prodotto di una cultura centralistica che ci chiude nei loft e ci allontana dal Paese reale. Non si vince con le icone sbandierate sui media, l'imprenditore di successo, la ragazza naïve, l'uomo d'ordine del'esercito, l'operaio esibito come l'ultimo dei Mohicani...".
Benvenuto al Nord, segretario Veltroni.
Testa a testa per Roma, il Pd trema
Amedeo La Mattina su La Stampa
ROMA. Brividi ai piani alti del Pd. L'incertezza del ballottaggio romano di domenica prossima si fa sempre più alta, Rutelli e Alemanno sono vicini. Il candidato sindaco dei Democratici potrebbe essere insidiato dallo sfidante del Pdl in questi ultimi giorni di campagna elettorale sull'onda del tema sicurezza. La vicenda della ragazza africana stuprata da un romeno ha acuito nella capitale quei sentimenti di insicurezza che il centrodestra riesce a cavalcare nel modo migliore. Il vento delle Politiche, poi, motiva l'elettorato di centrodestra a tornare alle urne per votare Alemanno. In più, sono in arrivo i voti dalla Destra di Storace.
Quelli dell'Udc sono in libera uscita, ma nel Pdl sono convinti che andranno a finire dalla loro parte. Mario Baccini che come candidato della Rosa Bianca ha ottenuto lo 0,7%, ha sottoscritto con Alemanno un patto per Roma, contestato da Pezzotta. Accanto ai due c'era Bruno Musci, uno dei "due angeli" che hanno salvato la vita alla studentessa violentata. Ecco, "se po fa': la battaglia è aperta", dice ora un galvanizzato Alemanno che giovedì a Piazza Navona avrà a suo fianco Berlusconi e Fini per la chiusura della campagna elettorale. Potrebbe fare la differenza l'assist del Cavaliere, il quale ieri ha promesso che uno dei primi provvedimenti del governo sarà incentrato sulla sicurezza.
Al quartier generale di Rutelli stanno lottando con le unghie e i denti per tenere a distanza l'avversario. In queste ore Veltroni, D'Alema, Di Pietro e molti altri leader del centrosinistra stanno setacciando i quartieri, soprattutto quelli periferici. Sanno che Roma è la linea del Piave: se verrà attraversata dalla destra, anche la leadership di Veltroni ne subirà un duro contraccolpo. Intanto il problema di Rutelli è riconfermare il 46% del primo turno e recuperare l'astensionismo di sinistra, cioè di quegli elettori ai quali il candidato del Pd non piace perché troppo moderato e legato alle gerarchie ecclesiastiche. Ma nel Pd dicono che una nuova mobilitazione si avverte nel territorio, anche grazie al fatto che qualcuno ha ricordato che Alemanno sotto la camicia porta la croce celtica. Questo qualcuno è Storace che si è visto rifiutare l'apparentamento dal candidato del Pdl: ma ora sembra che darà indicazione di voto per il suo vecchio sodale.
Sotto schiaffo sulla questione criminalità, Rutelli sta tirando fuori una serie di proposte come il braccialetto antistupro per le donne. L'idea non è piaciuta ad una trentina di donne del Pdl che ieri si sono incatenate, velate di nero, davanti alla stazione de La Storta dove la studentessa è stata aggredita. Ieri Rutelli ha annunciato l'istituzione di una "commissione per la sicurezza" composta da ex prefetti e generali dei Carabinieri. Si è impegnato a riorganizzare radicalmente i campi nomadi. Terrà per sé la delega sulla sicurezza e non nominerà un assessore ad hoc. Rutelli poi è andato a riceve il Papa al suo rientro dagli Usa e ha fatto visita al capitano della Roma Totti ricoverato in seguito ad un intervento al ginocchio. Lo ha fatto anche Alemanno. "Ci siamo confermati un reciproco in bocca al lupo", ha detto soddisfatto Rutelli uscendo dalla clinica.
L'uso politico della paura
Lidia Ravera su l'Unità
Un'altra ragazza vittima della violenza di un disgraziato. Uno che voleva imporre il suo sesso, uno che voleva fare male. Ioan Rus, detto "il fantasma" perché non si sa bene dove abitava e di che cosa viveva. Ioan Rus, una faccia da foto segnaletica, violenta e vagamente ebete. Ioan Rus, con sostanziosi precedenti penali, tre volte condannato e incarcerato nel suo Paese, la Romania. E la ragazza? Anche lei straniera, di colore, di buona famiglia, una che frequenta un master in economia, che è venuta a Roma per studiare, non per cercare di sopravvivere. La scena: la solita stazione buia, la solita periferia occupata da poveri, senza sovrastrutture adeguate a renderla davvero abitabile, una sorta di Zeta-erre-i (zona a rischio illimitato). Le chiacchiere del giorno dopo: le solite. La sicurezza, i rumeni, gli immigrati.
Le cifre: "Il 35% dei reati in Italia sono stati commessi da cittadini stranieri", "nei primi mesi del 2007 sono stati arrestati 32.468 cittadini rumeni". Moltiplicatore di chiacchiere: il ballottaggio per l'elezione del sindaco di Roma. Alemanno usa la vicenda per attaccare Veltroni, predecessore e sponsor di Rutelli: "dobbiamo liberarci dei cretini al comando". Rutelli replica, ricordando che Berlusconi sanò 141 mila rumeni. Chi sono, allora, "i cretini al comando?". Il centro sinistra aveva proposto un braccialetto luminoso, le ragazze lo tengono al polso e serve per chiamare soccorso. Alemanno difende le ragazze dalla umiliazione di dover indossare questa manetta salvavita ed è un vero peccato, perché a me, invece, sembra una buona idea, quantomeno un'idea nella linea giusta, che è quella di difendere le donne, non di bruciare in piazza i rumeni. I rumeni: sono la comunità straniera più numerosa, oggi, in Italia. Sono una società nella società. La crescita numerica porta con sé una maggiore percentuale di crimini, una maggiore necessità di prevenzione. Nella povertà, nel degrado, nell'isolamento culturale e sociale, più facilmente le personalità più fragili vengono contaminate dalla violenza. È vero per i rumeni, per i senegalesi, per gli egiziani, per i polacchi... è vero anche per gli italiani.
I rumeni non sono peggio degli altri: molti sono qui da tanti anni, lavorano duro, se ne hanno l'opportunità , lavorano come noi italiani non ci sognamo più di lavorare dai tempi difficili del dopoguerra. Le femmine allevano i nostri figli, curano i nostri vecchi, puliscono le nostre case, lavano i nostri panni, i maschi costruiscono ristrutturano dipingono le nostre case, curano i terrazzi, i giardini. Sono gente brava e operosa, con una sapienza manuale e uno spirito di servizio ormai molto difficili da trovare fra gli italiani. Non oso neppure pensare a che cosa sarebbero le nostre vite senza l'aiuto dei rumeni e delle rumene. Perché dobbiamo sempre minacciarli di espulsione? Non si possono più espellere gli stranieri. Noi abbiamo bisogno di loro e loro hanno bisogno di noi. Il mondo ormai va così, nessuno può arroccarsi nel Paese dove è nato e chiudere le porte. L'Italia, piaccia o no alla Lega, è, ormai, un Paese multietnico. La brutta storia da cui prende spunto questa riflessione è una storia multietnica. La vittima è una ragazza africana, che è venuta da noi a studiare. Il colpevole è un uomo dell'Europa dell'est, che è venuto da noi perché a casa sua non riusciva a vivere. Una era una brava ragazza, l'altro un mascalzone. E mascalzoni ce ne sono parecchi. La violenza contro le donne è in crescita esponenziale. È colpa dei rumeni? O è colpa di una subcultura diffusa che alle donne manca continuamente di rispetto. Le continue, reiterate, ossessive esposizioni di corpi femminili a scopo commerciale. Il mercato delle vacche che, a cadenza fissa, affiora da intercettazioni e scandali fra vip, quello scambio di favori che passa attraverso la fornitura di sesso, di carni femminili, di povertà morali e fioriture giovanili. Le labbra, le pance, le tette che ci si parano davanti come un arredo urbano, dalle fiancate degli autobus, dai cartelloni, dalle edicole... e, per contro, il silenzio femminile, lo scarso ascolto, la scarsa presenza di parole femminili autorevoli in televisione, in politica. La fissazione del sesso che ha sostituito, per puro consumismo, la repressione di cinquant'anni fa, sempre senza offrire alle donne una vera dignità, una parità sostanziale, che potrebbe, forse, incominciare a disarmare tante mani protese a prendersi con la forza quello che una ragazza non vuole dare
tutto questo non viene mai considerato. Una studentessa si prende una coltellata nel fianco, patisce l'angoscia della violenza carnale e il dibattito, indignazioni più proponimenti, verte tutto sulla necessità di cacciare i rumeni, come se bastasse per consentire alle ragazze la tranquillità di rincasare tardi, di attraversare una strada buia, di muoversi liberamente, come è suo diritto, in una città come Roma, capitale di un paese civile.Gli italiani hanno paura, si sentono minacciati dalle povertà con cui un' immigrazione sempre più massiccia ci impone di convivere. La paura viene strumentalizzata da chi vuole una società arroccata in difesa, armata, orientata al rifiuto dell'altro, intollerante e non solidale.
Politica estera: le scelte ineludibili
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Fatta eccezione per un fine settimana di confusi litigi, la politica estera è rimasta tenacemente assente dalla campagna elettorale. Ma ora che le urne hanno parlato e che un nuovo governo è in rampa di lancio, le scelte internazionali ritroveranno obbligatoriamente il loro giusto rilievo. E Silvio Berlusconi, tornando per la terza volta a Palazzo Chigi, scoprirà che il mondo è cambiato almeno quanto lui vorrebbe cambiare l'Italia.
Erano chiari e forti, gli orientamenti dell'ultimo esecutivo di centrodestra. Identità con gli Stati Uniti esaltata dal caloroso rapporto personale tra Berlusconi e Bush. In Medio Oriente piena solidarietà con Israele. Intesa a prova di bomba con Vladimir Putin e buoni affari con la sua Russia. Relazioni meno facili con l'Europa, in particolare con il francese Chirac e il tedesco Schroeder.
Se questa è la base di partenza, ed è inevitabile che il prossimo presidente del Consiglio la consideri tale, c'è da sperare che sia già pronto un sollecito aggiornamento.
Negli Stati Uniti che votano a novembre non soltanto i due democratici in lotta per la nomination ma anche il repubblicano McCain, che pure è l'unico a voler restare in Iraq, annunciano una politica estera pragmatica e multilaterale ben diversa dall' idealismo armato (e a dir poco sfortunato) di George Bush. Per chi ha avuto sempre eccellenti rapporti con Washington si tratta di una promessa positiva, che potrebbe portare a un rilancio vero dell'alleanza euro-atlantica. Ma bisognerà saper andare oltre il calore personale (soprattutto venendo da quello con Bush), e non ci saranno più spaccature europee sulle quali far leva dal momento che Sarkozy e Merkel sono buoni amici dell'America. L'appoggio a Israele non è in discussione, né può esserlo proprio ora che su Gerusalemme pesano minacce molteplici (e moltiplicate si pensi all'Iran dalla guerra irachena). Ma in un "Grande Medio Oriente" molto più esplosivo di qualche anno fa, le sfide in atto richiederanno scelte più complesse di qualche anno fa. Può essere che a Washington tornino alla ribalta i suggerimenti della commissione Baker-Hamilton, che raccomandava di dialogare almeno con iraniani e siriani. Di sicuro la nuova amministrazione Usa ci chiederà più impegno in Afghanistan. E per accontentare gli Usa è possibile che Berlusconi renda più flessibile il nostro caveat sulla mobilità delle truppe. Ma se vorrà percorrere questa strada, il governo dovrà anche assumersi un onere non da poco: quello di rischiare perdite rilevanti nel caso i nostri militari fossero dislocati al sud.
E servirà una chiarezza che finora non c'è stata sulle nostre forze in Libano.
Cosa intende Berlusconi quando parla di cambiamento delle regole di ingaggio? Se il riferimento è alla capacità di difendersi con le armi, essa esiste già. Se invece si tratta di superare le ambiguità del mandato Onu impegnandosi nel disarmo di Hezbollah (come auspica Israele), occorrerà parlarne con il Palazzo di Vetro e con gli alleati presenti sul campo.
E bisognerà assumersi, anche in questo caso, i rischi relativi.
Verso Putin i sentimenti di Berlusconi sono quelli di un tempo, come ha confermato l'incontro in Sardegna. E il Presidente del Consiglio in pectore non ha tutti i torti quando solidarizza con i timori geopolitici dell'amico russo. Ma, ammesso e non concesso che la diarchia Putin-Medvedev abbia vita lunga, Berlusconi non dovrà perdere di vista due elementi centrali: primo, quella russa è una pseudo democrazia e un leader occidentale deve ricordarlo non foss'altro che per difendere la propria identità (discorso analogo vale per la Cina e il Tibet); secondo, il Putin che ha fondati motivi per temere l'accerchiamento strategico occidentale sta attuando con l'altra mano l'accerchiamento energetico dell'Europa. E questo con il prezioso aiuto dell'Italia.
L'Europa? Amici e nemici di una volta non ci sono più. Qualcuno ipotizza un rapporto preferenziale con Sarkozy: bene, purché non a detrimento del più costante interlocutore tedesco. E del resto è in arrivo una Europa mutevole, che ha ritrovato le sue ambizioni ma deve rivedere i suoi equilibri, dove non esisteranno più poltrone riservate, dove conterà una credibile e sostenibile capacità di proposta.
Francia, Germania e Gran Bretagna sono protagonisti ineludibili. Si allargherà l'Olimpo a Italia, Spagna, Polonia?
In America ritorna il boia
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Sette mesi soltanto è durata la vacanza del boia in America, da ottobre, quando la macchina dell´omicidio di Stato fu fermata, ad aprile, nell´inverno della speranza tornato a essere la primavera della morte.
Duecento giorni di attesa perché la Corte Suprema sentenziasse sulla costituzionalità della triplice flebo letale, tra vane dichiarazioni di moratoria votata dall´Onu, ma non da Bush, e pentimenti di stati come il New Jersey, finiti poche ore dopo la partenza di un Papa che forse aveva creduto, come il proprio predecessore Giovanni Paolo, di essere stato davvero ascoltato e non soltanto osannato. In Alabama, in Texas, nel Mississippi e in Virginia, cinque condannati che credevano di essere scampati alla siringa ora si devono preparare a morire. Ma in totale sono undici le sentenze sospese e che adesso potranno essere eseguite.
I giuristi stanno ancora discutendo sulla sentenza emessa a larga maggioranza dalla Corte Suprema con sette voti contro due la settimana scorsa. Stanno cercando di capire se quella decisione di costituzionalità sulla triplice iniezione di anestetico, di curaro per paralizzare i muscoli e di cloruro di potassio per fermare il cuore, giudicata "non crudele", sia stata davvero un´autorizzazione a ricominciare alla grande esecuzioni bloccate dall´ottobre scorso dalla Corte stessa, dopo notizie di orrendi pasticci compiuti dai boia, che avevano paralizzato, ma non addormentato le vittime, uccise nei corpi paralizzati con sofferenze silenziose. Ci sono fumoserie, ambiguità, in quella sentenza, manca "una chiara linea di demarcazione" fra la crudeltà di una possibile e involontaria tortura, che sarebbe illegale, e una "morte umana", come ha ammesso uno dei giudici supremi, Antonin Scalia. Ma i governatori di quattro stati hanno avuto fretta di saltare sulla carretta dei giustiziandi.
Dovrà morire a maggio, fra pochi giorni, Earl Wesley Berry, nel Mississippi, che il 30 ottobre scorso era già stato trasportato nella "camera della morte" di Parchman, nutrito con l´ultima cena e raggiunto dal cappellano del carcere per l´ultimo tragitto verso la barella, quando da Washington arrivò il fax della Corte Suprema, che comunica sempre per fax, con il blocco dell´esecuzione. "Le procedure utilizzate dallo Stato del Mississippi potrebbero non corrispondere a quelle stabilite per l´esecuzione con iniezione letale", obbiettarono i giudici all´undicesima ora, richiamando a loro stessi il fascicolo. A maggio, Earl Wesley Berry, nel braccio della morte da 19 anni per il rapimento, lo stupro e l´omicidio di una donna, vivrà dunque, per la seconda volta, il cerimoniale della propria morte. Con il quoziente di intelligenza di un bambino dell´asilo e una forma acuta di schizofrenia paranoica, come il condannato che il governatore Bill Clinton fece mettere a morte in Arkansas nel 1980 che chiese di mettergli da parte la cena per consumarla "dopo", potrebbe non capire.
In Texas, sempre in testa nelle classifiche delle esecuzioni e dunque ansioso di ricominciare, andrà al patibolo Carlton Turner, in attesa da 17 anni. In Alabama lo seguirà sempre in maggio Thomas Arthur, condannato 20 anni or sono per stupro e omicidio, che invano sta chiedendo al governatore Riley di analizzare i reperti biologici, compreso lo sperma, trovati sul cadavere della vittima e conservati. Ma in Alabama queste prove sul dna, che soltanto nel 2007 fecero scarcerare perché innocenti sette condannati a morte in vari stati, sono a discrezione del governatore, che rifiuta.
In Virginia, il governatore democratico Tim Kaine era stato il primo a gettarsi sull´ok pronunciato dalla Corte Suprema e ad annunciare, ancora senza data, che due dei suoi ospiti nel braccio della morte dove morì quel Joe O´Dell per il quale Papa Woytjla aveva chiesto invano, con una lettera personale, la grazia, ora potranno costituzionalmente essere iniettati con il triplice cocktail. Sempre nella speranza che le guardie carcerarie incaricate della procedura non ripetano gli stessi errori commessi dai loro colleghi nel Kentucky, dove il penthotal anestetico non fu correttamente somministrato e il condannato morì lucido e immobilizzato dal curaro, sepolto vivo dentro il proprio corpo. Fu quello il caso che spinse la Supreme Court ad avocare a sé il dossier iniezione e a ordinare che d´ora in poi la procedura fosse applicata secondo "standard corretti". La formula che lascia perplessi avvocati e direttori di penitenziari e apre possibili, nuove cause e petizioni per la sua genericità.
Il movimento verso una moratoria generalizzata, provocato dalle pressioni internazionali sugli Stati Uniti, che condividono con Cina, Iran e Arabia Saudita l´incivile primato delle esecuzioni, si è dunque fermato. Almeno nei quattro stati del sud come il Texas, l´Alabama, il Mississippi e la Virginia, dove la forca è specialmente apprezzata, i segnali che erano venuti dall´Illinois, grazie a quei test del dna che hanno scarcerato innocenti già pronti per il boia, il Maryland, New York e la California, dove il patibolo rimane inutilizzato, o il New Jersey, che lo scorso anno si unì definitivamente ai 15 stati che non applicano la pezna capitale, sono tornati al via libera per il boia. Neppure i Papi come Woytjla e Ratzinger, che hanno sempre espresso la loro opposizione alla morte di stato, pur lasciando nella dottrina ufficiale della Chiesa un piccolissimo occhiello aperto per "i casi estremi", hanno mai dissuaso un nazione dove la maggioranza rimane fedele alla legge del taglione. Cattolici compresi, sempre prima americani che cattolici, che per il 60% stanno dalla parte della vendetta legalizzata.
22 aprile 2008