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sulla stampa
a cura di G.C. - 19 aprile 2008


Milano nell´Italia che cambia
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Di che umore è Milano dopo il voto? Forzisti berlusconiani e leghisti bossiani festeggiano, ma non fraternamente.
Le due tribù che hanno vinto sono divise e confuse. Il voto, i suoi risultati strabilianti hanno sorpreso anche loro.
Numeri alla mano si è capito che molti dei voti andati alla Lega sono di berlusconiani stanchi degli appetiti eccessivi del leader, del suo protagonismo megalomane, e hanno preferito la Lega, hanno preferito Bossi.
Hanno vinto, ma hanno perso la loro identità, non sanno più quello che sono, se di destra o di sinistra, come gli ex-operai comunisti passati dal Pci al Carroccio, dalla Cgil a Rosy Mauro. E anche noi, sopravvissuti alle elezioni, non abbiamo capito bene chi siamo, chi sono questi milanesi metà moderati e metà pronti a "prendere il fucile", come dice con una metafora il loro capo, per dare la caccia agli immigrati delinquenti. Fra i milanesi sconfitti la costernazione è profonda, il lutto totale, tutti stanno un po´ come Romano Prodi: hanno dato le dimissioni da tutto, idee e posti di comando, non pensano alla rivincita, vogliono dimettersi, rinunciare. Come Prodi, tutti vorrebbero voltare le spalle alle speranze e alle illusioni, a questa Italia incomprensibile.
Sanno di essere sconfitti, ma cos´è questa Italia vincente? Quali sono i valori in cui crede, i suoi ideali, le sue utopie? Nessuno lo sa, nessuno lo capisce. Una volta ai milanesi della Madunina piacevano gli uomini sinceri con il "cuore in mano". Ma per che cosa hanno votato? Non lo sanno che il voto nelle province meridionali è stato un voto chiaramente segnato dalla mafia? Non lo sanno che i nuovi leader meridionali, molti dei nuovi eletti, sono amici dei pezzi da novanta? E´ dunque la mafia che piace agli elettori milanesi? Certamente no. Ma gli piace vincere, gli piace il potere, gli piacciono i soldi. Ecco quello che la sinistra, radicale o socialdemocratica, ha sottovalutato.
In un mondo in cui non si leva più il Sol dell´avvenire, in cui è morta l´utopia del socialismo, in cui la pubblicità consumista ha sostituito tutti i buoni pensieri e le buone intenzioni, la cosa che conta, che tutti desiderano qual è? I soldi. Pochi, maledetti e subito, come si dice, e il nuovo leader glieli ha promessi, e anche il lumbard Bossi li ha promessi con la sua Malpensa targata Carroccio, con la sua Expo 2015, con la sua Lombardia del federalismo fiscale, locale, regionale, che nessuno capisce cos´è. Le tasse che versano gli abitanti di una regione restano sotto il controllo di quella regione. E chi pensa alla nazione, alla sua unità, all´Italia una e indivisibile? Si vedrà, ma intanto chi ha i soldi se li goda, gli altri si aggiustino.
Questa sembra l´unica morale accettata, l´unica morale corrente. I milanesi sconfitti, più che tristi, sono svuotati, incapaci di capire. Lo tsunami politico che li ha travolti li ha lasciati nudi in mezzo ai rottami della società. Che cosa vogliono gli italiani? Si chiedono: davvero è finito il tempo in cui il vecchio repubblicano Ugo La Malfa li esortava così: "Nel dubbio aggrappati alle Alpi", e i socialisti "nel dubbio aggrappati a Molinella"? Una sola consolazione: ne abbiamo viste di peggio.


La lezione della sconfitta
Antonio Padellaro su
l'Unità

Lo choc elettorale è comprensibile ma sarebbe ora che gli sconfitti mettessero da parte rabbia e scoraggiamento per ricavare una qualche lezione utile dagli errori commessi invece di continuare a scaricarli altrove. A cosa serve, per esempio, dare la colpa della propria sconfitta a un altro partito, ovvero al Pd di Veltroni, esercizio politicamente incongruo nel quale si esercitano gli esponenti della Sinistra l'Arcobaleno? Ciò che non abbiamo ancora letto e sentito da nessuna parte è piuttosto un'analisi completa dell'occasione storica persa prima e durante il governo Prodi. Interrogarsi sui circa quattro milioni di voti che mancano complessivamente al centrosinistra significa soprattutto riflettere sul destino di un tesoro dilapidato. Dovremmo tutti rammentare infatti che dal 2001 in poi, nel quinquennio cioé del Berlusconi II, i partiti dell'allora opposizione inanellarono una brillante serie di successi consecutivi sbaragliando l'allora Cdl in ogni elezione comunale, regionale o europea che fosse. Fu così che nella primavera del 2006 all'Unione appena costituita tutti i sondaggi attribuirono un vantaggio pressoché incolmabile sull'armata allo sbando del centrodestra. Come fu che in poche settimane quella enorme distanza si ridusse ai famosi ventiquattromila voti non è un mistero doloroso.
Perché già in quella campagna elettorale la composita coalizione cominciò a mostrare tutte le crepe e le contraddizioni che avrebbero portato all'implosione di due anni dopo. Subito Berlusconi se ne accorse e scatenò lo scatenabile recuperando punti su punti. Eppure alla fine andò bene, il Porcellum di Calderoli giocò incredibilmente a nostro favore e nella indimenticabile notte del 10 aprile 2006 Romano Prodi potè annunciare una vittoria risicatissima ma pur sempre vittoria in una piazza romana che già temeva il disastro.
A quel punto il rischio sventato in extremis avrebbe dovuto suggerire a tutti gli otto o nove partiti una strategia d'emergenza. Trincerarsi, fare quadrato, prepararsi a resistere cinque anni e a qualunque costo. Per il bene del paese ma anche per quel naturale istinto di autodifesa che è l'abc della politica. Fin dall'inizio era chiaro a tutti che una anticipata fine del governo avrebbe trascinato nel baratro partiti e partitini. Su quei pochi voti di vantaggio reinvestiti con intelligenza e tenacia si sarebbe potuto cambiare a favore del centrosinistra il baricentro politico del paese. Poiché era chiaro che, da Mastella a Bertinotti ne avrebbero guadagnato tutti, a tutti ragionevolmente sarebbe convenuto concorrere ad aiutare Prodi, proteggendolo, rassicurandolo, portandogli la colazione a letto se necessario. Il calvario a cui è stato sottoposto il Professore dai suoi alleati veri e presunti, giorno dopo giorno, resta, lo sappiamo, un capolavoro di autolesionismo e di stupidità politica. E ha ragione Veltroni quando definisce Prodi uomo di stato, "uno dei più grandi che la storia repubblicana abbia conosciuto". Prodi, uomo capace e per bene, al quale non finiremo mai di dire grazie. Logorato, però, e alla fine abbattuto "da una conflittualità permanente dentro una coalizione paralizzata dalla cultura dei no".
Quel piccolo margine di maggioranza al Senato invece di essere difeso con le unghie e con i denti è stato continuamente giocato ai dadi per lucrarne, nel migliore dei casi, qualche straccio di visibilità sui giornali o in tv. Il possibile che Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi dicono di aver fatto per tenere in piedi la baracca non poteva bastare. Ci siamo forse dimenticati dei Rossi e dei Turigliatto? Dei ricatti sulla politica estera? Dei ministri di lotta in piazza a manifestare contro il governo di cui facevano parte? E adesso, se tutti i responsabili di tanto insensato sperpero, a cominciare proprio da Mastella, non rientrano in Parlamento chi lo ha deciso? Il perfido Veltroni. O una massa di elettori furiosi dopo aver visto finire in fumo (e nell'immondizia) le proprie speranze? Via, siamo seri.
* * *

Il secondo pericolo che la sconfitta elettorale rischia di produrre nel campo a noi vicino è quello di una quasi resa morale. L'idea cioè che dal 14 aprile scorso la destra ha sempre ragione. Che gli italiani amano Berlusconi, come ci spiegano autorevoli colleghi. Che la Lega è l'unica forza autenticamente popolare, mentre il resto è solo casta approfittatrice. Perfino un personaggio notoriamente misurato come Montezemolo è pronto a sostenere, senza arrossire, che ormai gli operai sono più vicini alla Confindustria che al sindacato. Nelle inchieste televisive sulle ex Stalingrado in mano al Carroccio nessuno obietta se il bravo cittadino indica schifato uno spiazzo dove la moschea non si farà e dice: che vadano a pregare a casa loro. E se il Berlusconi che riceve Putin e tratta i destini di Alitalia è un premier che nessuno ancora ha nominato, meglio non parlare di rigore istituzionale altrimenti ti ridono appresso.
Calma però. È vero, hanno vinto ma non hanno vinto tutto. I voti della destra (compreso Storace) sono 17 milioni e 800mila. Quelli del centrosinistra 15 milioni, di cui 12 milioni del solo Pd. Due milioni ne ha l'Udc. Ovvero: nel paese reale maggioranza e opposizione quasi pari sono. Le principali città italiane sono ancora governate dal Pd e dalla Sinistra. E così la maggior parte delle regioni. Checché ne dica Luca Cordero, c'è ancora un'organizzazione democratica di massa (11 milioni e 700mila tesserati) che si chiama sindacato. I leghisti, sicuramente, hanno raccolto i frutti di un lavoro capillare sul territorio. Pd e sinistra devono prenderne atto e tornare a parlare con la gente. Le cittadine linde e pulite piacciono anche a noi. Se poi però il sindaco col manganello non toglie le panchine per non farci sedere gli immigrati. Del resto, di radiose comunità con i gerani sul balcone, e con l'orrore dietro l'uscio è piena la storia del Novecento.
A Veltroni diciamo quindi tenga la barra dritta. Con la sinistra, soprattutto con il popolo della sinistra, occorre ricostruire un rapporto perché siamo convinti che ciò può giovare molto al Pd e allargare la sua base di consenso. Bene l'opposizione senza sconti in Parlamento ma occorre sferrare una grande offensiva sui valori democratici. Quando ha detto alle mafie non vogliamo i vostri voti, è stato il momento più bello della sua campagna elettorale.



La comunità e il mercato
Dario Di Vico sul
Corriere della Sera

Il successo del centrodestra per le sue dimensioni si presta a riflessioni di lungo periodo sui rapporti tra politica e società civile. E vale la pena iniziare addirittura dal compito di mediare le relazioni tra individuo e mercato che il sindacato e la sinistra sociale si sono assunti nel Novecento. Quando hanno caricato su di sé, in maniera pressoché istituzionale, l'onere di rallentare la velocità del cambiamento ed evitare l'impatto violento tra le leggi dell'economia e la condizione del singolo. Per una lunga fase questa dialettica degli opposti è riuscita a generare un valore aggiunto e il nostro compromesso sociale che esaltava funzione e ruolo dei corpi intermedi è stato persino lodato dall'Europa come pratica d'eccellenza. La storia degli accordi di moderazione salariale degli anni Novanta e l'appoggio convinto della sinistra politica all'ingresso nell'euro (in precedenza il Pci si era opposto allo Sme) segna forse il punto più alto di questa esperienza.
Il compromesso sociale all'italiana non ha retto però alla prova della nuova modernità. Innanzitutto il filtro gauchista e sindacale si è ispessito fino a trasformarsi in ostruzione e potere di veto. In termini economici tutto ciò ha reso prima elevato e poi insostenibile il costo della non modernizzazione e il differenziale di competitività con i sistemi fratelli. Sull'altro versante le dinamiche di globalizzazione e la finanziarizzazione dell'economia hanno inasprito la percezione del mercato. Il padrone è diventato invisibile e l'economia si è fatta canaglia. Sono fioriti neologismi come ipercapitalismo, turboliberismo e via di questo passo a segnalare la distanza siderale tra il potere del denaro e la sua utenza di massa. Agli occhi di consistenti quote di popolazione il mercato, che per almeno 20 anni era cresciuto nella considerazione dell'opinione pubblica fino a diventare valore in sé, ha cominciato a perdere appeal. La richiesta di allargamento degli spazi di libertà economica ha cominciato a risuonare alle orecchie dei vinti della globalizzazione non più come elogio dello spontaneismo economico, inclusione, allargamento delle chance, riduzione del potere statale ma al contrario come dittatura dell'economico, supremazia della ragion globale sulla condizione del singolo.

Ma il cittadino globale — sia il metalmeccanico di Mirafiori o l'artigiano di Schio che con il loro voto hanno reso possibile il successo della Lega Nord — non vuole vivere da solo e chiede perentoriamente nuovi filtri, nuovi strumenti di intermediazione tra lui e il dio mercato. La competizione globale lo terrorizza, la strumentazione politica e sindacale del secolo scorso gli pare obsoleta, i modernisti non riescono a scaldargli il cuore e così riscopre i valori del territorio e della comunità. E ricrea le condizioni, dopo la morte della Dc, di un nuovo interclassismo, stavolta su base dell'identità locale. Comunità è già di per sé una parola che suona calda e le prime analisi dei flussi elettorali ci dicono che riesce addirittura a sostituire nel cuore degli operai rossi la mitica Classe perché evoca una solidarietà collettiva che promette di accompagnarlo dalla culla alla tomba, come si vantava di saper fare la socialdemocrazia dei tempi d'oro.
Il rischio che la comunità sostituisca la vecchia sinistra e le confederazioni del lavoro, che il verde subentri al rosso ma che i costi della non modernizzazione invece di scendere salgano, c'è tutto. E del resto mentre sindacati e imprenditori del '900 avevano nel fordismo almeno una grammatica comune, oggi è difficile rintracciare un alfabeto della globalizzazione nel quale si possano riconoscere le parti in causa, i ceti medi padani impauriti e le élite cosmopolite che dormono in Italia una notte su tre. La forza di coesione rappresentata dall'identità di territorio se giocata contro l'integrazione e l'apertura del sistema Paese può rivelarsi un gigantesco autogol, la moltiplicazione di tante piccole società chiuse capaci tutt'al più di rallentare i tempi del proprio inevitabile declino. Ma non è detto che sia così. Il senso di appartenenza a una comunità può anche rappresentare un fattore competitivo e la straordinaria storia dei distretti industriali sta lì a dimostrarlo. Perché non resti un'esperienza isolata forse tocca a quelli che polemicamente vengono chiamati i mercatisti un sovrappiù di elaborazione culturale. La capacità di prospettare al cittadino impaurito un mercato capace di fornire comunque una seconda chance.


La crisi che verrà
Pietro Garibaldi su
La Stampa

In questi anni ai sindacati e ai rappresentanti dei datori di lavoro spettava il compito di riformare il modello contrattuale. Questa importante riforma non è invece ancora stata portata a termine. E' un'occasione mancata. Non è semplice dire quanto del mancato accordo sul modello contrattuale sia addebitabile ai sindacati e quanto ai rappresentanti dei datori di lavoro. E' però indubbio che le divisioni all'interno dei sindacati confederali hanno pesato molto.

Certamente non è un buon momento per i sindacati italiani. La trattativa per la vendita di Alitalia a Air France, al di là dei sussulti della politica, ha subito un'interruzione cruciale quando la compagnia francese si è ritirata improvvisamente davanti alle richieste dei sindacati di Alitalia. Questa settimana, con il sorprendente risultato delle elezioni e la sonora sconfitta della Sinistra Arcobaleno, il sindacato ha poi visto sparire dal prossimo Parlamento italiano un suo storico alleato.

In un'importante parte della società vi è un diffuso malessere per il ruolo dei sindacati. Universalmente riconosciuti come organizzazioni con formidabili capacità di mobilitazione delle masse, i sindacati sono spesso visti dall'opinione pubblica come una forza conservatrice. L'immagine diffusa è quella di un potere che protegge gli interessi di una minoranza di lavoratori super tutelati e impiegati nella grande industria e nel settore pubblico, ma troppo poco riformista quando si tratta di difendere i lavoratori più giovani, spesso occupati in condizioni precarie e bloccati in una trappola di contratti a tempo determinato. Questo sentimento di sfiducia verso i rappresentanti dei lavoratori ha recentemente spinto Stefano Livadiotti a intitolare un libro sul sindacato "l'altra casta", da affiancare alla prima casta, quella politica di cui tanto si è parlato in questi ultimi anni.

Dei sindacati non si può certamente fare a meno e una società senza sindacati non sarebbe una società migliore. In molti momenti della storia repubblicana, e negli anni bui del terrorismo in particolare, i sindacati hanno avuto un ruolo fondamentale. Oggi però devono diventare più rappresentativi.

Un problema di rappresentanza esiste però anche tra i datori di lavoro. Così come molti sindacati finiscono per identificarsi soltanto con una piccola parte di lavoratori e pensionati, anche le associazioni dei datori di lavoro danno voce solo a una piccola parte del mondo delle imprese.



Governare il malessere
Alberto Ronchey sul
Corriere della Sera

Con la vasta maggioranza parlamentare appena eletta, sarà finita l'epoca dell'indecisionismo governativo? Questo non si poteva decidere, contro il volere di corporazioni o sindacati. Quest'altro nemmeno, contro interessi d'affari o rivolte locali e clientelari. Con simili argomenti, le tendenze inerziali hanno vinto spesso nel governo della società italiana, trascurando la manifesta necessità di cambiare leggi, costumi amministrativi e tendenze collettive. Anche se qualche ministro ha tentato di contraddire gli ostacolatori d'ogni spregiudicata innovazione, alla fine ha dovuto più o meno arrendersi.
Eppure, non fu sempre così. Nel dopoguerra il ministro del Commercio estero Ugo La Malfa riuscì a ottenere la liberalizzazione degli scambi contro le resistenze di sindacati e gruppi confindustriali "protezionisti protetti ". Quella scelta d'aprire le frontiere della concorrenza non solo fu presto efficace, ma vitale dopo il Trattato di Roma e il Mec. Fu tra i fattori del boom, insieme con il piano Marshall, quando i tassi di sviluppo economico raggiungevano il 6 e anche l'8 per cento a prezzi stabili, senza inflazione.
Gli alti ritmi di sviluppo, s'intende, non potevano durare a lungo. Ma oggi lo sviluppo è ridotto quasi a zero, minimo in Europa come avvertono le stime Fmi e Ocse. Fra le cause del dissesto, con l'onere aggiuntivo dell'avversa congiuntura internazionale, quali responsabilità si possono attribuire ai governi e ai ceti che rappresentano? E' mancata, ormai da tempo, una coerente concezione dello sviluppo. Aveva già percepito Guido Carli una diffusa contraddizione, che ormai è tradizionale. La società, politica o extrapolitica, tende a oscillare tra forme di arretratezza primaria, dall'inefficiente apparato dei servizi pubblici alle aree d'assistenzialismo parassitario, e le massime rivendicazioni o pretese. "Una condizione — commentava — che mi permetto di definire schizofrenica ". In seguito, con le crescenti aspettative di consumi e la disperata scarsità di risorse come le fonti energetiche, mentre un kilowattora ci costa il 32 per cento in più della media europea, è ancora mancata la commisurazione tra fini e mezzi. Hanno contribuito a tale profonda incoerenza le discordi e tormentate coalizioni governative, inclini a qualsiasi transazione politica fondata su costosi lassismi e permissivismi.
Persiste così, fra innumerevoli contraddizioni, un debito pubblico esorbitante dovuto agli eccessi di spesa corrente per favorire qualsiasi compromesso, ma infine semiparalizzante. Persistono infatti, con la carenza d'investimenti essenziali, disparate arretratezze, come l'insufficienza delle infrastrutture sul territorio malgrado gli sperperi della burocrazia, l'inefficienza della sanità pubblica, le desolanti condizioni della scuola primaria, mentre l'istruzione universitaria povera di investimenti per la cultura seria e la ricerca moltiplica inconsistenti corsi di studio, futili e inutili.
Ora ci si domanda che cosa possa cambiare per il meglio con il prossimo governo, anche se da tempo quasi ogni cambiamento ha operato al peggio.



Il Papa e la fede delle chiese fai da te
Alexander Stille su
la Repubblica

Ad uno sguardo superficiale Papa Benedetto XVI e l´America possono sembrare uno strano connubio. Il primo impegno di papa Ratzinger da cardinale è stato far rispettare l´ortodossia cattolica e una volta salito al soglio pontificio si è scagliato contro il relativismo morale del mondo contemporaneo. Gli Stati Uniti potrebbero sembrare proprio la massima espressione di quella cultura relativista e profana, il mondo di Hollywood, della rivoluzione sessuale e dei matrimoni gay, del supercapitalismo e del consumismo e, in ambito religioso, un supermercato di credi. Invece di abbracciare "l´unica vera fede" della chiesa cattolica, l´America ha messo a disposizione del consumatore religioso centinaia di fedi, dai rituali celtici celebrati da gruppi pagani a strani culti new age che combinano il cristianesimo con la reincarnazione indù.
Ed ha consentito la crescita di un forte cattolicesimo liberale dissidente, fortemente osteggiato da Ratzinger quand´era cardinale, che porta avanti istanze come il matrimonio dei preti, il ruolo delle donne nella chiesa, la contraccezione e una maggiore apertura nei confronti degli omosessuali. "Andiamo verso la dittatura del relativismo – diceva il Papa – che non dà nulla per certo e che ha come massimi obiettivi l´ego individuale e i desideri individuali".
Eppure c´è motivo di credere che papa Ratzinger e gli Stati Uniti possano andare d´accordo molto più di quanto indichino le apparenze. Nonostante la reputazione di moderna Sodoma e Gomorra, gli Usa sono forse la più religiosa delle nazioni economicamente sviluppate, con una partecipazione e una devozione religiosa ben maggiore rispetto all´Europa.
In America alla religione viene dato uno spazio sorprendente nella vita pubblica e privata, tanto da scandalizzare molti europei. Più della metà degli americani dichiarano di andare in chiesa almeno una volta al mese e il trentasei per cento ribadisce che la Bibbia è "la vera parola di Dio" e deve essere presa alla lettera, mentre un altro quaranta per cento sostiene che la Bibbia è sì la parola di Dio, ma va interpretata.

Per molti anni la varietà di fedi presenti in America sembrava costituire un´eccezione di scarso impatto sul mondo moderno, la peculiarità di un paese di immigrati, privo di radici. Era l´Europa, con la sua tradizione illuministica e il graduale costante processo di laicizzazione il modello della società moderna. Ma a fronte della rinascita e dell´intensificazione dei movimenti religiosi nel mondo, dal ritorno della chiesa ortodossa in Europa orientale alla diffusione delle fedi protestanti in America Latina, e all´esplosione del Falun Gong in Cina, e ovviamente, l´ascesa del fondamentalismo nel mondo islamico spesso tra le componenti colte della popolazione musulmana, il modello americano fatto di forte religiosità in un contesto di pluralismo o di fedi multiple in competizione tra loro, pare rappresentare la norma moderna, mentre l´Europa occidentale laica si configura piuttosto come eccezione.
Papa Wojtyla, ex arcivescovo di Cracovia, identificava con la sua Polonia, cattolica quasi al 100 per cento in lotta per sopravvivere sotto il dominio comunista, la società religiosa modello e la laicizzazione e il pluralismo di gran parte del mondo moderno erano ai suoi occhi incomprensibili, alieni e decadenti.
Nonostante l´enfasi posta sull´ortodossia cattolica papa Ratzinger, cresciuto all´interno della minoranza cattolica in Germania, sembra comprendere, forse meglio del suo predecessore, che in realtà esiste un chiaro rapporto tra pluralismo e religiosità.
Negli ultimi vent´anni si è evoluta una branca estremamente interessante della sociologia dedicata alla religione, che si propone di spiegare alcuni di questi apparenti paradossi. In una serie di saggi e articoli gli studiosi Rodney Stark e James Finke (rispettivamente della Baylor University e della Pennsylvania State University) hanno elaborato un modello che definiscono "economico" di religione. In questo modello, come nel mercato, la concorrenza rafforza i gruppi religiosi. Al contrario le chiese tradizionali, come i monopoli economici, ingrassano e si impigriscono. Si spiega così come mai le chiese tradizionali in paesi come l´Italia e la Francia e la chiesa anglicana in Gran Bretagna soffrano di scarsa partecipazione ai riti e manchino di energia. Invece le chiese che lottano per sopravvivere, che creano un forte senso di identità dipingendosi come una minoranza in guerra contro il sistema hanno più successo. Si capisce così che la Polonia e l´Irlanda sono casi eccezionali in cui il cattolicesimo è rimasto fortissimo perché è stato utilizzato come potente fonte di identità nazionale, come arma per resistere alla dominazione di una potenza straniera, la Gran Bretagna nel caso dell´Irlanda e il comunismo sovietico nel caso della Polonia. Eliminata la minaccia esterna oggi la chiesa cattolica affronta più o meno gli stessi problemi del resto d´Europa: la laicizzazione, il dibattito sull´aborto e la contraccezione.
Ratzinger pare comprendere istintivamente questa linea di pensiero. Al suo arrivo qui negli Usa si è prodigato a rendere omaggio al pluralismo della religione americana. "Vengo come amico, predicatore della parola di Dio, con grande rispetto per questa grande società pluralistica…nei prossimi giorni sono impaziente di incontrare non solo la comunità cattolica americana ma altre comunità cristiane e i rappresentanti delle molteplici tradizioni religiose presenti in questo paese. Nel corso della storia non solo i cattolici, ma tutti i credenti hanno trovato qui la libertà di adorare dio secondo i dettami della propria coscienza, venendo al contempo accettati come parte di una comunità in cui ciascun gruppo individuale può far ascoltare la sua voce".
Questa nota pluralista non è in contraddizione con il rigore di Ratzinger. Al contrario. Un ulteriore principio della nuova sociologia della religione è che "le chiese severe sono forti", una conseguenza del pluralismo. Per mantenere potere di attrazione in un mondo caratterizzato dalla concorrenza religiosa, una chiesa o setta deve possedere una forte identità di fede che la differenzia dal resto della società. Si capisce così il motivo della crescita del fondamentalismo, anche all´interno del protestantesimo americano e dell´ebraismo americano, non solo nel mondo musulmano, e perché le religioni più moderate, che cercano di conciliare le differenze con altre confessioni, hanno visto ridursi il numero dei fedeli. E´ comprensibile quindi che i giovani cattolici siano molto recettivi all´ortodossia di Ratzinger e che prassi liturgiche pre Concilio Vaticano II, come la messa in latino o il divieto di mangiare carne il venerdì esercitino un fascino.
Questo insistere sul rigore dell´ortodossia rientra in una visione della chiesa come forte minoranza militante.

Ratzinger sembra più a suo agio nel supermercato delle religioni a competere aggressivamente per la sua fede.


Sirchia condannato a 3 anni
Giuseppe Caruso su
l'Unità

Tre anni di condanna (e interdizione di cinque dai pubblici uffici) per mazzette. Tre mesi in più di quanto richiesto dalla procura. Per l'ex ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, si è concluso male il primo grado del processo per corruzione e appropriazione indebita in riferimento a tangenti pagate sulla fornitura di apparecchiature mediche e prodotti farmaceutici all'ospedale policlinico di Milano, dove lo stesso Sirchia era primario.
I giudici lo hanno riconosciuto colpevole di 2 episodi di corruzione e di uno di appropriazione indebita. Le mazzette, stando alla ricostruzione della procura e ora anche a quella dei giudici di primo grado, sono 130mila euro della società Orto e poi 10 mila dollari della Kavasuma su una partita di sacche di sangue. Si tratta di episodi sui quali entro il prossimo agosto scatterà la prescrizione, come era già accaduto per tutti gli altri fatti compresi nel capo di imputazione. E la prescrizione annullerà di fatto anche la misura dell'interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, decisa dai giudici e collegata solo al reato di corruzione.
Fuori dalla “scadenza”, perché è già passato troppo tempo, resta l'appropriazione di 100 mila franchi svizzeri dalla fondazione "Il Sangue" che Sirchia avrebbe commesso tra il 2001 e il 2004 mentre era ministro della Repubblica. I giudici non hanno tenuto conto sul punto delle obiezioni della difesa: non c'è giurisdizione italiana perché l'ente sta in Svizzera e si tratta al massimo di infedeltà patrimoniale perseguibile solo sulla base di una querela di parte che non c'è. I 3 anni di condanna sono interamente condonati perché coperti dall'indulto in quanto i fatti risalgono a periodi precedenti il maggio del 2006.
Sirchia ha sempre sostenuto di aver incassato i soldi, considerati tangenti dall'accusa, solo il compenso per prestazioni professionali, consulenze scientifiche. Altri 6 imputati sono stati condannati: la pena più alta è spettata a Giuseppe Trudu, all'epoca dei fatti direttore commerciale della Haemonetics Italia, una delle società che avrebbe versato le tangenti. Gli altri condannati sono ex amministratori delle aziende in gara per aggiudicarsi le forniture di prodotti sanitari all'Ospedale Policlinico. Queste le loro pene: 6 mesi a Luca Anzilotti; 2 anni e 6 mesi Gioacchino De Chirico e a Fabio De Rubeis; 7 mesi Riccardo Ghislanzoni; 9 mesi a Ettore Magni; 2 anni e 6 mesi a Giuseppe Straziota. Da ricordare che un'altro degli imputati, il professor Francesco Mercuriali, si suicidò sotto la doccia con una coltellata al petto mentre era agli arresti domiciliari.



  19 aprile 2008