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sulla stampa
a cura di G.C. - 17 aprile 2008


L'eterno ritorno del Cavaliere
Ezio Mauro su
la Repubblica

Questa Italia del 2008 ha infine deciso di scegliere Silvio Berlusconi e la sua destra. È una vittoria elettorale che peserà a lungo sul Paese e sui suoi equilibri, non soltanto per i dati più evidenti, come il distacco di nove punti dall'avversario e la soglia di sicurezza raggiunta alla Camera e soprattutto al Senato grazie anche al concorso decisivo della Lega.

C'è qualcosa di più. Sopravanzato nell'innovazione per la prima volta dall'inizio della sua avventura pubblica, il Cavaliere si è trovato di fronte ad una forte novità politica come il Pd nell'altra metà del campo, capace di chiudere la storia troppo lunga del post-comunismo italiano e di posizionare una sinistra riformista al centro del gioco politico: ristrutturandolo attorno ad un partito a vocazione maggioritaria deciso a parlare a tutto il Paese, dopo essersi separato per la prima volta dalla sinistra radicale. Berlusconi ha inseguito l'avversario, ha inventato su due piedi una costruzione politica uguale e contraria - il Pdl - per impedire che il Pd diventasse il primo partito, si è liberato dei cespugli di destra e di centro, e con questa reincarnazione ha riordinato a sé l'area di centrodestra, riconquistando per la terza volta il Paese.

È questo eterno ritorno la scala su cui va misurato il fenomeno Berlusconi. La vittoria di oggi infatti va letta non tanto come il risultato di una campagna elettorale in do minore ma come il sigillo di un'epoca, cominciata quindici anni fa.

Il Cavaliere l'ha aperta con la sua "discesa in campo", le televisioni, la calza sulla telecamera, il doppiopetto, la riesumazione decisiva di Fini dal sepolcro postfascista, ma anche un linguaggio di rottura, un'ostile difesa di se stesso dalla giustizia della Repubblica, la fondazione di una "destra reale" che il Paese non aveva mai conosciuto, frequentando a quelle latitudini soltanto fascismo o doroteismo.

Quindici anni dopo lo stesso linguaggio che ci è sembrato stanco per tutta la campagna elettorale, lo stesso corpo del leader offerto come simulacro immutabile e salvifico della destra, la stessa retorica politica incentrata sul demiurgo hanno invece convinto ancora e nuovamente gli italiani, siglando il quindicennio. In mezzo, ci sono tre Presidenti della Repubblica, cinque Premier, due sconfitte e due vittorie per il Cavaliere, dunque un'intera stagione politica, che va sotto il nome in codice di Seconda Repubblica. Sopravvissuto a tutto, governi avversi e accuse di reati infamanti cancellati da un Parlamento trasformato in scudo servente e privato, partner internazionali che intanto hanno regnato e si sono ritirati, un conflitto d'interessi così perfetto da passare intatto attraverso le ere politiche, Berlusconi suggella il quindicennio con se stesso, unica vera misura dell'impresa, cifra suprema della destra, identificazione definitiva tra un leader e il destino della nazione, secondo la ricetta del più moderno populismo.

Cos'è questa capacità di mordere nel profondo del Paese, e di tenerlo in pugno? In un'Italia che non ha mai nemmeno rivelato a se stessa la sua anima di destra, ombreggiandola sotto l'ambigua complessità democristiana, il Cavaliere ha creato un senso comune ribelle e d'ordine, rivoluzionario e conservatore, di rottura esterna e di garanzia interna, che lui muove e agita a seconda delle fasi e delle convenienze, in totale libertà: perché non deve rispondere ad una vera opinione pubblica nel partito (che non ha mai avuto un congresso dal 1994) e nel Paese, bastandogli un'adesione, un applauso, una vibrazione di consenso, come succede quando la politica si celebra in evento, i cittadini diventano spettatori e i leader si trasformano in moderni idoli, per usare la definizione di Bauman. Idoli tagliati a misura della nuova domanda che non crede più in forme di azione collettiva efficace, idoli "che non indicano la via, ma si offrono come esempi".

Sta qui - e lo dico indicando l'assoluta novità del fenomeno - il fondamento del risorgente populismo berlusconiano, un populismo della modernità, che supera la cattiva prova di governo del quinquennio di destra a Palazzo Chigi, l'età avanzata, l'usura ripetitiva, la fatica del linguaggio ("sceverando", "mondialmente", "gerarchicizzare"), il gigantismo delle promesse, le ossessioni private trasformate in priorità della Repubblica, come il perenne regolamento di conti con la magistratura. E' un fenomeno che può allargarsi all'Europa, perché in tempi di globalizzazione e di disincanto civico può dare l'illusione di una semplificazione dei problemi, tagliando con la spada del leader i nodi che la politica si esercita con fatica a sciogliere. Ecco perché il populismo può fare da cornice coerente alle paure di cui la Lega è imprenditrice al Nord, rassicurando nella delega carismatica al leader lo spaesamento del Paese minuto, e il suo spavento popolare per ciò che non riesce a dominare.

Così, l'Italia del voto sembra più alla ricerca di rassicurazione che di cambiamento. Ecco perché ha sottovalutato la portata dell'operazione veltroniana di rottura con la sinistra radicale, una scelta che ha dato identità e credibilità al riformismo del Partito Democratico, posizionandolo nell'area della sinistra di governo europea, e che ha ristrutturato in una sola mossa l'intero quadro politico e parlamentare. Ma la novità del Pd non è passata, anzi si è fermata e di fronte ai gravi problemi della parte più debole del Paese è sembrata "politicista". Eppure la semplificazione del gioco politico, con la riduzione drastica del numero dei partiti è in realtà la prima vera riforma della nuova legislatura, e corrisponde a un sentimento diffuso dei cittadini.

Il risultato è un sistema incentrato su due grandi partiti che si contendono la guida del governo, che replicano nel nuovo secolo la coppia destra-sinistra secondo una nuova declinazione, ma restano alternativi. La vera sorpresa, nella scomparsa dal Parlamento di tutte le forze politiche sopravvissute al crollo della Prima Repubblica, è la sconfitta senza appello della sinistra radicale guidata da Bertinotti, che non entra alle Camere: probabilmente perché i cittadini ritengono i partiti dell'Arcobaleno responsabili del gioco di veti, attacchi, critiche e riserve che ha paralizzato e affogato nel dissenso il governo Prodi, e anche perché i militanti e i simpatizzanti non hanno creduto che l'accrocco della lista fosse davvero l'embrione di un nuovo partito-movimento, bensì un espediente puramente elettorale.

E crea, naturalmente, una responsabilità in più per il Partito Democratico, che deve re-imparare a declinare quel concetto di sinistra, deve farsi carico di un'attenzione sociale e culturale più che politica, per non lasciare allo sbando e senza voce le domande più radicali del Paese.

Ciò non muta affatto l'identità del Pd, che la leadership di Veltroni ha posizionato nel luogo politico più utile a intercettare consensi dal centro e da sinistra. Quei consensi sono arrivati in misura inferiore alle attese: ma bisogna tener conto dell'abisso di impopolarità che il Pd ha dovuto colmare prima di poter incominciare a competere, un giudizio negativo sulla coalizione che ha divorato il governo Prodi nelle sue lotte intestine.
Veltroni doveva insieme - in questa prima volta - reggere quell'eredità e discostarsene, marcando il nuovo. Il risultato è la sconfitta, ma con una forza riformista del 33 per cento una quota mai raggiunta in passato (anche se bisogna ricordarsi che la sinistra così parla solo a un terzo del Paese) e un partito nuovo che ha retto il varo nella tempesta di una campagna elettorale troppo ravvicinata alla sua nascita. C'è lo strumento adatto ad una partita che il Paese non ha mai conosciuto, la sfida riformista per il cambiamento. Sarebbe un delitto se il cannibalismo tipico della sinistra si esercitasse adesso contro quello strumento e la sua leadership, ricominciando da zero un'altra volta, per procedere di fallimento in fallimento.


Quanto a "Repubblica", ha già fatto l'esperienza della destra, giocando la sua parte, e senza mai inseguire il ruolo di giornale di opposizione, perché non è un partito. Preferiamo semplicemente essere un giornale: con una certa idea dell'Italia, diversa da quella oggi dominante, un'idea certo di minoranza, e che tuttavia secondo noi merita di essere custodita e preservata.


Una storia finita
Ernesto Galli Della Loggia sul
Corriere della Sera

Ha ragione chi ha notato che il nuovo Parlamento italiano nato dalle elezioni di domenica e lunedì sarà l'unico dei principali parlamenti europei dove non troverà posto alcun partito che nel nome si richiami al socialismo o al comunismo. E questo accade nonostante che, come è noto, partiti con quei nomi abbiano segnato profondamente per decenni la storia della sinistra italiana e, insieme, la storia del Paese. Siamo di fronte, insomma, a una svolta profonda non solo del nostro sistema politico, ma della nostra intera vicenda nazionale, del lungo e tormentato configurarsi delle culture politiche italiane. Svolta tanto più significativa in quanto poi coincide con lo schierarsi elettorale a destra di tutto il Nord, cioè delle regioni più industriose, più ricche e più avanzate della penisola, un tempo, in molte zone, roccaforti della sinistra che aveva il socialismo o il comunismo nella propria insegna. Da questo punto di vista è oltremodo indicativo il sorprendente successo della Lega in una regione come l'Emilia Romagna, con oltre il 7% dei voti alla Camera.
In realtà la Prima Repubblica non è finita nel 1994, è finita ieri; e il terremoto che ha colpito la sinistra può essere interpretato come la conseguenza del modo miope e insufficiente con cui proprio la sinistra affrontò 15 anni fa la crisi di quella fase della democrazia italiana, non cogliendone né il significato né le implicazioni. E perciò riducendosi oggettivamente, allora e poi, a un ruolo di puro e semplice freno anziché di spinta e di direzione.
Ciò che portò alla fine la Prima Repubblica fu essenzialmente la mancanza di alternativa di governo, il fatto che per svariati decenni a reggere il Paese fossero più o meno sempre le stesse forze. Uno degli effetti ne fu per l'appunto la vasta corruzione (da qui Mani Pulite), insieme alla progressiva decrepitezza dei meccanismi e degli strumenti amministrativi (per primi quelli dell'amministrazione statale) e all' inamovibilità castale delle élites del Paese in quasi tutti i campi. Inutile dire il motivo della mancanza per tanto tempo di una credibile alternativa di governo: la presenza all'opposizione di un Partito comunista il cui sfondo ideologico e la cui collocazione internazionale, essendo entrambi storicamente contigui alla vicenda bolscevico- sovietica, non lo legittimavano a governare una democrazia occidentale come l'Italia.
La fine dei partiti di governo della Prima Repubblica (Dc e Psi) per effetto delle inchieste giudiziarie di Di Pietro non ebbe l'effetto di spingere quelli che erano ormai i reduci del naufragio comunista a una revisione radicale della propria storia. E neppure li indusse a una rivisitazione altrettanto radicale di tutto l'impianto socio- statuale italiano, delle reti d'interesse, dei luoghi di potere accreditati, delle convenzioni bizantine, delle fame posticce di un regime ormai alle corde.
Ebbe anzi un effetto paradossalmente pressoché opposto. Indusse gli ex comunisti a considerarsi quasi come i curatori testamentari di questo insieme di lasciti, facendosi catturare dalla tentazione di poterne addirittura diventare agevolmente gli eredi. Ciò che infatti cominciò fin da subito a verificarsi. Con la conseguenza però che abbagliati da questa facile conquista gli scampati al naufragio comunista non sentirono più l'urgente necessità, che invece avrebbero dovuto sentire, di buttare a mare alla svelta il proprio patrimonio ideologico, di ravvedersi senza esitazioni delle loro mille cantonate, di prendere coraggiosamente un nome e un abito nuovi. O, se lo fecero, presero a farlo con tempi politicamente biblici, dell'ordine degli anni.
Nel frattempo, come dicevo, orfano della protezione un tempo elargitagli dalla Dc e dal Psi, il potere tradizionale italiano cresciuto e prosperato sotto la Prima Repubblica si apriva volenterosamente a quelli che esso riteneva ormai i nuovi padroni della situazione. In breve tutto l'establisment economico- finanziario del Paese, tutta la cultura, tutta la burocrazia, tutti gli apparati di governo, dalla polizia alla magistratura, gran parte del vecchio cattolicesimo politico divennero o si dissero di sinistra.
Ma proprio la massiccia operazione di riciclaggio e di "entrismo" da parte dei vertici della società italiana e dei suoi poteri, nell'area della sinistra ex Pci, insieme all'esasperante lentezza con cui procedeva la revisione ideologica di questa, hanno valso a porre il partito della sinistra ex comunista, nell'ultimo dodicennio, in una posizione sostanzialmente conservatrice. L'hanno reso di fatto il tutore massimo dell'esistente, incapace di comprendere i grandi fatti nuovi che si andavano producendo nel Paese, di rompere incrostazioni e tabù, restio a politiche animate da coraggio e da fantasia, timoroso infine di rompere le vecchie solidarietà frontiste. In vario modo questa parte, invece, se la sono aggiudicata fin dal 1994 le varie destre che allora videro la luce e/o che allora presero a ricomporsi. Le quali, a cominciare da Berlusconi, hanno invece avuto facile gioco, esse sì, ad apparire fino ad oggi (e quale che fosse la realtà) tese al cambiamento, lontane dal potere costituito, prive di troppi pregiudizi ideologici, in sintonia con la pancia e con le esigenze più vere del Paese.
Il merito indiscutibile di Walter Veltroni è stato quello di capire che sulla strada iniziata nel lontano 1993-94 la sinistra non poteva più procedere. Prendere le distanze dal governo Prodi ha voluto dire precisamente prendere visibilmente le distanze dalla tradizione.

Veltroni ha capito che bisognava cancellare questa storia, la quale era stata anche tanta parte della storia della prima Prima Repubblica; che era finalmente giunto il momento di porre fine alla Prima Repubblica. Per farlo ha oggi dovuto pagare un prezzo assai alto, certo. Ma i conti veri, come sempre, si potranno fare solo alla fine.


Come sopravvivere allla coppia B&B
Roberto Cotroneo su
l'Unità

In qualche modo bisognerà farcela. Da qualche parte una possibilità c'è. Per tutti quelli che martedì 15 aprile, come in un romanzo di Kafka, si sono svegliati, e si sono accorti, in un momento, che da ieri, l'Italia sarà di nuovo berlusconiana c'è bisogno di una terapia di sostegno, di un appoggio, di una ragione. Molti vagano increduli, altri sfogliano nervosamente vecchi giornali per ricordarsi com'era solo due anni fa, altri ancora credono che con questa maggioranza “stabile” nessuno ce la farà, perché gli anni potrebbero essere cinque, non uno di meno, e si dovrebbe camminare nella valle del regno di Berlusconi fino al 2013.
Fino al 2013 con Bossi e Cicchitto, con Fini e Maroni, con la Carfagna e Bondi, con Borghezio e Calderoli. Fino al 2013 con Gasparri, con Alemanno, con Lombardo. Fino al 2013 tutti là appassionatamente, o magari anche no, magari anche a litigare ogni tre minuti, ma certi che questa volta il potere se lo tengono stretto e si governa fino alla fine. E se qualcosa va fatto, allora non bastano palliativi facili. E ci sono una serie di strategie che si possono adottare da subito.
1. Evitare le trasmissioni televisive politiche. Innanzi tutto "Porta a Porta". Cominciare a pensare con determinazione che la politica non esiste più in quella forma, e che se ne può fare a meno. Rimuovere, se è possibile. Guardare in televisione solo film e naturalmente molto sport. Occuparsi più di calcio mercato che di toto ministri, ostentare un'indifferenza totale verso qualsiasi tipo di nomina pubblica o istituzionale, per chi vive a Roma tenersi lontani da piazza Montecitorio, perché non vengano pensieri angosciosi.
2. Darsi un'anima internazionale. Le prime tre pagine di qualsiasi quotidiano lasciarle direttamente all'edicolante. Se è opportuno munirsi di una piccola taglierina per rendere l'operazione più semplice. Almeno una volta a settimana immergersi nella lettura di Limes e occuparsi di esteri con passione e competenza. Sapere tutto dell'Africa, della Cina, del Sudamerica. Non sapere nulla della politica interna, tanto non c'è che da incavolarsi. E poi l'opposizione in Parlamento e solida e compatta, e ci penseranno loro. Ovvio. Per quanto riguarda i telegiornali, saltando i primi quindici minuti si dovrebbero evitare le cose peggiori. Dunque Tg1 e Tg5 iniziano per definizione alle 20 e 15 e il Tg2 alle 20 e 45. Desintonizzare per principio Rete 4 dal proprio televisore per non incappare neppure casualmente in Emilio Fede. …
3. Pensare il meno possibile. Non è opportuno andare a riposarsi, o fare immediate vacanze, in eremi umbri e toscani, in luoghi di riflessione, o in regioni, comuni e provincie amministrate dal centro sinistra in modo particolarmente efficace. Provoca stati d'ansia. Provoca stati d'ansia anche finire in luoghi amministrati dal centro destra, perché poi si capisce cosa ci aspetta. Stare a casa propria è molto meglio. E circondarsi di feticci e simboli rilassanti e positivi. Con pochi euro e possibile farsi stampare una gigantografia di Obama da appendere in salotto, ma senza la frase "we can".
4. Molta natura. La natura funziona sempre. E soprattutto non l'ha inventata Berlusconi, fino a prova contraria. Passeggiate, studio degli insetti, della flora e della fauna. Per chi ama il mare sono indicate lunghe passeggiate sulla spiaggia. Basta che non sia la Costa Smeralda.
5. Molta natura, ma evitare accuratamente le passeggiate per la pianura Padana, o lungo gli argini del Po. Si rischia di incontrare gente con l'armatura che riempie ampolle dal fiume. E vengono inquietanti pensieri.
6. Trovarsi un hobby. Può essere uno sport, ma anche no, ovviamente. Indicati sport ossessivi senza attinenza con la cronaca politica. Il calcio ad esempio non è molto indicato. Meglio il golf. E può funzionare anche il Polo. Per chi non riesce a fare a meno di pensarci, a Berlusconi e Bossi al governo, potrebbero andare bene anche gli scacchi, la dama, il backgammon, e in genere i videogiochi. Da evitare assolutamente i giochi da tavolo. Sopra ogni cosa il “Monopoli”.
7. Allontanarsi il più possibile dalla contemporaneità. Non leggere saggi sull'Italia di oggi, darsi alla magia della letteratura. Esotismo, esotismo e ancora esotismo. Imparare a ballare, per chi non sa farlo. Balli di coppia, scegliendo accuratamente partner che non siano di centro sinistra. Perché poi si finisce per parlare solo di Berlusconi. Tutti i balli vanno bene, eccetto quelli da viveur anni Sessanta. Per chi con il ballo ha dei problemi, imparare a suonare uno strumento, o perfezionarlo è un buon modo per dimenticare. Iscriversi a una stagione di concerti, rigorosamente musica classica. Rarefazione e distanza fanno bene, meglio la musica barocca. Il rigore e le geometrie di Bach fanno illudere di vivere in un Paese migliore.
8. Per chi è single, il vecchio metodo di trovarsi subito un fidanzato o fidanzata potrebbe essere di aiuto. Ma attenzione. Meglio uno straniero o una straniera. Per motivi immaginabili, non pensano troppo a Berlusconi, e non sanno quasi chi siano Bossi o Maroni. Se proprio non si può andare oltre Italia, scegliere anime gemelle nell'area dell'astensionismo. Niente politica, per favore.
9. E niente cultura. Leggere libri certo. Ma meglio non frequentare presentazioni di testi impegnati, cineforum, teatro sperimentale, o musicisti contemporanei. Finisce che ti senti di nicchia. E non va bene affatto.
10. Attendere. Con pazienza. Non c'è altra possibilità. Ascoltare la radio di notte. È raro che telefoni Berlusconi a quell'ora durante i programmi. Uscire circospetti, provare a sorridere, nonostante tutto. Convincersi che pioverà per cinque anni, più o meno. Perché è andata così. L'importante, come dice il poeta Paolo Conte, è che piova sugli impermeabili, e non sull'anima.


Sindrome di Amleto
Emanuele Mancuso su
La Stampa

Nella legislatura 1996-2001, il centrosinistra, che aveva vinto le elezioni, travagliato da crisi e difficoltà varie, espresse tre presidenti del Consiglio: Prodi, D'Alema e Amato. Nelle elezioni del 2001, segretario dei Ds Veltroni, l'Ulivo non si alleò con Rifondazione comunista, responsabile della crisi del primo governo e non candidò né Prodi, né D'Alema, né Amato. Veltroni propose come leader il sindaco di Roma, Rutelli, che ottenne il consenso della coalizione ma non degli elettori. In quella campagna elettorale l'Ulivo esaltò i risultati ottenuti dai suoi governi sul terreno del risanamento dei conti pubblici e dell'impegno internazionale (soprattutto nel Kosovo) ma non candidò nessuno dei protagonisti di quella politica. Veltroni, prima del voto, lasciò la segreteria dei Ds e si candidò a sindaco di Roma. Il Cavaliere vinse. Come sappiamo, nel 2005, Berlusconi dopo cinque anni di governo era in difficoltà, Prodi ricompose la sua coalizione includendo la sinistra radicale e per un soffio vinse le elezioni.

Ma il governo non ha retto, dopo due anni si sono sciolte le Camere e il 13 aprile abbiamo votato. Intanto era nato il Pd, Veltroni non più sindaco di Roma (si ricandida Rutelli) guida il nuovo partito impegnato subito nella campagna elettorale. La coalizione prodiana però si scompone: il Pd si allea con Di Pietro e incorpora i radicali, il Partito socialista si presenta "solo", la sinistra-sinistra si unifica nell'Arcobaleno. Ma nella campagna elettorale, come nel 2001, il presidente del Consiglio sparisce. Qual è il giudizio del Pd sull'opera del suo governo non si capisce: si recita l'Amleto dell'essere e non essere.

Tutti, Pd e Arcobaleno, pensano che la presa di distanza da Prodi, senza chiarire le ragioni, basti a superare le difficoltà. Del resto il Pd e l'Arcobaleno sono formazioni la cui identità richiama "l'essere e non essere". E il risultato è quello che conosciamo. A conti fatti, il centrosinistra, nel suo complesso, rispetto al 2005 ha perso il 5,7 per cento. Su questo dato però non si ragiona. Invece bisogna ragionare. Se la sconfitta della sinistra radicale avesse prodotto la vittoria del Pd, i leader di questo partito potrebbero parlare di successo della loro strategia. Ma le cose non stanno così: la sinistra radicale ha perso 7 punti e il Pd rispetto all'Ulivo ne ha guadagnati 3.

Alcuni giornali sommariamente hanno fatto grossi titoli dicendo che "La sinistra è fuori del Parlamento". Ma quale sinistra? È vero che Veltroni ha detto e ridetto che il Pd non è un partito di sinistra, ma non si può certo dire che in quel partito, la cui identità è incerta, non ci siano forze di sinistra! Lo stesso Veltroni ha chiesto al socialista Zapatero messaggi di auguri per le elezioni, a Roma è arrivato il sindaco di Parigi, socialista e gay, per la campagna di Rutelli, abbiamo letto dichiarazioni di appoggio al Pd dei leader del partito socialista europeo: ma il Pd non è un partito di sinistra. Tuttavia l'assenza nel Parlamento dei socialisti e della sinistra radicale, che certo non spariscono dalla società, pone dei problemi. Li pone alla sinistra radicale che non può riversare sulle spalle di Veltroni la sua sconfitta. È una spiegazione infantile. Se la tua esistenza dipende da chi non ti vuole in vita c'è qualcosa di sbagliato in come tu vivi. Lo stesso ragionamento va fatto per i socialisti. Ma il Pd non può dire: tutto questo non mi interessa.

Io non credo negli scenari prefigurati da Cossiga, il quale teme che a sinistra si verifichi una deriva estremista e addirittura terroristica. Ma il problema c'è. L'esigenza di incanalare movimenti, tensioni e pulsioni sociali e politiche, che possono esprimersi sul terreno extraparlamentare, nell'ambito della dialettica democratica e parlamentare, sarà un tema di questa legislatura.



Quell'incontro segreto tra Silvio e Walter
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA - Il dialogo è iniziato. Berlusconi e Veltroni hanno avuto un primo colloquio riservato. Ed è un dettaglio se i due si siano visti l'altra sera a casa di Gianni Letta — come testimoniano i movimenti delle scorte addette alla sicurezza — o se si siano solo sentiti. È certo comunque che il futuro premier e il leader del Pd hanno iniziato a discutere sui rapporti tra maggioranza e opposizione.
Il rendez-vous — secondo fonti autorevoli — non è servito solo ad affrontare la questione delle "regole del gioco". Al centro del colloquio ci sono stati infatti anche altri temi: dal "caso Alitalia" — che passa nelle mani del prossimo governo — fino al sostituto di Frattini alla Commissione europea, nomina che invece Prodi rivendica e non vuol lasciare a Berlusconi. "Casa Letta" evoca la stagione della Bicamerale e dei rapporti tra il Cavaliere e D'Alema sulle riforme istituzionali. Ma il segno del colloquio dell'altro ieri tra Berlusconi e Veltroni è assai diverso rispetto a quello del '97, anche perché il tema della legge elettorale — ad esempio — sarebbe stato per ora accantonato. "È l'ultima delle nostre preoccupazioni", ha spiegato il leader del Pdl dopo il colloquio.
È vero che sullo sfondo già si staglia lo scoglio referendario del prossimo anno, ma la tesi del futuro premier è che l'attuale sistema di voto vada "difeso, magari aggiornato con alcune modifiche, perché ha dimostrato di essere valido": "D'altronde, proprio con questa legge elettorale è stato sconfitto il disegno centrista". Insomma, una "buona azione di governo", unita a una "buona relazione con l'opposizione" e all'avvio delle riforme, a detta del Cavaliere, depotenzierebbe l'appuntamento del 2009 fino a renderlo inoffensivo.
E non c'è alcun dubbio che il rafforzamento del bipartitismo stia molto a cuore al leader democratico, convinto anche lui che non si debbano aprire varchi a eventuali terzi poli. Perciò l'incontro di ieri mattina tra Casini e D'Alema ha irritato l'inquilino del Loft, ed è parso ai dirigenti del centrodestra come "la risposta all'asse tra Berlusconi e Veltroni".

Il timore che tra i democratici sia iniziata una resa dei conti dopo la sconfitta elettorale allarma la nuova maggioranza: "Quando Prodi ufficializza le sue dimissioni da presidente del Pd — prosegue Matteoli — e quasi lega questo annuncio al fatto che sarà lui a decidere il successore di Frattini in Europa, bisogna capire se dietro c'è un disegno. Siccome circola voce che alla Commissione voglia andarci D'Alema, se Prodi nominasse il ministro degli Esteri uscente farebbe un favore a Veltroni. Perché con D'Alema a Bruxelles, il leader del Pd avrebbe campo libero in Italia. Ma io non credo al buonismo di Prodi...".
Infatti tra i possibili sostituti di Frattini si parla di Enrico Letta e soprattutto di Fassino. Una cosa però è certa: Berlusconi vuol garantirsi con il suo (ex) sfidante, quelle che proprio Veltroni chiama "le regole della buona convivenza". Raccontano che il Cavaliere abbia dato assicurazioni all'interlocutore, pronto a confrontarsi a patto che il dialogo non venga utilizzato per alimentare strumentalmente divisioni nel Pd.
L'interesse a un solido rapporto politico oggi è reciproco: per Veltroni è un modo di consolidare il ruolo di capo indiscusso dell'opposizione, per Berlusconi è l'opportunità di governare senza l'ansia di dover fronteggiare in Parlamento una controparte barricadera e pregiudizialmente ostile. Perché in agenda ci sono molte questioni: l'Alitalia, certo, ma anche riforme in materia giudiziaria ed economica, che ieri — guarda caso — l'ambasciatore americano in Italia ha definito "necessarie". E nel Pdl è opinione comune che il dialogo con il Pd sia "necessario". Il segretario del Pri Nucara lo ha ribadito a Fini: "Teniamoci stretti Veltroni, ce n'è bisogno in vista di una fase difficile. È alto il rischio che abbia ragione Cossiga e che scoppino tensioni sociali, con la sinistra radicale fuori dal Parlamento". Fini ha condiviso, ed è corso con la mente "al primo maggio", "alle piazze d'Italia piene di bandiere rosse": "E finché sarà così, va bene...". Va bene che Berlusconi e Veltroni abbiano iniziato a dialogare.


Asterix, la Baviera e il Lombardo-Veneto
Gian Enrico Rusconi su
La Stampa

Sconcerto, sarcasmo, attesa. Una mescolanza di sentimenti ambivalenti e di giudizi contrastanti caratterizza in queste ore i commenti europei sull'Italia dell'immediato dopo-elezioni. Ma l'ironia è il motivo più appariscente, presente specialmente nei titoli dei giornali. I contenuti dei commenti sono più cauti e attenti. Ma segnalano sempre una grande sorpresa.

Tipica è la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il giornale più importante in Germania, che non esita a mettere in prima pagina due vistose vignette di Asterix sotto il titolo "Perché di nuovo Berlusconi?". E Obelix risponde. "Sono matti questi romani!".

L'editoriale che accompagna le vignette è più controllato. Ma non dice né spiega in che cosa consista esattamente "la follia" politica degli italiani. Il sottinteso è che Berlusconi continua a essere considerato incapace di risolvere i problemi italiani ed è guardato con sospetto. All'interno dello stesso giornale c'è uno scontato riferimento a "Peppone", incarnazione della sinistra Arcobaleno, che è sparito dalla scena politica. Ma nell'articolo che volonterosamente descrive la confusione italiana, manca una spiegazione convincente. L'Italia, che con i suoi problemi d'invecchiamento della popolazione, di inefficienza, disoccupazione, crisi sociale si affida a un miliardario padrone di un vasto sistema mediatico, rimane semplicemente un enigma. "Un cangiante, impenetrabile solista da operetta nel concerto europeo". Rassegniamoci a questo modo di vedere il nostro Paese, fatalmente associato al berlusconismo sulla falsariga inaugurata anni fa. In questa ottica la tonalità più facile per il commentatore estero è il sarcasmo.

Ce lo siamo meritato? Tocca a noi - sostenitori o avversari di Berlusconi - spiegare agli europei che cosa sta accadendo davvero all'Italia. Ma è molto difficile, per molte ragioni. La prima ragione ovviamente è perché ce lo stiamo spiegando appena ora e faticosamente tra noi. La seconda è che usiamo un gergo politico-giornalistico praticamente intraducibile nelle altre lingue europee. Il terzo motivo - il più triste - è che l'immagine dell'Italia in questi anni è precipitata così in basso in ogni classifica di stima e simpatia, per cui rimontare è un'impresa disperata. Possiamo protestare quanto vogliamo, affermando che tutto questo è ingiusto. Ma ormai c'è un macigno comunicativo che rende difficile dialogare e farci intendere davvero (al di là delle cortesie diplomatiche) dai partner europei. Del resto - e l'abbiamo scritto più volte su La Stampa - la campagna elettorale da parte dei leader dei due schieramenti è stata segnata da una scandalosa disattenzione alla politica estera ed europea. Siamo inchiodati ai nostri problemi interni, tutto è letto in chiave interna. Con una punta di vittimismo verso il grande mondo esterno, fuori da casa nostra.

La domanda-chiave ora è: il nuovo governo invertirà la rotta autoreferenziale, ricercherà contatti reali con i partner europei, oppure ci chiuderemo in un grande leghismo nazionale? A questo proposito, osservando la nuova cartina politica delle regioni settentrionali, viene spontaneo pensare a una situazione bavarese con una forte e dominante Csu. La Lega come una possibile variante del "Partito sociale cristiano" tedesco-bavarese? È un accostamento epidermico o un'ipotesi da valutare seriamente?

A prima vista le differenze storiche e culturali sono abissali. Da una parte in Baviera c'è un partito storico, profondamente radicato in una regione che ha goduto d'una millenaria autonomia statale, dotato di un'ideologia conservatrice tradizionale ma capace di una straordinaria dinamica modernizzante. Dall'altro (tra le Alpi e il Po) c'è una forza nuova aggressiva, dall'ideologia visionaria sconclusionata, con comportamenti contraddittori ma capace d'interpretare bisogni di strati sociologicamente misti, tenuti assieme dall'appartenenza territoriale e da un intenso senso d'incertezza economica, sociale e persino culturale. Il collante sembra essere il crescente risentimento contro un centro politico statale "romano", inefficiente e percepito come rapace. È troppo poco per trasformare la Lega in un partito social-popolare come la Csu e inventare una Baviera nell'Italia nel Nord.

La Baviera ha una tradizione antica di autonomia da gestire e modernizzare oculatamente, in un sistema nazionale federale solido e condiviso. Nelle regioni settentrionali italiane invece un sistema di autonomie amministrative è tutto da costruire: un sistema che il centro politico e partitico in decenni di chiacchiere non è mai riuscito a proporre. Questo complesso di autonomie amministrative (definito federalismo fiscale) rischia ora d'essere raggiunto a colpi di mano, con il pericolo di rompere il tessuto nazionale che soltanto un autentico sistema federale può garantire.

Ci si lascia andare anche alle reminiscenze del Lombardo-Veneto quasi a surrogare con un'esperienza storica reale l'irrealtà della Padania. Ma occorre andare cauti con le ascendenze storiche che hanno la pretesa di legittimare iniziative politiche che rispondono a logiche completamente diverse. La relativa autonomia del Lombardo-Veneto storico non rispondeva affatto ad alcuna struttura federalista o autonomista in senso moderno, bensì alla logica di un impero plurinazionale, nato e sviluppato per conquiste e accorpamenti di territorio. Anzi con il passare degli anni l'impero mostrava chiare tendenze al centralismo modernizzante. La buona amministrazione asburgica aveva poco a che fare con l'autonomia. Erano e sono due problemi diversi.


Lasciando le suggestioni storiche e tornando alla dura realtà odierna, la vera domanda è se la coalizione politica, guidata da Berlusconi, uscita vincente dalle consultazioni con il decisivo contributo della Lega, sarà in grado di proporre un sistema di autonomie fiscali senza pregiudicare la necessaria coesione nazionale.

Evidentemente questa impresa non può essere lasciata alla buona volontà, al senso di moderazione della sola Lega che, consapevole della sua nuova forza, dovrebbe abbandonare i toni aggressivi del passato. Ma appartiene al Dna della Lega tenere alta la tensione sui suoi obiettivi. La strategia delle dichiarazioni minacciose seguite dalla loro sdrammatizzazione ha funzionato troppe volte per essere facilmente abbandonata. Ciò che colpisce tuttavia nelle ultime vicende, nelle prese di posizioni pubbliche soprattutto di Umberto Bossi, è l'accentuazione del rapporto fiduciario personale con Berlusconi. Non credo che l'insistenza del leader leghista sul "mantenere la parola", sul valore dell'"amicizia personale" siano semplici espressioni retoriche o sentimentali. È un modo di mettere in gioco esplicitamente il ruolo di leadership di Berlusconi e con essa la capacità di far marciare verso il federalismo fiscale tutto il Popolo delle Libertà.

Ma un serio sistema di autonomia fiscale non può essere costruito contro il Partito democratico e le altre formazioni schierate all'opposizione. Da qui l'altro quesito: chi oggi ha la credibilità e l'energia di far convergere tutte le forze politiche ragionevoli attorno a un grande progetto comune, senza che siano evocati "inciuci" o altre formule politicamente diffamatorie?


Salvate il soldato Fausto
Francesco Merlo su
la Repubblica

Buttare, con l'acqua sporca del comunismo, anche il bambino della sinistra radicale? Non bastonate il cane che annega, perché è il cane da guardia degli interessi deboli, dell'Italia povera. E Walter Veltroni non lasci all'intelligenza di Giulio Tremonti la rappresentanza "sociale e culturale" - come ha scritto ieri Ezio Mauro - di quella "rete di valori, interessi, critiche, opposizioni presenti nel Paese e nella sua storia". Dovrebbe invece, Veltroni, lanciare un ponte alla sua sinistra, anche organizzativamente, magari chiamando, perché no?, Nichi Vendola nella plancia di comando.

E' certamente vero che il comunismo in Italia era diventato il divertimento intellettuale di alcuni professori, la camicia di forza della sinistra incartapecorita. Ma ora che non c'è più Bertinotti, chi, in Parlamento, difenderà gli operai? Davvero il Partito democratico, senza ospitare, come tutti i partiti riformisti del mondo, una rappresentanza di sinistra radicale, basterà a coltivare e proteggere gli interessi dei gruppi sociali più deboli, dagli operai agli impiegati di concetto, dagli insegnanti ai venditori ambulanti, dai piccoli e sempre più terminali bottegai ai giovani disoccupati e sotto occupati? Chi darà cittadinanza politico istituzionale a questo lungo, largo e grosso proletariato italiano, colpevolmente confuso e ridotto solo agli operai di fabbrica?

Per la verità, gli studi della Cgil e le riflessioni dei politologi già nel 2006 segnalavano l'affezione leghista degli operai del Nord, che infatti adesso hanno votato, in maggioranza, per la destra. E si sa che gli ultimi libri di Giulio Tremonti sono puntati contro il fantasma della povertà italiana, alimentata dall'euro forte e dall'ingresso della Cina nella globalizzazione. Tremonti denunzia "i salari italiani orientali erosi dai costi occidentali", propone aiuti alle fabbriche e alle industrie... Non so se è un discorso di sinistra. Sicuramente, in un universo senza più simboli, Tremonti, che è la mente economica non solo di Berlusconi ma anche della Lega, rischia davvero di rappresentare i produttori - operai e imprenditori - molto meglio del Pd e di occupare dunque il posto vuoto lasciato da Bertinotti sia nell'urna e sia nelle sezioni di partito, nella concertazione, nella società dei deboli.

Veltroni ha dunque "una responsabilità in più". Secondo noi ha persino il dovere di richiamare a casa la sinistra radicale operaista, alla quale, troppo sbrigativamente, i rappresentanti degli imprenditori vorrebbero dare il colpo di grazia, con una spietatezza un po' ridicola. Insomma, la Confindustria dovrebbe evitare di cantare una vittoria che potrebbe essere quella di Pirro, o, se preferite, quella di Sansone che morì con tutti i filistei. La perdita di rappresentanza dei ceti deboli infatti potrebbe portare alla fine delle buone maniere nelle fabbriche, nelle strade, nel conflitto sociale.

Non che sia davvero immaginabile un ritorno del terrorismo diffuso, come dice il solito autoreferenziale Cossiga, il quale pensa di compendiare in sé tutto il vissuto e tutto il vivibile: "Nihil novi sub Cossiga" (con la a lunga dell'ablativo). Ma può accadere che esplodano, come attorno alla spazzatura di Napoli, i plebeismi, il luddismo o nuove forme di criminal sindacalismo. E un'avvisaglia la si è avuta, per esempio, in Sicilia dove, la settimana scorsa, i braccianti, esasperati perché nessuno li sta ad ascoltare, hanno bloccato per ben tre giorni i caselli dell'autostrada Catania - Messina.

Secondo noi ad affossare e bastonare Bertinotti è stata soprattutto l'antimodernità dei vari Pecoraro Scanio, quel mondo reazionario che in nome della sacra lucertola immagina un'Italia contadina, non capisce che anche il treno fa landscape, che termovalorizzatori, ponti, autostrade e persino il nucleare sono elementi del paesaggio, sono l'ambiente storico che va difeso, vissuto e sviluppato. Marx era prometeico, industrialista, era contro le utopie rovesciate, contro il cammino all'indietro che, almeno, ai suoi tempi era sognato dal socialismo prescientifico e giustificato dal grado zero dello sviluppo tecnologico. Oggi invece l'utopia antisviluppo è sognata dalle caricature italiane del pensiero verde europeo, in un mondo nel quale la tecnologia è ubiquitaria: dalle lenti a contatto ai telefoni, dall'alimentazione all'ecologia stessa.

Ebbene, non è immaginabile un Partito democratico che, liberatosi dell'antimodernità, non abbia dentro di sé gli operai, anche nella loro rappresentanza estremista. Né si può pensare a un Partito democratico senza i difensori del lavoro dipendente, di quello usurante, dei nuovi poveri (tra i quali, ripetiamo, ci sono gli insegnanti, che guadagnano meno degli operai qualificati). E poi ci sono intere regioni italiane che sono come piccole Albanie e che hanno bisogno di un pensiero di sinistra ma imprenditoriale, sviluppista ma solidaristico.

Bisogna riconoscere per esempio che l'esperienza di Nichi Vendola è molto interessante. Da quando è al governo della Puglia, la cronaca quotidiana non è cronaca nera di scafisti, di morti ammazzati e di sacra corona unita, ma anche di leggi laiche e non estremiste sulla famiglia; e di sviluppo, con un primato nella produzione di energia, l'utilizzo del combustibile da rifiuti, il rigassificatore, il progetto pilota (nel mondo) dei distributori di idrogeno per autovetture. E ancora: gli aiuti regionali ai giovani che vanno a studiare all'estero con il patto che dopo due anni rientrino in Puglia.

Al di là dei risultati, la direzione di marcia è quella giusta: giovani, sapere, sviluppo, tecnologie di ultima generazione, con l'idea vincente che la maniera migliore di difendere gli operai sia produrre ricchezza. Non rivendicarla, ma produrla. Non ci sono soviet senza elettrificazione. E però più che di falce e martello questa di Vendola è una sinistra che sembra fatta di libro e computer.

Ora Veltroni potrebbe far sua la gentilezza di sinistra di Vendola e maritarla con la cultura di impresa, salvare i salari, aggredire il fantasma della povertà ma al tempo stesso progettare futuro: impianti a mare, ponti, città sull'acqua, investimenti internazionali. Parafrasando Gramsci: non contro il capitale ma per il capitale. Suscitarlo e addomesticarlo.



Il Medioriente visto da destra
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

La "discontinuità" in politica estera inizia dall'infuocato Medio Oriente. Far dimenticare l'"equivicinanza" dalemiana. Ribadire all'alleato americano che l'Italia retta dal Cavaliere sarà in prima fila, almeno a parole, nella lotta ai movimenti terroristi mediorientali, includendo nella lista anche Hamas palestinese e Hezbollah libanese. Martino (inteso come Antonio, ex ministro della Difesa nel passato governo di centrodestra, autocandidatosi al ritorno al dicastero di via XX Settembre) docet. Il neo premier "calza" l'elmetto e dopo aver ribadito che il suo primo viaggio ufficiale sarà in Israele, per ricucire non meglio precisati "strappi" tra Gerusalemme e Roma, torna a parlare di Libano.
E lo fa con un'affermazione inquietante nella sua pericolosa genericità: "Esamineremo attentamente le regole di ingaggio dei nostri soldati in Libano, che sono in una situazione abbastanza particolare perché non possono reagire in determinate circostanze", afferma Berlusconi in una conferenza stampa al termine di un vertice del Pdl. Quali siano queste “nuove regole”, il neo premier non lo dice, probabilmente non lo sa. Così come sfugge al Cavaliere che quella in atto nel Sud Libano è una missione Onu e che solo in questo ambito è possibile discutere ed eventualmente modificare i caveat che presiedono l'azione dei caschi blu. Concetto che l'ancora in carica ministro della Difesa, Arturo Parisi, prova a spiegare al primo ministro entrante: "In Libano - afferma - non ci sono regole d'ingaggio distinte per i soldati italiani e quelli degli altri Paesi, ma regole d'ingaggio che valgono per tutti i militari della missione Unifil delle Nazioni Unite; la loro eventuale modifica spetta dunque all'Onu".

Prima impegnativa esternazione del neopremier in politica estera, e prima gaffe. "Stamattina (ieri per chi legge, ndr) ho parlato con il presidente del Libano e gli ho garantito il nostro sostegno e la continuità", dice ai giornalisti Berlusconi. Potenza del Cavaliere: la sua risalita a Palazzo Chigi ha determinato un “miracolo” a Beirut: sì, perché è a tutti noto, ma evidentemente non a lui, che da tempo il Libano è nel pieno di una gravissima crisi istituzionale, il Paese dei Cedri è senza presidente, per uno scontro senza sbocchi tra la maggioranza parlamentare antisiriana e l'opposizione vicina a Damasco. Domanda d'obbligo: ma con chi ha parlato Berlusconi? Risposta ufficiosa, e un po' imbarazzata, di fonti diplomatiche italiane: probabilmente il Cavaliere si voleva riferire al presidente del Parlamento libanese, lo sciita Nabih Berri. Ma se così è, chissà se qualcuno del suo éntourage ha fatto sapere a Berlusconi che Berri è alleato di Hezbollah, il movimento sciita libanese che l'indicato (a sua insaputa?) neo ministro degli Esteri, Franco Frattini, si fa vanto di aver fatto inserire, nella sua passata esperienza di titolare della Farnesina, nella lista nera Ue (assieme ad Hamas) delle organizzazioni terroristiche mediorientali.

"In questa situazione esplosiva, ogni parola va ponderata, soppesata...", dice a l'Unità un diplomatico di lungo corso, profondo conoscitore della realtà libanese e mediorientale. Un consiglio di cui Silvio Berlusconi dovrebbe far tesoro. E al più presto.


  17 aprile 2008