Le istruzioni del Viminale
Un solo segno su un solo simbolo
L'editoriale
Ultima chiamata per una legge contraddittoria e piena di insidie (di Stefano Folli)
Politiche 2008
Le dieci tappe che portano al nuovo Parlamento
Election day- Il vademecum
Tutte le regole per esercitare il «dovere civico» del voto
Agevolazioni per chi viaggia
Il seggio si apre ai disabili
Chi va alle urne
Tra gli «esordienti» prevalgono i maschi
Chi elegge Montecitorio
Chi elegge Palazzo Madama
Gli italiani all'estero
Alle urne anche i cittadini lontani per motivi di servizio
Legge elettorale - Alla Camera
Contro la frammentazione previsti quattro sbarramenti
Le liste in corsa alla Camera
Come ripartire gli scranni
I posti in gioco alla Camera
Legge elettorale - Al Senato
Il premio di maggioranza non garantisce la vittoria
Le liste in corsa al Senato
Liste alleate per superare le «soglie»
All'estero proporzionale puro
Senato con premi regionali
I posti in gioco al Senato
Modalità di voto - Alla Camera
Diventa nullo il voto di chi indica la preferenza
La scheda per il voto alla Camera della Valle d'Aosta
Come si vota alla Camera
Modalità di voto - Al Senato
Le schede con più segni non entrano nel conteggio
La scheda per il voto al Senato della Valle d'Aosta
Come si vota al Senato
Lo scrutinio
La maratona elettorale prosegue fino a notte fonda
Il conteggio dei voti inizia sempre dal Senato
Il lungo viaggio della scheda elettorale
La XVI legislatura
Per il nuovo Parlamento debutto ufficiale il 29 aprile
All'ordine del giorno la scelta dei due presidenti
La tabella di marcia verso l'esecutivo
Amministrative 2008
Guida alle elezioni amministrative
«La presidenza del senato al Pd solo se Napolitano si dimette. E il Colle ce lo prendiamo noi». L'ultimo delirio di Silvio Berlusconi propone uno «scambio» al limite dell'eversione. Ma soprattutto è un autogol. Il Cavaliere è sempre meno sicuro di vincere le elezioni, al contrario di ciò che dice. E straparla. Veltroni: «Così si avvelena il clima del paese». Bertinotti: «L'autorevolezza del Presidente della Repubblica è fuori discussione»
«No comment». L'ira fredda del Quirinale
Vincenzo Vasile su l'Unità
Non una parola. L'ira fredda del presidente scende come una coltre sull'ultimo delirio di onnipotenza di Silvio Berlusconi. Schiocca come uno schiaffo il rigoroso «no comment» di Giorgio Napolitano all'assalto del leader del Pdl di fine campagna elettorale. Ma non è solo per evitare interventi in questa fase di incandescente calore politico che Napolitano stavolta ha scelto di tacere. Si può intuire che con il silenzio più gelido si voglia anche in qualche modo sottolineare l'insussistenza e la povertà delle argomentazioni addotte: «... avendo loro il Quirinale... », è già questa premessa di Berlusconi - prima ancora dell'ipotesi che Napolitano si dimetta - che ha fatto saltare la mosca al naso del presidente, inducendolo a rispondere con un altero silenzio.
Un cambio di passo considerevole, rispetto al precedente rapporto tra Colle e Berlusconi, che sinora era apparso generalmente improntato - per volontà di Napolitano - a scongiurare pericoli di rotture e a ricondurre eventuali polemiche nell'alveo delle sottigliezze diplomatiche e dei distinguo. Il senso è che il presidente della Repubblica non degna, insomma, di una sillaba l'ex premier che pretenderebbe di farlo sloggiare dal palazzo più alto della Repubblica in nome di una concezione proprietaria e privatistica delle istituzioni. Quel che doveva essere detto è stato, infatti, già detto, e messo nero su bianco. Anche recentemente. Quando in un forum con la redazione del Tempo Berlusconi si era già lasciato andare a questa tiritera della presidenza appannaggio «dell'altra parte» e al pronostico della condanna conseguente del suo eventuale prossimo governo alle «forche caudine», c'erano state - era il primo aprile - tre-righe-tre di algida e sferzante replica quirinalizia: «La Presidenza della Repubblica - chiunque ne fosse il titolare - ha sempre esercitato una funzione di garanzia nell'ambito delle competenze attribuitele dalla Costituzione senza mai sottoporre a interferenze improprie le decisioni di alcun governo, e considera grave che le si possano attribuire pregiudizi ostili nei confronti di qualsiasi parte politica».
Detto per il passato (in difesa di Ciampi, su cui la solita precisazione di Berlusconi aveva addensato il grosso delle critiche), per il presente, e preventivamente per il futuro.
Niente pasticci con questa destra
Ezio Mauro su la Repubblica
L´attacco al Quirinale era previsto, ma non così presto, non con questa violenza impolitica, nemmeno con questa improvvisazione istituzionale e costituzionale. E invece ieri Berlusconi, quasi cedendo al crescendo di frenesia che scambia per politica, ha apertamente ipotizzato che la sua vittoria alle urne possa portare addirittura all´uscita di scena del capo dello Stato Giorgio Napolitano, costretto a dimettersi per conformarsi in fretta e furia al nuovo ordine, anzi alla nuova era.
Non eravamo ancora giunti fin qui, nel punto più basso della Repubblica, dove si confondono ambizioni e istituzioni, con il demiurgo che dà gli ordini e le massime cariche dello Stato che si devono adeguare. Il Quirinale, di cui si è misurata nei fatti in questi anni travagliati la funzione di garanzia e di tutela della Costituzione, era rimasto fuori dagli appetiti di lottizzazione, inserito in un gioco istituzionale più alto, a cui si misuravano con rispetto anche le legittime ambizioni dei leader. La cosa grave, è vedere un uomo che ambisce a guidare il Paese fissare per convenienza personale e calcolo privato la scadenza anticipata del settennato della massima magistratura, dopo nemmeno due anni dal suo inizio. La cosa gravissima, è la meschinità impolitica della motivazione: la destra, ha detto il Cavaliere, potrebbe anche pensare di «dare» una Camera all´opposizione se il presidente della Repubblica «decidesse di dimettersi» per «fare un gesto nei confronti della nuova situazione italiana» che dovrebbe nascere da una vittoria del Popolo delle Libertà.
Non sono dunque bastati due cicli da Premier del Paese, la doppia conquista di Palazzo Chigi, per trasformare il Capo della destra italiana in un uomo di Stato.
A quattro giorni dal voto, Berlusconi trascina il presidente della Repubblica (salvo poi, come ormai sempre, correggersi) nella battaglia elettorale, come se l´urgenza di prendere il suo posto ascendendo al Quirinale facesse premio su prudenze politiche, doveri istituzionali, galateo costituzionale. La lotta in corso tra destra e sinistra non è per la conquista del governo, come avviene ovunque in Occidente, ma per l´ascesa al potere supremo e incontrollato. Tanto che la vittoria di Berlusconi determina da sola, nel destino della Patria redenta, uno scarto d´epoca e una nuova gerarchia delle istituzioni: che possono soltanto conformarsi alla moderna presa dello Stato. È ancora e sempre, in questo senso, una concezione tecnicamente rivoluzionaria, che fa ogni volta ricominciare la storia dall´anno zero di ogni nuovo avvento berlusconiano. Se Berlusconi vince, dunque, non c´è un nuovo governo come ovunque in democrazia, ma «una nuova situazione italiana», perché la vittoria la riconquista disegna un nuovo ordine, secondo un´interpretazione schiettamente populista della lotta politica, del confronto tra i partiti, del libero gioco tra maggioranza e opposizione. Di più: il destino personale del Cavaliere scandisce il destino delle istituzioni, fissa i tempi degli organi costituzionali, rompe e riordina la continuità repubblicana. La biografia del leader offerta come moderna ideologia della destra.
Ma a questo punto, c´è ancora qualcosa da dire, e non solo a Berlusconi. Chi sosteneva che destra e sinistra in Italia sono uguali, che Pd e Pdl hanno lo stesso programma e lo stesso linguaggio, che dunque Veltrusconi è la soluzione obbligata e perfetta per risolvere i problemi italiani, oggi improvvisamente tace. È bastato che i sondaggi unica religione riconosciuta nel paganesimo vagamente idolatra di Berlusconi rendessero incerto l´esito della contesa, almeno al Senato, e soprattutto mostrassero l´erosione del distacco che la destra aveva accumulato qualche mese fa, per far risuonare la vera lingua del Cavaliere, il suo dizionario politico, la cultura profonda che lo domina.
In due giorni, Berlusconi ha chiesto la perizia psichiatrica per i magistrati che indagano, si è rifiutato di sottoscrivere un patto bipartisan di lealtà repubblicana, ha accusato di comunismo il suo avversario, ha denunciato brogli elettorali prossimi venturi, fino all´attacco al Quirinale e alla denuncia della "mancanza di un regime di piena democrazia nel nostro Paese" perché la sinistra "occupa" tutto. Mentre il suo amico più fidato, costruttore di Forza Italia Dell´Utri ha annunciato che la destra dopo la vittoria riscriverà i libri di storia per espellere la Resistenza, e ha indicato agli elettori plaudenti la fulgida figura dello stalliere mafioso Mangano, definendolo (con l´esplicito consenso del leader) un «eroe» perché «condannato in primo grado all´ergastolo» non ha fatto dichiarazioni «contro di me e Berlusconi». Poco importa che i magistrati inquirenti lavorassero in nome del popolo italiano, e al servizio della Repubblica.
Non c'era bisogno di essere incendiari per auspicare una campagna elettorale più vivace, meno scialba e incolore di quella che si stava snodando nelle scorse settimane. Ma la vivacità non significa nostalgia del linguaggio esasperato e parossistico cui ci avevano abituato quindici anni di bipolarismo primitivo. E nemmeno il festival delle escandescenze verbali, caratteristico di schieramenti che si odiano, si considerano nemici irriducibili e focosamente si lanciano l'un l'altro l'accusa di rappresentare un pericolo per la democrazia. Ecco perché due dichiarazioni partite ieri dal centrodestra si configurano come una duplice, brutta caduta di stile: un improvviso, inconcludente tuffo nel passato. Proporre esami di idoneità mentale per i pubblici ministeri, come ha fatto Silvio Berlusconi a pochi giorni dalle elezioni, comunica l'impressione che il possibile prossimo presidente del Consiglio voglia inopinatamente riaprire la sfida con la magistratura e riaccendere i fuochi di una guerra tra politica e giustizia che ha avvelenato l'Italia per un tempo oramai troppo lungo. Come non scorgere nelle parole del leader del Popolo della Libertà un sentimento vendicativo, un desiderio incoercibile di rivalsa sui propri nemici, che è il contrario di ciò che dovrebbe predicare un uomo politico accreditato come il probabile vincitore della campagna elettorale? E se un esponente di punta del partito berlusconiano come Marcello Dell'Utri promette la revisione dei libri di testo sulla Resistenza «se dovessimo vincere le elezioni», è difficile non sospettare che si coltivi la tentazione di sottrarre il lavoro agli storici e di imporre con metodi politici una assurda storiografia di Stato: come se al posto del pensiero unico delle retoriche egemoni nel passato dovesse subentrare un nuovo canone di interpretazione storica direttamente vidimato dall'autorità politica espressa da una coalizione di governo. Una evidente scivolata censoria e illiberale destinata a intossicare questi ultimi scampoli di campagna elettorale. Ce n'era davvero bisogno?
L'Italia bella che si fida di Veltroni
Antonio Padellaro su l'Unità
A Cosenza, 108esimo capoluogo visitato, sono le sette della sera di martedì 8 aprile e in piazza dei Bruzi ci sono dieci e forse anche dodicimila persone che sgomitano e spingono e premono quelli delle prime file e gridano Walter-Walter e lo afferrano e lo toccano e si aggrappano e lo abbracciano e provano a travolgerlo malgrado la scorta faccia robusto quadrato. Lui, allenato, riesce a lasciare un segno su mani, guance, quaderni, foglietti, cartelli tricolori del Pd mentre cammina veloce inseguito da un tumulto festoso che sta per accerchiarlo ma un attimo prima lo sportello del pullman si apre e si chiude e il candidato, al sicuro, saluta la folla e poi mostra le braccia ai suoi e dice contento: sono pieno di lividi mi hanno menato un'altra volta. Era andata così la mattina a Crotone e il giorno prima a Taranto, Matera, Potenza e domenica pomeriggio a Lecce, ma lì non c'eravamo però ci fidiamo della grande macchia di folla che riempie gli schermi dei pc del servizio stampa a imperituro ricordo. Non è solo il proverbiale calore del sud, spiega Veltroni, perché a Varese, baluardo dell'ostile nord-est, la sala scoppiava e la folla debordò nella piazza, come da fotocolor.
Testimoni più neutri i giornalisti al seguito dal 17 febbraio, cinquantuno giorni fa, concordano sul complessivo successo di pubblico anche se non sempre con la stessa fisicità travolgente. Una cosa straordinaria, pazzesca, mai vista, ripete lui ad ogni squillo di telefonino. Rassicura quelli che si sincerano: certo che sto bene, certo che possiamo farcela, tutta questa gente straordinaria qualcosa vorrà dire...
All'ora di pranzo tra chiazze di neve e sbuffi di vento mentre lo festeggiano alla Tavernetta di Spezzano Silano il pronostico di Marco Minniti viceministro calabrese è che in ogni caso il candidato può fare 1 X 2. Perché, spiega, se vince o pareggia Walter avrà compiuto un miracolo. Ma se pure si perdesse, a questo punto il Pd c'è e non lo ferma più nessuno.
L'architetto delle torri
«Le critiche per l'Expo? Degne del fascismo»
«L'idea berlusconiana del politico che detta legge agli architetti trasuda i mali dei regimi totalitari».
Intervista a Daniel Libeskind di Alessandra Farkas sul Corriere della Sera
NEW YORK La minaccia di Silvio Berlusconi «mi metto a capo del movimento per bloccare le torri che infamano Milano» non lo spaventa. «Ci risiamo con il vecchio stile cinico e antidemocratico di interferire nel processo creativo sbotta Daniel Libeskind . Berlusconi è un politico, non un architetto e dovrebbe attenersi a ciò che sa. Lasciando a Milano e ai milanesi il compito di decidere il futuro della loro città».
Al telefono dalla Lituania, dove insieme a Zaha Hadid e Massimiliano Fuksas ha presentato ieri il progetto per un nuovo museo a Vilnius, l'architetto del Museo Ebraico di Berlino e della ricostruzione dello spazio di Ground Zero replica a distanza a Berlusconi che si era detto «inorridito per il grattacielo sbilenco progettato in Fiera da Libeskind». «Anche nell'Italia fascista tutto ciò che non era "dritto" e "in linea" veniva considerato "arte perversa" ribatte Libeskind . Ma quell'era per fortuna è chiusa. Berlusconi avrebbe dovuto imparare la lezione dagli orrori del totalitarismo e del fascismo». Perché tira fuori il fascismo?
«Perché come americano ed ebreo cresciuto in Polonia lo trovo esecrabile. Il suo concetto di nazionalismo, di chiudere le frontiere e rifiutare il diverso sono ripugnanti. L'idea berlusconiana del politico che detta legge agli architetti trasuda tutti i mali dei regimi totalitari del passato. Abbiamo visto cosa succede quando lo Stato vuole decidere l'architettura». L'ex premier se l'è presa con gli architetti stranieri che sfogano da noi le loro notti insonni disegnando obbrobri.
«È uno xenofobo, un reazionario. Odia gli stranieri e non capisce che gli architetti italiani oggi lavorano in tutto il mondo perché viviamo in un'era in cui abbiamo l'obbligo di pensare al pianeta come a un insieme. Gli consiglio di svecchiarsi». E la proposta di raddrizzare il suo grattacielo in Fiera «perché comunica un senso di impotenza»?
«L'unica cosa che comunica un senso di impotenza è Berlusconi stesso. La mia torre è imparentata ai lavori di Leonardo da Vinci e alla grande cultura italiana che il leader del Pdl non ha il tempo o l'intelletto di studiare. La curva della mia torre non è un errore idiota: si riallaccia alla tradizione, porta una prospettiva da ogni parte del mondo».
Imprenditori antiracket esclusi dall'appalto Gela, cambiati i requisiti della gara. Il sindaco: mi hanno ingannato. Le aziende estromesse per alcune clausole inserite nel bando di gara. «Così finiremo per fallire» Felice Cavallaro sul Corriere della Sera
CALTANISSETTA Da un anno si parla degli eroi di Gela, degli imprenditori che, dopo essersi lasciati succhiare dalla mafia per dieci anni consecutivi 18 mila euro al mese, hanno trovato il coraggio di denunciare e fare condannare gli esattori del racket. A carcere e risarcimenti. Ma adesso che bisogna rinnovare l'appalto per la raccolta dei rifiuti basta qualche clausola nel bando di gara per il rinnovo del servizio ed ecco estromesse le loro aziende.
«Siamo sul lastrico, sull'orlo del fallimento», tuona Riccardo Greco, uno dei sette titolari di imprese che tutte insieme non riescono a raggiungere il fatturato richiesto di 22 milioni di euro, il tetto fissato dall'Ato Caltanissetta2, un consorzio di sei comuni, Gela compreso.
«Bastava indicare una cifra inferiore per evitare di tagliarli dalla gara, facendo partecipare una sola ditta, naturalmente vittoriosa», spiega il loro avvocato Alfredo Galasso, un passato nel Pci e nel Consiglio superiore della magistratura, pronto ai ricorsi. E vista così potrebbe sembrare una vicenda aritmetica, legata a bilanci e dinamiche del mercato. Ma esplode immediata la polemica politica con i suoi risvolti giudiziari. Nonostante a vincere sia stata una ditta al di sopra di ogni sospetto come la milanese Aimeri. Ma con un invisibile ribasso dello 0,1 per cento in una gara dove non poteva non tagliare il traguardo l'unico concorrente.
«Questa è turbativa d'asta», stiletta il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, leader dei Comunisti di Diliberto nell'isola, accusando l'Ato presieduto dall'ex segretario provinciale dei Ds, Franco Liardo: «Mi hanno ingannato». I veleni attraversano questo consorzio dove su sei sindaci quattro sono del Pd e uno Udc. E se Liardo difende il suo consiglio di amministrazione citando «linee guida, direttive comunitarie e regionali », suggerendo agli imprenditori siciliani «di associarsi con aziende più solide», Greco da voce ai suoi colleghi: «Noi abbiamo cercato di farlo, ma tante ditte hanno rifiutato perché facciamo puzza, avendo denunciato il pizzo. Anzi, una impresa locale aveva dato il benestare, pronta poi a tirarsi indietro. È una manovra per tagliarci le gambe».
Sulla diatriba tecnica si sovrappone lo scontro politico tutto interno alla sinistra coinvolgendo un altro autorevole leader nato nel Pci, Lillo Speziale, capogruppo uscente dei Ds all'Assemblea regionale, ricandidato con la Finocchiaro: «Se a Gela è cambiato qualcosa si deve al sindaco e anche a noi, ma non si può pretendere che si faccia un bando indirizzato a qualcuno perché sarebbe un reato. Tuttavia, alla luce di una gara con un sola offerta, per autotutela si può tornare indietro... ». Ed è questo lo spiraglio che spera di imbroccare Alfredo Galasso che un tempo, oltre ai sette «eroi», ne difendeva un ottavo, da qualche giorno socio dell'impresa vincitrice. Una storia di «tradimenti» che fa schizzare altri veleni interni al pianeta antiracket.