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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 7-8 aprile 2008


Il ricatto
Curzio Maltese su
la Repubblica

In una campagna elettorale già mesta è arrivato un supplemento di pena con l´ultima polemica personale fra Berlusconi e Bossi. Dopo la sparata sui fucili del leader leghista, Berlusconi ha risposto con eleganza ai cronisti che Bossi non farà il ministro perché «le condizioni di salute sono quelle che sono».
L´altro ha replicato di star benissimo e Berlusconi ha emesso l´auto smentita di routine. Può sembrare una triste diatriba fra due anziani politicanti alla frutta, ma per evitare seccature smentiamo subito d´averlo scritto nella riga precedente. Il problema è un altro. Nell´ipotesi per fortuna remota in cui i sondaggi si rivelassero esatti, Berlusconi non potrebbe governare né alla Camera né al Senato senza i voti decisivi della Lega. L´Italia ha vissuto un´esperienza simile soltanto per pochi mesi nel 1994, breve ma significativa. La storia si è conclusa con il ribaltone, le accuse della Lega al «mafioso di Arcore» arricchito con «i soldi del narcotraffico» e con il giuramento solenne di Berlusconi di non allearsi mai più con un irresponsabile come Bossi. Nel 2001 i due, come si usa fra galantuomini che si fidano reciprocamente della parola data, fecero sottoscrivere il patto elettorale («fino alla virgola») da un notaio. I voti leghisti comunque non risultarono decisivi in nessuno dei due rami del Parlamento.
Non sarà così la prossima volta, se ci sarà una prossima volta di Berlusconi. Una vittoria del centrodestra consegnerebbe l´Italia alla Lega e ai suoi fucili per spararle grosse. L´immenso potere di ricatto di Bossi si è misurato già in campagna elettorale, sull´allucinante vicenda Alitalia. Berlusconi non si era mosso fino a quando la Lega non gli ha intimato di far fallire la vendita a Air France. Quindi si è inventato la cordata di salvataggio, col risultato di far impazzire il titolo dell´Alitalia e di allontanare (con l´aiuto dei sindacati) la compagnia francese dal tavolo della trattativa. Tutto per proteggere gli interessi della Lega a Malpensa e dintorni. E magari gli interessi inconfessabili di alcuni imprenditori del Nord, in attesa di saltare sul cadavere della compagnia di bandiera per allestire qualche affare "low cost".
Dal 15 aprile la Lega tornerà alla carica per ottenere il federalismo fiscale. Tanto più se davvero l´eventuale governo Berlusconi dovesse abolire l´Ici sulla prima casa, come promesso in campagna elettorale. Sarebbe l´unico modo di «trovare la quadra» di fronte all´insurrezione delle stesse amministrazioni locali del Nord. In compenso, significa anche far fallire la metà delle regioni e dei comuni a sud di Roma. Altro che sgomberare i rifiuti dalle strade di Napoli. E questa fiammata di radicalismo padano non poteva non innescare la reazione uguale e contraria del Bossi del Sud: sentire anche Lombardo che segue il Senatur, evocando i fucili meridionali, è una bella prova dello spirito repubblicano che anima i capi di questo centrodestra.
Il granitico asse Berlusconi-Fini non sarà in grado di rifiutare non soltanto un ministero a Umberto Bossi, ma neppure la presidenza del Senato a Roberto Calderoli, magari in maglietta anti-islmica, e finanche ostacolare, ove la Lega volesse, il ritorno di Irene Pivetti dall´avanspettacolo alle cariche istituzionali. Non saranno in grado di rifiutare nulla. E forse sono anche contenti così. In fondo hanno sempre avuto bisogno di un alibi, di un capro espiatorio di professione, come nei romanzi di Daniel Pennac. Una volta era la Lega, un´altra Casini, la prossima sarà ancora la Lega. La gente dimentica sempre lo show dell´anno prima.


Cannoli e cannoni
Nando Dalla Chiesa su
l'Unità

Staino sull'Unità
Oplà. Il salto di qualità è arrivato. Dai cannoli ai cannoni. La santa alleanza tra i lumbard di Umberto Bossi e il Lombardo siciliano si avvia a scatenare, con la benedizione del fratello di sangue Silvio Berlusconi, un nuovo disastro nella già lacerata società italiana. Ora l'uso dei fucili e dei cannoni, oltre che dalla Padania, viene minacciato anche dalla Sicilia, dove purtroppo le armi (non a salve) contro lo Stato italiano sono già state abbondantemente usate.

E dove Cosa Nostra ha coltivato con assiduo interesse, dopo le stragi del '92 e del '93, progetti secessionisti, inseguendo una "Sicilia libera" dalla presenza dello Stato di diritto. A questo siamo arrivati. E non senza colpe di chi si professerà innocente.

Perché immaginiamo che un qualsiasi parlamentare dell'estrema sinistra, non si dice un leader, ma un peone delle bandiere rosse, pratichi il linguaggio di Umberto Bossi e dei suoi colonnelli padani, e ora del loro alleato siciliano. Vedremmo subito televisioni di stato e private, e stampa padronale e indipendente (per quel che si può) andare all'assalto del malcapitato. E del suo partito. E della sinistra, anzi, dell'intero centrosinistra. E lanciare condanne e anatemi. E pretendere, ancor più, condanne e anatemi e abiure altrui. Sentiremmo accusare la sinistra di ogni abominio. L'intolleranza che trasforma gli avversari in nemici da abbattere. La furia da ghigliottina. I gulag. La contiguità con il terrorismo, anzi, i mandanti del terrorismo. E se poi il centrosinistra prendesse, come certo prenderebbe, le distanze da quel linguaggio, anche in tal caso non la passerebbe liscia. Le condanne e gli anatemi sarebbero sempre tardivi, sintomo di una cattiva coscienza. Le parole del peone delle bandiere rosse sarebbero sempre il frutto del "clima d'odio" seminato a piene mani contro la destra e contro il suo leader. Con i crimini televisivi. O con la strategia della menzogna. Eccetera. Eccetera.

Ecco, forse le prime pari opportunità in una civiltà politica dovrebbero consistere nel ritenere possibili e legittime, o intollerabili e illegittime, le stesse cose se dette o fatte da una parte politica o da quella opposta. Da noi, per una sorta di resa culturale dell'establishment nazionale, si è invece diffusa l'usanza di considerare diversamente gravi le parole, le offese, le minacce, se profferite dalla sinistra o dalla destra. E in particolare di concedere una specialissima immunità alla Lega di Umberto Bossi, della quale ora vorrebbe godere, per una sorta di proprietà transitiva, anche la Lega di Lombardo, sua fresca alleata. Entrambe padrone -ripetiamo, con la benedizione di Silvio Berlusconi- di impiegare un linguaggio che nessuna forza democratica, progressista o conservatrice, impiega al mondo. "Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare il fucile e di andare a prendere queste carogne". "I comunisti sono canaglie antidemocratiche. La sinistra è fatta da canaglie, luride canaglie". "Delinquenti, state molto attenti, che i padani non hanno paura di voi, vi pigliamo per il collo. Carogne tornate nella fogna, là è il vostro posto". Con crescendo rossiniano: "Allora stavolta pigliamo il fucile, facciamo vedere noi, decine di milioni di lombardi e veneti sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate". Questo l'altro ieri. Ieri, come se non bastasse, ha varcato il Rubicone l'alleato siciliano. Il vassoio di cannoli degli amici degli amici è già nello sgabuzzino. E ora si parla di fucili. Da nord e da sud.

Qualcuno pensa che questo linguaggio farà perdere voti al centrodestra? Che per sua causa qualche elettore inorridito possa decidere non si dice di passare dall'altra parte ma di negare il proprio voto al Pdl? Forse, ma non c'è da contarci. Perché il guaio è proprio questo. Che ormai, negli anni, il linguaggio della Lega ha trovato piena cittadinanza nella nostra civiltà politica. Fucili, pallottole, raddrizzare la schiena al magistrato poliomelitico, merde, luride canaglie, mettitela nel culo (la bandiera tricolore), faremo pisciare i maiali (sui terreni delle moschee), Italia bastarda. Ed è con questo linguaggio alle spalle e al suo interno che la destra continua a chiedere credenziali di cultura di governo al centrosinistra. I discorsi leghisti? Fanfaronate, metafore, espressioni paradossali. Sappiamo com'è fatto Bossi, lui parla sempre così. Ora, per non essere da meno, ha deciso di parlare così anche l'altro secessionista.

È difficile dire se da queste parole potranno scaturire comportamenti violenti (bisogna prendere atto che con la Lega questo non è generalmente avvenuto). Certo è che il rischio di un impazzimento del sistema e del costume politico è concretissimo. E che questo linguaggio, che trasuda una specifica ideologia, può produrre una miscela micidiale combinandosi con l'antiparlamentarismo galoppante e con il senso comune da tivù-trash (anche politica) che si sta divorando pezzi di elettorato senza che ce ne rendiamo conto. Con effetti imprevedibili, quanto meno, sul senso dello Stato e sullo spirito civico e di solidarietà nazionale.

Ecco come finisce a spiegarci da anni amabilmente che "lui parla sempre così". No. Lui, loro, non possono parlare così. Perché è consentito prediligere il linguaggio sobrio da Banca d'Italia o quello colorito dell'aia politica. Ma chi, già prima di sapere se andrà al governo, sa di rappresentare comunque le istituzioni non ha facoltà di usare "quel" linguaggio. A meno che non gli si riconosca uno status di minorità intellettuale, quasi da buffone di corte al quale tutto, come nelle migliori tradizioni, è consentito di dire. Purtroppo non si tratta di buffoni. Si tratta di politica, si tratta di voti veri. Di cui la destra, come si dimostrò nel '96, non può fare a meno. E con il cui linguaggio lo stesso Berlusconi mastica da sempre molte affinità. Due buone ragioni per dichiararsi, appunto, fratello di sangue di Bossi e di Lombardo .



L´Economist: Silvio inadatto, meglio Veltroni
Enrico Franceschini su
la Repubblica del 4 aprile

LONDRA - L´Economist vota Veltroni. Il settimanale scrive in un editoriale sul numero oggi in edicola che «gli italiani dovrebbero votare per Walter Veltroni, l´avversario di centrosinistra» di Silvio Berlusconi, nelle elezioni del 13 e 14 aprile. Sul quale Berlusconi, l´Economist non cambia idea rispetto alla copertina con cui lo definì «unfit», inadatto, a governare il nostro paese.
«Agli italiani viene chiesto di votare per qualcuno che è semplicemente inadatto a governare una moderna democrazia», afferma il giornale. «L´Economist, che chiese le sue dimissioni già nel 1994, dichiarò che Berlusconi era inadatto a governare l´Italia. La sua risposta fu una denuncia per diffamazione. La nostra opinione è stata ampiamente provata. Non solo sono continuate le accuse e i conflitti d´interesse, ma lo stesso è stato per gli attacchi contro i giudici, accompagnati da leggi per impedire che alcuna condanna possa sporcare il suo nome». Berlusconi, continua il settimanale, «è ancora l´uomo più ricco d´Italia, ancora assediato da conflitti d´interesse, ancora inadatto a governare. Gli italiani dovrebbero piuttosto votare per Walter Veltroni, suo avversario del centrosinistra». L´Economist riconosce all´ultimo governo Berlusconi solo «modesti miglioramenti nel sistema pensionistico e nel mercato del lavoro», sottolineando che «la maggior parte delle sue energie è stata dedicata a curare gli interessi propri o dei suoi amici». Forse, conclude l´editoriale, ora che si è liberato della maggior parte dei guai legali, Berlusconi potrebbe «pensare di più al suo posto nella storia e meno a come restare fuori dal carcere, potrebbe pensare di non aver nulla da perdere attaccando l´immobilismo che c´è dietro il relativo declino dell´economia italiana. Ma è improbabile. Berlusconi non ha mai mostrato molto interesse per le riforme. Più probabilmente (in caso di vittoria, ndr) punterà a una via populista alla presidenza». Parole analoghe da Bill Emmott, ex-direttore dell´Economist, che Berlusconi definì «comunista» per le copertine contro di lui: «Se vincerà, spero vinca di un soffio, che il suo governo duri poco e che questo sia il suo ultimo urrà, affinché l´Italia, entro breve, possa andare avanti senza di lui». Il Cavaliere replica parlando di «accanimento» da parte del settimanale col quale è già in contenzioso: «Dall´Economist provengono solo bugie, nessuna verità su di me e sul mio gruppo».


Sfida tra alleati
E Umberto decise: niente sconti all'amico Silvio
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

E' vero quanto dice Berlusconi, che tra lui e Bossi c'è «un rapporto speciale». Solo che in politica il Senatur è abituato a non far sconti, nemmeno all'«amico Silvio», e il Cavaliere a volte se ne lamenta perché l'atteggiamento del leader leghista gli ricorda quello di Murdoch: «Rupert — spiegò — sostiene di essere mio amico, poi però cerca di aggredire Mediaset». Più o meno quel che sta facendo il Carroccio in campagna elettorale con il Pdl.

Lo sono eccome, e hanno una forte capacità penetrativa. Tanto che la segretaria dell'Ugl Renata Polverini — tornata da un tour al Nord — ha raccontato ad alcuni dirigenti del sindacato di aver sentito «tanti nostri iscritti decisi a votare Lega». Il metodo, per quanto artigianale, coincide con i rilevamenti di molti istituti di ricerca. Per uno di questi il Carroccio è in crescita costante da un mese, una novità rispetto ai test di ogni precedente consultazione, test nei quali la Lega aveva sempre avuto una flessione nelle settimane a ridosso del voto. Stavolta non è così. E comunque tutte le società demoscopiche la accreditano tra il 5 e il 6%. Tremonti spiega che il «successo» della Lega è dovuto «alla capacità di Bossi di aver fatto passare l'immagine di un movimento in cui convivono rivoluzione e capacità di amministrazione».
Il fatto è che il Carroccio continua a erodere voti al Cavaliere anche per la visibilità e la notorietà del simbolo. Perciò Berlusconi ripete ossessivamente ai suoi candidati di pubblicizzare il marchio Pdl. Insomma, «Silvio» sarà pure «un amico», ma per il Senatùr «competition is competition» al Nord. E ci sarà un motivo se da un paio di settimane lo liscia in contropelo. Berlusconi lancia l'idea della cordata italiana per Alitalia? Bossi commenta che «è difficile riuscirci». Berlusconi rifiuta il duello tv con Veltroni? Bossi dice che «avrebbe fatto meglio ad accettarlo». Berlusconi attacca l'Udc? Bossi sostiene che «dopo le elezioni dovremo rimetterci insieme a Casini». E soprattutto: Berlusconi rimanda a dopo il voto il tema della lista dei ministri? Bossi annuncia che «io andrò al dicastero delle Riforme».
Perché questo è uno dei contenziosi aperti, se è vero che alcune settimane fa il confronto tra i due è stato piuttosto ruvido, con il capo del Carroccio fermo nel chiedere per il suo partito una poltrona di governatore al Nord e il ministero degli Interni a Roma. Il Cavaliere ha messo le mani avanti per la Lombardia: «Formigoni non si muove. Ci sarà anche l'Expo di Milano da gestire». E ha rinviato le trattative sul governo: «Ne riparliamo dopo il voto. Non ci ho messo ancora la testa». Sarà, intanto Bossi per sicurezza gli ha lasciato un post it. Lo si capisce dal modo in cui Maroni — che è stato titolare degli Interni nel '94 — si schermisce sulla questione: «Noi sappiamo accontentarci. Certo, se ci offrissero il Viminale non diremmo no. Tutto dipenderà dal risultato elettorale». Appunto. E il Carroccio sarebbe determinante al Senato qualora Berlusconi approdasse a palazzo Chigi.
«Silvio» ieri ha chiamato «Umberto» dopo la battuta sullo stato di salute del leader leghista che gli impedirebbe di tornare al governo. Il Cavaliere, come al solito, ha detto di esser stato «male interpretato», e Bossi come al solito ha detto di credergli. Tranne poi alzare la posta sul federalismo fiscale, «che andrà varato entro l'estate se vinceremo».



Berlusconi-pensiero: esame mentale periodico per i pm
sommari de
l'Unità

Da Savona il leader del Pdl continua a distillare pillole del suo pensiero. «Il pm deve essere periodicamente sottoposto ad esami che ne attestino la sanità mentale». Poi sugli elettori di sinistra: «Sono antropologicamente diversi, sono sempre incazzati perché la mattina si guardano allo specchio».


Di Pietro su proposta esame di mente ai pm: "Berlusconi pazzo"
recentissime di
Repubblica.it
''Robe da pazzi. Solo un matto può fare affermazioni di questo genere''. Così il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro ha replicato oggi a Torino alla ipotesi sollevata da Silvio Berlusconi di un esame di sanità mentale per i pubblici ministeri. ''Non so - ha detto ironicamente Di Pietro - perché allora limitare questo esame ai pm e non a tutti i giudici o a chi vuol fare il Presidente del consiglio o addirittura ai giornalisti''.


Dell'Utri: "Se vinciamo, via dai libri di storia retorica Resistenza"
recentissime di
Repubblica.it

"I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione". Lo ha detto il senatore Marcello Dell'Utri in un'intervista rilasciata a Klauscondicio, contenitore di approfondimento politico in rete.


Quelle torture dall´Iraq a Bolzaneto
Adriano Prosperi su
la Repubblica

NELL´ITALIA che ha mandato i suoi uomini in Afghanistan meriterebbe un qualche interesse un documento segreto del ministro della Difesa americano che è stato reso pubblico il 31 marzo scorso e sul quale ha richiamato l´attenzione il Washington Post. Si tratta di un memorandum del 14 marzo 2003 del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti sulle regole per condurre l´interrogatorio di prigionieri nemici da parte di personale militare nel corso di un conflitto armato. Il documento era la risposta a un´interrogazione presentata dal gen. William J. Haynes II, del Consiglio generale del Dipartimento della Difesa.

La questione in discussione è il valore di un principio fondamentale della Costituzione americana, quello per cui nessuna persona può essere privata della libertà, dei beni e della vita senza un giusto processo. Le risposte sono:
a) il quinto e l´ottavo emendamento della Costituzione non si applicano agli interrogatori a combattenti nemici fuori dai confini degli Usa.
b) Il documento ufficiale del 1988 delle Nazioni Unite contro la tortura e le punizioni crudeli e disumane fu accolto dall´amministrazione Reagan con una specifica interpretazione limitativa: la tortura che l´Onu definiva come atto capace di causare grave sofferenza («severe pain») fu definita come atto di «estremamente crudele e disumana natura» («extremely crudel and inhuman nature»).
In esso, per esempio, si escluse che potesse rientrare la brutalità poliziesca («police brutality»). E l´amministrazione Bush ha confermato questa interpretazione. Inoltre si ricorda che, in base ai principi del diritto internazionale, una nazione non può essere assoggettata senza suo consenso ai limiti imposti da una convenzione. C´è poi un principio fondamentale fra tutti: tra i diritti di un popolo quello primario è il diritto-dovere all´autodifesa. E se per difendersi c´è bisogno di metodi speciali di interrogazione dei prigionieri e dei nemici, va da sé che quei metodi sono legali anche se violano un documento dell´Onu sulla tortura.
Certo, qualche coscienza si può sentire offesa e perplessa. Ma anche la coscienza ha una storia e un´evoluzione. La Suprema Corte sottolinea che non si deve confondere la «coscienza contemporanea» col sentimentalismo privato o col fastidioso eccesso di scrupoli (ma l´inglese è più espressivo: «fastidious squeamishness or private sentimentalism»).
Il documento dovrà essere letto e meditato attentamente perché i temi che affronta riguardano il presente e il futuro dei diritti umani in un contesto in cui lo stato di guerra è mutato radicalmente.

E qui la storia entra a grandi ondate. Tra i documenti di prova si citano quelli dei conflitti dell´800, uno del 1865 (guerra civile americana) e uno del 1873 (uccisione di prigionieri indiani). Da qui si ricava che i soldati dell´esercito regolare hanno licenza legale di privare altri uomini della libertà e della vita e che nessun esercito è mai stato o può mai essere considerato come un gruppo di volontari agli ordini di una magistratura civile.
Fin qui l´Ottocento della guerra civile e della conquista dei territori dei nativi americani. Altri documenti del secolo XX parlano una lingua nuova e diversa, quella della potenza imperiale americana: una sentenza della Corte Suprema del 1990 ricorda che gli Stati Uniti impiegano di frequente le forze armate al di fuori dei confini del Paese per proteggere cittadini americani o la sicurezza della Nazione e che i diritti costituzionali non si applicano a non cittadini o al di fuori del territorio americano. La conclusione è la stessa ma l´ambito è diverso e il suono è diversamente minaccioso.

Non saranno gli europei a meravigliarsi. L´ideologia dei supremi interessi della nazione è un parto avvelenato della storia europea. Qui la sua versione formale e giuridica fa riferimento ai poteri supremi del Presidente come comandante supremo («Commander in Chief and Chief Executive») e ai casi di guerra e di politica internazionale. E nella guerra contro Al Qaeda e i suoi alleati le leggi non si applicano agli interrogatori dei prigionieri. Il dossier entrerà di diritto nella lunga storia delle discussioni su leggi di guerra e di pace.

Ma il problema che si pone davanti a un così preciso e nitido documento è un altro: è ancora vero che l´obbedienza non è più una virtù, come scrisse don Lorenzo Milani in polemica coi cappellani militari italiani? Perché una cosa è certa: se il soldato deve obbedire al comandante in capo che gli ordina di torturare i prigionieri allora la questione della sua coscienza balza in primo piano. Abbiamo ancora il diritto di criticare la soldatessa di Abu Ghraib che si divertiva a infliggere torture e umiliazioni ai prigionieri? E ancora: abbiamo il diritto di condannare i nazisti che si giustificarono al processo di Norimberga in nome dell´obbedienza dovuta ai comandi di Hitler? Resta poi, per noi italiani, figli di una cultura diversa e ben poco militaresca, la curiosità di sapere se anche nel caso delle torture di Bolzaneto ci fu un ordine scritto, una legittimazione dall´alto o se bastò la presenza di un ministro nella sala operativa della Questura a dare il senso dell´impunità ai torturatori.



Lettere d'amore
Caro amico, votami
Marco Giusti su
il Manifesto

C'è posta per me. «Caro Marco - leggo testuale - le elezioni del 13 e del 14 aprile sono l'occasione da non perdere per ridare al Paese, con il Tuo voto al Popolo della Libertà, un governo veramente forte, efficiente, coeso, capace di dare risposte ai bisogni di tutti». È proprio lui, Silvio Berlusconi, lo riconosco nello stile da quel «coeso». Alla fine della letterina mi saluta con «Un forte, cordiale abbraccio».
Chiedo in giro pensando che abbia mandato a tutti la stessa lettera, come ha sempre fatto. Invece no, finora l'ha mandata solo a me. Forse non interessano nemmeno tanto a lui queste elezioni. Sul suo magazine, Panorama, neanche questa settimana la copertina è dedicata a lui o alle elezioni.
Risponde L'espresso con la copertina dedicata ai vini sofisticati. Boh? Magari la prossima settimana queste elezioni sembreranno più interessanti. Il forse più provinciale Newsweek si lancia invece nella già storica copertina coi due volti dei candidati uniti al ritmo di Veltrusconi e il Colosseo come sfondo. L'articolo è corredato da una notevolissima foto di Berlusconi su una pagina e mezzo che vale molto di quello che abbiamo detto e fatto su questa campagna elettorale.
L'uomo, di spalle, un po' goffo, guarda verso una tenda chiara, in una situazione da vecchio Padrino o da piccolo Napoleone, come incapace di vedere un futuro.

Ci dice molto di più del Berlusconi in diretta tv di martedì scorso accanto a Giuliana Del Bufalo e al quartetto di giornalisti Riotta-Sorgi-Folli-Mazza. Le uniche cose veramente notevoli dell'intervista erano la scomparsa della farfalla-logo della Rai, che sembrava parodiata dalla spilla-farfalla di Del Bufalo e i guasti della diretta nel momento dello scambio di posti con Veltroni. Così si è visto l'addetto della Rai che toglieva il cuscino dalla sedia di Berlusconi e questo che finiva per impallare la telecamera non sapendo da dove uscire. Veltroni sembrava più sicuro di sé, anche se a un certo momento, forse non sedotto dalle grandi domande dei giornalisti, mi sono addormentato.
Più interessanti i faccioni in mostra per le strade cittadine. Anche questa settimana non compare mai Berlusconi ma c'è di tutto. Come il candidato, di destra, che si chiama proprio Ficosecco. O certo Mino Dinoi che non si vergogna di lanciarsi al motto «Vota uno di-noi».

Trionfano ovunque frasi di grande vaghezza. Ecco «La certezza del mio impegno», legata a un certo Davide Bordoni, «La forza di un progetto», tal Marcucci, «La costanza di un impegno», tal Carta. Neanche Rutelli, che pure ha fatto una curatissima campagna elettorale a Roma, punta proprio alla concretezza. Eccolo immortalato in camicia e cravatta al motto di «Per fare». O «Per Roma».

In Campania trionfa invece su certi manifesti giganti il titolo «Rialzati Italia», solo che è legato non al Pdl, ma alla catena di discount Alvi, di proprietà di certo Angelo Villani, presidente della Provincia di Salerno in quota Pd. Tutte dedicate ai produttori e ai consumatori di mozzarelle, invece, le grandi foto di Berlusconi che mangia le bufale di fronte agli elettori. Se ne vanta anche con il giornalista di Newsweek. Del resto anche Bettini ha detto di mangiarne almeno dieci chili alla settimana. Magari un po' ingrassano.


  8 aprile 2008