prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 13-14 febbraio 2008


Corpo elettorale
il Manifesto
apertura de
il Manifesto

L'attacco alla 194 produce i suoi effetti, anche elettorali. Irruzione della polizia in una sala operatoria del policlinico di Napoli per sospetto «feticidio». Era un aborto terapeutico. Giuliano Ferrara si candida a «paladino della vita» e prepara la sua lista antiabortista


Una brutta storia
Antonio Padellaro su
l'Unità

Siamo d'accordo con l'Osservatore Romano che invita ad evitare «strumentalizzazioni ad uso elettorale» sui temi etici, a cominciare dall'aborto. Siamo d'accordo perché il circo barnum che si sta organizzando contro la legge 194 specula sul dolore delle persone e supera i limiti dell'umana decenza solo per ottenere qualche voto in più. Una campagna cinica e strombazzante che ha già creato il clima adatto nel quale in una struttura pubblica una donna reduce da un intervento che è quanto c'è di più traumatico, fisicamente e psicologicamente viene sottoposta ad interrogatorio dalla polizia come una delinquente. Con relativa e agghiacciante esibizione del corpo del reato. Sì, delinquente perché è questo che si cerca di far passare nella campagna strombazzante dei nuovi savonarola, predicatori sulla pelle degli altri le cui fanatiche esibizioni cominciano a imbarazzare perfino il Vaticano. Si saprà poi che all'ospedale di Napoli tutto è avvenuto secondo la legge e che dietro l'irruzione delle forze dell'ordine c'è una denuncia anonima giunta alla procura. Mettiamoci nei panni di quei magistrati e di quei poliziotti martellati come tutti gli italiani dalla farneticante equiparazione aborto uguale omicidio e che, forse, già sentono l'aria (politica) che tira. Ecco infatti in tutti i tg Giuliano Ferrara che annuncia la sua lista per la vita, con la benedizione di Silvio Berlusconi. La brutta vicenda di Napoli finirà nel nulla ma il segnale è giunto forte e chiaro a tutte le donne. Che da ieri avranno capito una volta di più che la legge dello Stato conterà sempre di meno se non si porrà un deciso argine ai legionari dei diritti negati, a quelli che fanno campagna elettorale esibendo feti da rianimare. Una brutta Italia si avanza, pronta a calpestare la sofferenza degli altri per puro tornaconto politico. A Napoli ne abbiamo avuto un esempio.


Da una lista nacque il ghetto
Elena Loewenthal su
La Stampa

Fare il nome di qualcuno» non è di per sé un atto di usurpazione, di violenza foss'anche soltanto verbale. Nella tradizione ebraica e prima ancora nella Bibbia il nome è la voce della memoria. La collina di Gerusalemme divenuta monumento alla Shoah si chiama Yad wa-Shem, alla lettera «mano e nome», una sorta di formula per dire «ricordo». Quassù, dentro una sala buia dove un'unica fiammella si riflette miriadi di volte, una voce ininterrotta scandisce i nomi del milione e mezzo di bambini morti dentro lo sterminio. Il nome che portiamo in vita è insomma la tessera di un mosaico futuro in cui non ci saremo più, se non nei ricordi e nella nostalgia.

Ma non sempre «fare il nome di qualcuno» significa onorarne la memoria. Anzi. Lo è decisamente meno, se questo qualcuno è vivo e vegeto. Certo non si saranno sentiti «onorati» nella memoria i centosessantadue docenti finiti nella prontamente battezzata black list di ebrei che è stata pubblicata su un blog, con tanto di esegesi storica e motivazione politica. Accusati di essere, oltre che ebrei, anche sionisti e lobbisti, questi docenti sono rimasti così, listati sul web, per quasi un mese. Poi, dall'ormai lontano 16 gennaio scorso, qualcuno se n'è accorto, molti hanno protestato, il sito è stato oscurato. E infine ieri gli investigatori sono risaliti al presunto responsabile, di cui per contrappasso non resta che fare il nome: tal Paolo Munzi, paladino dei negazionisti della Shoah.

Ma questo elenco in rete è tutt'altro che tautologico, tutt'altro che innocuo. Ha alle sue spalle una lunga e nefasta storia. La «conta degli ebrei» è stata infatti per secoli e millenni l'inevitabile premessa di eventi tragici. Il preludio a una fantasiosa gamma di emarginazioni e violenze - verbali ma soprattutto fisiche.

Nell'estate del 1938, mentre stavano facendo gli ultimi ritocchi alle leggi razziali, il regime fascista e il sovrano, che puntuale e preciso firmava in calce ogni provvedimento, organizzarono un meticoloso censimento degli ebrei nel Regno. Questa mappatura divenne fondamentale al momento di mettere in pratica, cioè di far rispettare, la legislazione razziale. Così fu molto più facile, dopo averne «fatto i nomi», rintracciare gli ebrei dentro la vita.

Fare i nomi degli ebrei non è, pertanto, affatto innocuo. È piuttosto un velenoso surrogato, nonché il prologo, dell'emarginazione. Anche quando è neutrale, senza intenzioni politiche o delatorie, l'inventario degli ebrei (così come dei gay, dei neri, delle donne) lascia in bocca il gusto insopportabilmente amaro di una storia insidiosa.

Se poi, come sul blog oscurato, porta pure con sé la solita carica di invettive campate per aria e inossidabili pregiudizi, torna lo sconforto. E viene da pensare che invece di urlare allo scandalo e dichiarare la vergogna, prima di denunciare i responsabili e trovare uno slogan efficace all'indignazione, sarebbe forse ora di preoccuparsi davvero.


Fregàti un'altra volta
Lietta Tornabuoni su
La Stampa

Mancano due mesi alle votazioni e (a parte il disordine, la varietà stravagante delle alleanze, l'incertezza delle coalizioni), ci troviamo ancora con una legge elettorale che è la stessa della volta scorsa: una vera porcheria. Come si sa, questa legge in vigore non consente agli elettori di scegliere le persone per cui votare: si può scegliere soltanto il partito che penserà poi a selezionare gli eleggibili e gli eletti. Sistema molto ingiusto, anche disonesto.

Eppure, in quasi due anni di governo Prodi nessuno ha badato a modificarlo. S'è pensato forse che una modifica non sarebbe stata accolta, non sarebbe passata in Parlamento o al Senato. Possibile, ma si son fatti tanti tentativi riusciti: si poteva fare pure questo senza ridursi all'ultimo minuto.

Non si può immaginare che i partiti abbiano calcolato quanto il sistema sarebbe loro convenuto, e abbiano scelto di lasciarlo quindi immutato. Però è andata così: e ci ritroviamo fregati un'altra volta. Nella stessa maniera (con conseguenze più o meno gravi) è andata con la legge sul conflitto d'interessi. Da lunghi anni ormai si progetta una simile legge, che elimini ingiustizia e scorrettezza: ma non è andata così, anche quasi due anni di governo Prodi non hanno portato modifiche ed eccoci fregàti un'altra volta.

Può darsi si sia voluto evitare chissà perché di urtare Berlusconi (la questione del conflitto d'interessi lo riguarda direttamente), che si sia temuto di venir giudicati ingenerosi, che non si sia voluto rischiare un risultato negativo: fatto sta che il conflitto d'interessi rimane com'era e nessuno se n'è occupato, se ne occupa.

Due leggi particolarmente sbagliate, che alterano in senso antidemocratico il nostro ordinamento, sono rimaste intatte, sempre valide e operanti. Che cosa bisogna pensare? Che si tratti di oblio, di distrazione, di mancanza di tempo? Che i legislatori siano suonàti, che gli sia passato di mente?

Non scherziamo, via.


Caro Prodi chi l'ha bloccata?
Franca Rame su
La Stampa

Gentile presidente Prodi,
sono giorni che, con grande malessere e malinconia, mi ritrovo a ragionare sul susseguirsi degli avvenimenti, cercando di ricostruire come si sia arrivati a questa catastrofica situazione. Per capirci qualcosa dobbiamo partire dall'inizio della storia, rivederci i passi salienti della XV legislatura. Ricordo in quanti siamo andati alle urne sentendo il dovere di allontanare il rischio di un nuovo governo Berlusconi, e con lui tutte le sue leggi vergogna e il rosario di sciagure che ci ha imposto a proprio vantaggio. RitenendoLa persona onesta leale e capace, gli elettori confidavano nella realizzazione di almeno una buona parte delle 280 pagine del programma dell'Unione, dove già a pagina 18 si parla di conflitto d'interessi. Un impegno ribadito con forza subito dopo la vittoria elettorale, e prima di vestire la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Di questo programma solo una parte ha visto la luce. Sui problemi più scottanti non si è neppure iniziato un dibattito. Come mai?

Io mi rifiuto di ritenerLa un giocoliere da Porta a Porta, che fa contratti con gli italiani e poi se la ride alle loro spalle. Temo piuttosto che Lei non abbia potuto tener fede al Suo programma perché a qualcuno della coalizione di sinistra o, meglio, sinistra-centrodestra non andava bene. Il Suo torto, Presidente, è stato di non denunciare subito, pubblicamente, le difficoltà in cui si veniva a trovare. Credo che Lei, Presidente, più di una volta abbia pensato veramente di dar fiato a questa denuncia, ma il senso di responsabilità e il timore per un futuro negativo per il Paese glieLo hanno impedito. Però a questo punto, Lei non se ne può andare con un indice di gradimento che non si merita, come non merita che si provino sfiducia e senso d'ironia verso la Sua persona. C'è una sola strada da percorrere, anche se faticosa. Ma lo deve al Paese: fuori i nomi di chi Le ha impedito di portare a termine gli obiettivi prefissati e soprattutto le subdole scantonate ricattatorie con le quali è stato indotto ad affossare le parti essenziali del programma.

Ora è «solo», Presidente. È il Suo momento. Lei deve finalmente parlare. Deve dare una risposta decisa alla domanda che in tanti Le poniamo: «Perché non ha reagito alle imposizioni ricattatorie da subito? Perché non si è impegnato con tutte le sue forze e sul conflitto d'interessi e sulle leggi vergogna? Attendiamo in TANTI una risposta.


Il Pd non è più solo,
ma con Di Pietro l'immagine è un'altra
Stefano Folli su
Il Sole 24 Ore

14 febbraio 2008 Per alcuni giorni il leader del Pd, Walter Veltroni, ha dominato la scena mediatica con la parola d'ordine «andiamo da soli». Poi ha precisato: «più liberi che soli». Con ciò facendo capire che la priorità non era la solitudine, ma la rottura con il condizionamento posto dalla sinistra comunista.
Nei fatti, l'opinione pubblica aveva apprezzato la scelta. Se la Terza Repubblica deve nascere su basi bipartitiche - si diceva -, l'iniziativa veltroniana è appropriata; serve a scuotere l'albero, costringendo tutti a darsi nuove regole. E giustamente si faceva notare che la spinta della politica si rivelava più forte delle costrizioni indotte da una brutta legge elettorale. Abbiamo visto nei giorni seguenti che anche Berlusconi si era adeguato in fretta al ritmo bipartitico imposto dal suo competitore. A parte l'intesa territoriale con la Lega, il partito berlusconiano ha assorbito Alleanza Nazionale e poi ha cominciato a disboscare la foresta dei piccoli e medi alleati. Fino alla rottura di ieri sera con l'Udc di Casini, costola storica della tradizione democristiana e uno dei fondatori del vecchio Polo del '94.
C'era una logica in questa sorta di pulizia politica messa in atto con evidente simmetria da Berlusconi e Veltroni: l'obiettivo era far emergere la novità dei due grossi partiti (Popolo delle Libertà e Partito democratico), finalmente affrancati dai ricatti dei soci minori. «Basta con la frammentazione» era il messaggio rivolto da entrambi, all'unisono, agli elettori.
Bisogna dire che Berlusconi è stato fin qui coerente con la premessa: in pochi giorni si è liberato dell'equivalente in voti di quasi 9-10 punti percentuali. Prima la Rosa Bianca di Pezzotta-Tabacci-Baccini che se è andata di sua volontà, poi Storace, infine l'Udc. Se si sommano tra loro, raggiungono sulla carta una quota ragguardevole.

Viceversa, Veltroni ha cessato di correre da solo. Ha sacrificato l'effetto mediatico della scelta originaria all'alleanza con Di Pietro. Sul piano dei numeri l'Italia dei Valori vale, a quanto sembra, 4-5 punti. Ma è solo quantitativa la logica veltroniana? Ieri sera erano in molti a dichiararsi sorpresi. In fondo, Di Pietro è un personaggio estraneo a quelle tradizioni «riformiste» a cui Veltroni afferma di volersi rivolgere. L'Idv è un «one man show», un partito di potere che pesca nell'oceano dell'anti-politica. È chiaro che alleandosi con l'ex magistrato il leader del Pd spera di recuperare una parte dei sostenitori di Beppe Grillo. Ma il prezzo da pagare è il legame con un certo mondo giustizialista che potrebbe non integrarsi con il resto del Partito democratico.

Invece si sono messi sulla bilancia i voti di Di Pietro: valutando poi che radicali e socialisti sanno essere scomodi quando si discute di temi etici. Tutto legittimo, ma l'immagine del Pd da oggi è un po' diversa.


Caso Mitrokin: Scaramella condannato a 4 anni
su
Il Sole 24 Ore

È stato condannato a quattro anni di reclusione, previo patteggiamento della pena, Mario Scaramella, già consulente della disciolta Commissione Mitrokhin accusato dalla procura di Roma di traffico di armi e di calunnia aggravata.
La sentenza è stata emessa oggi dal gup Marco Patarnello.
Scaramella, detenuto da 14 mesi (gli ultimi dei quali presso il domicilio), è tornato in libertà e, sostanzialmente, ha già chiuso i conti con la giustizia poichè la parte rimanente di pena da scontare è coperta da indulto. L'imputato era presente in aula, ma non ha fatto dichiarazioni.
Il pm Pietro Saviotti contestava a Scaramella, difeso dagli avvocati Sergio Rastrelli, Massimo Khrog e Gianluca Bucciero, il traffico di armi in relazione alla scoperta di due lanciagranate, prive di innesco, a bordo di un furgone fermato in provincia di Teramo. I due ordigni, indicò falsamente Scaramella, secondo l'accusa, in una denuncia depositata nel commissariato Dante di Napoli, dovevano essere utilizzati per un attentato ai danni suoi e dell'ex presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti. Scaramella aggiunse di avere appreso tali notizie da fonti confidenziali russe, in particolare dall'ex colonnello delle Fsb Alexander Litvinenko, ucciso lo scorso anno da un cocktail radioattivo a base di polonio 210, in un locale di Londra.
L'accusa di calunnia aggravata faceva invece riferimento a false circostanze attribuite da Scaramella ad Alexander Talik, ex ufficiale del Kgb indicato come ideatore dei falsi attentati, e ad Andrei Ganchev, già collaboratore dello stesso ex consulente della Mitrokhin.



La pace possibile
Due popoli, due Stati
Lo scrittore israeliano boccia l´ipotesi di intervento militare a Gaza: "Sarebbe inutile"
intervista di Amos Oz a una radio israeliana: "Serve coraggio ora Israele tratti con Hamas"
Tutti sanno, chilometro più, chilometro meno, quale sarà la mappa definitiva dell´accordo con i palestinesi. Oggi centro e destra si spostano verso sinistra Olmert e la Livni parlano come venti anni fa parlavano i pacifisti.
su
la Repubblica

GERUSALEMME - Israele non porrà fine ai bombardamenti di missili Qassam contro il Negev invadendo la Striscia di Gaza, ma negoziando una tregua con Hamas. Per quanto possa sembrare un prezzo alto da pagare al Movimento islamico, questa soluzione è senz´altro preferibile alle perdite che una grande operazione di terra, di cui si parla con sempre maggiore insistenza in questi giorni, comporterebbe. Questo dice Amos Oz in un intervista al canale Reshet Bet della Radio israeliana nel giorno in cui lo scrittore riceve il premio «Dan David», uno dei massimi riconoscimenti riservati alle attività umanistiche.
Signor Oz, come vede ciò che sta accadendo a Sderot e a Gaza dalla sua casa di Arad (nel Negev settentrionale)?
«Israele non può e non deve in alcun modo mandare il suo esercito dentro la Striscia di Gaza, per diverse ragioni: prima di tutto, vi saranno molti più morti di quanti ve ne siano stati nei sette anni di missili Qassam. Temo che in un solo giorno di invasione il numero di morti e di feriti supererà tutto ciò che abbiamo visto fin qui. In secondo luogo, non servirà a nulla, perché piovevano Qassam su Sderot anche negli anni in cui controllavamo la Striscia di Gaza: la nostra presenza non ha impedito il lancio dei missili su Sderot. Inoltre, la forza occupante sarà fatta oggetto di attacchi giorno e notte: mine sulle strade e sparatorie, attentati di terroristi suicidi. Non solo non riusciremo a risolvere nulla, ma ci impantaneremo fino al collo e compatteremo tutto il popolo palestinese intorno a Hamas».
Quindi, secondo lei, che cosa si deve fare? I civili sono sul fronte e l´esercito ne sta fuori.
«So benissimo che i civili si trovano sul fronte e le sofferenze sono gravi. Penso però che si possa arrivare ad un cessate il fuoco con Hamas. Se ne parla e ci sono segnali in questa direzione. La tregua con Hamas ha un prezzo politico, ma di tutti i prezzi che Israele potrebbe pagare, questo è il prezzo meno letale e meno pericoloso».
Ma Hamas è un´organizzazione che non riconosce l´esistenza d´Israele.
«Per trent´anni abbiamo fatto tregue con i Paesi arabi, che pure non riconoscevano la nostra esistenza e volevano la distruzione di Israele. Eppure lo abbiamo fatto e siamo vissuti in queste tregue».

…ma quello che io vedo è che il centro e la destra si spostano a sinistra. Olmert e Tzippi Livni parlano oggi come venti o trenta anni fa parlavamo solo io ed i miei amici: nemmeno il partito Laburista arrivava a tanto. Netanyahu e il Likud oggi accettano l´idea di "due stati per due popoli", espressione che una volta era lo slogan della sinistra radicale. Il grande spostamento non è quindi verso la destra o verso il centro, ma verso la parte moderata. Quando tutto ciò si concretizzerà e darà frutti, non glielo posso dire, perché non sono un profeta».
In quanto cittadino israeliano, lei ha fiducia in Olmert e nel suo governo, dopo la Seconda Guerra del Libano e dopo il verdetto della Commissione Winograd sulla conduzione della guerra? Ritiene che possano rimanere al governo?

«Lo considero il male minore».
Secondo lei c´è una possibilità di un qualche tipo di pace, tregua o qualcosa di simile con i palestinesi?
«C´è una possibilità di pace, di cessate-il-fuoco. La stragrande maggioranza degli israeliani sa già quale sia la soluzione e lo stesso vale per la stragrande maggioranza dei palestinesi. Forse non gli piace troppo, ma sanno qual è. Tutti conoscono il prezzo e le condizioni. Tutti sanno, chilometro più, chilometro meno, quale sia la mappa definitiva dell´accordo. È solo una questione di leadership coraggiosa dalle due parti, per realizzare quello che i due popoli già sanno in cuor loro».
(Traduzione di Mila Rathaus)


Viaggio tra bugie e inganni dell´industria alimentare  
L´olio "italiano" realizzato all´estero, il wurstel "100% puro suino" che ha solo l´80% di carne di maiale, la bevanda energetica che piace ai ragazzini ma che secondo le avvertenze "non è adatta ai minori di 16 anni". Sono le sorprese che riservano le etichette dei cibi che consumiamo ogni giorno. Tra provenienze incerte, ingredienti illeggibili e calorie inferiori a quelle reali.
Jenner Meletti su
la Repubblica

ROMA - Consiglio per gli acquisti: una lente di ingrandimento. Solo con questo strumento, fra le corsie di un supermercato, è possibile sapere cosa si compra per la propria tavola. Ecco, ad esempio, i «Cappelletti al prosciutto crudo» dei Freschi Buitoni, mezzo chilo, euro 1,99. Sulla confezione, l´immagine di una bella fetta di prosciutto. Sembra di sentirne il profumo. Con una vista da aquila – o con una buona lente – si scopre che per fare i cappelletti, oltre a farina, uova, sale non è stata usata solo la coscia stagionata del maiale. Si legge infatti che «il prodotto contiene carne di suino cotta, pangrattato, mortadella (carne di suino, grasso di suino, cuori di suino, trippini di suino), prosciutto crudo stagionato: 9,5% del ripieno». Tutto in regola, ovviamente. Certo, se sulla busta fosse scritto in grande «cappelletti al grasso e cuore di suino» davanti allo scaffale non ci sarebbe la fila. Ma chi ha tempo di leggere? Qui, al supermercato Sma di via Laterani 39/41, è ormai ora di cena. Il pensiero è rivolto al frigo di casa, per ricordare cosa manca. Gli occhi servono solo per guardare i prezzi, per non spendere più di quanto c´è nel portafogli. «Mi lascia passare? Ho solo tre pezzi. I figli aspettano».
Oltre alla lente, meglio portarsi un esperto. Stefano Masini, docente di diritto alimentare a Scienze della nutrizione dell´università di Tor Vergata, è anche responsabile consumi della Coldiretti.

«Qui in Italia le decisioni vengono prese solo dopo le emergenze. Dopo mucca pazza, oggi è possibile sapere dove è nato il bovino, dove è cresciuto, dove è stato macellato. Dopo l´aviaria, c´è anche la tracciabilità del pollo, ma solo transitoriamente: l´Unione ha infatti avviato una procedura di infrazione, perché dire che il pollo è italiano sarebbe una sorta di barriera non tariffaria. Nessuna tracciabilità, invece, per il coniglio, il maiale, l´agnello. Sull´olio extravergine di oliva si è discusso dieci anni. Noi ne produciamo 500.000 tonnellate all´anno e ne importiamo 400.000. E´ facile mescolare. Dal 16 gennaio 2007 sulle etichette dovrebbe essere specificata la zona di origine delle olive, il paese di raccolta e quello del frantoio».
Il carrello è pronto, si può cominciare la spesa. Una bottiglia di olio extravergine di oliva Olitalia, euro 5,10. «Uno vede scritto Olitalia, traduce immediatamente olio d´Italia e pensa di comprare olio italiano. Ma non si sa. Non c´è scritto da nessuna parte dove le olive siano state coltivate e portate al frantoio. Ecco, questo è un caso che può essere segnalato all´Autorità garante della concorrenza e del mercato, per ingannevolezza del messaggio». Un tubetto di Star sugo Lampo, euro 0,70. «Dopo tante battaglie con la Cina, sulle scatole di pelati è specificata l´origine dei pomodori. Ma per le salse non vale». Chi voglia sapere di più, sulle origini del pomodoro finito nel tubetto Lampo, prodotto a Busseto di Parma, dovrebbe telefonare al numero verde 800274094. Un pacchetto di mais Mon Ami, euro 0,99. «E anche questo, da dove arriva? Mais, soia, cotone e tabacco sono spesso Ogm, prodotti in Argentina, Stati Uniti, Canada e Brasile. Sarebbe meglio precisare l´origine, così si è più tranquilli. L´etichettatura sugli Ogm è molto complessa. Da una parte c´è l´obbligo di scrivere Ogm quando la percentuale supera lo 0,9%. Sono solo tracce, provocate da una non netta separazione fra produzioni Ogm e non Ogm. La disciplina che si sta discutendo è precisa: non ci deve essere contatto fra una produzione e l´altra, addirittura anche i mezzi agricoli debbono essere separati. Ma ci sono incongruenze: una vacca può essere alimentata con Ogm e chi beve il latte non ha il diritto di essere informato».

Passi davanti a un espositore che offre «Burn Energy drink, Now estra Potent», una lattina scura, euro 1,45. «Lo può comprare anche un bambino, perché pensa di avere più scatto nella partita di pallone. Ma in piccolo c´è scritto: "Questo prodotto non è adatto ai minori di 16 anni, a gestanti, a persone sensibili alla caffeina"». Ingredienti: caffeina e taurina. Le etichette della carne sono precise. «Nato: Italia. Macellato: Italia. Sezionato: Italia», è scritto sulla confezione di cotolette di pollo Aia. Scopri che il tacchino Rovagnati, trasformato in fette di arrosto, grammi 120, euro 2,99, ha fatto un lungo viaggio: «Provenienza: Brasile», annuncia l´etichetta. «L´importante – dice Stefano Masini – che l´informazione sia chiara, poi ciascuno fa le proprie scelte. Certo, per fare bene la spesa al supermercato, non basterebbe un corso universitario. Prendiamo, ad esempio, il cioccolato. In Italia c´era una legge che diceva: si chiama Cioccolato solo quello fatto con cacao e burro. Quello con la margarina si chiamava Surrogato. Ma gli altri Paesi europei produttori di margarina hanno fatto ricorso alla Corte di giustizia della Comunità, che ci ha condannato. Ora si è fatto un compromesso. Quello con il burro lo chiamiamo Cioccolato puro, quello con la margarina, l´ex Surrogato, Cioccolato e basta».
Due sporte di spesa, euro 50,31 e un breve viaggio all´università di Tor Vergata, nello studio del professor Giuseppe Rotilio, docente di biochimica della nutrizione, preside del corso di laurea in Scienza della nutrizione umana.

Primo esame: un bel pacco di merendine, le Trecce Auchan. L´etichetta racconta che 100 grammi portano 470 calorie, con 53,9 grammi di carboidrati e 25,5 di grassi. «Non c´è scritta la percentuale di zuccheri semplici. Anzi no: si dice che in superficie sono il 7%. Ma dentro la pasta? Ci sono arancia candita, sciroppo di glucosio e fruttosio, emulsionante, burro, lievito di birra. Ecco, una merendina di queste è già un pranzo. E´ un cibo troppo ricco, per la nostra generazione. Quando si compra, la prima cosa da guardare sono gli zuccheri semplici, che entrano rapidamente nel sangue ed alzano l´indice glicemico. Provocano l´accumulo di grasso e il tessuto adiposo è resistente all´insulina: alla fine si va verso il diabete».
Il professore non è nostalgico del passato. «O lei riesce a nutrirsi con l´insalata coltivata in un orto non concimato o deve fare i conti con l´industria alimentare. Non demonizzo: in fine dei conti, da quando esiste, noi uomini viviamo di più e meglio. Ma bisogna stare attenti agli eccessi». Nel tacchino arrosto Rovagnati c´è il destrosio, glucosio di sintesi. Zucchero anche nelle lasagne al pesto e mozzarella. Nella cotoletta Aia, «saporita e croccante», ci sono sia saccarosio che destrosio. «Dovrebbero precisare la percentuale. Ma io mi chiedo? Perché aggiungere questo zucchero? Il bambino che si abitua a questi sapori, quando la mamma prepara la semplice bistecca, si lamenta perché è sciapa. Lo zucchero è un additivo pericoloso perché aumenta le calorie e cambia il gusto naturale. Se mangio una coscia di maiale mi aspetto grassi e proteine, non zuccheri. In compenso, il grasso viene demonizzato. E´ vero, ha molte calorie ma queste vengono liberate gradualmente e, se non sono combinate con lo zucchero, non si accumulano. Il grasso – lo spiego agli studenti – di per sé non ingrassa».



  14 febbraio 2008