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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 1 giugno 2008


Draghi il trapezista
Tremonti il dittatore
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Draghi Tremonti Brunetta

DOPO un'intensa produzione di editti tribunizi da parte del governo, dei quali si attendono ancora gli effetti anche se ne è chiaro l'orientamento strategico, è arrivata la radiografia economica contenuta nella relazione annuale della Banca d'Italia: venti cartelle, una prosa stringata, una raccolta oggettiva di informazioni e di altrettanti elementi di giudizio.

Il Governatore le ha lette con voce neutrale, senza impennata di accenti e di toni, lasciando al dibattito pubblico di interpretarne il significato e di coglierne il senso. Operazione difficile ed anche inevitabilmente arbitraria poiché nelle "considerazioni finali" di Mario Draghi c'è tutto e il contrario di tutto: dalla critica del lavoro precario ai suoi benefici effetti sull'occupazione, dalla necessità di ridurre il peso della fiscalità ai positivi risultati ottenuti dal precedente governo nella riduzione del debito pubblico e del deficit di bilancio, dall'esorbitanza della spesa all'urgenza di aumentare il potere d'acquisto dei ceti più disagiati, dalla sconsolata constatazione d'una produttività calante da almeno un decennio all'insufficienza dei consumi e della domanda interna. Infine il crescente dislivello tra Nord e Sud e la convinzione che il federalismo fiscale possa utilmente trattenere le risorse nei luoghi dove esse vengono prodotte.

Da questo punto di vista le considerazioni del Governatore potrebbero esser giudicate come una densa raccolta di ossimori, una sorta di opera aperta offerta agli operatori, al governo, alla pubblica opinione, un quadro in chiaroscuro dal quale i vari destinatari potranno trarre spunti a favore delle proprie tesi, ancorché contrastanti le une con le altre.

Solo su un punto Draghi è stato univoco: il ripetuto elogio all'operato delle Banche centrali per contenere gli effetti devastanti della crisi dei "subprime"; la Fed americana e la Bce europea - ha detto - sono state perfettamente all'altezza dei loro compiti innaffiando i mercati con ampie immissioni di liquidità ed evitando in tal modo che la crisi assumesse le dimensioni d'una catastrofe del tipo di quella che scardinò l'economia negli anni Trenta del secolo scorso.

Questo giudizio così esplicitamente positivo inserito in un documento per il resto cautissimo si presterebbe a qualche osservazione critica. Si potrebbe per esempio osservare che l'eccezionale fornitura di liquidità non è riuscita a spegnere l'incendio che, dopo due anni dal suo inizio, arde tuttora con notevole virulenza e non cessa di alimentare preoccupazioni.

Si potrebbe aggiungere che la ferma decisione della Banca europea di mantenere elevati i tassi d'interesse non ha minimamente contenuto l'inflazione né poteva farlo poiché si tratta d'una inflazione interamente importata dall'estero (prezzi del petrolio, delle materie prime e dei cereali) sulla quale il tasso d'interesse vigente in Europa non esercita alcun effetto mentre deprime ulteriormente le aspettative dei consumatori e degli investitori.


* * *

Se si legge con attenzione il documento Draghi i lineamenti d'una strategia emergono anche se impliciti e quasi dissimulati tra i tanti ossimori che lo costellano. La strategia sembra basata sui punti seguenti:
1. Sostenere la domanda interna dei ceti deboli (pensioni, salari). Defiscalizzare tariffe e liberalizzare catene commerciali e rendite di posizione.
2. Predisporre programmi di riduzione di aliquote fiscali con date certe ma differite.
3. Aumentare la produttività della pubblica amministrazione.
4. Accelerare - se possibile - l'aumento dell'età pensionabile e destinarne le risorse alla costruzione d'un sistema efficace di ammortizzatori sociali.
5. Agganciare retribuzioni e produttività.
6. Ridurre l'economia sommersa.

Si direbbe una strategia su due pedali, da non usare simultaneamente: prima accelerare e poi più dolcemente frenare, laddove l'acceleratore equivale a interventi espansivi e il freno a recuperi di risorse. Resta un problema di copertura per l'immediato, ma qui l'implicito non diventa esplicito e l'ossimoro resiste ad ogni possibile interpretazione.

Complessivamente queste considerazioni finali, con tutto il rispetto che meritano la Banca d'Italia il Direttorio e il Governatore, sono piuttosto deludenti. Carli, Baffi e Ciampi ci avevano abituato ad imparare molto di più dai loro interventi; c'era la freddezza e l'oggettività dell'analisi, ma anche l'impeto della passione, la sferza del giudizio, il sostegno dei poteri deboli contro le arciconfraternite.

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Il suo principale interlocutore, Giulio Tremonti, è di tutt'altra pasta. Lui, la sua strategia non solo non la dissimula ma la grida da tutti i cantoni. E' un banditore della sua politica. Ci scrive anche dei libri e li vende benissimo.

E' stato detto che Berlusconi ha militarizzato la politica ed è vero. Tremonti militarizza l'economia. L'ha sempre fatto, ma ora, in questa sua terza reincarnazione al ministero dell'Economia, ha indossato le vesti del pro - dittatore. La nuova vestizione era nell'aria ma la scena madre è avvenuta nel Consiglio dei ministri di due giorni fa. Si dovevano prendere decisioni sull'Alitalia, Tremonti doveva presentare la bozza d'un decreto che il Consiglio avrebbe dovuto discutere ed approvare (e magari emendare). Ma il decreto non era pronto, lo stavano limando gli uffici. Tremonti lo ha raccontato e il Consiglio ha dovuto approvarlo ad occhi chiusi. "Abbiamo fretta" ha detto Berlusconi "lo vedrete dopo intanto approviamolo". Eppure quel decreto ancora fantasma è una sorta di editto rivoluzionario.

L'Alitalia viene di fatto commissariata dal governo. Ad essa non si applicheranno le leggi vigenti che regolano la vita delle società quotate in Borsa. È esentata da ogni tipo di comunicazione alla Consob e al mercato. Il governo ha nominato un "advisor" nella persona di Banca Intesa e del suo consigliere delegato Corrado Passera il quale avrà accesso alla contabilità di Alitalia per farsi un'idea della situazione.

Normalmente l'advisor lavora per una società interessata ad entrare nell'azienda in vendita, ma in questo caso Banca Intesa lavora per se stessa ed è incaricata di farlo dal governo. La situazione è del tutto nuova e palesemente anomala. Banca Intesa, compiuti gli accertamenti del caso, potrà: ritirarsi dall'operazione, proporsi come azionista in proprio, designare una rosa di possibili acquirenti, presentarsi come mallevadore finanziario di uno di essi o più d'uno.

A quel punto il governo potrà: mettere l'Alitalia in liquidazione, chiedere agli acquirenti indicati dall'advisor un'offerta vincolante, sceglierne insindacabilmente uno, chiudere l'operazione con la vendita della compagnia aerea oppure mandare a monte tutto. Il tutto senza che il mercato, la Consob, l'Antitrust, possano seguire l'operazione in barba agli azionisti di minoranza, ai creditori e al mercato. Sono vecchio amico ed estimatore di Corrado Passera, perciò mi permetto di raccomandargli molta prudenza visto il rischio anche personale che si è assunto.

La bravissima Marcegaglia sembra un po' spaventata da queste prospettive. Parlando a Trento al Festival dell'economia ha detto che l'operazione Alitalia si può fare soltanto se si troverà un imprenditore internazionale. Ha perfettamente ragione la Marcegaglia, ma chi? Air France ha chiuso o meglio è stata buttata fuori dai sindacati Alitalia e da Berlusconi in campagna elettorale. Lufthansa non ritiene che Alitalia sia appetibile ed eguale giudizio ne ha dato Aeroflot. Altre compagnie aeree in Europa non ci sono. In Usa, forse. Di seconda e terza fila. Ma il vero obiettivo di Tremonti (e di Air One) è di mettere in piedi un'azienda locale, regionale, con una flotta prevalentemente basata su aerei di media grandezza impegnati nel traffico nazionale e regionale (europeo). Una ristrutturazione "tricolore". Una sorta di Swissair dopo il fallimento o di Klm prima della fusione con Air France. Il tutto naturalmente attraverso una ristrutturazione rispetto alla quale quella proposta da Air France era zucchero filato. Questo sembra essere il piano di Tremonti. E anche di Bossi. E di Formigoni. È anche il piano di Passera?

* * *

Nel quadro degli editti tribunizi e della militarizzazione della politica e dell'economia, bisognerebbe ora parlare di Brunetta, neoministro della Funzione pubblica, ma lo spazio è tiranno. Ne parlerò un'altra volta, ma intanto segnalo un gustosissimo corsivo di Massimo Gramellini sulla "Stampa" del 28 maggio, intitolato "Nel suo piccolo" che poi sarebbe appunto il Brunetta. Per ora basti sapere che il neoministro della Funzione pubblica ha deciso di riformare la pubblica amministrazione (cioè nientepopodimeno che lo Stato, con due milioni e mezzo di dipendenti) e di ricavarne risparmi di 30-50 miliardi. A tal fine ha presentato un memorandum ai sindacati interessati ed ha chiesto di avere un sì o un no entro quarantott'ore. Altrimenti andrà avanti da solo perché ha fretta e le riunioni lunghe gli danno allergia. Che successo, che carriera!


Nel suo piccolo
Massimo Gramellini su
La Stampa

Sparlate pure di tutti gli altri ministri, ma non toccatemi Brunetta, il mio preferito. Quest'uomo, al cui confronto don Chisciotte era un pragmatico, si è messo in testa di far funzionare lo Stato. E mica in Danimarca o in Lapponia. In Italia. Non è commovente? Fra i tanti ex barbari del governo che camminano per le stanze del potere con le pattine sotto le scarpe, Brunetta «Taglia & Affetta» è l'unico ad aver conservato l'impeto delle origini. Irascibile peggio di Paperino, il kamikaze del liberismo si muove fra i riti di Palazzo con la leggerezza di un lottatore di sumo scaraventato in una coreografia del Lago dei Cigni. Non che non si sforzi di fare il diplomatico. Ieri ha addirittura convocato i sindacalisti, una categoria che gli procura attacchi d'asma e sfoghi sulla pelle curabili solo dopo lunghe ore di meditazione davanti alla foto della Thatcher che addenta le cosce di un minatore gallese.

«L'amministrazione dello Stato è una palla al piede», ha esordito con la consueta cautela. L'incanto è durato un quarto d'ora, poi il delegato della Cgil ha abbandonato il tavolo (le cronache non precisano se era inseguito dai cani), protestando perché il ministro aveva invitato un solo rappresentante per ogni sigla. Ne voleva di più, quell'ingordo, senza pensare all'effetto devastante che una cucciolata di sindacalisti sbraitanti avrebbe provocato sul sistema nervoso di Brunetta, già scosso dagli sfottò che Fiorello riserva ogni giorno alla sua statura da gnomo. Ma non è un colpo basso, nel 2008, fare ancora battute sull'altezza? Lo perdoni, Brunetta. E richiami indietro i cani.


Amministratori del sud all'attacco
"Il taglio dell'Ici è una rapina"
Cresce il fronte della protesta degli enti locali di Calabria e Sicilia
"Una tangente pagata alla Lega che penalizza soprattutto noi"
Giuseppe Baldessarro su la Repubblica
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/economia/conti-pubblici-70/ici-protesta-sud/ici-protesta-sud.html

COSENZA - Va bene il taglio dell'Ici, ma che a pagarlo debbano essere soprattutto Calabria e Sicilia, non piace agli enti locali delle due regioni. Parlano di "banditismo", di "rapina", di "tangente pagata alla Lega di Bossi". Monta la protesta sulle due sponde dello Stretto di Messina. E se i siciliani per il momento affidano le loro "preoccupazioni" a interrogazioni parlamentari e richieste "di chiarimento", le province e i comuni calabresi si sono incontrati oggi a Sibari, per una manifestazione regionale dal titolo emblematico: "Fondi statale 106 dirottati: uno scippo intollerabile".

Secondo le previsioni serviranno complessivamente 2,6 miliardi di euro per rimborsare i comuni dei mancati introiti dovuti all'abolizione dell'Ici. Una cifra che comprende anche lo sgravio già introdotto da Romano Prodi. Per la copertura il governo Berlusconi ha dato una "sforbiciata" a una settantina di norme e micronorme dell'ultima Finanziaria e del decreto mille-proroghe. Ma le somme più consistenti arriveranno dai fondi che erano destinati alle infrastrutture e alla difesa del suolo (ex risorse Ponte Stretto) in Sicilia e in Calabria (1.363,5 milioni di euro).

Dati che hanno reso furioso Oliverio: "E' grave che il governo carichi all'80% sulle spalle di Calabria e Sicilia la copertura finanziaria del taglio dell'Ici che interessa l'intero Paese". Solo per dare qualche numero ricorda che "un colpo di spugna ha cancellato un miliardo di euro per il 2008 e il 2009 impedendo alle Province di realizzare i programmi approvati e la loro conseguente progettazione". Da qui la proposta di una serie di iniziative trasversali agli schieramenti politici. In Calabria nei prossimi giorni si riuniranno contemporaneamente il Consiglio regionale e tutti i Consigli comunali e provinciali. Anche i sindacati confederali e gli industriali calabresi vanno verso una "iniziativa condivisa". E già da stasera si lavorerà per fare blocco con gli enti locali siciliani.

Sono preoccupati per il taglio netto ai finanziamenti alla viabilità "minore", ma non solo. I dati più importanti del "furto" sono contenuti in una nota dell'assessore regionale ai Lavori Pubblici Luigi Incarnato: "Un anno fa era stato siglato un Accordo di programma con il ministero delle Infrastrutture riguardante quattro importantissime opere pubbliche sparite dall'agenda del governo". Invece si sono "volatilizzati" l'intero sistema degli attracchi al porto di Villa San Giovanni (84 milioni di euro) e il megalotto 3 della statale 106 Jonica-Sibari-Roseto (265 milioni di euro). Spariti anche i soldi previsti per la progettazione del megalotto 9-Crotone-Cariati (25 milioni di euro), del megalotto 12 e della tangenziale di Reggio Calabria (15 milioni ciascuno).
Complessivamente 389 milioni di euro, cui vanno aggiunti altri 43 milioni già destinati a interventi per la valorizzazione e la tutela del territorio e del mare.

Il centrodestra tace imbarazzato o tende a minimizzare. Nei giorni scorsi Raffele Lombardo è corso a Roma per incontrare Silvio Berlusconi: "Ho chiesto conferma se i fondi saranno reintegrati e il presidente ha garantito che le opere programmate in Sicilia e in Calabria, da realizzare con i fondi Fintecna, si realizzeranno". Quando? "Appena ci saranno le condizioni, che non dipendono dal governo ma dagli enti che le devono realizzare". Una spiegazione che non ha convinto evidentemente neppure lo stesso movimento del governatore siciliano.

Il Movimento per l'Autonomia ha infatti attaccato frontalmente l'esecutivo Berlusconi, annunciando una pioggia di emendamenti. Per voce dei capigruppo al Senato e alla Camera, Giovanni Pistorio e Carmelo Lo Monte ha ribadito: "E' grave per i cittadini di Sicilia e Calabria che il dl che elimina l'Ici per la prima casa sottragga risorse già destinate a infrastrutture fondamentali". Aggiungendo: "Sarebbe un arretramento che viola gravemente il programma di governo sottoscritto con gli elettori e con il Mpa un patto che tra le priorità mette proprio il rilancio del Sud per colmare un divario con il resto del Paese".


Stalin, un despota come Gengis Khan
Andrea Graziosi rilegge la storia del potere bolscevico in Russia: dietro il paravento ideologico, il peso della barbarie
Ernesto Galli Della Loggia sul
Corriere della Sera

Stalin

È abbastanza raro per la storiografia italiana, e quindi da salutare con compiacimento, un libro come questo di Andrea Graziosi ( L'Urss di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica 1914-1945, Il Mulino); un libro che per la sua importanza merita dunque un discorso ulteriore più ampio di quelli che lo hanno riguardato finora. È uno di quei testi, fra l'altro, che per solito la nostra editoria è costretta a tradurre dall'inglese perché da noi non si scrivono: e cioè il racconto di un grande nodo di storia mondiale, di carattere divulgativo sì, ma, come si usa dire, di alta divulgazione e frutto, oltre che di una amplissima bibliografia, di ricerche di prima mano negli archivi.
Un libro godibile, tutto fatti, spesso ignoti anche al pubblico colto, e che tra i filoni d'indagine fa posto anche a dimensioni di solito trascurate, quali per esempio il rapporto tra i generi (la condizione femminile fu tra le prime vittime della rivoluzione), i quanto mai eloquenti andamenti demografici, l'intricato problema delle nazionalità. Il tutto sorretto da un robusto impianto interpretativo, al cui centro sta un'ipotesi certo non comune tra gli addetti ai lavori. L'ipotesi cioè che il regime comunista russo non sia stato in realtà un totalitarismo, come oggi quasi universalmente si dice, ma piuttosto un caso particolarmente brutale di «dispotismo asiatico» (viene in mente la celebre definizione buchariniana di Stalin come «un Gengis khan col telefono »), dunque non un a suo modo modernissimo regime di massa, ma assai più un «ancien régime di tipo nuovo», un regime dove, per dirne solo una, che però serve a far capire di che si trattava, in tutto il periodo considerato la regola fu sempre quella di tenere la popolazione all'oscuro dei provvedimenti adottati dal potere.

Sapevamo già, naturalmente, della repressione politica, delle stragi di massa durante la collettivizzazione delle campagne, della carestia artificiale in Ucraina, ma ignoravamo per esempio che negli anni Trenta fu di fatto cancellata qualunque legislazione sul lavoro come qualunque presenza sindacale; che l'«emulazione socialista» prevedeva un inferno di 12 ore di lavoro quotidiano con nessun riposo festivo; che in un anno-tipo come il 1929-30 i licenziamenti per assenteismo potevano arrivare a colpire il 30 per cento (il 30 per cento!) della forza lavoro occupata. Né conoscevamo, per fare un altro esempio, quali fossero (ovviamente per le classi popolari, non di certo per la nomenklatura) le terrificanti condizioni abitative a Mosca circa vent'anni dopo l'Ottobre: con il 40 per cento degli inquilini che risiedeva in una sola stanza, il 23,6 in «parte di una stanza», il 5 per cento in una cucina o in un corridoio, e la bellezza del 25 per cento in dormitori (in dormitori!).

L'idea di trapiantare un'ideologia industrialista- statalista, com'era quella che animava fanaticamente Lenin e il gruppo dirigente bolscevico, entro una società per tre quarti formata di contadini unicamente desiderosi di diventare proprietari ebbe fin dall'inizio conseguenze devastanti. Ciò che infatti mostra questo libro è che, contrariamente ad una leggenda ancora oggi dura a morire, un'età d'oro della Rivoluzione e del Comunismo in Russia in realtà non vi fu mai. Così come fin dalle prime settimane, infatti, il nuovo regime diede il via ad una dura repressione poliziesca contro qualunque genere d'oppositori, allo stesso modo esso prese a colpire le campagne. Sta qui il punto centrale dell'impianto interpretativo di Graziosi. Egli vede tutto il primo ventennio della storia sovietica dominato da una vera e propria guerra mossa dallo Stato contro i contadini: una lotta tanto più crudele in quanto dominata dall'impossibilità di un compromesso. A parte ogni pregiudizio ideologico, infatti, per i bolscevichi consentire al desiderio contadino di proprietà della terra avrebbe voluto dire né più né meno che rinunciare di fatto a stabilire nelle campagne una qualunque rete capillare di controllo politico-sociale da parte dello Stato- partito. Non solo: lasciare le campagne nelle mani di milioni di piccoli-medi proprietari (oltre tutto padroni del sostentamento delle città) sarebbe equivalso altresì alla necessità di continuare a far esistere il mercato, e quindi la moneta, cioè esattamente le due cose nell'abolizione delle quali i bolscevichi pensavano che dovesse consistere il comunismo.

Lenin — il «buon» Lenin, non il «cattivo» Stalin del sempre evocato «stalinismo » da parte di quelli che vogliono salvare l'onore del comunismo non pronunciandone il nome — Lenin, dicevo, non arretrò di fonte a nulla: reparti «di sterminio» (sì, si chiamavano così, senza falsi pudori), deportazioni e impiccagioni in massa, incendi di villaggi, torture di massa, fucilazioni di ostaggi fino alla misura di cinquanta a uno, bombardamenti aerei pure con l'uso di gas asfissianti, addirittura il ritorno alle fustigazioni in massa, una delle più odiose pratiche repressive dello zarismo. Giustamente Graziosi, che in queste pagine come in tutto il libro si basa esclusivamente su dati ufficiali o su documenti d'archivio, parla di «sfruttamento genocidiario » dei contadini, riportati di fatto alla condizione di servi della gleba (non a caso saranno sottoposti pure all'obbligo delle corvée), e invano protagonisti, nel solo primo semestre del 1932, di ben milleseicento insurrezioni nelle campagne.
Fu su questa pratica collaudata di violenza «sterminazionista» leniniana, replicata già a suo tempo da sanguinose operazioni repressivo- militari di tipo coloniale nel Caucaso e in Asia centrale, che Stalin innestò poi quello che l'autore chiama un «terrore categoriale e preventivo». Il risultato stupefacente fu, alla fine, uno Stato edificato «contro» la propria società, «contro» il proprio popolo, e dunque fisiologicamente incapace di fare a meno di quello che una volta un contadino, rivolgendosi a Kalinin, osò definire «il partito revolver ».



Grattacieli, negozi e hotel di lusso
così cambia la capitale dell´Islam
Venti miliardi di euro per trasformare La Mecca, la città santa dell´Arabia Saudita, saranno spianate intere colline. Il progetto voluto dal re Abdullah. Ma molti protestano: "Qui non siamo a Manhattan"
Enrico Franceschini su
la Repubblica

La Mecca

LONDRA - Fino ad oggi le uniche torri che svettavano tra le sue cupole erano quelle dei minareti dai quali si alza, cinque volte al giorno, la preghiera ad Allah. Ma un grandioso investimento immobiliare sta per riempire di ben centotrenta nuovi grattacieli l´orizzonte della Mecca, la città più santa dell´Islam, meta dello haji, il pellegrinaggio che milioni di musulmani compiono ogni anno da tutto il mondo. Le autorità dell´Arabia Saudita hanno annunciato infatti questa settimana un piano per fare un colossale "facelift" alla Mecca, spianando case popolari e perfino intere colline per fare posto ad alberghi, appartamenti, shopping centre, negozi, ristoranti. L´ordine viene da re Abdullah in persona, che intende trasformare la città per metterla meglio in grado di ospitare moltitudini di fedeli. E l´eco dell´iniziativa giunge fino alla City di Londra, dove grandi banche islamiche, come la Saudi British Bank, uno dei maggiori fornitori di credito della casa reale saudita, calcola che nei prossimi quattro anni verranno spesi 15 miliardi di sterline, pari a circa 20 miliardi di euro, per finanziare il progetto.
L´intento è di rendere più confortevole, più agevole e anche più moderna la «capitale» mondiale dell´Islam, con un occhio agli affari, visto che il pellegrinaggio è una garanzia sicura di almeno quattro milioni di visitatori nei giorni dello haji e di milioni di altri durante il resto dell´anno, e un occhio alla sicurezza, poiché il sovraffollamento e un sistema di viabilità inadeguato, insieme all´eccitazione per la vicinanza con i luoghi santi, sono stati spesso causa di tragici incidenti in passato, con centinaia di vittime stritolate o soffocate nella calca.
Ma l´idea non piace a tutti. «Questa è la Manhattanizzazione della Mecca», protesta da Londra Irfan al Alawi, fondatore ed ex direttore esecutivo della Islamic Heritage Research Foundation, una fondazione che si batte per conservare le tradizioni e le bellezze monumentali del mondo islamico.

l´ipotesi di una commercializzazione della città santa, un passo nella direzione non solo di un´americanizzazione incarnata dal modello della lontana Manhattan, ma degli assai più vicini Emirati Arabi, dove Dubai e Abu Dhabi fanno ormai a gara nel progettare grattacieli sempre più alti, centri commerciali più avveniristici e strutture turistiche.
Il maggiore cambiamento previsto sarà nell´area circostante la Grande Moschea, che può contenere almeno 100 mila pellegrini durante i periodi di preghiera. Il progetto voluto da re Abdallah ha già portato alla demolizione di mille proprietà private nella zona di Shamilya: le autorità saudite hanno stanziato 80 milioni di sterline solo per compensare i proprietari espropriati. Ci sarà poi un nuovo quartiere residenziale a sud ovest della moschea. I bulldozer stanno già scavando per creare una piazza di 230 mila metri quadri, che comprenderà grattacieli di appartamenti e centri di preghiera ad aria condizionata per 120 mila fedeli. Fra i 130 nuovi grattacieli progettati, svetteranno le Abraj Al Bait Towers, sette torri di cristallo che saranno uno degli edifici più alti del mondo, con un hotel da duemila stanze, un centro congressi per 1500 persone, eliporti e un centro commerciale di quattro piani con centinaia di negozi, boutique, ristoranti.



La sonda Phoenix
La sonda Phoenix della NASA ha toccato il suolo marziano questa notte (26 maggio 2008). Nel video, una simulazione dettagliata, secondo per secondo, delle fasi finali della discesa della sonda.
su
Le ScienzeInterattivo

La sonda Phoenix


Il grande piano solare
Un gigantesco progetto per sfruttare l'energia solare potrebbe dare agli Stati Uniti l'indipendenza dal petrolio estero e tagliare le emissioni di gas serra.
Ken Zweibel, James Mason e Vasilis Fthenakis su Le Scienze, marzo 2008, n.475

Una massiccia conversione degli impianti a carbone, petrolio, gas naturale e nucleare in impianti a energia solare potrebbe fornire il 69 per cento dell'elettricità e il 35 per cento dell'energia degli Stati Uniti entro il 2050. Il progetto richiede la realizzazione di una grande distesa di celle fotovoltaiche nel sud-ovest del paese. L'energia in più prodotta di giorno potrebbe essere immagazzinata in aria compressa in caverne sotterranee, disponibile per la notte. Sarà inoltre necessario costruire centrali solari a concentrazione, e una nuova infrastruttura a corrente continua per distribuire l'elettricità solare in tutto il paese. Ma il finanziamento del progetto richiede sovvenzioni per 420 milioni di dollari tra il 2011 e il 2050.


Le chiome di Federica
Alla Villa Reale di Monza apre oggi la più vasta antologica di Federica Galli, nota in tutto il mondo per le sue incisioni. Stregata dagli alberi centenari ha ritratto anche i gioielli di Milano
Chiara Vanzetto sul
Corriere della Sera

Le due querce
Acquaforte1996-1997, mm 716x313
tiratura in 90 esemplari (parziale).

dal sito di Federica Galli

Non mancano certamente alberi bellissimi e monumentali nel giardino della Villa Reale a Monza e nel contiguo Parco. La villa è costituita da un complesso di edifici fatti erigere dall'arciduca Ferdinando d'Austria tra il 1777 e il 1780. Nel giardino si ammirano queste due querce svettanti nel grande prato retrostante la villa. Sono, più precisamente una farnia, a sinistra nell'acquaforte che ha il tronco con una circonferenza di cinque metri ed è alta circa trenta; ed una quercia rossa, tronco di oltre cinque metri e altezza che supera i trenta, albero di provenienza americana, con una chioma che in autunno assume un magnifico colore.

Bianco e nero, colori non-colori. Che incredibilmente, grazie ad un segno sapiente e multiforme, svelano una ricchezza di tonalità, di sfumature, di passaggi cromatici che mai l'occhio si aspetterebbe di cogliere. È l'incantesimo delle opere di Federica Galli, maestra dell'incisione contemporanea nota in tutto il mondo, protagonista da oggi fino a luglio di una esposizione d'impatto al Serrone della Villa Reale di Monza: esposti duecento pezzi esemplari, dalla prima lastra eseguita nel 1954 fino ai lavori recenti. Si tratta della più vasta antologica mai dedicata a quest'artista, a cura di Flavio Arensi. Nata a Soresina, provincia di Cremona, classe 1932, Federica Galli vive a Milano dal 1946, quando si trasferì per diplomarsi in pittura all'Accademia di Brera. Ma è dal 1963 che non tocca un pennello, e dal '66 che non prende in mano un pastello: da allora si è dedicata esclusivamente all'acquaforte, passione inesauribile coltivata sulle tracce di Dürer, Grünewald, Holbein, Rembrandt.
«Mi sono molto divertita grazie al mio lavoro. Mi piace sempre perché tutti i giorni è diverso — conferma lei —. Ogni lastra ha la sua storia, è come un individuo differente dagli altri: non ho mai tracciato due segni uguali».
Solo dal vero Un procedimento complesso, elaborato e coinvolgente, quello incisorio: prima l'artista scalfisce il disegno direttamente con una punta sulla lastra metallica (adopera lo zinco), poi passa l'acido una prima volta. «Ma la prima stampa sovente non ha abbastanza forza e allora, secondo la dimensione della lastra, ci possono essere cinque, o anche otto "riprese"». Cioè fasi di ritocco, rifinitura, aggiunta di dettagli, particolari, punti d'ombra. Una tecnica che può raggiungere risultati di sottile raffinatezza e maestria, particolarmente d'effetto nel trattare vedute urbane e paesaggi naturali: i soggetti preferiti da Federica Galli, che li ha sempre studiati dal vero. Suddivisi in sezioni, i suoi temi privilegiati a Monza ci sono tutti: gli scorci inediti di Venezia e quelli di una Milano perduta e romantica, gli angoli sconosciuti della campagna lombarda, tra filari di gelsi e stagni, le cascine isolate nella pianura e soprattutto gli alberi monumentali, tema ricorrente a cui ha dedicato un intero ciclo negli anni Novanta.



  1 giugno 2008