
La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 4 maggio 2008
1965-1969
Anno dei portenti o, secondo altri, annus terribilis, il Sessantotto dura a lungo. Inizia con la contestazione studentesca e le rivolte razziali negli Stati Uniti, passa per la guerra in Vietnam e l'invasione di Praga. Agita grandi miti e cambia gli stili di vita. Si chiuderà, in Italia, con le tinte nere del sovversivismo di destra. Così lo racconta L'Espresso
Nello Ajello su L'espresso
Su un settimanale «di punta», così di solito viene definito L'Espresso, il Sessantotto durò a lungo, come vivaio di reportages e ricettacolo di dibattiti, denunzie, meditazioni e commenti.
Fu una tempesta mediatica che si estese fra il 1965 e il 1970, con una rincorsa iniziale e una coda al termine. Questa antologia in due volumi pur recando come sigla unificante il 1968 («anno dei portenti» o «annus terribilis», a seconda dell'ottica individuale) si sofferma sui suoi precedenti: perché, come scriverà Eugenio Scalfari al culmine di quell'estate di quarant'anni fa, «almeno da un paio d'anni questi fermenti agitavano le masse», ma «negli ultimi tre mesi sono esplosi».
Il periodo considerato va, comunque, dagli albori della contestazione studentesca alla rivolte razziali negli Stati Uniti, da guerre sconvolgenti come quella del Vietnam alle repressioni praticate dalle truppe dell'Unione sovietica ai danni dei suoi satelliti europei, dai grandi miti agitati in quella stagione ai relativi mutamenti degli stili di vita. Passando per i sussulti di marca italiana, come quel complotto al Quirinale, intessuto di trame dei servizi segreti, che nel '67 verrà raccontato ai lettori da Lino Jannuzzi, e che troverà in Eugenio Scalfari, direttore del settimanale, un incisivo polemista oltre che un efficace testimone lungo la vicenda giudiziaria che ne seguì. Approdando, infine, a quell'ampio disincanto o riflusso che assumerà nei primi anni Settanta, in Italia, le tinte del sovversivismo di estrema destra.
Quello di matrice opposta, cioè il terrorismo di ultrasinistra, va collocato più avanti in termini di calendario: ma qualche premessa il Sessantotto, e le speranze sfiorite che gli tennero dietro, già la conteneva. Esaminata sulle pagine di un periodico come sui fogli d'un remoto calendario, ne emerge la storia critica d'una generazione che si trova oggi ad essere protagonista in tante sedi del potere: di quello stesso potere che allora contestava. Un simile raffronto tra i militanti d'un tempo e gli odierni reduci da quell'esperienza non è tra minori motivi d'interesse suscitati dalla rivisitazione che qui se ne fa. Una rivisitazione che, certo, punta sul come eravamo ma sembra in qualche momento anche alludere al come siamo diventati. In definitiva quegli eventi raccolti intorno a una data proverbiale compongono un quadro di riferimento per l'interpretazione del tardo Novecento italiano, ed oltre. I lettori più giovani si trovano di fronte a un racconto appassionato.
Chi quei tempi ha vissuto, e ne conserva un'immagine sfocata, ha sotto gli occhi un promemoria che lo aiuterà a recuperarli. Ed è probabile che questo giornalismo ad effetto ritardato gli risulti più suggestivo d'un saggio antropologico. Se non altro lo preserverà dall'insidia di contemplare il passato con il senno di poi. Scuole medie e università: ecco i primi palcoscenici offerti ai riti della contestazione.
Il '68 in due volumi
In edicola dall'8 febbraio due libri per rievocare gli anni dal '65 al '69, dai Beatles alle università occupate, dalla Primavera di Praga alla morte di Pinelli: firme prestigiose e foto esclusive.
SFOGLIA I DUE VOLUMI
TEMI, FOTO E AUTORI
· Argomenti - Volume 1
o Contestazione (1965-1967)
o Gli stili di vita
o I grandi miti
o Il territorio maltrattato
o Il Vietnam
o La politica immobile
o Una società di reclusi
· Argomenti - Volume 2
o Contestazione (1968-1969)
o Cultura e controcultura
o Gli operai e l'industria
o I cattolici
o I neri d'America
o Il mondo comunista
o L'Italia in nero
o Vecchia e nuova musica
LE FIRME
· Alberto Arbasino
· Andrea Barbato
· Angelo Maria Ripellino
· Antonio Cederna
· Antonio Gambino
· Arrigo Benedetti
· Bruno Zevi
· Camilla Cederna
· Carlo Falconi
· Carlo Gregoretti
· Corrado Augias
· Eugenio Scalfari
· Fabrizio Dentice
· Francesco Russo
· Furio Colombo
· George Andrew Roth
· Giangiacomo Feltrinelli
· Giorgio Pecorini
· Goffredo Parise
· Lino Jannuzzi
· Marialivia Serini
· Mauro Calamandrei
· Mauro De Mauro
· Nello Ajello
· Paolo Glorioso
· Pier Paolo Pasolini
· Robert Kennedy
· Romano Giachetti
· Salvo Mazzolini
· Sandro Viola
· Sergio Saviane
· Umberto Eco
· Walter Lippman
Maggio '68:
quel mese di fuoco che incendiò Parigi
Nino Gorio su Il Sole 24 Ore
In principio fu Nanterre, poi venne la Sorbona e infine il resto della Francia, che per più di un mese piombò in un clima insurrezionale, con occupazioni, cortei, scontri e barricate ovunque. Fu una quasi-rivoluzione, che dalle università si estese alle fabbriche, facendo scricchiolare la Quinta Repubblica. Tutto ciò accadeva 40 anni fa: era da un secolo che Parigi non vedeva niente di simile. Poi Charles De Gaulle, "padre della patria", andò in Tv, lanciò un appello alla nazione, indisse le elezioni e sbaragliò tutti: barricate e partiti avversari.
L'hanno chiamato "maggio francese", perché la fase acuta della rivolta iniziò il 3 maggio, con i primi scontri alla Sorbona. Ma è un nome improprio, perché in realtà il "maggio" iniziò a marzo e finì in giugno. Mese o quadrimestre che fosse, quel periodo fu il clou del Sessantotto europeo, dove "Sessantotto" va scritto, come d'uso, in lettere e con la "S" maiuscola, perché non indica solo una data, ma anche quell'eterogeneo movimento giovanile che attraversò mezzo mondo, segnando - nel bene e nel male - un'intera generazione.
Perché la rivolta? La miccia che innescò l'incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell'Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame stretto fra università e mondo produttivo. All'inizio del 1968 il progetto, definito "tecnocratico", creò diffusi malumori, soprattutto nelle facoltà umanistiche, che si sentivano marginalizzate. Il 22 marzo si registrò un primo atto di protesta: circa 200 studenti occuparono la Facoltà di lettere dell'Università di Nanterre, sobborgo di Parigi.
Ma Fouchet era solo una miccia casuale: già dal 1967 tutti gli ambienti giovanili d'Europa erano in fermento. Motivi: sovraffollamento delle università, incertezza degli sbocchi professionali, crisi dei valori tradizionali, scarso ricambio nelle classi dirigenti. In Germania l'epicentro del movimento era Berlino Ovest, patria di Rudi Dutschke, capo carismatico degli studenti di sinistra. Quanto all'Italia, tutto era iniziato a Trento, dove gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia con mesi di anticipo rispetto ai loro omologhi di Nanterre.
Articolati in gruppi diversi, i vari movimenti dell'Europa Occidentale erano accomunati da alcune parole d'ordine: anti-autoritarismo, anti-consumismo, rifiuto della "società borghese". Da una certa fase in poi li accomunò anche una diffusa violenza, sia inferta che subita. La Germania vide scorrere il primo sangue l'11 aprile con un attentato a Dutschke. L'Italia ebbe il battesimo del fuoco il 1° marzo, con la "battaglia di Valle Giulia", nata dal tentativo di un corteo di entrare a forza nella Facoltà di architettura, presidiata dalla polizia.
Ma torniamo alla Francia, che arrivò ultima sulla scena del Sessantotto, per diventarne però la primattrice. Il 2 maggio, dopo 40 giorni di occupazione, l'Università di Nanterre fu sgomberata dalla polizia. La prova di forza ebbe l'effetto opposto dal voluto; infatti l'indomani gli studenti sloggiati si trasferirono alla Sorbona e contagiarono la maggiore università parigina coi loro slogan perentori: "L'immaginazione al potere", "Tutto e subito", "Vietato vietare". A guidarli era un anarchico nato tedesco: Daniel Cohn-Bendit, detto Dany il Rosso.
La situazione precipitò subito: lo stesso 3 maggio la polizia circondò la Sorbona e ci furono i primi scontri; il 7 e l'8 grandi cortei attraversarono Parigi; il 10 nel Quartiere Latino (il rione dell'università, a sud della Senna) sorsero barricate e per tutta notte le vie divennero un campo di battaglia, con centinaia di feriti. Il giorno 13 la rivolta toccò l'apice: mentre un manipolo di studenti occupava la Sorbona, 800mila scioperanti bloccavano Parigi, sfilando al grido di "Ce n'est qu'un debut, continuons le combat" ("È solo l'inizio, continuiamo la lotta").
Ormai il "maggio" non era più solo una rivolta di studenti: la protesta universitaria si era saldata con vertenze contrattuali di varie categorie, creando una miscela esplosiva che sfuggiva di mano anche alla Cgt, la Cgil francese. Fuori Parigi si moltiplicavano le fabbriche occupate: il 14 erano solo due, a Nantes e in Lorena; ma il giorno dopo divennero 50, sparse in tutto il territorio nazionale. Il 20 fu occupato anche il porto di Marsiglia. E il 21, mentre alla Sorbona parlava Jean-Paul Sartre, un nuovo sciopero coinvolse ben 7 milioni di persone.
Il "maggio" era sempre più eversivo per la Francia gollista. Eversivi erano non solo gli atti di violenza, né solo i danni economici: tale era anche l'atteggiamento irridente con cui i ribelli della Sorbona trattavano istituzioni e modelli di comportamento tradizionali. Nei cortei sfilavano ragazze a seno nudo, con berretto frigio in testa e bandiera rossa in mano, caricature di Marianne, icona femminile della "Republique". E nel Quartiere Latino nuove targhe ribattezzavano le vie: boulevard St-Michel divenne in quei giorni "rue du Vietnam héroique".
La caduta dell'impero romano
Non solo l'addio al Campidoglio. Il voto di Roma segna la sconfitta della strategia di Veltroni. E il Pd ora rischia la disintegrazione della sua classe dirigente
Edmondo Berselli su L'espresso
Il borgataro si stacca dalla festa in Campidoglio per Gianni Alemanno, stappa una birra e ti punta il dito nel costato: "Ahò, lo volevate er nuovo conio, mò beccatevelo". Per il Partito democratico, per Francesco Rutelli, per Walter Veltroni la serata romana di lunedì è il segno di una disfatta spaventosamente incomprensibile. È come se la capitale avesse deciso di sferrare un uppercut micidiale all'idea democratica, al progetto stesso del Pd: già, perché lo sconfitto è Rutelli, ma la batosta romana si ripercuoterà sul partito, sui suoi equilibri, forse sulla sua stessa esistenza.
Per il momento c'è lo choc tremendo di uno schianto politico inatteso anche nelle dimensioni, il rovesciamento clamoroso del risultato del primo turno, ma soprattutto un urto che fra molti saluti romani, clacson di tassisti entusiasti, cori di ultras, spazza via 15 anni di egemonia del centrosinistra, cominciati nella dura campagna elettorale del 1993, quella che aveva sdoganato Gianfranco Fini, e fa a pezzi il 'modello Roma', l'invenzione di Goffredo Bettini portata all'eccellenza mondana e planetaria da Veltroni, liquidando la Roma piaciona che aveva egemonizzato il gusto e anche il conformismo in società.
Il caos non è proprio calmo. La tranvata, sostiene immediatamente l'ala hard del Pd, i dalemiani che non hanno mai creduto ai lustrini, dimostra quanto fosse fragile la struttura del consenso raccolta dal sindaco uscente, quanto volatile la popolarità, quanto effimero il radicamento sociale, e alla fine quanto leggero e alla lunga irrilevante il clima capitolino fatto di attori, scrittori, registi, notti bianche, festival, intrattenimento, morettismi. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in due anni sono evaporati oltre 20 punti di vantaggio, contraddicendo anche la tendenza generale del Pd, che alle politiche si è mostrato più competitivo nelle città e negli aggregati metropolitani.
Eppure, per restare al caso romano, la politica "lieve" e colorata di Veltroni era forse l'unico strumento capace di tenere insieme l'establishment e le periferie; non appena si è assistito al ritorno in campo di un candidato come Rutelli, interpretato come un uomo dell'establishment, anzi della 'casta' politica, è scattato il cortocircuito. Con distorsioni che devono essere ancora interpretate, e possono portare a vendette e regolamenti di conti, ma che per il momento rappresentano concretamente un attrito ineluttabile della scelta di Veltroni di rompere con la Sinistra Arcobaleno alle politiche: accanto al fallimento di Rutelli, il successo conquistato alla Provincia di Roma dal candidato Zingaretti, con un numero di voti nelle sezioni elettorali della capitale che fanno subito sospettare un paradossale esercizio del voto 'disgiunto', Zingaretti alla Provincia e Alemanno al Comune ("Ipotesi che fa ribrezzo", scrive 'l'Unità', ma tant'è).
Una modalità quasi dadaista per praticare la vendetta della sinistra radicale contro la leadership del Pd, responsabile della scelta di 'correre da soli' (nei centri sociali l'idea di punire Veltroni votando Alemanno era stata sostenuta ripetutamente). Un colossale 'tié', magari con il gesto dell'ombrello, rivolto a 'Franciasco', l'uomo dei vescovi, l'amico della Binetti, il cattolico delle alleanze "di nuovo conio". E che esalta la capacità di Alemanno di unire le 'due Rome', da un lato la città centrale della borghesia, i Parioli, i circoli tiberini, il generone scettico che si era prestato all'unanimismo veltroniano, e dall'altro le borgate e gli outsider. La destra 'sociale' del genero di Pino Rauti promette infatti misure di sicurezza alla borghesia spaventata dai comportamenti irregolari dei clandestini, e offre rappresentanza all'universo marginale nelle periferie (laboratorio sociale e politico tutto da analizzare, che sembra essere stato messo a fuoco soltanto dalla percezione letteraria di Walter Siti, autore di un recente e impressionante libro postpasoliniano, 'Il contagio', che esplora l'antropologia degradata e mutante della Roma periferica). Mentre anche dalle borgate salgono slogan che scandiscono "via gli albanesi, via i romeni", Alemanno seleziona utilmente aspettative differenziate anche nella Roma del degrado, prospettando criteri che etichettano i clandestini come il nemico interno da colpire con spettacolari misure di polizia.
Ma è fuor di dubbio che il crollo a Roma rappresenta un macigno sulla strada del Pd, e in particolare del Pd veltroniano. Finora, dopo il risultato del 13-14 aprile, si poteva sostenere che il 33,1 per cento, pur nella sconfitta, rappresentava la costituzione del 'motore riformista', un partito in grado di diventare competitivo nel medio periodo, e che risultava capace di mobilitare le città, i ceti culturalmente più elevati, il lavoro dipendente qualificato, la società italiana più moderna e creativa.
Prima del 'voto di pancia' e della voglia di discontinuità, prima del sacco di Roma da parte delle 'truppe alemanne', Veltroni poteva accampare una serie di giustificazioni credibili. A gravare sul Pd c'era l'impopolarità di Prodi, nel Nord industriale lo sfondamento della Lega nelle fasce operaie, al Sud l'effetto desolante dell'emergenza rifiuti. C'era da mettere a fuoco il progetto berlusconiano di 'modernizzazione reazionaria', o anche semplicemente conservatrice, fondato sulla sintesi del secessionismo leghista con il protezionismo tremontiano e il clientelismo dell'Mpa di Raffaele Lombardo. A cui adesso si aggiunge il successo 'missino' di Alemanno, prefigurando una destra complessivamente nazionalcorporativa, aggregatrice di interessi parziali.
Ma intanto, prima di procedere alle ritorsioni interne inevitabili nelle sconfitte, ci sono da mettere a fuoco alcuni aspetti problematici, che la leadership del Pd dovrà affrontare. In primo luogo, l'esaurirsi empirico della pregiudiziale antifascista e resistenziale, cioè l'esito fisiologico di un processo socioculturale per molti versi inevitabile (ma che toglie valore alle richieste di "lealtà costituzionale" che Veltroni aveva inviato a Berlusconi negli ultimi giorni della campagna elettorale del 13 aprile, ricevendone in cambio un'alzata di spalle). In futuro sarà difficile esibire una sorta di superiorità etico-repubblicana come risorsa politica spendibile, così come sarà inutile puntare sui simboli se in gioco ci sono gli interessi. Insomma se ne va fuori dalla simbologia politica il ditino alzato dell'ideologismo targato Fgci, se è vero che il 'capobranco missino' Alemanno sbanca il Campidoglio con una campagna sinceramente populista, in una fragranza tutt'intorno di umori autenticamente fascisti.
Per evitare una dinamica dissolutiva, il Pd deve provare a ripartire. Deve avere la consapevolezza che la propria classe dirigente è particolarmente logora e che niente come le sconfitte richiama le sconfitte. Occorre quindi mettere in rete gli amministratori locali più capaci, dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino al sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, e individuare una strategia di azione sul territorio. È la fase in cui le posizioni di rendita stanno smottando, e in momenti come questo devono uscire allo scoperto le energie meno consumate. Innanzitutto la coppia composta da Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, per ricominciare dal territorio. E poi, occorre inquadrare le prossime sfide: ci sono alle viste le elezioni europee del 2009 (un incubo, dato che con la proporzionale non c'è voto utile che tenga) e il referendum elettorale. Ci vuole una strategia. Altrimenti, le spinte alla disintegrazione non le fermerà nessuno, e il tutti a casa sarà inevitabile.
Disponibili 1.300.000 articoli, dal 1992 ad oggi
Il Corriere apre ai lettori l'archivio storico
Marco Pratellesi sul Corriere della Sera del 7 febbraio 2008
MILANO Il Web ha una memoria infallibile. Non dimentica niente. Tutto quello che viene inserito resta nella Rete a futura memoria, per l'eternità. Ecco perché gli archivi (ma internet è, alla fine, anche un unico immenso archivio) sono il vero patrimonio di questa moderna Biblioteca di Alessandria. Una biblioteca che da oggi è ancora più ricca. Il Corriere della Sera ha infatti aperto, primo quotidiano in Italia e tra i primi a livello internazionale, il proprio archivio storico ai lettori. Il nuovo servizio (disponibile all'indirizzo archiviostorico.corriere.it) permette di accedere gratuitamente a un patrimonio informativo di 1.300.000 articoli comparsi sul quotidiano a partire dal 2 gennaio 1992 ad oggi. Gli utenti di Corriere.it possono adesso ripercorrere tutti gli avvenimenti italiani e internazionali degli ultimi 16 anni: da Tangentopoli alla nascita dell'Euro; dall'attacco alle Torri Gemelle di New York dell'11 settembre 2001 alla seconda guerra del Golfo; dalla morte di Giovanni Paolo II alla vittoria della Nazionale azzurra in Germania.
Un archivio dinamico nel quale è possibile cercare per parole chiave, per data, per autore e che si arricchirà ogni giorno di tutti gli articoli pubblicati sul Corriere della Sera il giorno precedente. I risultati possono essere ordinati sia per data sia per rilevanza. Un software permette inoltre di sapere in tempo reale quali sono le parole più ricercate negli ultimi 30 giorni: un «termometro» degli interessi dei lettori. L'archivio comprende anche tutte le testate che hanno accompagnato in edicola il Corriere della Sera nell'ultimo decennio: Corriere Soldi, Corriere Economia, Corriere Lavoro, Corriere Salute e ViviMilano. La consultazione gratuita in forma testuale di tutto l'archivio storico del Corriere affianca Corriere Store (www.corriere.it/store), un servizio partito già da alcuni anni e che consente ai lettori di acquistare online la riproduzione delle prime pagine storiche del quotidiano dalla nascita ad oggi. Con la scelta di mettere a disposizione dei propri lettori l'archivio storico del quotidiano, il Corriere della Sera arricchisce il Web di un patrimonio informativo unico e rafforza ulteriormente il legame con Corriere.it e i suoi oltre undici milioni di lettori unici mensili registrati a gennaio.
Online l'intero archivio di Repubblica dal 1984
Viaggio tra memoria e curiosità. Il sito offre gratis ai lettori un velocissimo sistema di ricerca.
Filippo Ceccarelli su la Repubblica del 24 aprile 2008
ROMA - Ma si ha un'idea dello spazio che occupano e dei quintali che pesano 24 anni di Repubblica? Non basterebbero due stanze, per fare qualche ricerca, con l'aiuto di volonterosi facchini. Bene: da oggi basta un clic. Il ricordo si ravviva, la scoperta prende il via. Si perdoni qui il tono entusiasticamente promozionale, ma è vero; e poi è gratis; e dopo tutto è anche una prova di trasparenza, un dovere civico, un fatto di democrazia.
Per alcuni, forse, un passatempo; per altri addirittura un piacere. Come i più grandi quotidiani del mondo, anche Repubblica.it mette dunque a disposizione l'intera sua storia di carta e digitale. Quindi tutti gli articoli pubblicati dal lontanissimo 1984 a ieri, testimonianze vive di un Paese ormai irriconoscibile, giorno dopo giorno la vicenda della sua trasformazione.
Tutto fuori. Tutto per tutti. Gli scritti del giornale on line, le foto-gallerie, i video, le trasmissioni e i dibattiti andati in onda su RepubblicaTv; più i testi usciti su quasi una ventina di quotidiani locali del gruppo Espresso.
Per una volta memoria e curiosità s'intrecciano a beneficio del gentile pubblico bombardato dai messaggi e dagli stimoli di un'attualità sempre più seriale e semplificata. Mentre il passato, come sempre, illumina il futuro. Eccolo, perciò.
Una mole impressionante di materiale, una completa e pervasiva emeroteca light, uno strumento d'indagine, un mezzo di controllo d'inusitata diffusione e potenzialità, un pezzo di storia d'Italia, in definitiva; e anche del giornalismo italiano.
Perché una banca-dati è tutto questo, ma più va indietro nel tempo - e nessun altro quotidiano offre una documentazione elettronica a partire dalla metà degli anni ottanta - più è ricca di fatti, di idee, di opinioni e anche di sorprese.
Imparare il modo di chiedere, il sistema di ricerca, sarà come apprendere una lingua o cominciare a suonare uno strumento musicale. Si migliora pian piano attraversando l'apparente complessità per raggiungere lo scopo. Il cuore di ciò che si va esplorando. L'ombra e insieme il bagliore di una conoscenza che non è mai giusto né conveniente tenere per sé.
Slot all'italiana. Con il trucco
Per evitare controlli due su tre non collegate. Ogni anno si giocano 100 miliardi di euro.
Luigi Corvi sul Corriere della Sera
La nuova droga si chiama slot. Niente acidi, cocaina, ecstasy. Solo una banale macchinetta capace di risucchiare nel gioco compulsivo migliaia di persone che ogni anno, inseguendo un sogno impossibile, buttano al vento l'iperbolica cifra di cento miliardi di euro.
Famiglie distrutte, persone normali che finiscono in rovina, indebitate, alimentando il mondo dell'usura. Storie di disperazione che disegnano i contorni di un fenomeno dalle dimensioni impensabili, una vera e propria emergenza sociale.
Da Biella a Nuoro, da Treviso a Trapani, sono una ventina le procure che in tutta Italia hanno fatto scattare sequestri a tappeto (18mila dal 2006 a oggi, con 438 denunciati solo nell'ultimo anno e mezzo). Le «new slot» si sono moltiplicate come funghi, uscendo dal recinto delle sale giochi per arrivare sino al bar del più sperduto paese. Una vera infestazione: si calcola che le macchinette autorizzate (ma molte sono poi manomesse) siano duecentomila (a Las Vegas, tanto per fare un confronto, sono settantamila) e altrettante quelle installate abusivamente, con un giro d'affari vorticoso dietro al quale si nasconde inevitabilmente anche la criminalità organizzata, tant'è vero che pure la Direzione nazionale antimafia ha aperto un'inchiesta.
Macchinette troppo spesso «truccate », con software modificati che stravolgono o cambiano del tutto il gioco omologato, bloccando o diradando le possibilità di vincita che sono già basse: una ogni 140mila partite, anche se la legge prevede che il 75% delle giocate debba essere obbligatoriamente restituito con le vincite. Un dato, quest'ultimo, che, stando alle inchieste della magistratura, si è però rivelato aleatorio.
Per conteggiare le giocate in base alle quali avviene la spartizione, dal 2005 ogni slot doveva essere collegata in rete (pena pesanti sanzioni) con il sistema informatico gestito dalla Sogei, società del ministero dell'Economia. Ma questo, per i due terzi degli apparecchi, non è avvenuto. A scoprirlo sono stati gli uomini del Gruppo antifrode telematica (Gat), nucleo speciale della Guardia di Finanza comandato dal colonnello Umberto Rapetto.
Su incarico della Corte dei Conti del Lazio, indagando nei meandri della Rete, gli 007 telematici hanno scoperto che moltissime macchinette erano scollegate dalla Sogei e questo, oltre a svelare la più grossa frode fiscale che si ricordi, ha fatto emergere, anche attraverso controlli a tappeto, un'altra drammatica realtà: l'impossibilità di controllare i software utilizzati realmente dalle macchinette.
Nelle slot ora viene saldata una smart card che, in caso di anomalie nella trasmissione dei dati, dopo pochi giorni blocca automaticamente il gioco e disattiva la macchina. Ma, negli ambienti degli hacker, si sta già studiando la contromisura: uno switch che permette di deviare il collegamento telematico su un altro gioco (abusivo) facendo risultare che la slot in quel momento è funzionante ma non attiva.
Così il business è destinato a continuare, e l'emergenza sociale pure. Con entrate fiscali (2,2 miliardi nel 2007) che per lo Stato restano sproporzionate rispetto al volume di gioco ufficiale (19 miliardi) e reale (circa 50 miliardi la stima della Gdf, cui va aggiunta un cifra identica per le slot del tutto abusive).
A continuare a guadagnarci, c'è da scommettere, saranno così sempre le concessionarie (solo tre sono quotate in Borsa), dove la parte del leone la fa l'«Atlantis World gioco legale limited », con una fetta di mercato superiore al 30%. Una società che ha sede nella Antille olandesi, dove è proprietaria di tre casinò, e che ha come socio maggiore Francesco Corallo, figlio di Gaetano che negli anni Ottanta fu arrestato per la scalata al casinò di Campione e che risultò in contatto con il boss della mafia Nitto Santapaola.
Omicidi, suicidi e tante rapine:
è la dipendenza da macchinetta
L. Cor. sul Corriere della Sera
Furti, rapine, delitti, suicidi: la febbre da slot continua, in silenzio, a mietere vittime.
Ormai, in molte Asl sono i Sert (servizi che assistono i tossicodipendenti) ad occuparsi della dipendenza dalla macchinette, mentre un po' in tutta Italia stanno nascendo centri specializzati per la terapia dei giocatori di slot, dove sono in costante aumento i pazienti di sesso femminile. La cronaca di tutti i giorni racconta autentici drammi. Nel Bresciano, la sera di Pasqua, un disoccupato di 42 anni «slot-dipendente», tenta una rapina per procurarsi il denaro da giocare al bar: armato di taglierino, suona alla porta di un imprenditore che però ha una pistola e spara per difendersi, uccidendo il rapinatore. Tre giorni dopo, nel Cremasco, un pensionato rovinato dalle slot, va nella sua banca armato e chiede 5 mila euro al direttore. Ma arrivano i carabinieri e l'uomo si spara davanti agli impiegati. La scorsa estate, in provincia di Ascoli Piceno, i carabinieri avevano scoperto che una badante italiana invece di curare la donna di 77 anni che le era stata affidata, la portava a chiedere l'elemosina davanti alle chiese perché i soldi per le slot non le bastavano mai. A Salò invece, un operaio che in un giorno aveva dilapidato l'intero stipendio, non sapendo come giustificarsi con la moglie, aveva simulato una rapina ma era stato scoperto. In provincia di Trapani, dove la febbre da slot è altissima (colpisce il 15% della popolazione) un pescatore ridotto sul lastrico si è ucciso lo scorso anno gettandosi in mare con i pesi da sub. A Vicenza un ragazzo di 22 anni ha finito per uccidere con una mazza da muratore la nonna di 93 anni che non voleva sganciargli tremila euro. Poi è andato al bar a giocarsi alle slot i pochi soldi che aveva trovato in casa. Storie di provincia, ma non solo. A Milano un padre di famiglia, ex consulente finanziario, che aveva dilapidato 20 mila euro, non sapendo come fare per «rientrare» ha tentato una rapina in banca ma appena fuori è stato bloccato da una guardia giurata.
4 maggio 2008