
La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I.
La grande fame
Biocarburanti e petrolio alle stelle. Volano i prezzi degli alimenti di base. E negli Stati più poveri del mondo torna l'emergenza cibo. Viaggio nella regione indiana che ha il record mondiale di bimbi morti per stenti
Raimondo Bultrini e Satya Sivaraman su L'espresso
Bilaspur Chhattisgarh. Dal Messico al Bengala occidentale, dall'Egitto all'Indonesia. E poi Haiti, il Burkina Faso, il Camerun, la Costa d'Avorio, gli Stati del Golfo e di nuovo in Asia, nelle Filippine. Non c'è stato un continente senza proteste, disperazione, perfino rivolte. L'aumento negli ultimi sei mesi del prezzo di generi di prima necessità come il riso e il grano ha scatenato una crisi epocale, ancora distante dalle cifre della carestia nel Bengala del 1943 con i suoi tre milioni e mezzo di morti, ma di cui non si intravedono spiragli di ottimismo a breve.
Bilaspur è famosa in lingua hindi come Dhaan Ka Katora, la scodella di riso, e le fertili pianure che si estendono in molti distretti attorno a questa importante città del nuovo Stato indiano di Chhattisgarh sono l'orgoglio di un continente al terzo posto nel mondo tra gli esportatori e i consumatori del prezioso prodotto. Nei suoi 50 slum di catapecchie, gli abitanti mangiano tra i miasmi delle fogne a cielo aperto la porzione sufficiente per sopravvivere. Ma è oltre la sua periferia estrema, nella cittadina di Ganiyari, 20 chilometri a nord, che si cela il lato nascosto di uno Stato presentato dai dépliant turistici come una delle terre più ricche di tradizioni del Continente. Qui c'è l'unica grande clinica dove i contadini e gli adivasi (i tribali) dalle foreste dei remoti distretti lontani anche 200, 300 chilometri, possono permettersi di farsi curare le molte malattie derivate da un unico ceppo sempre più contagioso: la fame. L'ha fondata nel 2000 un gruppo di giovani dottori laureati nella più prestigiosa università medica dell'India (Aiims), rinunciando ai principeschi salari delle strutture private. Tra i letti delle stanze spartane allineati lungo gli stanzoni dell'ospedale giacciono dozzine di pazienti in gran parte giunti qui in condizioni estreme.
Bhargav, uno dei fondatori dell'ospedale JSS, spiega che la media dei pazienti adulti non supera i 35 chilogrammi di peso, con il caso estremo di un uomo di 19 chili: «Mentre il resto del mondo parla della sindrome di immunodeficenza acquisita col virus dell'Hiv, noi siamo testimoni nel Chhattisgarh di una drammatica sindrome acquisita nutrizionale, che noi chiamiamo N-Aids». Il dottor Bhargav preferirebbe non parlare con la stampa. Uno dei suoi colleghi diventati celebri sulle cronache indiane dell'ultimo anno, Binayak Sen, è ancora in carcere con l'accusa di avere collaborato con i maoisti naxaliti, nonostante una campagna nazionale per proclamare la sua innocenza e una petizione firmata da migliaia di poveri curati col lavoro semi-volontario di Sen e dei suoi colleghi.
Ma di fronte all'evidenza degli uomini-scheletro allineati su lettini, materassi e tappeti del JSS, Bhargav non se la sente di girare attorno al problema che tormenta lui e gli altri medici ben prima della crisi dei prezzi: «È impossibile per degli estranei immaginare ciò che avviene qui, la fame fa più vittime che in Etiopia», sbotta. I pazienti arrivano al JSS su carri tirati da buoi, su autorisciò, dentro pullman stracolmi e su treni dove la gente sale fin sopra i tetti come ai tempi dei viaggi di Gandhi. Qualcuno muore lungo il tragitto, altri subito dopo l'arrivo, altri riescono a riprendersi e tornare nei loro villaggi, dove però la situazione diventa sempre più problematica, soprattutto da quando la vertigine dei costi ha creato anche in India paradossali speculazioni sulle spalle dei più poveri. Per evitare rivolte, e con l'occhio alle prossime elezioni, i governi nazionale e locale implementano programmi per la distribuzione di grano e riso a prezzi bassi. Dopo che il Bjp, il partito degli ultraortodossi hindu, ha annunciato per la festa religiosa del Makar Sankranti riso a 3 rupie al chilogrammo, contro i 15 del mercato, per 340 mila famiglie sotto la soglia della povertà, il progressista Congresso lo ha promesso a 2, sempre che riceva voti sufficienti. Ma il vero problema, che non riguarda solo le quote calmierate, bensì gli stessi coupon, le carte delle razioni per anziani e disoccupati, i pasti gratuiti di mezzogiorno chiamati Anganwadi per i bambini delle scuole dei villaggi, è quello della distribuzione. Spesso gli abitati dove tribali e dalit (la casta più bassa del sistema hindu) si nutrono di radici, foglie, frutta, dei proventi di piccolo artigianato e, se va bene, pollame, sono poche case di fango o bambù sparse in regioni ricoperte da fitte foreste, senza elettricità, acqua potabile e strade degne di questo nome.
Chhattisgarh mantiene il più alto tasso di mortalità infantile e materno: 70 bambini deceduti ogni mille contro i 63 della media nazionale - record mondiale - per un totale di due milioni di piccoli (fonte Unicef) uccisi ogni anno da malattie prevenibili. Tra la sola tribù dei Kamar che vive a sud-est della capitale Raipur nel distretto Dhamtary, una équipe universitaria ha scoperto che nell'età tra i 4 e i 6 anni 90 soggetti su 100 sono gravemente sottopeso. Per secoli i Kamar e le altre tribù della zona hanno vissuto dei prodotti dei boschi e dei piccoli allevamenti di animali domestici, ma la globalizzazione, che ha portato all'India un lusinghiero 9 per cento di crescita annua, ha spinto a sacrificare le grandi foreste e i fiumi, affidando a grandi compagnie private, anche straniere, vaste fette di territorio demaniale per industrie, dighe e miniere. Chhattisgarh è uno degli Stati più ricchi di risorse del sottosuolo, e gli adivasi hanno dovuto cedere alle imprese di estrazioni fasce sempre più vaste di terre ancestrali.
Per sviluppare l'industria e l'alta tecnologia, l'India - e Chhattisgarh non ha fatto eccezione - ha lasciato indietro l'agricoltura. Non solo. La grande varietà di semi di grano e di riso di cui disponeva è stata sostituita da stock in gran parte importati da grandi compagnie multinazionali come la Monsanto, buoni per il cosiddetto cash crop, raccolto monetizzabile, ma spesso sterili dopo un anno di utilizzo e a basso potere proteico. I contadini che avevano un minimo di capitale da spendere si sono indebitati fino al collo, nel Chhattisgarh come in Maharashtra, Madhya e Andra Pradesh, portando in queste regioni il numero dei suicidi per debiti alla impressionante cifra di 17 mila nel solo 2006.
A rendere ancor più paradossale la situazione c'è stato l'effetto perverso della liberalizzazione dei mercati, con l'autorizzazione da parte del governo indiano alla vendita di grossi quantitativi di prodotti agricoli che in tempi di crisi come questi avrebbero permesso di salvare milioni di vite. Paesi stranieri come l'Australia continuano ad acquistare sul mercato indiano grano a prezzi incredibilmente bassi, 3 mila rupie contro le 10 mila dello standard internazionale. Ma allo stesso tempo l'India ha acquistato per la prima volta nel 2006 e nel 2007 grandi quantitativi di grano e riso all'estero, contribuendo all'impennata dei prezzi sul mercato globale. Non a caso adesso il prodotto viene accumulato nei magazzini in attesa degli inevitabili rialzi (sono già più che raddoppiati negli ultimi dieci mesi) e non può essere soddisfatta l'enorme richiesta di intere popolazioni senza risorse alimentari. Ad ammettere candidamente al settimanale indiano "Business Standard" che «non esiste un meccanismo statale per limitare l'impennata dei prezzi», è stato pochi giorni fa il segretario generale delle Finanze di Chhattisgarh D. S. Misra: «L'unica cosa che lo Stato può fare è cercare le quantità necessarie al mercato nero».
Per un pugno di riso
L'aumento dei prezzi e le proteste dal Sud America all'Estremo Oriente
Scheda su L'espresso
Riso Nell'ultimo anno, marzo 2007- 2008, il prezzo è aumentato del 70 per cento (International Rice Research Institute di Manila), con impennate nei paesi importatori anche del 141 per cento da gennaio a aprile 2008.
Mais Marzo 2007- 2008, aumento del 31 per cento (Fonte Fao).
Grani Marzo 2007- 2008, aumento del 130 per cento (fonte Bloomberg), con tendenza al ribasso da febbraio ad aprile 2008.
Soia Marzo 2007-2008, aumento 87 per cento (fonte Bloomberg).
Alcuni dati correlati alla crisi alimentare:
Produzione di etanolo ricavato da piante per uso alimentare negli Usa, in miliardi di litri: 1995: 5 miliardi 2004: 12 miliardi 2007: 35 miliardi
Prezzo del petrolio Oltre 110 dollari al barile Spesa percentuale per il cibo di una famiglia: Usa: 16 per cento Vietnam: 65 per cento Nigeria: 73 per cento
Siamo complici di un crimine
Colloquio con Jean Ziegler di Vittorio Malagutti su L'espresso
«La lotta alla fame nel mondo è un fiasco colossale». È deluso Jean Ziegler. A fine aprile il sociologo svizzero, autore di pamphlet contro i mali della globalizzazione come il recente "L'impero della vergogna", rimetterà il mandato di inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi alimentare mondiale. E dopo quattro anni di lavoro non può fare a meno di denunciare quelli che lui non esita a definire «crimini contro l'umanità». E cioè gli incentivi pubblici ai biocarburanti e la speculazione finanziaria che amplifica i rialzi dei prezzi alimentari.
Un rapporto della Banca mondiale prevede che i prezzi agricoli non diminuiranno almeno fino al 2015. È d'accordo? E nel frattempo, come si può affrontare il problema?
«Mi sembra chiaro che la corsa dei prezzi non rallenterà ancora per un lungo periodo. Vanno adottate al più presto alcune misure di emergenza. Tanto per cominciare, la comunità internazionale dovrebbe al più presto dichiarare una moratoria mondiale di cinque anni sui biocarburanti. Bisogna inoltre imporre nuove regole per bloccare la speculazione sulle materie prime agricole. Gli hedge fund devono smetterla di speculare su questi prodotti».
In che modo la produzione di biocarburanti contribuisce ad alimentare le tensioni sui prezzi internazionali dei prodotti agricoli?
«I biocarburanti destabilizzano i mercati mondiali. I governi dovrebbero vietare la produzione di benzine alternative ottenute da materie prime alimentari come il mais o la soia. Altrimenti la fame nel mondo aumenterà».
Perché?
«Faccio due esempi. Per rispettare l'obiettivo di coprire entro il 2020 il 10 per cento del fabbisogno europeo di benzina con il bioetanolo, l'Unione europea sarà costretta a produrre questi carburanti in Africa, aumentando i problemi di alimentazione di quei Paesi. Quando gli Stati Uniti, grazie a 6 miliardi di dollari di sovvenzioni pubbliche, finanziano una politica a favore dei biocarburanti che toglie dal mercato 138 milioni di tonnellate di mais, si gettano le basi di un crimine contro l'umanità con l'unica motivazione di soddisfare la sete smodata di carburanti degli americani. È giusto promuovere l'uso dei biocarburanti, a condizione che siano prodotti con residui vegetali come i trucioli di legno o gli scarti della canna da zucchero utilizzati in Brasile. Ma il processo di lavorazione di questi materiali è molto complesso e costoso. Difficilmente, quindi, queste benzine alternative potranno diffondersi molto».
Qual è il ruolo della speculazione sull'aumento dei prezzi delle materie prime?
«Con la crisi delle Borse gli investitori si sono riversati sui mercati delle materie prime agricole, che sono molto meno regolamentati rispetto a quelli azionari. Alla Borsa di Chicago si può comprare un contatto future su tutta la raccolta di soia in Brasile versando solo il 5 per cento del valore del contratto. Fissare un livello minimo d'investimento molto più alto, per esempio il 30 per cento, può contribuire a frenare considerevolmente la speculazione sui cereali».
Diversi Paesi, per esempio Argentina, Egitto e Vietnam, hanno bloccato le loro esportazioni di cereali e riso per soddisfare la domanda interna. Queste decisioni finiscono per contribuire all'aumento dei prezzi perché diminuisce la disponibilità di materie prime agricole sui mercati internazionali. Come si può interrompere questa spirale?
«Questi paesi hanno tutto il diritto di imporre queste misure per ridurre le conseguenze della crisi mondiale sui propri cittadini. Ricordiamoci che molto spesso è la fame a causare le rivoluzioni. A mio parere i blocchi all'export sono giustificati anche se causano un ulteriore aumento dei prezzi internazionali. Non tocca certo a questi paesi farsi carico del problema».
Prevede che sarà possibile raggiungere il primo dei cosiddetti Millennium Goals fissati dalle Nazioni Unite, e cioè diminuire della metà il numero delle persone che nel mondo vivono al di sotto della soglia di povertà, meno di un dollaro di reddito al giorno?
«No, si può dire fin d'ora che questo obiettivo non potrà essere raggiunto. Siamo al disastro totale. Un insuccesso completo».
ha collaborato Luigino Canal
Lo specchio d'Italia è sempre più rotto
La secessione del Nord è un altro segnale di indebolimento del paese e la conseguenza più vistosa è l'affondamento di Alitalia. La speranza di recuperarne l'unità è diventato un pallido miraggio.
Eugenio Scalfari su la Repubblica
HO ascoltato venerdì sera Alemanno e Rutelli a "Matrix" come li avevo ascoltati pochi giorni prima da "Ballarò". Più o meno ripetevano le stesse cose come in tanti altri comizi e trasmissioni. Del resto sarebbe ingeneroso pretendere che ogni sera cambino battute e repertorio, accade anche in teatro, se vai a vedere una commedia, una tragedia, un "musical", il copione è quello, non può subire variazioni di rilievo.
Alemanno ha battuto e ribattuto sull'insicurezza e la paura della gente e ce l'ha messa tutta per farla aumentare.
Rutelli ha denunciato quella tecnica allarmistica e ha descritto i modi per risolvere un problema che affligge le metropoli di tutto il mondo da New York a Parigi, da Londra a Rio, da Amburgo a Canton, a Shanghai, a Mosca, a Washington e naturalmente a Milano e a Roma.
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Oggi e domani si concluderà questa lunghissima gara elettorale con gli ultimi ballottaggi. Sei milioni di elettori ancora alle urne, ma il senso e il risultato politico ci sono già stati due settimane fa: Berlusconi ha vinto, la Lega soprattutto tiene in mano la partita e ha posto il suo sigillo sui prossimi cinque anni.
Molti hanno scritto e detto che dalle urne del 14 aprile è uscito un elemento apprezzabile di maggiore semplificazione parlamentare e di più solida stabilità. Lo specchio rotto è stato almeno in parte ricomposto e ne emerge una visione del paese che può piacere ad alcuni e dispiacere ad altri ma è comunque percepibile e meno magmatica di prima.
L'ho detto anch'io ma sono bastati quindici giorni per smentire quest'unica e timida speranza: lo specchio in cui il paese dovrebbe riflettersi è più frammentato e sconnesso di prima, la riduzione da trenta a quattro o cinque partiti è una chimera, la nazione italiana è più sconnessa che mai, vive soltanto nella mente d'una minoranza e la speranza di recuperarne l'unità è diventata un pallido e lontano miraggio.
Lo si vede da molti segnali: la secessione del Nord ne è il dato più appariscente, l'affondamento dell'Alitalia ne è la conseguenza più vistosa, la regressione missina del centrodestra ne rappresenta l'inevitabile contraccolpo cui fa da controcanto il sussulto identitario dell'estrema sinistra.
Le rauche invettive di Beppe Grillo completano il quadro d'una società che sembra avere smarrito ogni bussola, ogni orientamento, ogni immagine di sé, ogni memoria del suo passato ed ogni progettualità del suo futuro. Si va avanti alla giornata senza timone e senza stelle.
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Berlusconi - non il governo Prodi che non c'è più - ha buttato nella fornace Alitalia 300 milioni presi dalle casse pubbliche per guadagnare tre o quattro mesi di tempo.
In attesa di chi e di che cosa? Alitalia non può esser rimessa in piedi da sola. Non è una questione di soldi ma di imprenditorialità e di dimensioni. Non esiste neppure una remota probabilità di una compagnia aerea italiana che abbia da sola un ruolo internazionale.
Aeroflot è una compagnia regionale e statale ancor più piccola del rottame Alitalia. Lufthansa pone condizioni ancora più severe di quelle di Air France.
Gli italiani chiamati da Berlusconi a contribuire alla cordata patriottica si riducono a Ligresti e forse a Tronchetti Provera. Se tra tutti e due metteranno insieme 150 milioni sarà un miracolo. Le banche tireranno fuori un finanziamento solo se ci sarà un piano industriale.
Bruxelles non accetterà mai un aiuto di Stato per rianimare un moribondo, l'ha già concesso una volta e non è servito a niente. Londra, Berlino, Parigi son lì a vigilare perché una violazione delle regole europee in un settore strategico come l'aeronautica non avvenga.
Tutta questa incredibile storia è la degna inaugurazione del Berlusconi-ter. Bossi se ne frega, il Nord secessionista vola benissimo con i suoi aeroporti padani.
Da lui Berlusconi non avrà nessun aiuto per Alitalia ladrona.
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La signora Marcegaglia, nuovo presidente di Confindustria, si è già guadagnata diversi Oscar: è donna, è tosta, anzi virile, ha le idee chiare in tema di rapporti con i sindacati con il governo e soprattutto con i suoi associati.
Non mi ha affatto scandalizzato la sua colazione a Palazzo Grazioli con il futuro presidente del Consiglio insieme a Luca Montezemolo officiato per un ministero. Perché no? Non c'è niente di male che un industriale diventi ministro, in Usa accade spesso ed anche in Europa. L'ipotesi non piacerebbe affatto ai colonnelli di Forza Italia e di An. A Bossi invece, anche su questo terreno, non gliene importa niente: lui i suoi ministri li avrà e nessuno glieli può levare.
C'è una sola cosa che non mi è piaciuta della Marcegaglia: ha dichiarato che la Confindustria non si occuperà più di legge elettorale né di altre questioni istituzionali, ma soltanto della sua missione di sindacato degli industriali.
Bossi ha una sua idea di Paese nord e di tutto il resto si disinteressa. Ma gli industriali italiani non sono solo al Nord. La Confindustria di Montezemolo sembrò avere una sua idea di Paese e si interessò di legge elettorale e di altre questioni istituzionali.
La signora Marcegaglia cambia rotta? Vuol dire che non ha un'idea di Paese o quanto meno non ce l'ha come presidente di Confindustria. Non crede che sia una questione riguardante la rappresentanza degli industriali.
Il suo dirimpettaio Bonanni, segretario della Cisl, la pensa allo stesso modo. Quelli della Fiom anche. Epifani sembra di no, lui un'idea di Paese ce l'ha come tutti i suoi predecessori da Di Vittorio a Trentin a Lama e a Cofferati. Ma anche la Cgil sta diventando una minoranza, la sua gente nel Nord le preferisce Maroni e Calderoli.
Ecco perché dico che lo specchio è più rotto di prima.
Come Favorire la Svolta
Lavoro bipartisan
una lettera di Pietro Ichino al Corriere della Sera
Caro Direttore, devo una risposta all'editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere di ieri, ai numerosi articoli comparsi su altri giornali nei giorni scorsi, alle centinaia di messaggi che mi sono pervenuti, dopo la mia risposta negativa alla proposta di Silvio Berlusconi di assumere la carica di ministro del Lavoro nel suo governo. In questi messaggi di amici e sostenitori, circa due terzi esprimono pieno consenso (in qualche caso con motivazioni che non condivido, perché venate di manicheismo politico).
Gli altri esprimono dissenso e talvolta anche delusione. È soprattutto a questi ultimi che voglio rispondere.
Qualcuno mi ha ricordato la scelta compiuta nel 2001 da Marco Biagi, socialista, di collaborare con il governo di centrodestra proprio per superare le vecchie, sterili contrapposizioni ideologiche sulle politiche del lavoro. Ma Marco non aveva partecipato alla fondazione del partito opposto, non si era impegnato nella costruzione della sua cultura e politica del lavoro, non era stato eletto nelle sue liste. E il suo ruolo è stato di consulente del ministro.
È vero e va detto chiaramente che Silvio Berlusconi non mi ha prospettato affatto di «tradire» il mio partito e i miei elettori. Ciò che egli mi ha proposto è invece di farmi garante, nella veste di membro del nuovo esecutivo, di un accordo tra maggioranza e opposizione sulla politica del lavoro di questa nuova legislatura: accordo, certo, auspicabile, considerati i difetti gravissimi di funzionamento del nostro mercato del lavoro. Il problema è che, prima di una nuova politica del lavoro bipartisan esperimento possibile, ma inedito nel panorama internazionale logica vorrebbe che si incominciasse con lo sperimentare l'accordo sul terreno su cui solitamente maggioranza e opposizione cooperano nelle democrazie più mature della nostra: che venissero dunque negoziate almeno le linee delle riforme istituzionali più urgenti, in particolare di quella elettorale; che si instaurasse un rapporto di cooperazione responsabile sul terreno della politica europea, incominciando dalla scelta del commissario italiano a Bruxelles; e sul terreno della politica estera. Se maggioranza e opposizione non sono capaci di un accordo su queste materie fondamentali, come può reggere per un'intera legislatura un accordo limitato alla politica del lavoro?
Per far parte utilmente e stabilmente di un governo non basta essere d'accordo con il premier e con gli altri ministri sul solo programma del proprio dicastero. Occorre anche condividere con loro, quanto meno, la visione generale della direzione in cui muoversi e la parte dei programmi degli altri dicasteri che più direttamente si intreccia con quello di propria competenza: oltre alla politica relativa alle riforme istituzionali, anche la politica industriale, quella fiscale, quella relativa alle amministrazioni pubbliche e altre ancora. Senza accordo su questi temi, un programma bipartisan sulla politica del lavoro avrebbe ben poco respiro politico. Per fare soltanto due esempi, come ministro di un governo Berlusconi sarei in grave difficoltà a condividerne la linea di protezione dell'«italianità» di Alitalia (come di altre grandi imprese) che invece da tempo denuncio come pesantemente negativa; e sarei in grave imbarazzo dopo aver presentato agli elettori con convinzione le proposte del Pd di forte incentivazione del lavoro femminile nel dover approvare scelte della maggioranza che mi sembrano ispirate a una concezione molto diversa, quale quella sul «coefficiente fiscale familiare».
Se su queste materie non c'è un'intesa piena, l'entrare nella compagine di governo può soltanto dar luogo a situazioni imbarazzanti per tutti. Per questo, pur apprezzando molto il significato positivo della proposta che mi è stata rivolta, mi sembra di poter essere più utile al Paese continuando a dare il mio contributo alla politica del lavoro del Pd, nel contempo incalzando la maggioranza su questo terreno e lavorando per un'intesa sui singoli punti su cui questa risulterà possibile.
Nulla impedirà che tra maggioranza e opposizione si attivi in modo trasparente e nel rispetto dei rispettivi ruoli una cooperazione in iniziative legislative o amministrative incisive per il migliore funzionamento del mercato del lavoro, per aumentare la produttività e le retribuzioni, per contrastare efficacemente le disuguaglianze crescenti tra lavoratori forti e deboli e tra protetti e non protetti, per favorire e indirizzare l'autoriforma del sistema delle relazioni sindacali, per ridare efficienza e prestigio al lavoro nelle amministrazioni pubbliche e combattere gli sprechi enormi che oggi si osservano in questo settore. Se su queste materie la maggioranza è disponibile a un'elaborazione e un'iniziativa comuni con l'opposizione, le cose di buon senso che si possono fare insieme sono davvero molte. Facciamole.
Mega tunnel al Brennero, parte l'altra Tav
Trasporti e grandi opere Una galleria di 56 chilometri per passeggeri e merci. Comuni favorevoli: libererà l'A22 dai Tir. Lunedì il via al cantiere da 6 miliardi di euro. I comitati contrari: spreco pubblico
Roberto Rizzo sul Corriere della Sera
MILANO Per le Ferrovie dello Stato dell'ad Mauro Moretti sarà «un'opera destinata a rimanere nella storia d'Italia per decine se non centinaia di anni. Di lì passera il futuro del nostro Paese».
Con questa solenne premessa lunedì il Presidente Giorgio Napolitano salirà a Fortezza (Bressanone) per la cerimonia di avvio dei lavori, nella parte italiana, del nuovo tunnel ferroviario dell'Alta Velocità del Brennero. Inaugurazione simbolica, a dire il vero: dopodomani verrà messa in moto la fresa di 550 tonnellate, dotata di 46 ruote taglianti da roccia che inizierà lo scavo esplorativo, alla velocità di 18 metri al giorno, per la raccolta delle informazioni da utilizzare nel progetto esecutivo dell'opera, il tunnel vero e proprio, «da cui passerà il futuro del nostro Paese».
Per il funzionamento della «Galleria di Base del Brennero », questo il nome completo del nuovo tunnel, si dovrà aspettare il 2020, se il termine lavori verrà rispettato. Ma l'importante è iniziare. Il tunnel, la cui progettazione e realizzazione è affidata ad una società creata ad hoc, la BBT, sarà lungo 56 chilometri, impiegherà, tra operai e tecnici, 1500 persone e costerà 6 miliardi di euro (stima del 2006 destinata a salire per stessa ammissione delle Ferrovie dello Stato), soldi pubblici (per metà pagheranno gli italiani, per metà gli austriaci), con un contributo dell'Unione europea di 593 milioni.
La galleria non è solo lo snodo fondamentale per la realizzazione del Corridoio 1, l'asse che, attraversando verticalmente l'Italia, collegherà Palermo a Berlino, ma servirà, nelle intenzioni, a potenziare su rotaia il Corridoio del Brennero, il collegamento Nord-Sud (tra Verona e Monaco di Baviera) più utilizzato per il trasporto di merci. Obiettivo, decongestionare l'A22, autostrada per la quale le provincie di Trento e Bolzano, insieme all'Austria, hanno rinunciato alla costruzione delle terza corsia. Un segnale forte per indicare la direzione che da queste parti si vuole seguire: ridurre al massimo il trasporto su gomma a favore di quello su rotaia, più ecologico. Sempre secondo Ferrovie dello Stato, a pieno regime nel tunnel transiteranno 400 treni al giorno, 320 i merci, con velocità consentite fino a 220 km/h.
Contrariamente a quanto accade per l'Alta Velocità in Val di Susa, la realizzazione dell'Alta Velocità tra Trento e Bolzano non ha ancora sollevato proteste particolarmente dure da parte della popolazione locale. Le istituzioni hanno in qualche modo coinvolto la gente sulla bontà dell'opera puntando sul desiderio dei più, cioè liberarsi dei tir che dalla A22 ammorbano l'aria. Altra importante differenza con la Val di Susa, la fanno i sindaci dei comuni interessati: appartengono tutti alla SVP, partito che da subito ha appoggiato senza riserve il progetto.
Non manca comunque chi non nasconde il malessere. Sono nate sigle come i No-BBT e sabato 19 aprile si è tenuta l'ultima manifestazione dei contrari, un migliaio di persone che hanno sfilato nel centro di Trento. «Il traforo non risolverà i problemi del trasporto merci, i tir continueranno a passare e verranno sacrificati inutilmente paesaggi e falde acquifere. Senza contare lo spreco di denaro pubblico», sono le ragioni di Markus Lobis, consigliere verde a Bressanone, uno dei leader anti-tunnel con la sua associazione Transinitiative.
Monza, le torri dividono la giunta
Cinque grattacieli, una pista da sci e una tramvia. Il sindaco: è da valutare; Ronzoni, direttore generale del Comune: «Pensiamo anche all'Expo 2015 con un centro espositivo»
Polemica. Fa discutere la proposta dell'assessore Romani. Centrodestra preso in contropiede.
Riccardo Rosa sul Corriere della Sera
Si potrà dire di tutto della variante al Piano regolatore territoriale dell'assessore all'Urbanistica, Paolo Romani. Ma non che passerà inosservato. D'altro canto, la costruzione di cinque torri da ottanta metri ciascuna, di una pista da sci al coperto e di una tramvia sospesa sul canale Villoresi hanno avuto l'effetto di un terremoto sulla politica monzese, anche all'interno della stessa maggioranza di centrodestra, presa in contropiede da un progetto che non è mai stato discusso e che il sindaco, Marco Mariani, ha bollato come «tutto da valutare».
Subito dopo l'approvazione del Piano regolatore dello scorso novembre, l'assessore Romani, eletto con il Pdl e in predicato di entrare a far parte della squadra di governo di Silvio Berlusconi, si era presentato negli uffici tecnici del Comune e aveva detto: «Facciamo partire le operazioni per una variante, voglio un'idea di città».
Il risultato non si è fatto attendere. «Abbiamo ipotizzato di realizzare attorno alla città una corona di servizi suddivisi per poli tematici spiega Mauro Ronzoni, il direttore generale del Comune . Pensiamo ad aree dedicate allo sport, all'ambiente, alla musica e anche all'Expo 2015 con un centro espositivo». Centro che sorgerà sulla Cascinazza, area che la famiglia Berlusconi sta tentando di vendere e dove erano previsti 388mila metri cubi di residenziale. Ciascun polo tematico sarà poi contraddistinto da una torre: della Nike, della Philips del costruttore Giambelli, che stravolgeranno completamente lo skyline di Monza. Ma l'idea di città partorita dall'amministrazione non finisce qua. «Monza deve essere in grado generare ricchezza aggiunge Ronzoni . Quindi, non vogliamo servizi come centri commerciali o multisala in concorrenza con altre strutture simili, ma attività uniche come una pista da sci al coperto che abbiamo ipotizzato di realizzare sull'area cave Rocca».
Il tutto, ovviamente, ammesso che i privati proprietari dei terreni condividano l'idea e, soprattutto, che vedano il vantaggio perché la realizzazione degli interventi dipende essenzialmente dalla loro volontà di sostenerli economicamente. Romani ha dato 15 giorni di tempo per esprimere un primo parere di massima. Tuttavia, fra le fila della maggioranza montano le perplessità. Su tutte quelle del sindaco, Marco Mariani.
«Romani ha raccolto una serie di pareri che non sono stati ancora discussi in giunta e nemmeno coi nostri consiglieri dice il primo cittadino . Si tratta di ipotesi tutte da valutare». Ancora più dura la reazione dell'opposizione: «La cosa grave conclude Alfredo Viganò, consigliere della lista Faglia e autore del Pgt è che nessuno sa niente di questa operazione. L'assessore non sta effettuando un'operazione urbanistica ma una vera propria negoziazione privata in spregio a tutte le norme di trasparenza ».
27 aprile 2008