
La settimana sulla stampa
a cura di G.C.
Il lungo viaggio di Bella ciao
Jenner Meletti su la Repubblica
BORGO SAN LORENZO - In fin dei conti, svelare un segreto è costato solo due euro. "Nel giugno del 2006 ero al quartiere latino di Parigi, in un negozietto di dischi. Vedo un cd con il titolo: "Klezmer - Yiddish swing music", venti brani di varie orchestre. Lo compro, pagando appunto due euro. Dopo qualche settimana lo ascolto, mentre vado a lavorare in macchina. E all'improvviso, senza accorgermene, mi metto a cantare "Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...". Insomma, la musica era proprio quella di Bella ciao, la canzone dei partigiani. Mi fermo, leggo il titolo e l'esecutore del pezzo. C'è scritto: "Koilen (3'.30) - Mishka Ziganoff 1919". E allora ho cominciato il mio viaggio nel mondo yiddish e nella musica klezmer. Volevo sapere come una musica popolare ebraica nata nell'Europa dell'Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del '900 fosse diventata la base dell'inno partigiano".
E' stata scritta tante volte, la "vera storia di Bella ciao". Ma Fausto Giovannardi, ingegnere a Borgo San Lorenzo e turista per caso a Parigi, ha scoperto un tassello importante: già nel 1919 il ritornello della canzone era suonato e inciso a New York. "Come poi sia arrivato in Italia - dice l'ingegnere - non è dato sapere. Forse l'ha portato un emigrante italiano tornato dagli Stati Uniti. Con quel cd in mano, copia dell'incisione del 1919, mi sono dato da fare e ho trovato un aiuto prezioso da parte di tanti docenti inglesi e americani. Martin Schwartz dell'università della California a Berkeley mi ha spiegato che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è forse originata da una canzone folk yiddish. Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell'est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione della canzone yiddish "Dus Zekele Koilen", una piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno due registrazioni, una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein. Da Cornelius Van Sliedregt, musicista dell'olandese KLZMR band, ho la conferma che Koilen (ma anche koilin, koyln o koylyn) è stata registrata da Mishka Ziganoff (ma anche Tziganoff o Tsiganoff) nell'ottobre del 1919 a New York.
Dice anche che è un pezzo basato su una canzone yiddish il cui titolo completo è "the little bag of coal", la piccola borsa di carbone".
Più di un anno di lavoro. "La Maxwell Street Klezmer Band di Harvard Terrace, negli Stati Uniti, ha in repertorio "Koylin" e trovare lo spartito diventa semplice. Provo a suonare la melodia... E' proprio la Koilen di Mishka Tsiganoff. Ma resta un dubbio. Come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un "Cristian gypsy accordionist", un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l'yiddish e
lavorava come musicista klezmer".
Del resto, la storia di Bella ciao è sempre stata travagliata. La canzone diventa inno "ufficiale" della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra.
"Prima del '45 la cantavano - dice Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all'università di Catania - solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani era "Fischia il vento". Ma era troppo "comunista". Innanzitutto era innestata sull'aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia. E le parole non si prestavano ad equivoci. "Fischia il vento / infuria la bufera /scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell'avvenir". E così, mentre stanno iniziando i governi di centro sinistra, Bella ciao quasi cancella Fischia il vento. Era politicamente corretta e con il suo riferimento all'"invasor" andava bene non solo al Psi, ma anche alla Dc e persino alle Forze armate. Questa "vittoria" di Bella ciao è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di "invenzione di una tradizione". E poi, a consacrare il tutto, è arrivata Giovanna Daffini".
La "voce delle mondine", a Gualtieri di Reggio Emilia nel 1962 davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi aveva cantato una versione di Bella Ciao nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine. Aveva detto che l'aveva imparata nelle risaie di Vercelli e Novara, dove era mondariso prima della seconda guerra mondiale. "Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / là giù in risaia ci tocca andar". "Ai ricercatori non parve vero - dice il professor Granozzi - di avere trovato l'anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione delle coscienza antifascista, e un precedente canto del lavoro proveniente dal mondo contadino.
La consacrazione avviene nel 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto uno spettacolo dal titolo "Bella ciao", in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude". I guai arrivano subito dopo. "Nel maggio 1965 - cito sempre il lavoro di Cesare Bermani - in una lettera all'Unità Vasco Scansani, anche lui di Gualtieri, racconta che le parole di Bella ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra, ma nel 1951, in una gara fra cori di mondariso, e che la Daffini gli ha chiesto le parole. I ricercatori tornano al lavoro e dicono che comunque tracce di Bella ciao si trovano anche prima della seconda guerra. Forse la musica era presente in qualche canzone delle mondine, ma non c'erano certo le parole cantate dalla Daffini, scritte quando i tedeschi invasor erano stati cacciati da un bel pezzo
Fino a quando ci sarà ricordo dei "ribelli per amore", si alzeranno le note di Bella Ciao, diventato inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi.
Un'Italia divisa per le Feste
Emilio Gentile su Il Sole 24 Ore
Nella "Storia d'Italia nel XXI secolo", pubblicata nel 2108 dalla casa editrice Il Nazionale Cosmopolita, per la serie "Memorie Condivise", si legge quanto segue: "Il 25 aprile 2008 si celebrò solennemente in Italia il sessantatreesimo anniversario della liberazione e il ritorno della democrazia. Alla cerimonia nella capitale, erano presenti, con il Presidente della Repubblica, numerosi esponenti politici: Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Walter Veltroni, ciascuno con una coccarda tricolore sul petto. Ovunque gli italiani festeggiarono l'evento con un inno corale di fedeltà allo Stato nazionale e alla democrazia nata dalla Resistenza. Grande commozione suscitò l'impresa compiuta dai Volontari della Pulizia, organizzati dalla Lega Nord, per liberare Napoli e la Campania dalle immondizie, nell'anniversario della Liberazione. La celebrazione del 25 aprile 2008 fu il simbolo di una rivoluzione culturale, che aveva dato agli italiani una coscienza nazionale comune. Erano 147 anni che ciò non accadeva. Cioè da quando, il 17 marzo 1861, era nato lo Stato italiano".
Potrebbe essere questa la descrizione della ricorrenza del 25 aprile 2008, dopo le elezioni politiche del 13 aprile, che hanno prodotto una rivoluzione parlamentare nella storia della Repubblica: per la prima volta non saranno rappresentati nelle due Camere partiti che si richiamano al comunismo o al fascismo. I maggiori partiti della nuova legislatura si riconoscono reciprocamente una legittimità democratica. Ora, poiché nessun partito eletto in Parlamento il 13 aprile si richiama al fascismo né rifiuta la Repubblica nata dalla Resistenza, si può immaginare che la cerimonia del prossimo 25 aprile possa avvenire come è descritta nel brano immaginario citato all'inizio. Sarebbe questa una vera rivoluzione culturale nella storia degli italiani. Vediamo perché.
Secondo molti studiosi, senza una memoria comune rielaborata periodicamente attraverso le feste della nazione, non può esserci identità nazionale. Le feste nazionali rinnovano nella collettività la coscienza di appartenere a una comunità di storia, di ideali e di valori condivisi, al di sopra delle differenze dei partiti che si avvicendano al Governo. Nei centoquarantasette anni della loro vita come cittadini di uno Stato nazionale, gli italiani non sono mai riusciti a riconoscere in un evento della loro storia il principio fondante di una memoria collettiva. La memoria collettiva degli italiani è stata finora un luogo di conflitti provocati da valori, principi e ideali non condivisi, inclusa la stessa idea di nazione.
Le feste nazionali istituite dalla monarchia, come la festa dello Statuto e il 20 settembre, furono sempre momenti di conflitto fra gli italiani. Nel 1911, quando lo Stato celebrò i primi cinquanta anni di unità, gli italiani cattolici, socialisti, repubblicani, nazionalisti e internazionalisti, protestarono contro l'Italia monarchica nella quale non si riconoscevano. Dopo la vittoria italiana nella Grande Guerra, l'anniversario del 4 novembre divenne un altro momento di conflitto fra nazionalisti e internazionalisti, fascisti e antifascisti, in una guerra civile che si concluse con l'instaurazione dello Stato totalitario. Nuovo regime, nuove feste. Che consacrarono l'identificazione del fascismo con la nazione italiana. Alle feste nazionali fu tolto il carattere conflittuale, come agli italiani era stata tolta la libertà di pensiero, di parola e di voto.
Dopo la fine del fascismo, il nuovo Stato democratico conservò della precedente storia italiana solo il 4 novembre, accanto al 25 aprile e al 2 giugno, anniversario della Repubblica. Sulla unità patriottica antifascista, i partiti antifascisti che rifondarono lo Stato nazionale avrebbero potuto costituire la memoria comune dell'Italia repubblicana. Nel 1946, celebrarono uniti il 25 aprile. Poi, con la Guerra Fredda, iniziò una guerra civile ideologica fra gli italiani comunisti e gli italiani anticomunisti, che reciprocamente si accusarono di esser traditori della Patria, al servizio dello straniero. L'anniversario del 25 aprile fu per decenni identificato con il monopolio dell'antifascismo da parte dei comunisti. Neppure l'anniversario dell'Unità d'Italia riunì gli italiani nella rielaborazione di una memoria comune. Quando, nel 1961, il Governo democristiano celebrò i primi cento anni di Unità, con la benedizione del Papa, che attribuì a un disegno della provvidenza e agli auspici della Chiesa l'unificazione degli italiani nella identità cattolica della nazione, alte si levarono le proteste degli italiani laici, liberali, radicali, comunisti, socialisti e neofascisti. Poi, iniziò una lunga stagione di oblio della nazione, negli anni più turbolenti della Prima Repubblica. Le feste della nazione divennero scialbi cerimoniali finché furono cancellate dalla memoria e dal calendario delle feste civili. Solo il 25 aprile continuò a infiammare periodicamente la guerra ideologica fra memorie contrapposte. La presenza in Italia del più forte partito neofascista d'Europa trasformò il 25 aprile, da evento storico della nazione, in una giornata di mobilitazione permanente dell'antifascismo militante, contro la minaccia di un fascismo perenne annidato ovunque, nella società e nello Stato. Anticomunismo divenne sinonimo di fascismo. Poi finì la Guerra Fredda, il Partito comunista ripudiò il comunismo, ma il 25 aprile continuò a essere la giornata dell'antifascismo militante. Come avvenne il 25 aprile 1994, quando fu insediato il primo governo Berlusconi, del quale facevano parte anche membri del partito neofascista, diventato nel frattempo postfascista ripudiando il legame col fascismo. Poi, l'antifascismo militante declinò. E con esso la mobilitazione del 25 aprile.
La rianimazione delle feste nazionali, durante la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, ha forse rinnovato la popolarità di un rituale, ma è difficile dire se ha fondato una memoria nazionale comune. Qualcuno ha proposto di fondare la memoria nazionale su una storia comune condivisa. Ma ciò sarebbe possibile solo con una rimozione collettiva delle differenze fra i valori, i principi e gli ideali che hanno diviso gli italiani. Come dire: i combattenti per la libertà e i combattenti contro la libertà sono accomunati dal valore del combattimento, e questo basta a riconoscere la pari dignità dei loro principi e dei loro ideali. È difficile dire se una storia così concepita sarà mai scritta, sacrificando la verità storica sull'altare della memoria comune.
Auschwitz, dossier Primo Levi
Marco Ansaldo e Bad Arolsen su la Repubblica
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"Levi, Primo, nato il 31 luglio 1919 a Torino. Nazionalità: italiana. Religione: ebreo. Padre: Cesare. È stato catturato nel dicembre 1943 a Champoluc (Aosta) ed è stato portato il 16 gennaio 1945 al campo di concentramento di Auschwitz. Prigioniero numero 174517".
174517. Il numero del tatuaggio che Primo Levi non volle mai farsi cancellare dall´avambraccio. Lo stesso che risalta, come fosse marchiato, anche qui, in queste vecchie carte scritte in tedesco che emergono ora per la prima volta. È il numero al quale lo scrittore, scampato da un´esperienza incancellabile nel proprio animo, poi trasmessa a milioni di lettori in tutto il mondo, avrebbe riservato alcune fra le pagine più intense dei suoi libri.
"L´operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto - avrebbe scritto ne "I sommersi e i salvati" - ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome; questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca ed al mantello invernale? No, non bastavano: occorreva un di più, un messaggio non verbale, affinché l´innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna".
"Haeftling: ho imparato che io sono uno Haeftling - un prigioniero, ricorderà ancora con indignazione, quasi con rabbia in "Se questo è un uomo" - Il mio nome è 174 517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro. L´operazione è stata lievemente dolorosa, e straordinariamente rapida: ci hanno messo tutti in fila, e ad uno ad uno, secondo l´ordine alfabetico dei nostri nomi, siamo passati davanti a un abile funzionario munito di una specie di punteruolo dall´ago cortissimo. Pare che questa sia l´iniziazione vera e propria: solo "mostrando il numero" si riceve il pane e la zuppa. Sono occorsi vari giorni, e non pochi schiaffi e pugni, perché ci abituassimo a mostrare il numero prontamente, in modo da non intralciare le quotidiane operazioni annonarie di distribuzione; ci sono voluti settimane e mesi perché ne apprendessimo il suono in lingua tedesca. E per molti giorni, quando l´abitudine dei giorni liberi mi spinge a cercare l´ora sull´orologio a polso, mi appare invece ironicamente il mio nuovo nome, il numero trapunto in segni azzurrognoli sotto l´epidermide".
Il dossier polveroso di "LEVI, Primo" esce da uno degli alti scaffali che, nei lunghi corridoi dell´Istituto internazionale di ricerca a Bad Arolsen, in Germania, compongono il più grande archivio sui crimini nazisti, da pochi mesi aperto ai ricercatori. Nel 1963 lo scrittore, con una lettera inviata da Corso Re Umberto 75, Torino, la casa dove avrebbe abitato per tutta la vita dopo il rientro dal lager, fa domanda in Germania, presso il Servizio internazionale di ricerca della Croce Rossa, di poter lui stesso accedere alle carte che lo riguardavano al tempo in cui era internato.
"Primo Levi, Dottore in chimica", si legge nell´intestazione della sua lettera. "Signori - batte a macchina il richiedente in francese, nonostante conosca ormai a sufficienza il tedesco, lingua con cui dialogherà per anni in seguito scrivendosi con diversi interlocutori dalla Germania - al fine di ottenere dal Governo Italiano l´indennizzo a cui stimo di avere diritto, voglio pregarvi di farmi pervenire un certificato di Deportazione". Il Comitato della Croce rossa è sollecito e in pochi mesi invia la sua risposta. La cartella color ocra riguardante "L´estratto dei documenti" attesta in modo ufficiale che "Levi Primo è stato in cura dal 30 marzo 1944 al 20 aprile 1944 nell´edificio dell´ospedale di Monowitz del campo di concentramento di Auschwitz. Il detenuto è stato qui liberato dall´armata rossa. Dalle ricerche fatte il numero di detenuto 174517 del Lager di Auschwitz è stato attribuito verso il 26.2.1944".
"Mi sono reso conto in seguito - dirà Levi in un capitolo fondamentale de "I sommersi e i salvati", dal titolo "Comunicare", dove spiega come la conoscenza del tedesco, ottenuta a prezzo di costosi tozzi di pane pagati la sera ad altri prigionieri, gli avesse più volte salvato la vita rispetto ad altri Haeftlinge - che anche la mia pronuncia è rozza, ma deliberatamente non ho cercato di ingentilirla; per lo stesso motivo non mi sono mai fatto asportare il tatuaggio dal braccio sinistro".
I fogli riguardanti lo scrittore torinese nel dossier che lo riguarda, rimasto sepolto, come gli altri, per più di sessant´anni nell´archivio della Croce rossa internazionale di Bad Arolsen, sono alcune decine. Ci sono le schede personali sulla sua detenzione nel campo di concentramento - scarne, quasi asettiche, riempite molto seccamente dei soli dati anagrafici - in tedesco. Qualcuna appare invece in polacco, proveniente dal lager di Oswiecim (cioè Auschwitz), con le indicazioni della sua partenza ("febbraio 1945, blocco 16, numero di matricola 174517, ospedale di Oswiecim. Trasporto verso l´Italia"). Una, poi, è compilata in inglese, indica l´arresto a Champoluc e la deportazione nel Lager polacco. L´ingresso nell´inferno. "Allora per la prima volta - racconterà - ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa: la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c´è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga".
Ma diverse altre schede riguardano anche la sua liberazione, e sono redatte in più lingue, oltre all´italiano. Come quella con l´intestazione: "Nominativi di ebrei liberati dai campi di concentramento tedeschi". Sono per lo più nomi, in realtà, di gente che per un motivo o per l´altro non ha mai fatto ritorno a casa. Si tratta di lunghi elenchi di persone che si scopre essere "disperse", oppure "scomparse", o ancora "dirette in destinazione ignota in Germania", o infine di cui non si ha "nessuna notizia". Poi, al centro di una lista, compare in ultimo il nome di uno che invece ce l´ha fatta: "Levi Primo, di Cesare, nato il 1919 a Torino, arrestato a Champoluc (Aosta) nel dicembre 1943. Era a Auschwitz il 16.1.45". Dirà un giorno ad alcuni studenti che lo interrogheranno sul periodo della sua prigionia: "Il fatto che io sia sopravvissuto, e sia ritornato indenne, secondo me è dovuto principalmente alla fortuna".
Ma il momento della liberazione sarà indimenticabile. Scrive, appunto, il 18 gennaio 1945: "Cominciò il bombardamento. Non era cosa nuova, scesi a terra, infilai i piedi nudi nelle scarpe e attesi. Sembrava lontano, forse su Auschwitz. Ma ecco un´esplosione vicina, e, prima di poter formulare un pensiero, una seconda e una terza da sfondare le orecchie. Si sentirono vetri rovinare, la baracca oscillò, cadde a terra il cucchiaio che tenevo infisso in una commessura della parete di legno (.). I tedeschi non c´erano più. Le torrette erano vuote".
Padre Pio, il feticcio del corpo
Claudio Magris sul Corriere della Sera
L' Associazione Pro Padre Pio L'uomo della sofferenza ha denunciato nei mesi scorsi, tramite il suo presidente avvocato Francesco Traversi, il vescovo di San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D'Ambrosio, e altri due religiosi, per aver violato il sepolcro di Padre Pio e vilipeso il suo cadavere, cosa che costituisce un reato specifico contemplato nel Codice penale.
Si tratta, come è noto, della riesumazione delle sue spoglie dalla cripta del vecchio santuario della Madonna delle Grazie a San Giovanni Rotondo, avvenuta nella notte fra il 2 e il 3 marzo scorso; spoglie che, dopo un adeguato trattamento, saranno esposte a partire dal prossimo 24 aprile ai fedeli, che stanno annunciando in massa la loro presenza (già più di settecentomila). Nell'iniziale diffida dell'avvocato Traversi, l'Associazione invitava a non "profanare il corpo santo di Padre Pio", in nome della sua "semplicità e umiltà" e del suo desiderio ripetutamente espresso "di non essere riesumato né tantomeno (...) traslato", e aggiungeva: "La Sua salma non deve essere sottoposta ad alcuna esposizione per vanità degli uomini".
L'autorità giudiziaria ha respinto tale richiesta, in quanto "nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui", come ha dichiarato il magistrato, ed è "la Chiesa cattolica, e per essa i suoi rappresentanti istituzionali, l'organismo portatore di interessi dei fedeli stessi". A parte le inoppugnabili ragioni dell'autorità giudiziaria, ci si può chiedere se non ci sia qualcosa di ragionevole nello sdegno di quei fedeli. La polemica non ha nulla a che vedere con le recenti discussioni né con i pesanti dubbi sulla figura di Padre Pio sollevati dal libro di Sergio Luzzatto e da altri. È tutta interna al mondo dei suoi appassionati devoti. Gli uni preferiscono pregare sulla sua tomba, lasciandolo riposare e decomporsi in pace sino alla resurrezione promessa dalla fede. Gli altri vogliono esibire e rispettivamente frugare con gli occhi ciò che rimane fisicamente di lui e che non è più lui, o quantomeno non è tutto lui, ma solo la sua spoglia, cristianamente peritura sino alla fine dei tempi; una parte di ciò che fu ed è Padre Pio, la sua tibia, il suo teschio o i suoi tegumenti, non la sua persona nella cristiana unità di anima e corpo.
Il disaccordo non riguarda solo il suo caso, bensì ognuno, santo o non santo; anche santi di indiscussa e certo ben più universale statura, San Paolo o San Francesco, di cui veneriamo la grandezza, il senso della vita e la loro presenza nella mente e nel cuore, a prescindere dal fatto che il tempo e l'umidità ne abbiano più o meno corroso e dissolto gli arti, il volto, le ossa, la pelle o le mucose. È dallo stato fisico di conservazione di un cadavere che si può dedurre la spiritualità più o meno alta di una persona? Dovremmo venerare più o meno una martire a seconda che le sue gote siano o no ancora rosee nell'eterno riposo, o a seconda che le sue mani sembrino o no "appena trattate da una manicure", come ha detto con un linguaggio sconcertante il vescovo di San Giovanni Rotondo a proposito del cadavere riesumato di Padre Pio? Questa idolatria feticista oltraggia il grande, sacro senso che il cattolicesimo ha dell'uomo e del corpo. Esso insegna la pietas, il rispetto e l'amore per la carne nell'unità individuale di anima e corpo; carne di due persone che si amano e che diventa una, corpo cui la fede promette addirittura una resurrezione gloriosa "la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara", dice Dante. Corpo che va amato, rispettato e goduto e che il feticismo superstizioso della macabra esibizione di qualche suo arto, più o meno putrefatto o conservato, profana non meno del feticismo erotico che si accende per un piede o un seno e non per una persona.
L'Associazione Pro Padre Pio, che parla di "atti sacrileghi ", gli rende più onore di chi si esalta per gli olezzi di rose, violette e gigli che si sarebbero sparsi dalle piaghe di un santo non solo seriamente messo in discussione da alcuni critici, ma ora anche degradato a santone da suoi improvvidi seguaci. Su questa strada, si arriva all'aberrante richiesta del vescovo polacco Tadeusz Pieronek di estrarre il cuore dal cadavere di Giovanni Paolo II per conservarlo in Polonia, indecente stortura che fa venire in mente la fiaba di Biancaneve e la cattiva regina che vuol farle strappare il cuore. Naturalmente si può obiettare che esiste una religione popolare, la quale si esprime diversamente da quella delle persone intellettualmente più consapevoli e da quella della gerarchia ecclesiastica, affidandosi allo slancio del cuore. Questo è vero e sta scritto che il Signore confonderà la sapienza dei dotti e si rivelerà piuttosto ai cuori semplici. Pure questa verità, peraltro, diventa facilmente vuota retorica; tutti, anche i più intellettualmente sofisticati, ostentano candore dell'anima, dichiarano di essere ingenui e di non capire, ma di avere profondi sentimenti, come se cuore e ragione si escludessero a vicenda. Nessuno negherà un grande cuore a Cristo, ma l'attuale pontefice giustamente si preoccupa di sottolineare che egli è Logos, ragione indissolubile dal cuore. La religiosità popolare ha certamente "le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili ", come diceva Paolo VI; emozioni collettive che esprimono una fede nel mistero e un bisogno di sicurezza.
Essa va valorizzata nelle sue espressioni giuste ma "purificata dagli elementi negativi " e "aiutata a superare i suoi rischi di deviazione " (Paolo VI). Questa religione popolare del cuore ha tante legittime espressioni, ben diverse dalla paccottiglia magica e superstiziosa. Si può, ad esempio, recitare il rosario o le litanie della Madonna o anche accostarsi ai sacramenti con maggiore o minore consapevolezza, ma con altrettanta autenticità; dire una preghiera non è necessariamente meno significativo che scrivere un trattato di teologia. Ma un'Avemaria, detta anche senza conoscere il significato esatto di tutte le parole magari storpiate, come accadeva con le preghiere in latino e con semplice abbandono del cuore è altra cosa dal fanatismo deviato di un esaltato devoto che, molti anni fa, mi parlava con orgoglio della processione della Vergine del suo paese, bellissima, diceva, mentre quella del paese vicino, precisava, sembrava un ubriacone ed aggiungeva che ogni tanto i seguaci delle due Madonne si prendevano a botte.
Che i morti seppelliscano i loro morti, ha detto Gesù, non che li riesumino e li mettano in mostra.
1978, e niente fu più come prima
Giovanni De Luna su La Stampa
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Per 55 giorni l'Italia ebbe la sensazione di sprofondare in un incubo senza fine. Aldo Moro fu rapito il 16 marzo 1978 e ucciso il 9 maggio. La sua lunga prigionia sembrò distorcere la stessa percezione della realtà. Le Brigate Rosse apparvero come una potente e infallibile macchina da guerra. E invece nel giro di pochi anni erano destinate a crollare, schiacciate dal peso dei pentiti e dalle loro stesse contraddizioni. Il sistema politico si schierò più o meno in maniera compatta sul fronte della fermezza, quasi a voler dimostrare la forza e la solidità delle istituzioni repubblicane. E invece dietro quella fermezza si aprivano le prime crepe della grande slavina che nel decennio successivo avrebbe travolto tutti i partiti della Prima Repubblica.
Oggi, a trent'anni di distanza, risulta ovviamente più facile capire quello che allora si nascose nelle nebbie dell'emotività e dell'angoscia e guardare al 1978 con la consapevolezza che in quell'anno, offuscate dal clamore del "caso Moro", ci furono molte altre cose che finirono e cominciarono. Alcune di queste decisamente ludiche come i campionati mondiali di calcio in Argentina che nella totale inconsapevolezza della tragedia dei desaparecidos fece vivere agli italiani un'euforica vigilia della vittoria che sarebbe arrivata quattro anni dopo in Spagna.
Finì, innanzitutto, proprio il terrorismo così come lo interpretarono le Brigate Rosse. Lo Stato "diffuso" e globalizzato che nasceva al tramonto del Novecento non aveva nessun "cuore" da colpire, nessun centro nevralgico da paralizzare. Le Brigate Rosse avevano seminato tante vittime innocenti, inseguendo un passato che era già passato. Ma a finire fu anche il nostro sistema politico così come si era strutturato a partire dal 1946. Il fallimento dei governi di "solidarietà nazionale" fu vissuto come una normale oscillazione del pendolo della politica italiana, mentre era la spia di un disagio molto più complessivo.
Proprio allora il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti - con il suo 43,8% di abolizionisti - segnalò per la prima volta quanto vistosa stesse diventando la frattura nei confronti della "partitocrazia". Per sfuggire alla pressione fiscale e ai controlli sindacali era nato infatti un nuovo settore dell'economia, fondato sul mancato rispetto delle norme di protezione dei lavoratori e sulla totale o parziale evasione fiscale. Era il regno del lavoro "in nero", ma anche un serbatoio di nuove energie imprenditoriali che affondavano le loro radici nel mondo dell'artigianato, delle aziende agricole a conduzione familiare, del lavoro dipendente più professionalizzato. Contemporaneamente saltava il vecchio schema dualistico dell'economia italiana: alla tradizionale contrapposizione tra un Nord industriale e sviluppato, e un Sud sottosviluppato, si affiancava ora una "terza Italia", fitta di medie e piccole imprese industriali, collocate nelle regioni del Nord-Est e del Centro. La crescita vertiginosa delle classi medie (dal 38,5% della popolazione attiva del 1971, passarono al 46,4% nel 1983) fu il risvolto sociale di uno inedito scenario economico.
A questi fermenti si legarono la nascita di movimenti collettivi come il femminismo (nel 1978 fu approvata la legge sull'aborto e quella sulla parità salariale e - per la prima volta, a Verona - le donne ottenero di costituirsi parte civile in un processo per stupro) e l'emergere di nuovi valori di riferimento, come l'appartenenza territoriale. Alle elezioni politiche del 1979 si sarebbe presentata la prima lista leghista, quella della Liga veneta.
A un sistema politico rinchiuso nel "palazzo" intravisto da Pasolini, Sandro Pertini (eletto Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978) offrì una tempestiva scorciatoia "presidenzialista". Il suo modo di interpretare quella carica apparve all'inizio come una bizzarìa legata alla sua prorompente personalità. Iscritto al Psi fin dal 1918, Pertini durante il fascismo aveva conosciuto l'esilio, il carcere, il confino. Proprio attingendo a questo suo passato di perseguitato, seppe trovare un modo di comunicare molto lontano dai modelli tradizionali del potere politico italiano, provocando una decisa rottura rispetto alla prassi "notarile" dei suoi predecessori.
Su tutti gli episodi che si affollarono in quell'anno, uno però sovrasta tutti gli altri: l'avvento di un papa polacco dopo 44 pontefici italiani, avvicendatisi dal 1523 in poi. Giovanni Paolo II fu eletto 16 ottobre 1978; già all'atto del suo insediamento, enunciò un programma fondato sulla fedeltà al Concilio, il rispetto assoluto della disciplina ecclesiastica, la massima attenzione per i problemi della pace e della giustizia internazionale, l'impegno per la difesa della libertà religiosa e dei diritti umani e, soprattutto, il suo disegno di una "Chiesa per l'uomo". Il suo pontificato si avviò sotto il segno di un marcato attivismo (soltanto nei primi sei mesi tenne oltre cento discorsi!), che, negli Anni Ottanta, lo renderà protagonista di uno dei più grandi eventi del secolo, la caduta del muro di Berlino, la fine dei regimi comunisti nella sua Polonia e negli altri Paesi dell'Est europeo e alla disintegrazione dell'Urss.
La rivolta dei territori
Bruno Gravagnuolo su l'Unità
"Siamo in bilico su una doppia possibilità. O Berlusconi e Bossi riescono a trovare un compromesso accettabile sull'interesse generale del paese, oppure, come temo, si andrà verso la catastrofe". C'è allarme nelle parole di Gian Enrico Rusconi, germanista, politologo, storico, attualmente a Berlino come "Gast-Professor" alle Freie Universität, dove riusciamo a intercettarlo tra una lezione e l'altra. La sua tesi post-elettorale sull'Italia che va a destra suona: "Il governo Prodi ha dato un'immagine pessima di sé, di là dei suoi veri pregi e difetti. La sinistra dal canto suo ha abbandonato insediamenti e territori. E la Lega è la vera vincitrice. Contro il mercatismo, il globalismo e il venir meno delle tutele identitarie ed economiche". E allora, dopo l'analisi della sconfitta e delle sue cause da dove ricominciare? Per Rusconi occorre innanzitutto vedere come evolverà il rapporto Bossi-Berlusconi. Per nulla pacifico e anzi dirompente. Poi l'opposizione vedrà come inserirsi nella partita. Senza cedere a ricatti o a cooptazioni, ma esibendo una "sua" idea dell'interesse pubblico e nazionale. E facendola valere sul piano programmatico, parlamentare e organizzativo. A cominciare dai territori, abbandonati all'avversario. Nel frattempo però si deve registrare bene l'accaduto, fotografare i soggetti sociali in campo. E cercare di spiegare bene il tutto, a se stessi e agli altri. All'Europa, che sempre meno capisce l'anomalia italiana. E ai tedeschi, che, dice sempre il professore, "vivono l'Italia con strisciante estraneità e ci considerano tutti berlusconiani. Immagini con che gioia da parte mia!". Sentiamo Rusconi allora.
Cominciamo da una domanda vecchia ma ancora buona: la Lega è di destra oppure no? Il politologo Sartori e l'ex ministro leghista Maroni lo negano. E lei?
"Modo non giusto di porre la questione. Parlerei di protezionismo sociale a favore di tutti quelli che non ce la fanno, dal piccolo imprenditore all'operaio sottopagato. E con il territorio a fare da argine, da barriera. In questo senso vanno le sortite di Tremonti contro il mercatismo, che avevano centrato il bersaglio. Mi chiedo e le chiedo, questo protezionismo sociale e locale è di destra o di sinistra?"
Il segno prevalente è di destra: individualismo proprietario. Anche se non possiamo fermarci qui. In fondo lo stesso fascismo non era sociale e autarchico?
"Certo, ma usciamo dallo schematismo. Sono esplosi i problemi della piccola gente che ha perso fiducia nella sinistra e nel sindacato. E questa massa d'urto medio-bassa va al di là del nucleo proprietario. Il vero problema è la fine dell'universalismo democratico, di sinistra. Che teneva insieme borghesia imprenditoriale e ceti subalterni. È questo che la gente dei territori rifiuta".
Bene, ma come è successo tutto questo? Colpa del mercatismo, e delle violente politiche di rigore monetarista e di bilancio fatte proprie dalla sinistra?
"Fino a ieri il territorio era rimasto fuori dalle preoccupazioni borghesi o di sinistra. Il fascismo non è mai stato territorialista, ma nazionale. Oggi invece proprio la contrapposizione tra locale e globale fa saltare la distinzione destra/sinistra, le polarità che prima si confrontavano sullo stato. Inoltre, che fine hanno fatto le buone amministrazioni di sinistra e il loro mito? Anche quest'eredità s'è fatta scippare la sinistra!"
Insisto: la sinistra non ha finito col soffocare i territori in nome del mercato universale e del rigore?
"Era inevitabile, ma il difetto è stato nel messaggio, nell'incapacità di comunicare. Il che è stato vissuto come abbandono, da parte dei ceti radicati sul territorio. Si è data l'impressione di voler enfatizzare i benefici del mercato universale, dall'immigrazione, all'innovazione, agli scambi, alla moneta. A detrimento del quotidiano e delle identità locali. Ovvio che il rigore fiscale e i tagli di spesa soffocano i territori! Ma allora, o si faceva una politica diversa, oppure si dovevano convincere i soggetti sociali nelle aree locali. Come? Con la capacità organizzativa e di rappresentanza solidale. E poi nessuno osa dirlo: il governo Prodi ha mandato dei segnali catastrofici. E ha avuto un'immagine peggiore di quel che è stato. Aggiungo una cosa: il vecchio socialismo riusciva a differire i bisogni sul domani radioso. A persuadere, e a dare identità. Oggi c'è una mutazione antropologica, il domani non è più un argomento, e le emergenze ci stanno tutte addosso, instantaneamente".
Ma il vecchio socialismo democratico faceva lievitare i redditi. Oggi invece da sinistra non si tutelano né i redditi, né i territori. E vince il liberismo territoriale e proprietario. Non è per questo che i ceti medio bassi vanno a destra, e finiscono in bocca alla Lega?
"Questo è un dato di fatto incontrovertibile, anche se ce ne siamo resi conto tardivamente. Lo sfondamento egemonico della cultura liberista a misura di territori, e a danno della sinistra, è stato evidente. Magari Gad Lerner non se ne rendeva conto, ma molti lo avevano capito, benché lo dicessero sottovoce. Adesso però la vera domanda è un'altra: la sinistra può ancora recuperare oppure è troppo tardi?"
E cosa si risponde?
"Dipende prima di tutto da questo governo. Ce la farà a superare la conflittualità interna con la Lega o no? Da queste prime battute di confronto con Bossi, parrebbe di no. Guardi, tra il leghismo e il berlusconismo non c'è coincidenza. E Berlusconi non lo ha ancora capito. Prevedo forte tensione tra le due realtà, anche pensando alla profonda personalizzazione dell'incontro-scontro tra i due leader. Con Berlusconi che si dichiara garante in prima persona del rapporto con Bossi. E Bossi che dice: mi fido solo di lui, parlo solo con lui. Ma con entrambi che tagliano fuori gli altri alleati. Ciò corrisponde tra l'altro a una acuta degenerazione iper-personalistica della politica, che inficia l'immagine del centrodestra. Roba devastante".
Duello intestino, che potrebbe far saltare la coalizione?
"A mio avviso i due leader non capiscono affatto ciò che si sta profilando, anche perché non si aspettavano questo exploit leghista. Sono stupiti entrambi".
C'è il rischio di un'implosione italiana, magari su federalismo fiscale e secessione strisciante? Detto diversamente: andremo più verso la Baviera o verso l'ex Jugoslavia?
"Né l'uno, né l'altro esito. Intanto la destra dovrebbe aver imparato le lezioni del governo Prodi, e del precedente centro destra: non litigare e non mettere in piazza i contrasti. Per quanto riguarda la Baviera o un possibile Lombardo-Veneto, bisogna stare attenti. Non si possono fare paragoni insostenibili, e immaginare analogie tra Cristiano Sociali bavaresi e Lega che radicalmente altra cosa. Il punto è: La Lega resterà un partito rivendicativo e conflittuale, oppure metterà capo a un vero progetto regionale? I Cristiano sociali in Germania governano un Land. Uno stato storico: la Baviera. Questi invece parlano di Padania, che francamente non esiste, meno che mai nei termini della Baviera, che ha mille anni! I leghisti stanno rivalutando il sociale privato e comunitario. Ma dovrebbero riscoprire il senso del pubblico, ricrearlo, per fondare un futuribile Lombardo-Veneto. Non dico nazione, dico pubblico. Interesse generale, articolato sul territorio".
La vedo dura
"Sì, non hanno gli strumenti per farlo. Al massimo sono in grado di esprimere comunitarismo. Questo però è un problema di tutti, da nord a sud. E qui apro e chiudo una parentesi: non capisco perché Bassolino non abbia avuto il buon gusto civico di dimettersi. Di là delle sue colpe o meno. Tornando alla destra però, il governo si gioca tutte le sue carte esattamente su questo: il senso pubblico. O ne esibiscono un esempio plausibile, o finirà male. Con la frantumazione generale, magari non Jugoslava, che mi parrebbe esagerata..."
Lega dissolutiva o federalmente compatibile?
"O Berlusconi e Bossi si reinventano un senso pubblico di corresponsabilità che rilegittima lo stato, o viceversa si va al logoramento progressivo. Quanto alla sinistra, deve corresponsabilizzarsi anch'essa, a certe condizioni beninteso".
E se invece si spartiscono l'Italia frantumando interessi e territori, e all'insegna di presidenzialismo o premierato?
"Allora sarà il disastro, ma se è così lo vedremo entro quindici giorni".
Le otto regole della "pace preventiva"
Furio Colombo su l'Unità
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Esistono in tutte le culture del mondo libri di guerra, sulla guerra, sulle tecniche della guerra e sulla filosofia della guerra. Dalla cultura romana a quella persiana, dai testi fiorentini a quelli cinesi, la guerra appare come arte, come mosse di gioco, come rappresentazione del vincere, di cui si conoscono e si istituzionalizzano tattica, strategia, visione, celebrazione attraverso infiniti simboli. O meglio, attraverso le infinite variazioni dell'unico simbolo, la morte. Morte e guerra appaiono - in ogni cultura - strettamente connesse. E la connessione morte-guerra (morte in guerra, morte combattendo) è la sola che riesca a produrre, intorno alla morte, un clima esaltato di festa e celebrazione. Tanto da suggerire la domanda: è la guerra che riscatta la morte (altrimenti sempre vissuta dai superstiti come triste dipartita, persino la morte dei santi nelle varie religioni) o è la morte che dà un senso alla guerra? Esempio: una guerra senza morti è immaginabile, è possibile? La vera domanda sarebbe: è accettabile? È ancora guerra?
Ecco dunque un punto fondamentale nell'avviarci alla strategia della pace concepita in questo libro dal suo autore, già ambasciatore di primo piano nella storia del suo Paese e, per straordinaria avventura, negoziatore di pace. La guerra porta in dote la morte, con tamburi e bandiere. La pace?
Chi ha letto o leggerà questo libro potrebbe essere indotto in errore. L'errore è pensare che sia un libro "buono", "idealistico", motivato da generosi sentimenti umanitari, al modo in cui si dicono, di tanto in tanto, parole nobili, pur sapendo che la vita è un'avventura piú aspra, che richiede ben altre realistiche regole di condotta. Questo infatti, fin dal suo titolo, in ogni sua parte, capitolo o pagina, è un libro di pace. Ciò induce molti, che realisticamente conoscono la guerra - anche se non la desiderano, anche se la condannano - a proporre la domanda: che cosa è la pace? Noi tutti, infatti, abbiamo l'impressione di conoscere la pace solo come assenza di guerra, come uscita di scena di quei protagonisti della guerra che sono i combattenti. Essi portano divise, distintivi, bandiere, armi, spesso armi di un'incredibile qualità e modernità tecnologica; armi che producono paura, terrore (se non si è dalla parte giusta della migliore tecnologia). Però anche ammirazione. Persino la folla che fa ala alla guerra come gli spettatori di una parata prova, insieme con il terrore, ammirazione (e il suo terribile gemello minore, la sottomissione) per coloro che sono militarmente piú pericolosi e meglio armati. La guerra dunque, prima ancora del sangue, delle sofferenze, dei simboli, è gremita di protagonisti, di strumenti, di cose che accadono (emergenza, occupazione, distruzione). La pace sembra vuota, una assenza, una serie di cose che non accadono. Ecco il senso di questo libro. Dimostrare che quel vuoto non è vuoto. Vediamo come.
Uri Savir ha diviso il suo lavoro in due parti distinte. Nella prima si è posto il problema di interpretare il "vuoto" di cui abbiamo appena parlato. L'autore si rende conto che in un mondo ricco fin dal profondo dei secoli di una cultura di guerra, non esiste una cultura di pace. Esistono esortazioni, inviti, celebrazioni (ma molto piú generiche e astratte delle celebrazioni di guerra). Esiste uno "stato di normalità" in cui non si combatte che - il piú delle volte - viene percepito soprattutto come un dopo ("il primo dopoguerra", il "secondo dopoguerra") e come un prima, nel senso che attesa, paura, minaccia di un attacco e persino lo strumento politico della guerra come intimazione o intimidazione o scongiuro, sono quasi sempre l'altro modo di vivere la pace.
Uri Savir, fin dal titolo - Peace First - di questo suo importante trattato si rende conto che la pace o comincia prima, o è una situazione molto fragile e provvisoria per durare. Letteralmente "peace first" si traduce "la pace prima di tutto"; e sembra un affettuoso slogan pacifista (ma di un pacifismo senza odio e senza pecore nere da additare come persone colpevoli, un pacifismo disinteressato che circola poco). Ma il vero senso (lo si capisce leggendo) è "la pace prima". Ovvero, si deve lavorare alla pace molto prima che sia in pericolo, non come corsa ai ripari di una guerra che sta per venire, non come l'inchiodare in tutta fretta assi alle finestre perché sta per venire l'uragano. In altre parole, cosí come i secoli hanno accumulato la cultura (anzi, diverse culture) della guerra, occorre costruire un solido edificio di cultura della pace.
Questo spiega perché la seconda parte del libro è un "manuale tecnico della pace", qualcosa che prima di questo libro non era mai esistito. Infatti all'autore deve essere apparso subito chiaro il rischio di isolare sentimenti di pace da una "pratica della pace", ovvero di esporre quei sentimenti - per quanto nobili - allo schiaffo del presunto realismo risolutore che la guerra porta con sé.
Che la guerra sia un costante, pauroso fallimento, che travolge ogni volta risorse e vite umane, restituendo ogni volta - come risultato - molto meno di ciò che ha investito o che ha distrutto, è un argomento rimasto in sospeso, il piú delle volte severamente respinto dalla cultura contemporanea (tutta). Uri Savir si è reso conto che il solo parlare di pace avrebbe aggiunto - a tanti altri buoni discorsi di antiviolenza e antiguerra - un valore benevolo e favorevole e niente altro. L'avversario (rigido e difficile da battere) del benevolo umore di pace resta il realismo di chi ti dimostra ogni volta dove, quando, perché è meglio la forza.
Il terrorismo che ha sorpreso e sconvolto il mondo dall'11 settembre di New York - nonostante la portata della catastrofe - non poteva cogliere impreparato un negoziatore di pace israeliano. Ecco perché non avete trovato, in queste pagine, nessuna accettazione della "guerra preventiva". O delle "coalizioni dei volenterosi", come presidio armato e violento della pace.
L'ambasciatore Savir - che ha lavorato a New York, a nome del suo governo, a un completo progetto di pace con ex terroristi (e non ancora ex nemici) - conosceva una realtà tremenda. Ma questo è il suo libro: come uscire, non come immergersi di piú in quella realtà. E, invece di esortare, Savir progetta. Da una parte ci sono i principi a cui vale la pena di dedicarsi. Ma dall'altra ci sono le tecniche per lavorare alla pace.
Ho scritto deliberatamente "una pace" e non "la pace", proprio per usare la lezione di questo libro. L'intento, che io credo riuscito, dell'autore e che fa di questo libro qualcosa di decisamente nuovo, è di contraddire subito - e in modo risoluto - il "buon senso della guerra" per contrapporre non "sante proclamazioni" ma il "buon senso della pace". Ha agito in intelligente simmetria con un comandante che inventaria le forze, verifica le iniziative, ispeziona le armi. Anche la pace è un piano, una strategia, una batteria di risorse, una serie di tecniche, un rigoroso inventario di tutte le soluzioni possibili: politiche, psicologiche, pratiche, simboliche e materiali.
Anche la pace è una coalizione di intenti, un'alleanza di volontà, un esercizio di intelligenza (mai di astuzia, perché Uri Savir sa che non si costruisce una cultura di pace per imitazione, sa che la pace non è - solo - una guerra senza sangue, una sorta di guerra bianca). Proprio un uomo che ha vissuto la sua esperienza come ambasciatore e capo negoziatore degli accordi di Oslo fra israeliani e palestinesi, sa come non confondere la diplomazia con la pace. E vede con chiarezza lo strano e non simmetrico percorso del fabbricatore di pace.
Primo, la pace è un'idea senza corpo, perché non ha un esercito. Questo corpo va costruito nelle negoziazioni. In parte è morale, in parte è simbolico, in parte è materiale, fisico, economico. Secondo: non sempre la pace si forma intorno a un oggetto concreto, come un territorio o la forza. Il piú delle volte prevale un valore, e il talento del negoziatore consiste nel saperlo e nell'evitare gli equivoci. Terzo: la pace (la fabbricazione della pace) è un processo piú lungo e meno visibile della guerra. In essa il vero eroismo è la pazienza, virtú difficile da celebrare. Quarto: la guerra si può fare e contenere (per quanto distruttiva) in un solo punto. La pace ha bisogno di molti sponsor, di punti di sostegno e di equilibrio sparsi nel mondo. Quinto: è piú facile fare una coalizione di guerra che una coalizione di pace, perché la guerra si tocca e si vede e la pace no. Sesto: una guerra, una volta decisa, comincia subito. La pace è un processo lentissimo, faticoso, stentato: una continua salita. I caduti in guerra sono eroi. I caduti nel processo di pace sono coloro che hanno fallito. Settimo: la pace non è il contrario della guerra, astensione invece di azione. E non è un vuoto (niente bombe e niente soldati) invece di un pieno di eserciti. Ottavo: la pace è (può essere) la grande novità, la vera scoperta della cultura contemporanea, lezione ed eredità per il futuro. Questo libro spiega come e perché.
Fattori, la mostra più grande
Valentino Gaddi su Il Sole 24 Ore
Livorno ricorda Giovanni Fattori con la più grande retrospettiva a lui dedicata mai realizzata finora. 290 fra dipinti, disegni e incisioni, oltre a un numero analogo di fotografie, lettere, taccuini di schizzi, oggetti come il torchio delle prime acqueforti, il manichino, le punte con cui incideva, la poltrona su cui è ritratta la terza moglie, la cassetta dei colori e via di questo passo. Questi gli impressionanti numeri con cui la città rende omaggio, a 100 anni dalla scomparsa, a uno dei suoi più illustri concittadini (qui nato nel 1825). "Giovanni Fattori fra epopea e vero" si snoderà fino al 6 luglio fra i Granai di Villa Mimbelli e la Villa principale, sede del Museo civico a Fattori intitolato. Venti le sezioni che scandiscono la mostra, dai primi ritratti del 1859 ai cosiddetti anni delle disillusioni e dell'isolamento (1890-1900). Fra queste, le due sezioni comprendenti le tele monumentali dedicate all'epopea risorgimentale, alle battaglie e allo studio dei butteri, sono ospitate nei saloni di Villa Mimbelli, dove potranno dialogare con gli altri esponenti della Macchia lì esposti permanentemente. Sarà la mostra che riconsacrerà, per i pochi ancora distratti, la grandezza di uno dei massimi protagonisti dell'arte europea della seconda metà dell'Ottocento.
Proprio attraverso lo snodarsi del suo percorso cronologico balzerà agli occhi non solo la qualità inesausta della sua produzione, ma anche il rigore etico e, verrebbe da dire se non fosse comunque limitativo e antistorico, quasi ideologico della sua arte (che non scenderà mai a compromessi più o meno alla moda "francese", leggi impressionisti, intendi borghese, verso ammiccamenti di critica e di mercato).
Dal chiuso delle stanze dell'Accademia alla pittura "en plain air" era stata la rottura della "macchia", parallelamente e anzi precedentemente all'esperienza impressionista in Francia. E la grande differenza della poetica fattorina rispetto allo spesso "piccolo e veloce" di tanta produzione di Oltralpe, non si placa con la conclusione delle lotte per affermare gli ideali risorgimentali. Scrive infatti Fattori: "Lo studio per me dell'arte attuale, sta nelle manifestazioni della natura e nell'illustrazione sociale del nostro secolo, sia per costumi, abitudini, sofferenze e altre cose". Così, dopo le battaglie grandiose, eppure umanissime, epiche e antiretoriche, sempre più spesso il suo sguardo si appunta alla fatica delle classi più umili.
Dalle pareti dei Granai e della Villa Mimbelli, possiamo quindi passare in rassegna i momenti anti-eroici della vita del soldato, lo studio dei bovi al carro, gli atti concreti del quotidiano, la strepitosa forza del ritrattista, i grandi quadri militari, i momenti più idilliaci, un nuovo gusto per il paesaggio. Insomma la "summa" della produzione fattorina. Non solo pittorica, dato che la grafica costituisce porzione imprescindibile dell'arte di Fattori. E sull'impressionante essenzialità di disegni e incisioni, Andrea Baboni, curatore della mostra livornese, dice: "alla mirabile efficacia del robusto disegnatore, va affiancato il momento riassuntivo ed intimo delle acqueforti nel cui formato l'artista riprende e reinventa, con energia costruttiva sempre nuova, i suoi temi come asciugati dal superfluo e scavati al comune denominatore di una faticosa esistenzialità, non frammenti, ma in tutto organismi autonomi". Si definiva Fattori: "scrupoloso osservatore della natura che sino da giovane studiai e tenni sempre con me un piccolo album tascabile per tutto ciò che mi colpisce: questa è la mia fotografia quando faccio i quadri!"
Ulteriore e non piccolo merito dell'esposizione livornese, proporre accanto alle opere conservate presso istituzioni pubbliche, tante altre provenienti da collezioni private, per restituirle almeno temporaneamente all'apprezzamento collettivo.
Giovanni Fattori tra epopea e vero. Omaggio nel centenario della morte
Livorno, Granai di Villa Mimbelli e Museo Civico G. Fattori, via San Jacopo in Acquaviva
Dal 22 aprile al 6 luglio
20 aprile 2008