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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I.

il Manifesto
apertura de il Manifesto

Veltroni ci crede. Nel discorso programmatico all'assemblea costituente del Pd, il candidato leader lancia la sfida alla destra. Meno tasse, più innovazione, meno burocrazia, più aiuti ai precari. E il partito omnibus si scalda per il divorzio tra Berlusconi e Casini: «Se po' fa'»


Contro la Casta
Antonio Padellaro su
l'Unità

Nella lunga tradizione partitica italiana è sempre toccato ai maggiori leader l'onore e l'onere del primo posto nelle liste elettorali delle grandi città. È sempre stato così per trainare voti e ribadire una precisa gerarchia di potere. Che Veltroni abbia deciso di candidarsi a Roma, a Milano e in una grande metropoli del Sud al secondo posto dietro tre giovani, sicuramente di qualità ma sconosciuti agli apparati, rappresenta un colpo d'immagine e un segnale forte.
Il rinnovamento delle candidature è una risposta alla rivolta silenziosa di massa contro la «casta» politica degli inamovibili, sempre gli stessi, avvinti come l'edera alle loro poltrone e ai loro privilegi. Catapultare dei trentenni fino alla tavola rotonda del Pd, non farà certo piacere ai vecchi cavalieri dei Ds e della Margherita. Che tuttavia lasceranno fare al candidato premier lanciato com'è in una rimonta elettorale che ogni giorno appare meno impossibile.
Il vento infatti ha smesso di soffiare nelle vele di Berlusconi appena ha messo mano, proprio per inseguire la novità del Pd, al suo partito unico. Quel Pdl che sembra però una versione ancora più confusa della Cdl visto che Casini non ne vuole sapere di farsi annettere. Se l'Udc manterrà il punto Berlusconi dovrà rinunciare a una consistente fetta di voti e ridimensionare i proclami di sicura vittoria.

In questo clima di ottimismo Veltroni aprirà oggi la campagna elettorale del Pd annunciando sicuramente altre novità. Sarà difficile che tra i 2800 delegati qualcuno possa mettersi di traverso pur sapendo che ormai nulla o quasi nulla sarà più come prima.


Walter il cavaliere e il paese al bivio
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Mancano 56 giorni da oggi al 13 aprile, quando gli elettori andranno a deporre il loro voto nelle urne. Nei Paesi democratici quello è un momento importante: il popolo esprime la propria sovranità, sceglie chi dovrà guidarlo, gli delega la sua rappresentanza, gli affida per qualche tempo il suo destino.
In tempi di ideologie dominanti e totalizzanti le elezioni non producevano grandi cambiamenti, i confini tra le parti politiche erano netti, i flussi elettorali tra un partito e l´altro impercettibili, ma nonostante questa stabilità di superficie la società era in perenne cambiamento. Così nei primi vent´anni della Repubblica scomparve la società contadina e prese corpo quella industriale; nei secondi vent´anni emerse la consapevolezza dei diritti civili; nella terza fase avvennero fenomeni regressivi: prevalsero gli interessi di corporazione e di clientela, le forze politiche si chiusero in se stesse perdendo la capacità di rappresentanza, la corruttela pubblica diventò sistema, le istituzioni furono occupate dai partiti, l´esercizio della democrazia fu deturpato e svuotato dei suoi contenuti, sentimenti antipolitici latenti emersero impetuosamente, specie tra le generazioni più giovani.
Ora siamo arrivati al capolinea e forse sta per cominciare un´altra storia.
Dico forse perché pesano ancora i gravami del recente passato di declino e di regressione. Ma qualche cosa di nuovo si intravede ed è questo che sta dando il tono alla campagna elettorale appena iniziata.
Cinquantasei giorni per capire da che parte stiamo andando e per decidere come ci comporteremo in quel breve ma decisivo momento della nostra sovranità popolare.
Ci sono due slogan o meglio due immagini lanciate dai due candidati principali ai nastri di partenza della gara.
Quello di Berlusconi è: «Alzati Italia», e quello di Veltroni: «L´Italia è in piedi ma la politica si deve alzare». Sembrano abbastanza simili, invece sono profondamente diversi.
Berlusconi chiede che gli italiani si alzino fino a lui, lo raggiungano e seguano il suo sogno e il suo carisma nel mondo dei miracoli, come avvenne nel '94, nel 2001, nel 2006 quando mancò per un soffio l´obiettivo.
Veltroni pensa invece che gli italiani siano più avanti dei politici e che spetti a questi di rinnovarsi, rompere il muro dietro il quale si sono rinserrati, abbandonare i privilegi che difendono la loro separatezza e raggiungano il Paese che anela soltanto a rimettersi in movimento.
Dietro queste due diverse immagini ci sono due diversissimi approcci.
Berlusconi propone il ritorno al già visto, Veltroni vuole che tutto cambi nei programmi e nelle persone. Cambia il candidato "premier", cambiano i suoi più diretti collaboratori, cambiano i candidati al Parlamento.
Berlusconi ripresenta tutti i parlamentari uscenti, Veltroni ne lascia a terra la metà ed apre la porta alle donne, ai giovani, agli imprenditori, agli operai, a volti nuovi e sconosciuti. Il partito di Berlusconi è quello di sempre, il partito di Fini allinea i soliti Gasparri, La Russa, Alemanno, Matteoli. Il partito di Veltroni è nato dalle primarie di pochi mesi fa, dal voto di tre milioni e mezzo di persone e gli iscritti hanno già superato il milione in appena un mese dall´apertura dei «circoli», un fenomeno mai visto prima.
Berlusconi ha dalla sua i sondaggi con uno scarto del 10 per cento, ma il recupero del Pd procede con una velocità notevole. Da quando ha deciso di presentarsi da solo ha guadagnato due punti. Gli ultimi sondaggi lo danno entro una forchetta tra il 33 e il 35 per cento dei consensi; l´alleanza con Di Pietro potrebbe portare quella forchetta al 37-39.
Il bacino potenziale dei due maggiori contendenti copre il 90 per cento dei consensi. Il restante 10 per cento dovrebbe andare alla sinistra radicale ed altri raggruppamenti minori. Ma in quel 90 per cento di potenziali elettori dei due partiti principali, quasi il 12 sta ancora sulla linea di confine, è disponibile a votare sia l´uno che l´altro e non ha ancora deciso tra i due.
L´esito finale sta tutto lì, in quel 12 per cento ancora combattuto tra l´astensione o il voto per l´uno o l´altro dei contendenti. Quattro milioni, in gran parte giovani e donne, il cui voto determinerà l´esito della gara.
Questo è lo stato della situazione ai blocchi di partenza.

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Fuori dal recinto di gioco infuria nel mondo una tempesta economica di notevole gravità. Calano le Borse, rallenta la produzione e la domanda, la liquidità ristagna nei depositi e in impieghi a breve durata e si restringono i prestiti e i mutui. I prezzi aumentano falcidiando i redditi reali, specie quelli dei pensionati e dei lavoratori dipendenti, per conseguenza sale il livello dell´inflazione, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e le derrate della catena alimentare.
Il 2008 sarà un anno difficile per l´economia mondiale, per l´Europa e per noi. Bisognerà preservare il discreto andamento dei conti pubblici ma contemporaneamente adottare coraggiose misure di rifinanziamento della domanda e degli investimenti trovando il giusto equilibrio tra i due pedali del freno e dell´acceleratore.
Giulio Tremonti è diventato strenuo sostenitore d´un governo di larghe intese, chiunque sia il vincitore della competizione elettorale. Secondo lui una politica economica così difficile non può esser intrapresa se non con la condivisione delle responsabilità da parte dei due partiti maggiori.
Il personaggio non è tra i più gradevoli e porta sulle spalle un pesante carico di errori precedentemente compiuti, ma la sua visione del futuro è purtroppo realistica. Non altrettanto la terapia da lui proposta.

Ormai non c´è che da aspettare i risultati del voto ma è giusto tenere sott´occhio il tema della recessione. Una cosa si può dire fin d´ora: quel tema ha sempre accresciuto il ruolo che incombe alla politica e alla mano pubblica; così è sempre avvenuto in tutto il mondo in fasi analoghe del ciclo economico. Lo tengano ben presente i dirigenti del Partito democratico che non a caso hanno Franklin Delano Roosevelt nel pantheon degli spiriti fondatori.

* * *
C´è un altro tema che sovrasta la competizione elettorale ed è quello della laicità. È cosa saggia evitarne le asprezze e respingere le provocazioni miranti a farne uno strumento incendiario con l´intento di inferocire il confronto.
Se fosse soltanto questo, sarebbe facile disinnescare le bombe-carta della moratoria anti-aborto e procedere oltre misurandosi con argomenti e problemi di ben maggior peso.
Purtroppo c´è dell´altro. Le iniziative provocatorie fungono da avanguardia ad una "reconquista" condotta dalla gerarchia ecclesiastica "versus" le istituzioni per condizionarne il funzionamento e la legislazione che ne ispira i comportamenti.

Aldo Schiavone ha efficacemente descritto su questo giornale quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi come una sorta di "ondata guelfa" che starebbe rinascendo nel nostro Paese. Stefano Rodotà ha segnalato un´offensiva clericale in atto contro i diritti civili, Francesco Merlo, Edmondo Berselli e Natalia Aspesi sono intervenuti prendendo lo spunto dal vergognoso episodio avvenuto giorni fa a Napoli, con la polizia nelle corsie ospedaliere e una donna che aveva praticato un aborto terapeutico pienamente legale, sotto interrogatorio mentre si era appena risvegliata dalla narcosi.
Le ragioni per preoccuparsi di questa deriva clericale purtroppo ci sono tutte. Bisogna certamente guardarsi dal cadere nelle trappole della provocazione ma al tempo stesso non è sopportabile che la Chiesa occupi un terreno che non le è proprio e anzi le è esplicitamente vietato, nella politica, nelle istituzioni e addirittura all´interno dei partiti.

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Attendevamo da molti giorni che finisse la telenovela Berlusconi-Casini, canticchiata dai due protagonisti sui versetti di «Vengo anch´io? No tu no. Ma perché? Perché no».
Adesso si è conclusa: andranno alle elezioni separati.
Il Cavaliere ostenta calma e disprezzo, si sente più sicuro senza l´Udc in casa. Fini se l´è mangiato in un boccone, operazione facile perché i colonnelli di An erano già tutti al suo servizio. Con Casini era più difficile per via di Ruini.
L´Udc ha davanti a sé una strada in salita. Forse ha aspettato troppo, forse il buon momento sarebbe stato quello scelto da Follini quando si dimise da segretario e se ne andò dal partito. Un anno fa tutto era diverso e molte cose sarebbero andate in altro modo, ma con i se e i forse non si fa storia.
D´ora in avanti Casini navigherà in mare aperto e sarà la prima volta nella sua vita. Può darsi che gli piaccia.
Magari senza Mastella, che sarà pure credente e ruiniano come lui, ma non sembra un "asset" appropriato al rinnovamento della politica italiana.

Staino su l'Unità Staino su l'Unità Staino su l'Unità


LA SCELTA CENTRISTA
Il partito dei cattolici
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

L a rottura fra Berlusconi e Casini è ormai certa. Occorre riconoscere a entrambi un grande coraggio. Berlusconi, scegliendo la separazione da Casini, mette a rischio una vittoria elettorale che era fin qui data per certa. Casini, rifiutando di entrare nel Popolo della Libertà alle condizioni di Berlusconi, sceglie una strada rischiosissima, quella della lotta per la sopravvivenza. Hanno certamente anche pesato ruggini personali. Ma forse la separazione definitiva delle loro strade era comunque inevitabile (se non fosse accaduto adesso sarebbe accaduto in seguito). Al fondo, infatti, c'era un dissenso strategico, non componibile. Di tutti gli alleati di Berlusconi Casini era l'unico a non condividere l'idea che la politica italiana dovesse stabilmente imperniarsi su una competizione bipolare nella quale (come sempre accade nelle competizioni bipolari) il «centro» non è stabilmente occupato da alcun partito ma è, invece, il luogo in cui convergono, contendendosi gli elettori di centro, lo schieramento di destra e lo schieramento di sinistra. Fedele alla tradizione politica (quella democristiana) da cui proviene, Casini ha puntato tutto sul mantenimento di un partito di centro. Anche la sua preferenza per un sistema elettorale «alla tedesca» è sempre stata funzionale a quel disegno. L'incomponibilità dei disegni strategici ha reso «armata» e altamente conflittuale la coesistenza fra Casini e Berlusconi nel precedente governo di quest'ultimo.

Si noti che questa divergenza strategica non è legata a dissensi di tipo programmatico. Nei resoconti giornalistici sulle trattative fra Berlusconi e Casini non si trovano tracce di dissensi programmatici (sulla politica economica, sulla politica estera, sui temi etici o su altro).
Qual è allora il punto? Perché non solo Casini ma anche altri ritengono indispensabile la sopravvivenza di un partito di centro, di un partito capace di occupare in permanenza il centro?

E dunque perché un partito cattolico di centro? La risposta è chiara: la storia pesa. Una parte, non sappiamo quanto grande, del mondo cattolico, una parte dello stesso clero (alto e basso), si ricorda della Dc e pensa che senza un partito ispirato allo scudo crociato le esigenze dei cattolici non sarebbero sufficientemente tutelate in politica. Queste elezioni saranno, oltre a molte altre cose, anche un test sull'atteggiamento dei cattolici. Possono affidare le loro aspirazioni e le loro speranze al gioco bipolare della competizione fra sinistra e destra o devono di nuovo investire su un partito dei cattolici?


Veltroni, ecco i dodici punti
del suo programma elettorale
Gli impegni programmatici annunciati dal candidato premier del Pd
la scheda su
la Repubblica

ROMA - Ecco in sintesi, le "dodici proposte innovative per cambiare l'Italia" che il candidato premier del Pd ha esposto alla platea dell'assemblea costituente del Pd.

Primo. Scegliere come priorità infrastrutture e qualità ambientale. No alla protesta Nimby e sì al coinvolgimento e alla consultazione dei cittadini. Sì agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e all'Alta Velocità e al completamento della Tav.

Secondo. Innovazione del Mezzogiorno. No ad una "politica per il Mezzogiorno che disperda fondi in una miriade di programmi, mentre diciamo sì ad una drastica e veloce revisione dei programmi europei.

Terzo. Controllo della spesa pubblica. Il governo Prodi ha risanato e migliorato i conti pubblici. Per questo il nostro slogan è spendere meglio, spendere meno.

Quarto. "Fare quello che non è mai stato fatto": ridurre le tasse ai contribuenti leali ai lavoratori dipendenti e autonomi. A partire dal 2009 un punto in meno di Irpef ogni anno per tre anni

Quinto. Investire sul lavoro delle donne. Noi vogliamo trasformare il capitale umano femminile in un asso per la partita dello sviluppo.

Sesto. Il problema della casa. Aumentare le case in affitto e "costruzione di circa 700 mila nuove case da mettere sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro".

Settimo. Invertire il trend demografico mediante l'istituzione di una dote fiscale per il figlio. 2500 euro al primo figlio e aiuti per gli asili nido.
Ottavo. L'università. Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010.

Nono. Lotta alla precarietà, qualità del lavoro e sua sicurezza. I giovani precari dovranno raggiungere il minimo di 1.000 euro mensili.

Decimo. La sicurezza. Maggiori fondi per le forze dell'ordine e certezza della pena come uno dei cardini dell'azione di governo del centrosinistra.

Undicesimo. Giustizia e legalità. Da troppi anni c'è uno scontro nel Paese. Nell'ordinamento verrà inserito il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione o concussione.

Dodicesimo. L'innovazione. Portare la banda larga in tutta l'Italia, garantire a tutti una tv di qualità, superare il duopolio tv e correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche.


L'intervento di Walter Veltroni
il testo sul
sito del PD



L'attacco alla libertà
nel nome di Dio (e del mercato)
Piero Sansonetti su
Liberazione

Ratzinger

Non so se è giusto dirlo in modo così brusco, apocalittico, ma non trovo una forma più "lieve": ho l'impressione che ci troviamo di fronte a una forte ondata reazionaria, con tratti eversivi, guidata da forze potenti, vastissime, e anche diverse tra loro, le quali mirano a ristrutturare profondamente la nostra società, ristabilendo un meccanismo piramidale e gerarchizzato. Una sorta di catena di comando, con grandissime capacità di controllo sociale e di orientamento del senso comune, che diventi lo scheletro di una nuova idea del liberismo, nella quale tutti gli interessi generali sono ricondotti al mercato e tutte le libertà sono ridotte a una sola libertà, essa stessa interna e subordinata al mercato.
E' su questa ipotesi "neo-autoritaria"- mi scuso di nuovo per la rudezza delle parole, ma di nuovo vi dico che non ne trovo altre - la borghesia italiana, scompaginata negli ultimi vent'anni dalla sua debolezza politica e dalla sua fragilità intellettuale, sta cercando di ricomporsi e di riprendere in mano le redini. Il passaggio decisivo per la riuscita o il fallimento di questo disegno sono le elezioni di aprile. E la borghesia italiana intende vincere le elezioni giocando non solo su un "cavallo", ma sull'intero schieramento politico di centro e di centro destra. Più avanti vedremo come.
Ne abbiamo discusso ieri, a lungo, nella riunione di redazione, e sebbene ciascuno di noi usasse parole diverse, sfumature, angoli di vista che non coincidevano perfettamente, ci siamo trovati d'accordo sul segno generale di questa operazione, di questa fase storica. Che procede appoggiandosi sulle gambe di diverse forze politiche e di diversi leader. Montezemolo, che è il più lucido, quello con il disegno più preciso. Berlusconi, il quale ha capito che non ce la fa a vincere da solo e ha bisogno dell'appoggio di tutte le classi dirigenti e non solo di quelle più amiche. E poi Casini, Ferrara e altri ancora, che cercano il loro spazio, il loro compito, portando robusti argomenti e specifiche idee di restaurazione. E infine, con un ruolo defilato, incerto, ma che può diventare decisivo, il partito democratico, che ancora è dilaniato dal contrasto tra la forza delle sue tradizioni, delle radici riformiste, e la tentazione di cercare una propria vocazione egemonica nella dialettica senza rete e senza "paletti" col centrodestra, e in una nuova e definitiva investitura da parte della grande borghesia e dei grandi poteri.
Mettiamo in fila due o tre cose, e vediamo se poi si trova il filo che le unisce.
Prima cosa, la barbarica irruzione dei carabinieri in una clinica per fermare un aborto legale. Azione incredibilmente simile a quelle che in America, ogni tanto, sono condotte dai gruppi terroristi antifemministi. Irruzione avvenuta nel mezzo di una campagna furibonda, condotta dalla Chiesa, da pezzi dello schieramento politico cattolico, da Giuliano Ferrara, da molti intellettuali e giornalisti conservatori, tesa alla criminalizzazione dell'aborto, e delle donne che lo praticano o ne contemplano la possibilità. Conta poco il fatto che molti di loro dicano di non voler toccare la legge 194 (quella che autorizza l'interruzione della gravidanza). Conta che questa campagna per la moratoria (sostenuta direttamente dal pontefice) punta a screditare quella legge, svuotandola dei valori e dei diritti che essa afferma. Provo a spiegarmi con un esempio: noi potremmo decidere che non intendiamo mettere in discussione il diritto alla proprietà privata, ma invitiamo i cittadini a violarlo, dichiariamo comunque che la proprietà privata è un furto e che occorre fare qualcosa, in tutto il mondo, per impedire che questo furto (che ha alienato quasi tutta la ricchezza disponibile) continui ad essere perpetrato. Non sarebbe una campagna illegittima, da nessun punto di vista, ma certo non potremmo negare che avrebbe un carattere sovversivo.
Secondo argomento: il lavoro, la precarietà, la riduzione dei diritti individuali e collettivi, l'attacco al contratto collettivo di lavoro, l'idea di iniziare a smantellare lo Statuto dei lavoratori. Tutti temi molto forti nei programmi elettorali di Berlusconi e sui quali nel Pd avanza la tentazione di accodarsi, almeno in parte (è vero che il ministro Damiano è stato messo a margine nell'elaborazione del programma economico, sostituito da Ichino, perché considerato eccessivamente sindacalizzato? Corre voce...). Cosa rappresenta questa linea politica? La volontà di ristabilire la totale subordinazione del lavoro al profitto, e dei singoli lavoratori ai loro capi e alla loro impresa.
Terzo argomento, la nuova smania di semplificazione politica. Aboliamo i partiti piccoli, riduciamo gli assemblearismi, semplifichiamo la politica, tagliamo gli enti locali, le assemblee, il decentramento...
Naturalmente una modesta dose di semplificazione in una politica eccessivamente frastagliata è giusta, perché permette alla politica di non venire travolta dagli altri poteri. Ma la politica e la democrazia sono complesse, e la libertà è molto, molto complessa. L'eccesso di semplificazioni l'uccide. L'eccesso di semplificazione però è funzionale al "comando". Più è semplificata la struttura della democrazia, più è facile decidere. Meno è forte la partecipazione più funziona il comando e la gerarchia.
Ecco il comune denominatore tra questi tre fenomeni: quello del fondamentalismo religioso antiabortista, quello della competitività in fabbrica, quello della semplificazione del sistema politico (e dell'invocazione presidenzialista e gollista). La restaurazione. Il ristabilimento delle gerarchie come chiave di volta delle relazioni sociali, civili e politiche. La fissazione di autorità assolute che poi, alla fine, diventano due sole: Dio e il mercato. Dio (badate: dio maschio) e il mercato hanno diritto assoluto sulla mente e sui corpi. Anche il diritto di prendersi la libertà di tutti, sussumendola nella propria libertà. E affermando il proprio dominio legittimo. Innanzitutto sui corpi delle donne, che sono loro strumenti, e devono accettare il senso di questa missione e capire il valore dell'obbedienza e della loro funzione. E poi su corpi, la mente, le mani, la forza fisica e intellettuale degli operai, dei lavoratori dipendenti, soprattutto dei precari, i quali devono diventare essi stessi mezzi di produzione al servizio della competitività, cioè dell'impresa alla quale appartengono, cioè del mercato che ogni cosa regola e ordina. E infine, Dio e il mercato - e l'interesse generale che si riferisce alla loro gloria - hanno il diritto di limitare le libertà politiche, riducendo la complessità e cancellando o marginalizzando il dissenso e la libertà di pensiero.
La gerarchia è la nuova frontiera del liberismo. Non c'è più contrapposizione tra libertà e uguaglianza. La libertà diventa nemica in quanto portatrice di "rischi" di uguaglianza, cioè di disordine, cioè di perdita di gerarchia.
Alle prossime elezioni questo disegno sarà messo alla prova. Badate che il suo successo o la sua sconfitta non sarà determinato dall'equilibrio tra destra e centro, tra Berlusconi e Veltroni. Dipenderà dalla forza che riuscirà ad ottenere la sinistra, cioè l'opposizione. E dipenderà anche dalla capacità della sinistra di mettere insieme le tre questioni: la libertà delle donne (e delle persone), la libertà e i diritti del lavoro, la libertà politica. La sinistra spesso somma queste tre grandi battaglie. Ci è riuscita per esempio il 20 ottobre, con quel grande corteo a Roma. Non è mai riuscita però a fonderli, a capire che sono legati, coordinati e subordinati l'uno a l'altro. Dovrebbe fare un grande sforzo su questo campo, se pensa di potere avere uno scatto di qualità nella sua presenza politica. Ci sarebbe bisogno di una grande mobilitazione intellettuale.


Due «oni» e una capanna
Walter, quella voglia di piacere come Silvio
Massimo Gramellini su
La Stampa

Veltroni Berlusconi


Invece è il vero sigillo del duello televisivo a distanza che nel volgere di due notti ha mandato in soffitta il passato e visto nascere sotto lo sguardo amorevole di Vespa una nuova coppia di fatto della politica italiana: Silvio e Walter, Oni & Oni, i due accrescitivi dell'Italietta.

Da quindici anni ci trasciniamo addosso l'immagine un po'caricaturale di un Paese doppio, composto da due popoli distinti e riassumibili nei personaggi di Massimo Boldi e Nanni Moretti, che non hanno nulla da dirsi e se anche ce l'avessero non riuscirebbero a comunicarselo per mancanza di alfabeto comune. Per abbattere questo muro di Berlino mentale bisognava giungere allo scontro conclusivo fra i due leader in cui da sempre si rispecchiano i rispettivi elettori. Oni & Oni sono la proiezione esatta, quasi statistica, del tipo di cittadino che vota per loro. Perciò sono anche gli unici ad avere l'autorità necessaria per firmare l'armistizio fra le due Italie. L'elettore di centrodestra si riconosce nei sogni, nei vizi e nei vezzi di Berlusconi. L'elettore di centrosinistra in quelli di Veltroni. Ed entrambi i leader nel loro comune amico Mike Bongiorno, l'italiano medio descritto da Umberto Eco e poi scissosi in due metà che fino all'altro ieri sembravano diventate incompatibili.

Porta a Porta, Oni a Oni. Due campagne speculari, due modi diversi ma non più opposti di presentarsi al voto. Veltroni è seduto alla destra dello schermo. Berlusconi stava a sinistra. Veltroni ha la camicia con le asole sul colletto e Berlusconi no, però entrambi sfoggiano la stessa cravatta blu a pallini, presidenziale. Veltroni non ha il sorrisone dell'altro, ma ogni tanto scoppia a ridere mentre parla. Devono avergli spiegato che funziona. Vespa disinvoltamente vesposo, lo accoglie dicendo: se vince, metta una buona parola per me. Oni 2 è figlio di un giornalista, sguazza a meraviglia nell'ambiente. Appena entra un intervistatore, non si limita ad alzarsi in piedi come Oni 1. Lui gli va incontro per stringergli la mano, quasi volesse dirgli: che bello vederti qui, condividere questo momento unico con te. Chiama gli amici per nome e i non amici per cognome. Pirani, editorialista di Repubblica, è Mario. Mentre Giordano, direttore del Giornale, rimane Giordano anche se sarebbe Mario pure lui. Comunque li chiama, perché sa che a nessun uomo dispiace cullarsi al suono delle proprie generalità.

In compenso nomina poco gli avversari. Solo Berlusconi, tre volte, e due è per fargli i complimenti. Una citazione anche per John Kennedy, Olof Palme, Willy Brandt e la cucina Scavolini: la più amata dagli italiani dice Walter, come il primo governo Prodi. Guarda caso, quello dove c'era lui. È sommesso anche il modo in cui riesce a fare la ruota senza farla. Il suo ego non è meno arroventato di quello Silvio, solo più schermato. Di sé dice: sono stato un bravo ministro, un bravo sindaco, un leader che ha rivoluzionato la politica in un mese e che in una settimana ha già recuperato due punti nei sondaggi. Però lo dice alla Veltroni; con circonlocuzioni timide e frasi sottotraccia. Liquida con toni elegiaci anche il tormentone di Veltrone l'Africano. Non aveva forse promesso di emigrare fra le capanne di fango del Continente Nero anziché nel loft del Partito democratico? Oni 2 sospira e racconta la storia di un uomo che era pronto a lasciare la politica, quando all'improvviso è nato il Pd e tutti si sono girati verso di lui. Poteva tradirli? Voltare le spalle al sogno politico di una vita?

Parla bene di sé, ma anche di tutti. Almeno di quelli che nomina. Degli imprenditori che sono lavoratori, dei lavoratori che sono affezionati alle loro aziende più di certi manager (quindi pensa male dei manager), dell'Osservatore Romano che non lancia crociate integraliste (quindi pensa male di Ruini), di Prodi che è un grand'uomo (e qui chissà cosa pensa) e anche di Enzo Visco, perché a lui - a lui Walter - piace per istinto parlar bene delle persone di cui gli altri parlano male. Delle tasse non parla bene. Ma nemmeno male. Dice che non sono né belle né brutte, ma che sono troppe. È già qualcosa. Non parla male neppure dei bulli di scuola, che non sono poi tanti come si crede. E nemmeno dei ricchi, che non intende far piangere ma forse neanche ridere.

Se Berlusconi cerca candidati che abbiano il sole in tasca, lui dice di volerli con la luce dentro. Farà le liste elettorali guardandoli negli occhi. Non nomina mai neppure una volta il conflitto di interessi, ma se ne va dettando la sua personalissima par condicio: meno politica in tv, perché se si va avanti con tre dibattiti a sera, prima del 13 aprile i cittadini si butteranno dalla finestra. Sotto, ad attenderli troveranno comunque lui. Pronto ad acchiapparli, tutti.


Come funziona il «Porcellum»
Chiara Conti su
Il Sole 24 Ore

porcellum

Il rinnovo dei due rami del Parlamento, in seguito ai vani tentativi per pervenire ad una riforma, avverrà sulla base della "vecchia" legge elettorale, ossia la n. 270/2005 che ha visto il suo debutto con le elezioni politiche del 2006.
A riformare la disciplina per l'elezione dei rappresentanti di Camera e Senato è stata la legge 21 dicembre 2005, n. 270 (dal titolo "Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica") che, pur non licenziando del tutto i meccanismi del sistema maggioritario, dà particolare rilevanza al "voto di partito". Nelle intenzioni del legislatore, infatti, avrebbero dovuto garantire maggiore stabilità e governabilità il voto di lista e il premio di maggioranza in favore della coalizione di liste collegate (o della lista isolata) che raggiunga il più alto numero di voti, rispettivamente, per la Camera su base nazionale e per il Senato esclusivamente sul piano regionale. In ogni caso, per entrambi i rami del Parlamento, si applica un sistema maggioritario di coalizione, con successivo riparto proporzionale dei seggi fra le liste che partecipano alla competizione.

In particolare, il 55% dei seggi della Camera dei deputati viene assegnato allo schieramento che ottiene il maggior numero di voti. Per quanto riguarda invece il Senato, il computo è un po' diverso. Tra le coalizioni o le singole liste ammesse si procede alla divisione dei seggi spettanti alla regione, applicando la formula proporzionale dei quozienti interi e dei più alti resti. Se con questa operazione nessuna coalizione o lista raggiunge la quota di maggioranza corrispondente al 55% dei seggi della regione, questa cifra viene automaticamente assegnata alla coalizione o lista singola con il maggior numero di voti. Il rimanente 45% dei seggi viene suddiviso tra le altre coalizioni e liste singole. Dopo di che scatta la suddivisione interna, vale a dire, a loro volta, i seggi conquistati dagli schieramenti saranno ripartiti fra le liste collegate (ricorrendo ancora alla formula dei quozienti interi e dei più alti resti).

Tuttavia, questo meccanismo non trova applicazione per alcune regioni: si tratta della Valle d'Aosta, Molise e il Trentino-Alto Adige, per le quali intervengono normative specifiche. Nel dettaglio, la Valle d'Aosta, elegge l'unico senatore ricorrendo al sistema maggioritario tradizionale. Invece i due senatori del Molise sono eletti con sistema proporzionale regionale, senza il correttivo maggioritario. Infine, per il Trentino-Alto Adige si è mantenuto il precedente sistema elettorale misto: 6 senatori sono eletti, con sistema maggioritario semplice, in altrettanti collegi uninominali; mentre il settimo viene eletto in base al recupero regionale dei voti non utilizzati.


   17 febbraio 2008