
La settimana sulla stampa
Cosa è successo in Italia e nel mondo durante le "Feste"
a cura di Fr.I.
Costituzione, una splendida sessantenne
Tullia Fagiani su l'Unità del 2 gennaio 2008
Sessanta anni. Sulla carta e nella vita del Paese. Sessanta anni di storia repubblicana, civile e politica le cui fila sono legate ai principi e alle disposizioni di quei 139 articoli di legge entrati in vigore il primo gennaio del '48, dopo una lunga e intensa gestazione. Ecco la Costituzione italiana: un patrimonio di valori faticosamente costruito e condiviso, un bagaglio di ideali e obiettivi che continua a mostrarsi ricco e fruttuoso e che, seppure segnato da debolezze e inevitabili anacronismi, non perde smalto e vigore nella attualità politica. Anzi, conosce nuovi slanci e ottiene altre conferme, anche a livello internazionale.
Il ripudio della guerra (art. 11), la tutela dei diritti umani, e l'abolizione assoluta della pena di morte (art.27, modificato recentemente) restano capisaldi della carta costituzionale e modelli di riferimento per altri paesi: lo ha dimostrato il successo italiano all'Onu, a proposito della moratoria sulla pena di morte. Ma lo dimostrano in genere tanti passaggi storici di questo arco temporale, durante il quale non sono mancate crisi istituzionali, progetti di revisione, e rischi per la democrazia, eppure il profilo costituzionale ha tenuto. Ha tenuto quel sistema complesso e delicato di valori su cui ha lavorato aspramente l'Assemblea costituente, e ha retto alle sferzate del tempo l'immagine di una legge fondamentale e fondativa dello Stato italiano, che come dichiarò Umberto Terracini, presidente dell'Assemblea ed esponente del Pci, è stata pensata e redatta "come un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa la affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore".
La custodia è compito difficile. Conservare senza congelare e cristallizzare principi (democratici, pluralisti, del lavoro) rendendoli inefficaci, è una sfida per i governi. Fare della Costituzione, quale essa è, rigida e materia viva e dinamica, rispondente ai mutamenti e alle evoluzioni socio-culturali è uno degli obiettivi politici attuali. Ad esempio il bicameralismo perfetto o il sistema elettorale prescelto allora per le elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, quello proporzionale, appaiono oggi come scelte 'datate'; strumentali al compromesso, teso a garantire un'adeguata rappresentanza ai partiti di massa, e a escludere quasi a priori la possibilità che uno di essi ottenga la maggioranza assoluta e governare da solo.
Perciò di correzioni, dopo quella del centro-sinistra nel 2001, che ha cambiato il Titolo V sulle Regioni, o di tentativi come quello del centro-destra sulla Devolution, approvato nel 2005 ma bocciato dal referendum del 2006, ce ne possono essere altri, necessari. Del resto dopo sessanta anni può essere tempo di ritocchi e aggiornamenti su questioni etiche o politiche finora rimaste nell'ombra. Ma senza dimenticare che l'impronta della Carta costituzionale e la sua genesi hanno caratteristiche per certi versi atemporali: sono il risultato di una volontà politica ampia e comune, di un accordo trasversale e dell'idea che la Legge, come disse il presidente della Commissione dei 75, Meuccio Ruini, "adattandosi alla tradizione e al costume del nostro popolo, cerchi di migliorarlo".
Attentato contro la democrazia
La crisi pakistana. Icona anti-islamista e filo-americana, la Bhutto è stata uccisa per ostacolare le elezioni e mantenere il Paese instabile
Guido Olimpio sul Corriere della Sera del 27 dicembre 2007
WASHINGTON In molti volevano la morte di Benazir Bhutto. Per questo la lista dei sospetti per l'omicidio eccellente è lunga. I qaedisti Osama Bin Laden e Ayman Al Zawahiri - hanno dichiarato da tempo la guerra al Pakistan. I suoi leader politici a cominciare da Musharraf sono nel mirino. Una «scomunica» che ingloba chiunque sia considerato come parte di un disegno americano. La strategia qaedista, in quest'ultimo anno, ha seguito un percorso chiaro: prima azioni nelle aree tribali, quindi contro le forze dell'ordine, infine contro gli esponenti in vista.
GLI OBIETTIVI - Tre gli obiettivi: ostacolare il processo elettorale; mantenere il Pakistan in un clima di perenne instabilità; impedire uno scenario iracheno dove la componente qaedista è isolata dal resto della società. Osama non da oggi ha gli uomini in grado di organizzare stragi e, soprattutto, gode di complicità interne al Pakistan. L'operazione può avere avuto come mandante il vertice storico di Al Qaeda e nel ruolo di esecutore uno dei tanti affiliati pachistani. Un esponente integralista ha rivelato in un colloquio telefonico con l'Adn Kronos International che l'ordine sarebbe venuto proprio da Al Zawahiri. A portarlo a termine un militante del gruppo separatista Lashkar E Jhanvi. Una rivendicazione difficile da verificare.
GLI 007 Benazir era vista con ostilità da ambienti dell'intelligence pachistana conniventi con Al Qaeda. Per questi 007 era un avversario da battere per motivi locali e internazionali. Sul piano interno Benazir ha approvato la feroce repressione della ribellione nella Moschea rossa, dunque si è trasformata in una nemica giurata dell'islamismo. Su quello internazionale, la Bhutto era considerata uno strumento americano.
I RIVALI Dopo il primo fallito attentato, qualcuno ha ipotizzato un coinvolgimento di rivali politici. L'attacco, in quest'ottica, voleva eliminare una figura ingombrante e pericolosa.
E ' di oltre duecentocinquanta vittime
il bilancio della follia post-elettorale in Kenya
Emanuele Piano su Liberazione del 2 gennaio 2008
E ' di oltre duecentocinquanta vittime il bilancio della follia post-elettorale in Kenya. L'episodio più grave è avvenuto a Eldoret, nell'ovest del Paese, dove circa cinquanta persone sono state arse vive in una chiesa. Vi avevano cercato rifugio per sfuggire alle violenze etniche, che sempre più hanno caratterizzato una contesa che doveva restare solamente politica. «La polarizzazione e la propaganda tribale delle ultime settimane non ha fatto che esacerbare gli animi. Le morti e le violenze non sono che la conseguenza di questo clima avvelenato», spiega a Liberazione da Nairobi padre Renato Sesana Kizito. «E' la prima volta che succede nella storia del Kenya». La colpa del deteriorare degli eventi è la contesa per la poltrona di capo dello Stato. Il presidente uscente Mwai Kibaki è stato riconfermato con uno scarto di trecentomila voti sull'oppositore, Raila Odinga, che però non ha accettato il risultato e denunciato brogli. Gli osservatori dell'Unione Europea, presenti in massa per monitorare l'andamento dello scrutinio, hanno espresso «perplessità».
La situazione è precipitata nell'ultima settimana. Il 27 dicembre scorso il Paese dell'Africa orientale che sin qui poteva vantare una pacifica stabilità in una regione scossa da conflitti civili e guerre fra Stati, è andato al voto per rinnovare il Parlamento e la presidenza. A contendersi il potere attraverso le urne due schieramenti principali: il Party of National Unity (Pnu) del presidente in carica Mwai Kibaki e l'Orange Democratic Movement (Odm) dello sfidante Raila Odinga. Kibaki era stato eletto nel 2002 con un plebiscito di popolo per voltare pagina con l'autocrate Daniel Arap Moi, che per un quarto di secolo aveva dominato il Kenya. Rappresentava, nonostante la non tenera età, 75 anni, l'uomo nuovo che doveva lottare contro la dilagante corruzione, i privilegi dei potentati ereditati dalla dittatura civile e invertire il destino di povertà di quasi il sessanta percento della popolazione, che vive con meno di due dollari al giorno. In cinque anni di crescita economica questo programma ambizioso non è stato rispettato. «Il Paese è cresciuto, la popolazione ha goduto di libertà, come quella di parola e politica, come mai in passato, ma la gente ha voluto comunque mandare un messaggio di volere di più», racconta padre Kizito.
I kenioti la scorsa settimana si sono infatti espressi. Hanno mandato a casa una ventina di ministri del governo uscente, tenuto fuori dal Parlamento i tre figli dell'autocrate in pensione Moi e consegnato la maggioranza del Parlamento all'Odm, a cui sono andati, con cinquanta poltrone ancora da assegnare, oltre cento seggi sui 210 disponibili. Al Pnu ne sono andati poco più di trenta. Raila Odinga, figlio del primo vice-presidente del Kenya Oginga, storico oppositore del regime di Daniel Arap Moi dal quale è stato anche incarcerato, e il suo Odm sono nati nella metà del 2005 dopo aver fatto campagna contro Kibaki su un progetto di riforma costituzionale. Odinga, come altri esponenti del suo partito, era stato sino ad allora ministro dei Trasporti del governo. L'Odm ha accusato il presidente di non aver fatto abbastanza nella lotta alla corruzione e promette riforme sociali a favore dei meno abbienti.
Il plebiscito parlamentare non ha però impedito, con una rimonta via via che passavano le ore e con un ritardo di tre giorno sulla data prevista per la fine dello scrutinio, che la presidenza andasse a Mwai Kibaki. E mentre Kibaki, subito dopo l'annuncio dell'esito della contesa, prestava con una fretta sospetta giuramento, immediate sono scoppiate le proteste dell'opposizione, i cui militanti sono scesi in strada sia negli slum di Nairobi che in altre città del Paese. Denunciando i brogli, i manifestanti hanno inscenato blocchi stradali, dato fuoco a copertoni, assaltato stazioni di polizia. Ai simboli del governo, si sono affiancati attacchi di matrice etnica. Luo contro Kikuyo, l'etnia di Odinga contro quella di Kibaki. In una vera e propria caccia all'uomo, è stato dato fuoco a negozi e abitazioni. La follia collettiva ha raggiunto l'apice in una chiesa nella zona di Kiambaa a Eldoret, nell'ovest del Kenya. Più di quaranta persone, tra cui donne e bambini, sono state date alle fiamme dopo aver cercato rifugio in una chiesa metodista locale. Dei Kikuyu, sfuggivano da una folla di Luo. Un testimone oculare ha visto dei giovani appiccare il fuoco all'edificio di culto. In un editoriale dal titolo "Kibaki e Raila: mettete fine a questo inutile massacro", il quotidiano keniota The Nation punta il dito contro la classe politica del Paese. «Non c'è mai stata così tanta animosità tra persone che hanno convissuto insieme per così tanti anni. Così come non vi è alcun dubbio nella mente dei kenioti che quello che oggi succede è la responsabilità dei vostri partiti politici. Il caos che stiamo vivendo è il frutto della élite tribale, economica e politica, nella quale vi identifichiamo» e che ha portato il Paese «sull'orlo del baratro».
Anche per padre Kizito le violenze hanno un responsabile. «Raila Odinga una settimana prima delle elezioni ha detto che sarebbe stato sconfitto soltanto dai brogli e che, in qual caso, non avrebbe accettato l'esito del voto. Quello che oggi avviene è il frutto di quel clima di tensione generato dalle sue affermazioni», afferma il missionario comboniano. «Raila denuncia i brogli e dice di averne le prove, ma non le mostra. Prima di scatenare i suoi oppositori poteva almeno dimostrare la fondatezza delle sue accuse». Dall'Onu, all'Unione africana, dall'Ue alla maggior parte degli Stati europei, si sono levati appelli al dialogo e per chiedere la fine delle violenze. Washington in un primo momento si è complimentata con Kibaki, salvo poi definire «un errore» quell'affermazione di sostegno espressa subito dopo l'annuncio dei risultati. Odinga, a cui sono state impedite manifestazioni di piazza, ha chiesto di incontrare Kibaki, ma vuole come pre-condizione le sue dimissioni. «La devono smettere. Così facendo Kibaki e Odinga non vanno da nessuna parte», commenta padre Kizito da Nairobi. «E' necessario aprire immediatamente il dialogo. E non ci sono alternative ad un governo di unità nazionale per mettere fine alle violenze. Un presidente senza una maggioranza parlamentare porterebbe il Paese allo stallo», è l'appello di Renato Sesana che vive da anni nello slum di Dagoretti a Nairobi.
Lega contro gli immigrati "Sono come un cancro"
Renzo Guolo su la Repubblica
La deriva xenofoba della Lega pare ormai inarrestabile nel Nordest. Protagonista, per l´ennesima volta, è il prosindaco di Treviso Gentilini, che definisce la concessione di un luogo per pregare ai musulmani un "tumore che poteva diventare metastasi". E arriva dopo le delibere antisbandati dei primi cittadini del Carroccio, il rilancio delle ronde e del vigilantismo; dopo il provocatorio invito rivolto da uno di quei sindaci ai propri cittadini a emigrare se vogliono essere trattati bene.
Dopo il delirante discorso di un consigliere comunale che invita a usare con gli immigrati "lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino"; dopo la richiesta di quota scolastica per gli stranieri in classe, senza nemmeno distinguere tra quanti vivono in Italia da anni o vi sono nati e i neoarrivati che non conoscono la lingua.
Dopo tutto questo riprende ora con forza la battaglia contro i musulmani, il "nemico per eccellenza tra i nemici". In prima linea, appunto, Gentilini, che usa quell´espressione.
In questa weltanschauung il cancro è la stessa comunità islamica; la metastasi, ovvero il processo che provoca la disseminazione delle cellule malate dalla sua originaria sede ad altri organi, è quella che può colpire la società locale quando questa non si rende conto della natura del male e non si interviene con terapie eradicatrici. Così quanti hanno offerto uno spazio ai musulmani di Treviso per pregare in occasioni di importanti festività, siano in passato i Benetton, ieri i parroci, oggi altri cittadini, sono accusati di minare con il loro atteggiamento complice il corpo sano della società locale.
Simili posizioni, né episodiche né casuali, non possono essere ridotte a folclore. Nessun realismo politico può giustificare parole e atti che rischiano di minare la convivenza civile e ledono diritti costituzionalmente garantiti. Che la Lega si sia trasformata in attivo imprenditore politico della xenofobia, e in particolare dell´islamofobia, è da tempo un dato di fatto. Naufragato per volontà del corpo elettorale il pasticciato federalismo in "salsa verde", al Carroccio non resta che presidiare con forza la nicchia del mercato politico della paura. Un riposizionamento che non implica un grande sforzo, dal momento che la xenofobia è da sempre nel dna della Lega. Per il Carroccio gli immigrati sono essenzialmente un fattore di "inquinamento etnico" del territorio, capace di minacciare l´"identità dei popoli padani". Identità fondata su supposti innati vincoli culturali. Non è causale che parlamentari leghisti abbiano definito i due imprenditori trevigiani, di diversa notorietà ma comunque legati alla realtà locale, accusati di aver concesso, in tempi diversi, gli spazi per la preghiera come "foresti". Un termine che significa qualcosa in più di straniero ed enfatizza la figura dell´estraneo culturalmente, di chi non farà mai parte della comunità autoctona; e che fa trasparire una concezione ascrittiva, fondata sul binomio "suolo e sangue", e non contrattuale, fondata sulla condivisione dei valori civici e costituzionali, dell´appartenenza.
L´etichetta "noi" e "loro" è, dunque, trasversale; non riguarda solo gli stranieri ma anche i loro "complici", involontari o volontari. Tra questi il leghismo d´assalto include anche i cosiddetti "preti rossi", parroci e sacerdoti che lavorano con associazioni come Caritas, Migrantes, o i responsabili di Curia per i rapporti con i musulmani, ritenuti troppo morbidi.
Nella loro campagna contro gli stranieri i leghisti polemizzano aspramente con la Chiesa locale, rea di essere troppo "accomodante" con i musulmani e la richiamano all´ordine. In aree tradizionalmente a subcultura bianca, trasformatesi in zone a subcultura verde, la kulturkampf leghista rivendica infatti il ruolo di autentico erede della tradizione cristiana. Non importa se si tratta di un cristianesimo immaginario, di un cristianesimo senza Cristo, dove l´altro è innanzitutto un nemico. L´importante è brandire la croce, farne un simbolo identitario che marca la distanza etnica e religiosa dal mondo della Mezzaluna.
La possibilità di sopravvivenza politica della Lega è ormai legata al ruolo di imprenditore politico della xenofobia. Un ruolo che però alimenta un clima irrespirabile, che rompe non solo il civismo locale contrapponendo i cittadini, e facendo sentire molti di loro estranei al proprio comune, parola che nell´era del particolarismo leghista perde del tutto valore; ma che rischia anche di provocare effetti deleteri. Spingendo gli stranieri a rifugiarsi nelle comunità etniche e religiose originarie anziché a integrarsi nella società italiana. A dar vita a comunità parallele, che forse "disturberanno" meno i leghisti ma agiranno come un corpo separato, nel quale tendenze fondamentaliste o etniciste potranno prosperare. E´ auspicabile tutto questo, anche in termini di sicurezza? Non lo crediamo. E allora una decisa battaglia culturale e politica, prima ancora che legislativa, contro una simile deriva diventa essenziale per un paese che guarda a un futuro meno claustrofobico e conflittuale di quello proposto dal Carroccio.
Fede e mala fede
Barbara Spinelli su La Stampa del 30 dicembre 2008
L'irruzione dell'atto di fede nell'agire politico non è un evento nuovo, nella storia contemporanea. È una mescolanza che ci accompagna da parecchi anni, che ha all'origine un profondissimo scontento per come vanno le cose del mondo, e per come disordinatamente sono governate. Quel che è nuovo, in questa fine d'anno, è la straordinaria disinvoltura con cui l'uomo politico parla di Dio e del suo intervento nelle Camere dove siedono i deputati, di Cristo e del suo restare nelle nostre case o uscirne. Nuovo è il propagarsi di simile commistione anche nella religione cristiana, anche nell'Europa che sulla separazione netta tra fede e politica ha costruito la sua idea di civiltà e di pace.
I motivi di questa naturalezza disinvolta sono molteplici e tra essi c'è probabilmente l'effetto che ha avuto su di noi l'integralismo islamico, l'ammirazione clandestina per la forza impaurente delle sue armi. C'è un uso di Dio che fa proseliti, come nuovissima fede che contamina il pianeta. E lo contamina a dispetto di sconfitte evidenti. Negli Stati Uniti i fallimenti del messianesimo politico di Bush non impediscono il successo di integralisti come Mike Huckabee, candidato alle primarie repubblicane.
In Italia la disinvoltura è totale, se è vero che una senatrice fino a ieri poco conosciuta, Paola Binetti del Partito Democratico, ritiene plausibile che Dio intervenga di persona, se da lei convocato, nelle decisioni di un parlamento.
Molti parleranno di regressioni, oscurantismi. Ma il fenomeno è assolutamente moderno e ha precise caratteristiche: ovunque si sta diffondendo il bisogno che torni, potente, un credere utile alla politica, sospettata di fiacchezza etica, d'incapacità, d'illegittimità.
Che nelle menti torni a installarsi un senso di ferrea Necessità. Che Dio parli e agisca al posto dell'uomo rovinato. Che il mondo torni a esser leggibile, catalogabile: da una parte i credenti, dall'altra i miscredenti, come in una sorta di terreno, anticipato, apocalittico Giudizio Universale. L'uomo libero è morto, Dio è vivo, tutto è permesso. Per questo il caso Binetti è significativo. La questione del credere o non credere torna a essere centrale, con le menzogne che a essa sono legate. Come scriveva Nicola Chiaromonte negli Anni 50 e 60: «La nostra non è un'epoca di fede, ma neppure di incredulità.
È un'epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in opposizione ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine» (i saggi sono raccolti nel volume Credere e non credere, Bompiani 1971). La signora Binetti, di cui non si conoscono opere né scritti, non meriterebbe forse lo spazio che le viene dato. Se glielo si dà è perché è sintomo dei tempi di malafede e disinvolte credenze che stiamo traversando. Nei Viaggi di Gulliver, Swift narra di una guerra furiosa che scoppia tra chi è convinto che l'uovo alla coque si debba aprire dalla punta stretta e chi è teologicamente certo che lo si debba tagliare dalla parte larga. Dio approva chi apre l'uovo dall'alto o dal basso?
Anche la signora Binetti è molto moderna, quando dice che Dio è presente nel Parlamento e con la sua Provvidenza sposta le leggi nella direzione che a lei, senatrice, preme (Il Foglio, 22 dicembre). È in sintonia con lo Spirito dei Tempi, con un Zeitgeist che estende enormemente il regno della Necessità, e che teme il libero pensiero e il suo esser vario, incessantemente. In cuor suo forse la senatrice è convinta, non umilmente ma fieramente, di aderire a qualcosa d'antico, d'eterno.
I credenti di questo tipo sono chiamati spesso fondamentalisti ma con i fondamenti religiosi hanno poco a che vedere. Il vero fondamentalista cristiano troverà ai primordi della propria fede un mare di ambiguità, e parole, testimonianze radicalmente contraddittorie. I credenti cui alludiamo sono moderni perché questo loro dover-voler credere rimanda a ideologie chiuse, inaccessibili al dubbio, che escludono il diverso denominandolo miscredente o dissidente. Anche qui Chiaromonte dice l'essenziale, quando denuncia il «Dio Moderno, il solo che oggi universalmente si riconosca»: «Per necessità pratica e non per slancio mistico, s'è creato un Dio.
Dal cuore stesso della situazione storica, dall'impegno dell'uomo di fabbricare lui stesso la propria storia, dalle contraddizioni della realtà e dai suoi drammi, dalle esigenze dell'azione efficace, s'è costituito un Essere Supremo fatto della sostanza stessa degli sforzi umani e posto tuttavia al disopra di essi come loro giudice supremo. È un Dio di fatti, di forze efficaci, di potere: il Dio dell'ateismo integrale». Di qui le menzogne: sono chiamati credenti coloro che credono in questo Dio, esecutore di umani disegni. Tutti gli altri sono non-credenti.
Ciascuno di noi sa che la verità è altra e ne ha prove quotidiane. Vede credenze fortissime nei cosiddetti non credenti, e viceversa. Constata come vi siano laici scettici sulle grandi verità, che credono però senza deflettere in principi di fondo: la lotta alla menzogna, all'ingiustizia, all'illibertà, all'illegalità. Chiamarli non-credenti è un insulto alla propria intelligenza, oltre che a quella altrui. Quando Eugenio Scalfari critica la Binetti, su Repubblica del 27 dicembre, scrive da «non-credente»? Scrive certo da laico, forse da ateo. Ma il suo pensiero e le sue convinzioni hanno un'intensità tenace che tanti credenti neppure conoscono. Lo stesso vale per le critiche di Odifreddi, su questo giornale.
Poi ci sono gli esempi cristiani: Madre Teresa che soccorse i morenti per cinquant'anni senza vedere Dio né riuscire a credere. Teresa di Lisieux ebbe un'esperienza analoga. Il credere è fatto di incertezze, come l'esistenza intera. E ogni autentica fede è paradossale, sperando l'inseparabile. C'è un uso sconcio nella parola «non-credente» che andrebbe evitato, per fedeltà al vero.
La signora Binetti dice che una mano è di sicuro scesa in Parlamento, grazie alle sue preghiere, conducendolo alla giusta decisione. Una decisione che concerne gli omosessuali e le idee che la senatrice, forte del suo sapere, si è fatta di essi: sono malati, da curare. Se così stanno le cose, il Parlamento non è il suo posto ma anche la sua religiosità suona falsa.
Non è un atto di fede ma un atto di forza, che esclude chi non appartiene alla sua Chiesa e alle sue persuasioni. La mano di Dio, per il credente autentico, non la si percepisce e ancor meno la si capisce. Parla come noi? pensa come noi? Chissà. Sant'Agostino nel cinquantaduesimo sermone è chiaro in proposito: «Si comprehendere potuisti, aliud pro Deo comprehendisti». Se hai potuto comprendere, hai compreso un'altra cosa al posto di Dio.
Questo comprendere un'altra cosa al posto di Dio è l'essenza dell'integralismo moderno. È cercare in Dio le ragioni di una politica, e arrogarsi una giustificazione esterna che altri - non credenti, atei, agnostici - non possiedono. È mettere la religione non tanto al centro, ma al posto della pólis e dei suoi ordinamenti. È sottrarre alla potestà di quest'ultima una serie di leggi che, considerate naturali, vengono connesse non all'umano legiferare ma a Dio e ai suoi rappresentanti.
Viviamo in un'epoca troppo bollente, per prendere queste convinzioni alla leggera. Una parte non irrilevante dell'Islam è cattivata da esse, adoperando politicamente Dio. Una parte dell'ebraismo estrae dalle Sacre Scritture la propria concezione d'Israele. Bush è partito in guerra invocando Dio. Non possiamo prescindere da quel che accade intorno a noi, quando parliamo di radici cristiane d'Europa e costringiamo una religione universale dentro chiuse geografie.
Non possiamo parlare dell'omosessualità come di una malattia, dopo quel che Hitler ha detto di essa. La memoria, non possiamo liberarcene come fosse un'inutile verità: se esistono parole tabù quando si parla di ebrei, debbono esisterne per gli omosessuali, i Rom, i malati mentali. Anche questa smemoratezza è Spirito dei Tempi, anche con essa la senatrice è in conformistica armonia. Altro è lo spirito classico: che è quello che dura e ci è accanto sempre. A volte può apparire perfino anacronistico, non in fase col tempo, e diventa poi classico per questo.
Non è relativismo, avere dubbi su una fede così connessa alle vicende terrene da secernere la presunzione di poterle cambiare con miracoli, preghiere, atti di forza. È avere coscienza dei propri limiti, assolutamente. È capire che non abbiamo diritto di comprendere un'altra cosa al posto di Dio, e darle lo stesso il nome di Dio.
Non nominate il nome di Dio invano
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 27 dicembre 2008
MI HANNO molto colpito i pensieri e le parole scritte nei giorni scorsi dalla senatrice Paola Binetti e da lei affidate in una lettera al «Foglio» che, a quanto lei stessa scrive, è ormai il suo giornale di elezione. Il testo di quella lettera è stato poi integralmente ripubblicato dal «Corriere della Sera». E di nuovo la senatrice ha ripetuto e ancor più estesamente formulato i suoi pensieri in un dialogo sulla «Stampa» con Piergiorgio Odifreddi.
Il tema di questi interventi è singolare. Viene affrontato per la prima volta nel mondo e per la prima volta nella Chiesa cattolica da parte d´un cattolico militante che si riconosce in un partito ed ha un seggio nel Senato della Repubblica. Si tratta dell´intervento di Dio nella formulazione delle leggi, sollecitato dalle preghiere della senatrice devota.
Ricordo il caso per completezza di informazione. Si votò pochi giorni fa in Senato la conversione in legge del decreto sulla sicurezza. Tra le varie norme ce n´era una che configurava come reato di razzismo la discriminazione nei confronti degli omosessuali effettuata con atti o parole di istigazione a discriminare. La Chiesa si allarmò per timore che la sua predicazione che considera l´amore tra omosessuali una devianza contro natura venisse giudicata reato penalmente perseguibile. Reclamò la cancellazione di quella norma e invitò esplicitamente i parlamentari cattolici a votare contro di essa.
Si trattava con tutta evidenza d´un intervento e d´una interferenza che violavano in modo grave le disposizioni concordatarie. Talmente scoperta quell´interferenza da richiedere una protesta formale del governo nei confronti della Santa Sede. Protesta che invece e purtroppo non c´è stata.
Il governo però, a sua volta allarmato dai possibili effetti di quell´interferenza clericale, pose la fiducia sul decreto e sui singoli articoli. I molti parlamentari cattolici che fanno parte della maggioranza votarono la fiducia pur con qualche disagio di coscienza. La Binetti, anch´essa con qualche disagio di segno opposto, votò invece contro la fiducia, cioè contro il suo partito e il suo governo, in obbedienza al dettame della gerarchia ecclesiastica romana.
Il Partito democratico nel quale la senatrice milita decise di mostrare comprensione per il suo voto di dissenso e di non applicare nei suoi confronti alcuna censura politica.
Quanto alla norma concernente l´omofobia, essa fu approvata per un solo voto. Quello contrario della Binetti (e l´altro egualmente contrario del senatore a vita Giulio Andreotti) furono infatti compensati da altri voti. Forse ispirati, questi ultimi, dal demonio. Non si sa e non si saprà mai.
* * *
Fin qui il caso Binetti. Niente di speciale: un caso di coscienza che avrebbe potuto far cadere il governo il quale riuscì tuttavia ad ottenere la fiducia e passare ancora una volta indenne in mezzo a tante traversie.
Trasferitosi l´esame della legge alla Camera, dove il governo dispone d´una più solida maggioranza, si scoprì però che proprio quell´articolo sull´omofobia era affetto da un errore di redazione. Si menzionava infatti come punto di riferimento della norma una direttiva dell´Unione Europea contenuta in un trattato che risultò non essere quello citato ma un altro. Insomma una citazione sbagliata, un errore di sbaglio come si dice in casi analoghi con qualche ironia.
Per evitare che l´emendamento dovesse nuovamente implicare un voto del Senato, il governo decise alla fine di far cadere l´articolo in questione per poi ripresentarlo in altro modo e con altro strumento legislativo.
Normale gestione d´una situazione parlamentare complicata.
* * *
Ma ecco a questo punto insorgere un secondo caso Binetti. Ben più clamoroso del precedente, anche se per fortuna senza effetti parlamentari immediati. E sono appunto le lettere al «Foglio» e il dibattito sulla «Stampa» dove la senatrice sostiene la tesi del miracolo. L´errore di sbaglio, la citazione incomprensibilmente sbagliata non si può attribuire, secondo la Binetti, ad una trascuratezza umana. Quella trascuratezza c´è indubbiamente stata, ma non è né dolosa né colposa. E´ talmente macroscopica e impensabile che non può che essere stata effetto d´un «intervento dall´Alto» così testualmente scrive la Binetti stimolato dalle sue preghiere.
La senatrice enumera altri casi di leggi e norme da lei ritenute indispensabili per il bene della comunità e della morale, che sono state approvate in Parlamento e da lei attribuite ad altri «interventi dall´Alto», anch´essi stimolati dalle sue preghiere.
Altre norme da lei desiderate e altre preghiere da lei elevate al cielo non hanno invece trovato ascolto (è sempre la senatrice che parla) ma ella non dispera che lo troveranno in un prossimo futuro.
Siamo di fronte ad un caso che, come ho prima accennato, non ha riscontro nella storia né parlamentare né religiosa di nessun Paese. Leggi e norme sull´approvazione delle quali si sarebbero verificati interventi di Dio in accoglienza di preghiere di parlamentari. Come giudicare simili affermazioni? Una presunzione inaudita? Un disturbo mentale? Una fede capace di muovere le montagne e quindi nel caso specifico di ottenere risultati parlamentari altrimenti inspiegabili? Una forma di fondamentalismo ideologico che può suscitare un anti-fondamentalismo di analoga natura ma di segno diverso?
* * *
Mi permetto di segnalare alla senatrice Binetti che il tipo di preghiere da lei elevate a Dio affinché intervenga nella legislazione italiana sono decisamente in contrasto con la costante dottrina della religione da lei professata.
E´ curioso che la senatrice non se ne renda conto. È ancor più curioso che sia io a segnalarglielo. Ciò crea una situazione a dir poco comica. Divertente. Paradossale.
La dottrina cattolica infatti ha costantemente incoraggiato la preghiera dei suoi fedeli. La preghiera privata ma soprattutto quella liturgica, tanto meglio se effettuata pubblicamente e coralmente nelle chiese o in qualsiasi sede appropriata.
Ha anche indicato la dottrina quale debba essere l´oggetto della preghiera. Non già invocare Dio a compiere miracoli su casi concreti come la guarigione da una malattia o, peggio, un beneficio immediato, una promozione, una vincita alla lotteria, l´ottenimento d´un posto di lavoro e simili.
L´approvazione di un articolo o di un comma o la vittoria d´un quesito referendario non sono state mai contemplate in questa casistica, ma ritengo che possano logicamente rientrarvi. Impegnare il nome e l´intervento di Dio in questi «ex voto» avrebbe piuttosto l´aria d´una provocazione e sfiorerebbe la blasfemia violando il comandamento mosaico che fa divieto di «nominare il nome di Dio invano».
L´oggetto della preghiera deve essere solo quello di chiedere a Dio che la sua grazia discenda sull´orante, che lo aiuti a sopportare il dolore e la sofferenza, che non lo induca in tentazioni, che lo liberi dal Male (cioè dal peccato), che fortifichi il suo amore per il prossimo.
Perciò lei fa benissimo, senatrice Binetti, a pregare affinché la grazia discenda su Giuliano Ferrara (nella sua lettera al «Foglio» c´è scritto anche questo) volendo, potrebbe anche cimentarsi a chiedere che la grazia divina scenda su di me. Non me ne offenderei affatto e sarebbe carino da parte sua.
Ma coinvolgere Dio nella discussione parlamentare, questo, gentile senatrice, è una bestemmia di cui forse lei dovrebbe confessarsi. Però da un sacerdote scelto a caso. Se va da sua eminenza Ruini sarebbe sicuramente assolta in terra. In cielo non so.
Post scriptum. «Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore. Nella preghiera l´uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio, che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l´altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze».
Queste parole si leggono nell´enciclica «Spe Salvi» di Benedetto XVI, a pagina 64 nell´edizione dell´«Osservatore Romano». Le rilegga, senatrice, e cerchi di capirne bene il senso. Soprattutto non si autogiustifichi: il Papa, nella pagina seguente, ne fa espresso divieto.
Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli
Terreni avvelenati, imprese di smaltimento legate ai clan: ecco i colpevoli del disastro Napoli. Gli affari tra camorra e politica quella peste che uccide la città
Roberto Saviano su la Repubblica
È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l´ossessione di emigrare o di arruolarsi. E´ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all´opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall´Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all´opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un´impresa - l´Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l´ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l´inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell´antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell´inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all´anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.
Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall´estero: da ogni parte d´Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l´autorizzazione dalla Regione. Aveva però l´unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l´unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell´inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l´emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l´emergenza e quindi riuscì con l´attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all´amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l´appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all´avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L´emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l´operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un´azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell´80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D´Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d´Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E´ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E´ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l´ossessione dell´informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell´informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. Non è affatto la camorra ad aver innescato quest´emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l´emergenza e con l´apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell´immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall´emergenza non si vuole e non si po´ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L´emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L´80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriare. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l´eroe epico che strappa le braccia all´Orco che appestava la Danimarca: "il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.
Democrazia uccisa dalla spazzatura
Francesco Merlo su la Repubblica
È come se Romano Prodi e Giuliano Amato non sapessero che cosa sta accadendo a Napoli e in Campania. È come se il presidente del Consiglio e il ministro degli Interni non capissero che in una delle nostre più grandi regioni e in una delle più belle città del mondo la spazzatura sta seppellendo la democrazia e la sinistra italiane.
E a Napoli Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino non ci vengano ancora a parlare di lotta alla camorra, di rinascita, di sogno meridionale. E smettano per sempre di declamare il loro impegno morale contro la criminalità organizzata.
Il punto è che un amministratore del territorio che non riesce a risolvere i problemi del territorio si deve dimettere. E dunque o la Iervolino e Bassolino trovano subito una soluzione tecnica e politica alla spazzatura di Napoli oppure si tolgano davanti e ci provi qualcun altro con più coraggio, con più forza, con più coscienza; qualcun altro che, pur di sgominare Gomorra, pur di usare la tecnica contro la vischiosità locale, le stupidità ecologiche, gli spasmi plebei, gli interessi criminali e l´incompetenza arrivi a mettere a rischio anche se stesso, la propria carriera politica, la propria vita persino.
Soffocata dagli escrementi di Napoli c´è infatti l´idea, con la quale eravamo cresciuti, che può esistere una maniera dolce di governare e di amministrare anche il nostro meraviglioso mondo meridionale. Muore tra i miasmi la speranza che i Bassolino avrebbero dato al Sud una nuova organizzazione, una nuova estetica, un nuovo ordine, una nuova etica: amministrare senza ammazzare, senza imbrogliare, senza scannarsi l´un l´altro. Ricordate il modello emiliano, toscano, umbro? Ebbene, è diventata spazzatura l´illusione che tutto il paese era toscano. Purtroppo nella spazzatura di Napoli c´è infatti la decomposizione di quell´antropologia che ci aveva fatto sognare, l´illusione che i bravi tecnici della sinistra, gli onesti funzionari della sinistra, i competenti e appassionati amministratori della sinistra sarebbero riusciti là dove erano falliti i Lauro, i Gava, i De Mita. E invece quella vecchia Napoli oggi si vendica su di noi. Guardiamo quella spazzatura e non capiamo come sia possibile che essa non laceri la coscienza civile dei nostri uomini di governo e della nostra sinistra. Perché l´orrore non diventa emergenza nazionale?
E´ questo governo di centrosinistra che deve tagliare il nodo, è Prodi che deve intervenire come Robespierre contro gli amministratori locali che sono invischiati fino al collo nel maleodorante guazzabuglio meridionale, impotenti e litigiosi, completamente incapaci di districarsi tra sperperi, sprechi e delitti. Il governo ha il dovere di separare le esigenze giuste dal plebeismo violento. Tocca a Prodi e ad Amato fronteggiare gli enormi interessi criminali, i rapporti della politica locale con la camorra ma anche gli estremismi ideologici. Non è possibile che si discuta ancora della spazzatura come fosse un problema accademico, una questione sociologica, una faccenda di storia e di geografia.
La spazzatura di Napoli mette in gioco la democrazia italiana. Ha bisogno di soluzioni tecniche, che ovviamente esistono. Non è infatti una cosa eccezionale smaltire la monnezza in un paese industrializzato con una forte coscienza ecologica. Ma poiché la politica locale non ce l´ha fatta, sia il governo a imporre la tecnica: con l´esercito, con leggi d´emergenza, con arresti di polizia, con la forza.
Anche con la forza si può restituire Napoli a Napoli, ridare pulizia e splendore alle strade della Campania, dove oggi si aggira il peggiore e il più sordido dei diavoli: la forza al servizio della tecnica moderna prima di abbandonare Napoli a san Gennaro.
Così decollerà Alifrancia
Sfruttare le rotte interne, a partire dalla Milano-Roma. Puntare su Parigi come hub intercontinentale. E far crescere tra gli italiani la propensione al volo. Ecco con quali strategie avverrà la grande fusione.
Paola Pilati su L'espresso
Meglio possedere il 50 per cento di una società che perde 600 milioni l'anno, o essere azionisti con il 3 per cento del più grande gruppo europeo del volo? Nei panni di Warren Buffett, il mago di Omaha, che ragiona in termini puramente finanziari, non ci sarebbero dubbi: tra il 2004 e il 2006 il titolo Air France-Klm si è apprezzato del 50 per cento, quello di Alitalia è crollato del 30. E nei panni del sistema paese? Per Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa, che il 28 dicembre hanno attraversato il Rubicone della vendita dell'Alitalia aprendo la trattativa con il gruppo Air France-Klm, neppure. Ma non nella logica della speculazione borsistica, come quella di Buffett, bensì in nome del realismo: così com'è l'Alitalia non solo è un pozzo senza fondo di perdite che nessun amministratore delegato ha saputo tamponare, ma ha perso tutti i treni per realizzare, se mai le ha avute, altre ambizioni. Oggi il mercato si è attrezzato per ragionare in grande. Servono grandi mezzi per comprare aerei, servono grandi accordi internazionali, servono spalle larghe per affrontare la concorrenza, serve visione. Tutte cose che Alitalia non ha. E che il paese - la politica, il sindacato - ha mostrato di non essere in grado di infonderle.
Tra il 2000 e il 2005 l'Air France-Klm è cresciuta di 14 milioni di passeggeri, l'Alitalia ne ha persi un milione e 700 mila.
Questo futuro saprà darglielo Air France? E cosa si può aspettare il viaggiatore italiano dalla fusione promessa? Ne soffriremo, per esempio, in termini di concorrenza, come vanno dicendo alcuni sindacalisti e potentati locali? Proviamo a fare qualche ragionamento. È certo, innanzitutto, che per Jean-Cyril Spinetta il mercato italiano è un mercato molto appetitoso. "In Italia la propensione al volo è un quarto di quella di molti altri paesi europei", dice David Jarach, docente di marketing del trasporto aereo alla Sda Bocconi di Milano: "E questo si spiega perché da noi il mezzo di trasporto di riferimento è sempre stato l'auto. Ma è un gap da riempire". L'Italia insomma è un giacimento in gran parte ancora inesplorato. E con un ricco potenziale. Il mercato nazionale oggi rappresenta il 10 per cento di quello europeo (la Francia è l'11 per cento). Ma cresce a ritmi superiori alla media: tra il 2005 e il 2006 mentre in Francia il traffico passeggeri è cresciuto del 3,66 (fonte: Fact Book Iccsai, 2007), in Italia è cresciuto dell'8,53, contro una media europea del 6, 19. Questa voglia di muoversi e di volare certamente non è stata merito dell'Alitalia, che infatti non ne ha colto i benefici. Piuttosto, dicono gli esperti, è stato il risultato della maggiore concorrenza tra vettori. Concorrenza che ha morso agli stinchi la compagnia nazionale, ma che ormai è conquistata e che sarà dura per qualsiasi Spinetta mettere alle corde.
Quanto vale per i francesi questo mercato italiano? Il traffico domestico controllato da Alitalia vale 15 milioni di posti, il 34 per cento del totale (con buone pace di chi ha paura per la concorrenza): valorizzando ogni posto 100 euro (ma è una stima in difetto), farebbe un miliardo e mezzo di fatturato all'anno. Con un punto forte, la tratta Milano-Roma, una delle più redditizie a livello europeo. Lì Air France e Alitalia messe insieme controllerebbero un milione e 600 mila posti l'anno, il 53 per cento del mercato. In un'alleanza con Air One-Lufthansa, sarebbe stato il 94 per cento del mercato.
Quanto al traffico europeo, già oggi l'intesa con i francesi ha fatto sì che l'aeroporto parigino Charles De Gaulle, da dove Spinetta controlla il suo impero, sia di fatto il primo hub italiano. Un paradosso, certo, ma non lontano dal vero.
"Alitalia sarà regionalizzata, cioè non potrà più operare su un network a sua scelta, ma sulle rotte che fanno gioco a Parigi", afferma Jarach, "e certamente verrà rimpicciolita: gran parte delle sue rotte sono in perdita, e Air France dovrà tagliare". "Cosa vuol dire, per esempio, che gli aerei MD80 e i 767 verranno cambiati entro il 2017?", ragiona Jarach, "quando a quell'epoca saranno già troppo vecchi e costosi?". Risposta: Alitalia farà 'feederaggio' e trasporti regionali, cioè di raggio limitato all'Europa o poco più in là.
6 gennaio 2008