
sulla stampa
a cura di G.C. - 20 dicembre 2007
Pena di morte, la vittoria italiana
Antonio Cassese su la Repubblica
L'approvazione, a maggioranza assoluta, della risoluzione sulla moratoria della pena di morte è stata una grande vittoria dell'Europa ma anche e soprattutto dell'Italia, la cui diplomazia, abilmente diretta dal ministro degli Esteri, ha svolto un'azione intelligente ed efficacissima a New York. Con la risoluzione si segna un punto fermo in una battaglia di civiltà.
La risoluzione non obbliga gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali e tanto meno ad abrogare le leggi nazionali che prevedono la pena capitale. Li esorta a farlo. Ha dunque solo un alto valore simbolico, è solo uno strumento di pressione morale? No. Essa produrrà anche importanti effetti pratici, il cui significato si potrà forse percepire soprattutto nel lungo termine.
Il primo consiste nel fornire un importante strumento di legittimazione politica ai numerosi Governi che vorrebbero applicare la moratoria o addirittura abolire la pena di morte, ma sono ostacolati dall'opinione pubblica interna o da alcuni movimenti politico-religiosi, che si accaniscono a voler punire l'assassinio (ma anche altri reati meno gravi) con la morte.
Questi Governi potranno ora invocare la risoluzione come autorevolissimo avallo, a livello mondiale, della loro azione a favore della moratoria. Altri Governi, che cominciano ad aver dubbi sull'opportunità della pena capitale, potranno essere indotti dalla risoluzione ONU a ridurre almeno il numero di reati implicanti quella pena, o ad introdurre garanzie processuali efficaci contro ogni arbitrio. Ad esempio di recente la Cina ha limitato il numero di crimini per cui è comminata quella pena, ed ha attribuito alla Corte Suprema, sottraendola dunque alle corti locali, ogni decisione finale in materia.
Gli altri effetti pratici la risoluzione li produce nel quadro dell'ONU. D'ora in poi la questione della pena capitale è iscritta automaticamente all'ordine del giorno di ogni Assemblea Generale, per essere discussa ogni anno. Dunque, una questione che finora era tabù in seno ai massimi organi dell'ONU, diviene finalmente oggetto "normale" di dibattito politico-diplomatico. Si ha finalmente una presa di coscienza collettiva della necessità di ingerirsi in un recesso finora impenetrabile della sovranità statale, e di parlarne liberamente.
Un altro effetto è non meno importante: d'ora in poi ogni anno il Segretario Generale dell'ONU dovrà presentare all'Assemblea Generale un rapporto sull'attuazione della risoluzione approvata ieri: per elaborare questo rapporto, egli dovrà ottenere dagli Stati membri dati e informazioni sulle esecuzioni capitali, sui reati per cui sono state effettuate, nonché sui casi di sospensione dell'esecuzione. E così paesi che finora hanno accuratamente celato quei dati, come la Cina, dove la materia è ancora un segreto di stato, dovranno fornirli, perché a chiederli non saranno più organizzazioni non governative, ma un autorevolissimo organo dell'ONU. Si avrà dunque una più accurata e completa informazione sulla pena di morte nel mondo e una maggiore trasparenza. Ma il fatto stesso di dover dar conto all'ONU su quel che si fa nel proprio interno, non potrà non costituire, per quei paesi, un incentivo psicologico e politico notevole ad adoperarsi per sospendere gradualmente questa pena disumana.
Che la risoluzione sia suscettibile di produrre questi effetti, è anche il risultato dell'abile strategia adottata dai nostri diplomatici a New York.
Essi, benché sicuri della vittoria al momento della votazione, hanno sagacemente evitato ogni trionfalismo e il muro contro muro, per prevenire lo scontro diplomatico e l'umiliazione politica degli avversari. Favorendo invece toni concilianti, isolando i "pasdaran" e intensificando il dialogo con i moderati, essi hanno privilegiato un'azione volta a convincere i sostenitori della pena capitale della necessità di discutere pacatamente di questa pena arcaica, per trovare alternative o almeno limitare la sua portata o rendere la sua esecuzione meno disumana. Uno dei risultati immediati di questa "offensiva del dialogo" si è visto ieri stesso: gli avversari della risoluzione hanno rinunciato a tutte le manovre procedurali che avevano messo in atto un mese fa, in Commissione e - tranne Barbados, Nigeria e Singapore - non hanno usato toni aggressivi contro la risoluzione.
Questo successo della nostra diplomazia dimostra anche che per una media Potenza come l'Italia, c'è uno spazio importante in politica estera in cui affermarsi. E' uno spazio che si colloca non nel campo militare, strategico o geopolitico, ma piuttosto in quello della difesa di valori universali, e della promozione tenace dell'Europa come forte attore ed interlocutore politico - per ora soprattutto potenziale - a livello planetario.
Non doveva accadere
Roberto Cotroneo su l'Unità
Se la considerassimo una gaffe, faremmo un errore di sottovalutazione. Se dicessimo che è stato un errore politico probabilmente capiremmo molto poco di quello che è accaduto ieri a Roma, in consiglio comunale, con la bocciatura del "Registro delle unioni civili" già istituito in varie altre città, come Padova, Ancona, o Bari. Perché Roma è la città amministrata dal segretario del Partito Democratico. Perché Roma dovrebbe essere il modello di un Paese che cambia. E invece ha ragione chi dice che quarant'anni fa eravamo più laici e più civili. La Chiesa faceva la sue debite pressioni, lo Stato laico si comportava da Stato laico. Punto. Dunque sì al divorzio, dunque sì alla legge sull'aborto. Sembrava un cataclisma, ed era solo un po' di modernità e di civiltà, che non ha prodotto cataclismi. Tutt'altro. E adesso?
1. Adesso sappiamo quanto la Chiesa stia perseguendo la strada di un ritorno al braccio di ferro, quello vero. Adesso vediamo quanto si cerchi di influenzare la politica, e in modo trasversale, affinché tutte le conquiste della cultura laica vadano a finire nel cestino.
E per fare questo la Chiesa si pone come soggetto politico: influenza, scoraggia, convince. Solo che a Roma non doveva accadere quello che è accaduto ieri. Perché Roma è la città di Walter Veltroni, e perché è la capitale di questo paese. Non si può avere la sensazione che esiste un'ambiguità, anche minima, del partito democratico sui temi della laicità, e sui diritti elementari. E non doveva accadere che, come al solito, temi che sono appartenuti nel passato alla cultura illuminata di questo paese, dall'azionismo al socialismo liberale, dai cattolici progressisti, al pensiero radicale e liberale, possano diventare appannaggio e bandiera soltanto della sinistra radicale, e talvolta con quelle consuete venature provocatorie che non dovrebbero fare da corollario a temi serissimi come questi. Per dirla tutta, ci riferiamo ai folcoloristici baci lesbo bloccati dal vigile in consiglio comunale. Non possiamo delegare temi fondamentali per il paese, alle provocazioni e al folclore un po' idiota. Sarebbe invece il caso di farsi un bell'esame di coscienza, e chiedersi in che direzione voglia andare il partito democratico, soprattutto per capire che tipo di paese ha in mente. Se ha in mente un paese dove i diritti delle coppie di fatto sono diritti fondamentali, o se invece, dobbiamo rassegnarci a mediare di continuo con le gerarchie ecclesiastiche sempre più aggressive e determinate. Un registro delle unioni civile non ha nulla di rivoluzionario. E Roma non può essere da meno di Padova, di Bari, e di Ancona. Anzi.
2. L'intervista che ieri ha rilasciato monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia per la vita, al quotidiano Repubblica è davvero sconvolgente. Monsignor Sgreccia dice sostanzialmente tre cose. La prima: siamo soddisfatti che la proposta di un Registro a Roma non sia passata. E pazienza. Poi fa intendere chiaramente la seconda cosa: se non è passata è perché noi abbiamo fatto tutte le pressioni possibili sul Comune perché non passasse. Tradotto: il comune è di centro sinistra, le pressioni sono sui consiglieri di centro sinistra. Poiché è facilmente immaginabile che Monsignor Sgreccia non faccia pressioni sui consiglieri di Rifondazione, e probabile che li abbia fatte su quelli del partito democratico. E soprattutto sull'area dentro il Pd costituita da quella che fu la Margherita.
Ed è inutile fare gli ipocriti, e fingere che non sia così. Terza cosa. La più agghiacciante, che va citata tra virgolette: "Le coppie di fatto vanno aiutate a superare le loro momentanee difficoltà per accompagnarle al matrimonio. Chi ha particolari tendenze sessuali, come gli omosessuali, non va discriminato, ma aiutato con interventi di tipo psicologico e con terapie adeguate". Parole di monsignor Sgreccia. O meglio ultime parole dell'intervista. Perché, e vai a capire il motivo, la domanda successiva del giornalista dopo affermazioni di questo genere non c'è mai. Permettiamo che sui nostri giornali laici e democratici il presidente della "Pontificia accademia per la vita" definisca gli omosessuali dei "malati da curare", e "con terapie adeguate", senza chiedere spiegazioni, senza una replica, una forma di indignazione. Ma il clima che si sta creando nel paese è questo, e l'intolleranza è purtroppo una polvere sottile che entra dappertutto.
3. Il problema politico non si può sottovalutare. Forse metà del paese è contrario a coppie di fatto o a registri civici. Ma l'altra metà è figlia di una tradizione laica, liberale e progressista, che ritiene certe conquiste, e certi diritti, fondamentali per il rispetto e la convivenza civile. Questa metà è quella che vota, di norma a sinistra (ma non solo), questa metà vorrebbe una posizione chiara dei partiti a cui fa riferimento, e a cui dà il proprio voto. La sinistra prima di essere un'area politica è una galassia culturale, con i suoi distinguo, le sue litigiosità, le sue contrapposizioni, ma anche con i suoi punti fermi. Tra i pochi punti fermi c'è la laicità dello Stato, c'è il rispetto per tutti, c'è il rivendicare una storia lunga e importante, che inizia con l'Assemblea Costituente e dovrebbe arrivare fino a oggi, e che è un patrimonio della parte migliore di questo paese.
Partito democratico (cristiano)
Marco Castelnuovo su La Stampa
Cattolici, anche se frequentano poco la Messa, collocati saldamente a sinistra, favorevoli a una legge sul testamento biologico, parzialmente disponibili ad accettare un'estensione dei diritti alle coppie gay, contrari alla non punibilità dell'eutanasia.
Durante la proclamazione di Walter Veltroni a segretario del Partito democratico, l'Università degli Studi di Milano ha sottoposto i 2500 delegati presenti a un'indagine. Ne esce una fotografia "novecentesca" degli eletti all'Assemblea costituente. Coloro i quali vengono da Ds e Margherita (il 73% dei delegati) portano nel nuovo partito tutti i valori delle tradizioni di riferimento: anche quando sono in contrasto l'una dall'altra. L'appartenza politica rischia di essere un macigno sulla strada della definizione della nuova identità. Hai voglia a dire "siamo tutti democratici ": quando poi ci si scontra sulle questioni reali (etica, economia, posizionamento nel contesto europeo) sono guai. Tanto più che i delegati eletti alle primarie sono coloro che stanno stilando lo statuto, il manifesto e il codice etico del nuovo partito. Nonostante il trenta per cento dei "nuovi" (non appartenenti né a Ds né a Margherita), il partito si regge su una base che un tempo si definiva "cattocomunista".
Il passato che ritorna
È sulle questioni pratiche che i "democratici" tornano ad essere diessini e margheritini. Soprattutto quando si toccano temi etici o sensibili all'elettorato cattolico. Se, infatti, non c'è una evidente differenza nelle risposte alla domanda "Vorresti diminuire il numero degli eletti?" o "Siete favorevoli alla privatizzazione della Rai?" le cose cambiano quando si toccano temi sensibili. E le risposte divergono. Alla domanda "Siete favorevoli all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole?", i delegati si spaccano: gli ex diessini dicono sì per il 38%, gli ex margheritini sono favorevoli per l'81%.
Cattolici e no
Quasi il 60% si definisce cattolico. La quota di per sé non è sconcertante, anzi è inferiore alla media dell'elettorato. Ciò che conta è che la quota di praticanti è simile a quella che le stime assegnano alla media italiana, cioè il 18 per cento. E soprattutto è identica alla percentuale di praticanti alla Messa degli elettori dell'Ulivo come risulta dall'indagine post elettorale svolta dopo il voto del 2006 dal gruppo dei politologi di Itanes. Nella lista di Veltroni prevalgono i non praticanti, favorevoli alle coppie gay i cattolici praticanti che hanno votato la Bindi piuttosto di quelli che hanno optato per Veltroni. Il trenta per cento dei cattolici praticanti che ha scelto Letta invece è d'accordo sulla non punibilità dell'eutanasia: una forte differenza rispetto a cattolici veltroniani e bindiani (15 e 11 per cento rispettivamente).
Temi economici
Il rapporto Stato e mercato è un altro in cui la storia politica dei delegati pesa e che probabilmente condizionerà le scelte del futuro partito. In generale l'insieme si spacca a metà, ma analizzando più compiutamente i dati si scopre che gli ideali pesano moltissimo. Ad esempio sul "peso dei sindacati eccessivo" sulla scena politica, i delegati sono d'accordo per metà: ma se si incrociano le risposte con l'appartenenza politica si scopre che il giudizio di ex Ds ed ex margheritini è diametralmente opposto. Gli eredi della Quercia sono fortemente in disaccordo con chi sostiene che in sindacati abbiano un peso eccessivo, i post Dl invece sono fortissimamente d'accordo. Grande consonanza (oltre due terzi) tra gli eredi dei partiti si ha invece nell'essere contrari a chi pensa che "il governo debba intervenire meno nell'economia ". E proprio questa consonanza ha a che fare con la storia delle due tradizioni politiche (comunista e democristiana) di riferimento.
Integrazione e sicurezza
Ma dove i "cattocomunisti" si trovano maggiormente d'accordo è sull'integrazione degli immigrati. Accoglierli o respingerli? Gli intervistati, dunque la classe dirigente del nuovo partito, sono più orientati verso una maggiore accoglienza. Questa disponibilità si scontra però con quella degli elettori stessi dell'Ulivo. La lista di ditribuzione è a colpo d'occhio diversa: sono più propensi a respingere gli extracomunitari. E diventa imbarazzante il raffronto con chi non ha votato o non si è schierato nel 2006. Ovvero, quello che per i politologi rappresenta il bacino potenziale e area di interesse elettorale. I "non votanti " sono ancora più restrittivi verso gli extracomunitari. C'è dunque un'evidente discrepanza tra idee che ha la minoranza eletta dei delegati e quella degli elettori. Cosa farà Veltroni?
L'identikit
Per concludere, uno sguardo agli eletti. I delegati sono istruiti. Il 66% è laureato, il restante 30 per cento è diplomato e solo il 3,4% ha la licenza di media inferiore. Anche l'età media è bassa: la classe che la fa da padrona è quella tra il 35 e i 49 anni, pochi gli ultrasessantenni (solo il 12%), sicuramente meno degli under 35 che rappresentano il 21,6%. La maggior parte di essi non ha mai ricoperto cariche elettive: e i tre quarti di quelli che hanno fatto politica è stata a livello locale. Solo il 9% del totale ha ricoperto cariche elettive sovra-comunali.
La battaglia di Padoa Schioppa
Massimo Giannini su la Repubblica
"La mozione di sfiducia? Io ho sempre fatto e continuo a fare il mio dovere. Dunque, sono tranquillissimo... ". Chi immagina Tommaso Padoa-Schioppa come un ministro ormai "alle corde", accusato dall'opposizione e criticato dalla sua maggioranza, chiuso nel suo ufficio di Via XX Settembre come se fosse in un bunker, isolato e tormentato da foschi pensieri goethiani come il Guido Carli del 1991, evidentemente non lo conosce. Il ministro dell'Economia, a chi in queste ore difficili va a chiedergli lumi sul caso Speciale, risponde con una serenità disarmante.
"Di queste vicende io parlerò solo nelle sedi istituzionali, cioè in Parlamento. Nel frattempo, parlano i fatti e parlano gli atti...", ripete ai pochi interlocutori che riceve, in via del tutto riservata.
Per un diabolico scherzo del destino, i nodi più intricati e velenosi che il ministro ha di fronte sono arrivati al pettine tutti assieme. Prima l'incidente sulla Rai, con il reintegro di Petroni in consiglio di amministrazione deciso dal Tar. Poi l'infortunio sulle Fiamme Gialle, con il reintegro di Speciale decretato sempre dal Tar.
Infine l'impasse su Alitalia, con l'ennesimo rinvio della decisione sul partner e il rischio di un drammatico fallimento della compagnia. A suo modo, secondo il Tesoro, ognuna di queste vicende racchiude una metafora del Paese. Un Paese che vive di conflittualità e rifiuta la responsabilità. Un Paese che sceglie in base alle contiguità e non sopporta le discontinuità. In ognuna di queste vicende, il ministro "tecnico" per definizione ritiene di aver tenuto una linea marcatamente "politica", che il sistema, tutto il sistema, fa fatica a comprendere e a metabolizzare.
Per il centrodestra se ne può intuire il motivo: nella passata legislatura, la Rai e la Guardia di Finanza erano i due gangli vitali di una struttura di potere che ruotava intorno al dominio dell'informazione (televisiva e pubblicitaria) e al controllo dell'intelligence (fiscale e giudiziaria). Far saltare i due "referenti" di quella struttura non poteva non sollevare la reazione scomposta di chi l'aveva inventata, costruita e usata per puro interesse di bottega. Per il centrosinistra, nell'ottica di Via XX Settembre, i dubbi si spiegano solo alla luce di una visione conservativa e "amministrativistica" della cosa pubblica, dove la forma della decisione rischia di valere più del suo contenuto. Le responsabilità di governo sono tutt'altra cosa.
Sul caso Speciale i fatti e gli atti, nella ricostruzione del Tesoro, raccontano una verità politicamente incontrovertibile, anche se giuridicamente controversa. Padoa-Schioppa, interprete di una linea discussa e condivisa dal governo, ha voluto assumere una decisione dirompente. La rimozione di un comandante generale della Guardia di Finanza, nei cui confronti era venuto totalmente a mancare il rapporto fiduciario. È stato un "atto politico", del quale il ministro si è assunto la piena responsabilità, e del quale adesso rivendica il pieno diritto.
Un governo democraticamente eletto ha o non ha la facoltà di revocare un militare di cui non si fida più? Non è forse questa una prerogativa esclusiva del potere esecutivo, che nessun potere "altro", nemmeno quello giudiziario, può avocare a sé? Padoa-Schioppa l'ha ripetuto ancora una volta ai colleghi che gli facevano notare i rischi di quella revoca: gli abbiamo dato più di un anno di tempo, per verificare se c'erano le condizioni per lavorare insieme in uno spirito di collaborazione istituzionale. "Quando abbiamo capito che quelle condizioni non esistevano più, abbiamo agito di conseguenza... ". E adesso che sono in corso indagini della Corte dei conti e della Procura militare persino su voli privati, fondi riservati e trasbordi aerei di pesce fresco, al Tesoro ci si chiede cos'altro deve succedere, ancora, per rendersi conto di cosa fosse diventata la più alta carica della Guardia di Finanza? E come si può tollerare che un "soldato" col massimo grado compaia in tv, quasi a reti unificate, su La7 e sul servizio pubblico di Raiuno e Raidue, per sparare a zero contro il governo in carica?
Questo non vuol dire che un ministro della Repubblica non voglia rispettare la sentenza del Tar. Ma quello che conta, per Padoa-Schioppa, è che i due piani restino distinti: un conto è la questione giuridica, tutt'altro conto è la questione politica. Se nel provvedimento congiunto di revoca implicita di Speciale e di nomina esplicita di D'Arrigo c'è un vizio di forma, si troverà il modo per sanarlo. Viceversa, sulla decisione politica non si può e non si deve tornare indietro. La stessa mossa a sorpresa inscenata da Speciale due giorni fa viene definita in un solo modo: "poutchista". Un generale che scrive una lettera di dimissioni non all'istituzione dalla quale dipende direttamente (il ministro delle Finanze) ma al Capo dello Stato. E non contento di questa palese violazione della legge istitutiva del suo Corpo, chiede con un'altra missiva al Capo di stato maggiore che la sua lettera di dimissioni sia letta ai reparti. È quasi "una chiamata alle armi per i suoi soldati", secondo l'interpretazione del Tesoro. Cioè una mossa tecnicamente "eversiva".
Se questo è lo stato dei rapporti, personali e istituzionali, come si fa a non convincersi che la decisione politica di rimuovere Speciale non può essere cancellata da una sentenza del Tar? Negli uffici di via XX Settembre si fa un paragone: fatte le debite proporzioni, "sarebbe come se dopo la disfatta di Caporetto nel 1917 qualcuno avesse obiettato a Vittorio Emanuele Orlando un errore formale nella destituzione del generale Cadorna, e nella nomina di Armando Diaz al suo posto".
Per fortuna, non siamo alla Prima Guerra Mondiale. Me se non c'è un'emergenza militare, per Padoa-Schioppa c'è un'emergenza etica, che un ceto politico responsabile deve saper fronteggiare, con la coerenza dei comportamenti e la cogenza delle decisioni. Il cambiamento e la modernizzazione passano anche per queste scelte di rottura. E questo vale tanto per la Guardia di Finanza, quanto per la Rai, che in questi anni sono stati la cinghia di trasmissione di un'inedita forma di "regime light", che se non ha messo a repentaglio la democrazia, sicuramente ne ha intaccato la qualità. Anche per questo, a un collaboratore che ieri sera chiedeva al ministro quanto si rischia con il voto sulla mozione di sfiducia, Padoa-Schioppa rispondeva serafico: "Accada quel che deve. Io sono anche pronto a cadere, in questa battaglia. Perché so che è una battaglia bella. E soprattutto è una battaglia giusta: non solo per me, ma soprattutto per il nostro Paese".
Gli errori di Walter
Riccardo Barenghi su La Stampa
La decisione di ritirare il decreto sulla sicurezza per presentarne uno nuovo rappresenta l'ultima figuraccia del governo.
Forse ce ne saranno altre, o forse sarà l'ultima nel vero senso della parola: nel caso l'esecutivo non dovesse sopravvivere alla verifica di se stesso prevista per il 10 gennaio. Invece per qualcuno, che al governo non sta, si tratta del primo grave inciampo. Parliamo di Walter Veltroni ovviamente, ossia di chi pochi giorni dopo essere stato eletto a furor di popolo leader del Partito democratico si è imposto sul governo affinché desse una risposta forte, decisa e immediata - addirittura trasformando un suo disegno di legge in decreto - all'omicidio commesso da un romeno. Si è detto e scritto che quello era il primo atto di governo del premier-ombra, si è detto e scritto che con Veltroni finalmente la politica diventava decisione, rapida ed efficace.
Peccato però che quella decisione sia stata via via cambiata, emendata, ammorbidita, svuotata, tanto che alla fine le espulsioni consentite si sono ridotte a poca cosa. Peccato che in Senato, su quel decreto, si sia sfiorata la crisi di governo a causa di una grave defezione di un'esponente cattolica del suo stesso partito. Peccato infine che di quel decreto al momento non resti più traccia, se non la pessima figura. E non è l'unica di Veltroni in soli due mesi di leadership. Ce n'è un'altra, ancora più grave della prima (e lasciamo stare la questione delle coppie di fatto bocciate proprio l'altro ieri dal suo Campidoglio visto che su questa materia il sindaco non si è speso in prima persona, purtroppo...). Si chiama legge elettorale ed è stata - è ancora - il cavallo di battaglia su cui il leader del Pd è salito non appena ha preso possesso del suo ruolo. Ha fatto bene naturalmente, si tratta di una questione decisiva per la futura rappresentanza e governabilità del Paese. Se non l'avesse affrontata subito, avrebbe commesso un grave errore e tutti l'avrebbero giustamente accusato di eccessiva prudenza, troppa diplomazia, poco coraggio, pavidità.
Ma il punto è che ha sbagliato il metodo. Prima ha detto che avrebbe voluto il sistema francese, poi si è ritirato verso lo spagnolo, infine ha presentato la sua proposta ibrida, il cosiddetto vassallum. Che però ha scontentato praticamente tutti: nel suo Partito nuovo, nella sua coalizione, nell'opposizione. I soli che ancora lo appoggiano si chiamano Silvio Berlusconi e Fausto Bertinotti, anche se quest'ultimo vuole stare nella partita per ragioni specifiche, che riguardano la sua area politica (lo sbarramento costringerebbe infatti la Sinistra Arcobaleno a stare insieme più per forza che per amore), e infatti spinge per il modello tedesco. Ma è proprio l'alleanza con il leader dell'opposizione che, insieme al tipo di riforma proposta, ha scatenato i sospetti e le ire di tutti gli altri. L'idea che i due "grandi" si facciano una legge a loro immagine e somiglianza li ha fatti infuriare, e si può anche capirli: ne va della loro sopravvivenza politica.
Eppure da Veltroni ci si aspettava che facesse il Veltroni, l'uomo che conosce i suoi polli, sa come convincerli, è bravo nell'arte della mediazione, ha ben presente l'obiettivo ma sa che la strada per raggiungerlo non è una linea retta bensì piena di curve, salite, discese, ostacoli. Un leader che ha dimostrato in tutti questi anni di saper fare politica, che poi significa sapere non solo cosa si vuole ottenere ma anche come ottenerlo. Lo ha dimostrato perfettamente da sindaco, ricevendo un consenso dei cittadini che va oltre la realtà: tutti sanno che Roma non è una città in cui si vive bene, anzi, ma tutti dicono che Veltroni è un grande sindaco. Misteri dell'immagine. Ma da leader del Pd ha invece commesso due errori non lievi, costringendo Prodi a mettersi in un'avventura pericolosa sfociata in una penosa marcia indietro, e impantanandosi sulla legge elettorale. Perché? L'unica risposta credibile è che Veltroni si sia lasciato prendere la mano dal nuovo se stesso. Cioè dall'uomo che ha ottenuto un vero e proprio plebiscito, due o tre milioni di voti, che evidentemente gli ha dato l'illusione di poter decidere - o comandare - in nome del popolo che l'ha incoronato. Non ha fatto i conti con la politica e i suoi protagonisti, che da quel plebiscito non sono rimasti affatto impressionati: le primarie passano, il resto resta e detta le regole.
L'istruzione dimenticata
Marina Boscaino su l'Unità
Un merito indiscutibile la periodica pubblicazione dei dati Ocse Pisa ce l'ha: a fronte delle inalterate perplessità che permangono rispetto alle metodologie di formulazione dei quesiti, ai parametri di valutazione e - soprattutto - al fatto che il quadro del successo o dell'insuccesso formativo degli alunni non presenti valutazioni diacroniche su uno stesso territorio (in modo da risultare comparativamente significativo), quella pubblicazione riesce a mantenere desta l'attenzione sulla scuola - naturalmente sulle criticità della scuola; quella che funziona non fa audience - per qualche giorno. Il che non è poco.
In molti paesi, come la Germania, la copertura mediatica su Pisa dura molto più a lungo, essendo il problema diventato un argomento di pubblico interesse. L'attenzione dei media corrisponde in molti paesi alla crescente cura dei governi e dell'opinione pubblica per la qualità della scuola, lì dove i destini della scuola pubblica assumono realmente un ruolo centrale nel dibattito politico. Altrettanto non si può dire da noi: nonostante le dichiarazioni di Prodi alla trasmissione di Fazio domenica scorsa, mi permetto di ricordare che nella riformulazione del programma post-Rossi Turigliatto di febbraio scorso la scuola era annoverata al secondo posto tra le priorità. Non parliamo, poi, del programma del 2006. La consueta promessa di buon senso.
La scuola italiana è stata subissata negli ultimi mesi da una sorta di rivoluzione di iniziative, novità, annunci, cambiamenti, che si concretizzano in esternazioni che creano disorientamento e rassegnazione: ancora un'altra riforma, ancora un altro cambiamento da affrontare. Il deus ex machina di questa sequenza interminabile di colpi di scena, annunci, comunicati è Giuseppe Fioroni. Politico in grado di dare alle parole una consistenza quasi concreta, in un continuo tentativo di inveramento - attraverso le parole stesse - di intenzioni le più varie, condivisibili o no: innalzamento dell'obbligo, provvedimenti urgenti per l'inizio d'anno, decreto sui debiti, severità, rigore. Di tutto, di più. I dati Ocse ieri rielaborati dall'Invalsi sono inconfutabili: le criticità sono enormi e lo zelo del nostro ministro ha sottolineato - nell'analisi dei dati - come le carenze rilevate dagli adolescenti siano il frutto di situazioni pregresse, che vanno sanate. Addirittura nella direttiva apposita emanata dal ministro ieri si individua nella scuola media inferiore il momento massimo di scollamento tra quello che la scuola dovrebbe rappresentare in quella precisa fase evolutiva dello studente e ciò che di fatto è e rappresenta. Sono decenni che questo problema viene dibattuto: e la mancata comprensione del testo dovrebbe essere un'indicazione più che sufficiente in questo senso. La direttiva emanata da Fioroni - compresi i 5 milioni di euro per l'avvio delle attività - come tutti gli interventi straordinari che vanno a potenziare l'extra curricolo, è purtroppo destinata a fallire, anche e soprattutto sul piano della prevenzione della dispersione scolastica, per una serie di motivi: 1. non tocca il funzionamento del sistema: i nostri alunni e i loro risultati sono il frutto di un'organizzazione scolastica malfunzionante che si tende a mantenere inalterata 2. le Indicazioni di cui parla la direttiva - seppure ricche di buone intenzioni - non potranno essere applicate se non si crea realmente un ambiente di apprendimento favorevole. Oggi la scuola (soprattutto la media) è caratterizzata da una carenza della mediazione educativa, da un indebolimento della relazione tra docenti e allievi; da un numero troppo alto di alunni per classe; dalla fluttuazione di figure di riferimento. 3. La formazione degli insegnanti: a fronte di una formazione iniziale che mostra ormai tutti i suoi limiti rispetto a un mondo in continuo cambiamento, la formazione in itinere è considerata un optional per ingenui o idealisti impenitenti: non riconosciuta da nessun punto di vista (carriera, professionalità, incentivi di diverso tipo). Esistono nel nostro Paese docenti che non hanno fatto nella loro vita un'ora di formazione e di aggiornamento. Continuano ad esistere governi che non stanziano per questa voce un solo euro.
I dilemmi del "tedesco"
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Non so se Angelo Panebianco abbia buon fiuto nel prevedere che il dialogo Berlusconi-Veltroni fallirà. So però che le risposte al mio editoriale di domenica scorsa del senatore Enzo Bianco e del professor Vassallo avviano un dialogo costruttivo e di buon auspicio.
Vassallo esordisce pizzicandomi sulla proporzionalità del sistema tedesco. Ma no. In quel contesto la dizione "puramente proporzionale " si riferisce alla assegnazione dei seggi (per chiarire che il sistema tedesco non era "misto" alla stessa stregua del nostro Mattarellum).
Ma dire puramente proporzionale non è lo stesso che dire "proporzionale puro". Nel mio libro, citato da Vassallo, i sistemi proporzionali puri sono soltanto quelli di Israele e Olanda. E va da sè che uno sbarramento del 5 per cento rende un sistema proporzionalmente "impuro". Ciò chiarito, il problema che sollevo, e che più mi interessa, è di fattibilità. Il Vassallum, scrivevo, non è un cattivo progetto; ma favorisce troppo i partiti maggiori, e così aliena i partiti medi (da non confondere con i micro-partiti, i miei nanetti). Dicevo anche che i tempi di attuazione del suo progetto erano più lunghi di quelli del modello tedesco. Ma anche se così non fosse, resta fermo l'altro punto, e cioè che l'attuabilità della riforma elettorale richiede anche il sostegno di qualche partito medio. E specialmente dell'Udc.
Il secco rifiuto di Casini alla "bozza Bianco" ci deve preoccupare, visto che proviene proprio dal partito "tedescofilo" per eccellenza. E questa preoccupazione mi ha indotto a raccomandare che la base per l'assegnazione dei seggi resti nazionale (come è in Germania) e non diventi regionale. Se poi le simulazioni dell'Udc sono sbagliate, come ritiene Vassallo, è lui che dovrebbe convincere Casini. Sempre su questo punto l'argomento del senatore Bianco è diverso: è che l'attribuzione circoscrizionale dei seggi "è fatta perché in Italia non possiamo variare il numero dei parlamentari". È così.
Ma confesso che non avrei problemi se noi diventassimo un po' meno proporzionali dei tedeschi.
Siamo così arrivati alla bozza Bianco. Siccome lo considero il testo sul quale conviene puntare, mi permetto di chiosarlo con perplessità e obiezioni che nel mio precedente editoriale non entravano in pagina.
Primo. Il sistema tedesco consente ai partiti che vincono il seggio in tre circoscrizioni di non essere penalizzati dallo sbarramento. La bozza Bianco salva dallo sbarramento anche "una lista (sic) che ottenga almeno il 7 per cento dei voti in cinque circoscrizioni". Questa aggiunta è pericolosissisima perché a questo modo i "listini" dei nanetti (per esempio l'Arcobaleno già annunciato tra i Verdi e altri sinistrini) scavalcheranno lo sbarramento, vanificando così l'obiettivo primario di riduzione della frammentazione partitica.
Secondo. La bozza Bianco ignora il problema evidenziato dal Mattarellum di come il sistema uninominale si presti al ricatto dei partitini. Per questo suggerivo (e qui spiego meglio) che anche il maggioritario preveda uno sbarramento del 5 per cento. Per esempio adattando a questo fine il sistema del singolo voto trasferibile, e cioè cancellando il voto dei partiti sotto-sbarramento e ridistribuendolo in proporzione ai partiti restati in lizza. Infine, un'osservazione generale.
Per affrontare adeguatamente i problemi delle liste civetta e dei partiti alla francese di tipo rassemblement, e cioè federati, basterebbe utilizzare il testo del disegno di legge Salvi-Villone, art.12. Altrimenti restiamo con grossi varchi aperti all'abuso e al raggiro.
Le previsioni sbagliate
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Prima d'ogni revisione dell'ordinamento costituzionale, urge dunque la riforma del sistema elettorale. Veltroni e Berlusconi, a quanto pare, convergono sui modelli tedesco e spagnolo, con qualche variante. In ogni caso, tendono a ridurre il numero dei partiti nelle contese legislative. Alla prevedibile opposizione delle correnti politiche minori si aggiungono, però, dissensi o parziali obiezioni all'interno degli stessi partiti maggiori.
Pochi esempi sulle materie del contendere, secondo la prima e provvisoria bozza di riforma. La metà dei seggi della Camera sarebbe da riservare ai collegi uninominali, con la sola elezione del candidato che ha raccolto più voti. L'altra metà sarebbe attribuita, per circoscrizioni da ridisegnare, a liste bloccate di candidati, escludendo dalla rappresentanza parlamentare i partiti che su scala nazionale non raggiungano il 5% dei voti, salvo alcune varianti. All'obiezione che non si possono calpestare le forze politiche minori, si risponde che il rispetto d'ogni cultura politica non giustifica la presenza di 12 partiti nel governo e 24 nel Parlamento. Ma tutto è in discussione, compresa la revisione dei regolamenti parlamentari. Pare incerto persino lo scopo finale della riforma, se non altro secondo alcune interpretazioni. Si vorrebbe solo una correzione del bipolarismo, per semplificare l'opera delle coalizioni, o invece un drastico bipartitismo?
Senza riesaminare le tecnicalità delle numerose questioni controverse, già illustrate sul Corriere da Giovanni Sartori, è chiaro che i negoziati saranno prolungati e complessi. Ma se intanto il governo Prodi cadesse per un qualche infortunio parlamentare, come ha già più volte rischiato? Non pare sensato e consigliabile il ricorso a elezioni anticipate con le stesse norme finora sperimentate, che favoriscono come s'è visto l'estrema frammentazione dei partiti e l'ingovernabilità conseguente a veti d'ogni minima fazione contro l'indirizzo maggioritario nel governo su disparate questioni. Eppure, nel caso che dovesse cadere il governo in carica, c'è chi vorrebbe il ricorso immediato alle urne sperando forse di trarne vantaggio.
Sarà il caso, ancora una volta, di ricordare a questo punto l'esperienza del passato. Nel 1976, il socialista Francesco De Martino invoca elezioni anticipate e si ritrova il Psi al minimo storico dei voti. Nel '79, Enrico Berlinguer reclama elezioni subito, ma subisce una frana di consensi. Nel '94 ci riprova Achille Occhetto, sollecitando le dimissioni del provvisorio governo Ciampi, sicuro del suo Pds come "gioiosa macchina da guerra ", ma viene sconfitto dall'eterogenea e imprevista coalizione messa insieme da Silvio Berlusconi.
Ci si può domandare perché, in Italia, tanto elevata e reiterata è la fallibilità di calcoli e previsioni elettorali.
20 dicembre 2007