A un primo sguardo, la chiave di lettura di questo decimo "Rapporto sull´atteggiamento degli italiani verso lo Stato", condotto da Demos per la Repubblica, è la stessa degli ultimi anni. La sfiducia. Ha sfondato ogni limite. Nei confronti delle istituzioni, soprattutto, ha raggiunto un livello mai raggiunto dal 2000 ad oggi.
Questo sentimento colpisce, in particolare, la magistratura, la scuola, oltre, ovviamente, allo Stato. Anche il consenso verso l´Unione Europea, fra i cittadini, cala al di sotto del 50%. Per la prima volta. Mentre la fiducia nella Chiesa diminuisce sensibilmente. Perdono ulteriormente "credito" le banche. Per non parlare delle istituzioni rappresentative: parlamento e partiti.
Pubblico e privato. Giustizia e interessi. Enti locali e nazionali. Poteri civili e religiosi. Nessun riferimento sembra in grado di conservare credibilità e legittimità fra i cittadini. Nulla di nuovo, potremmo dire, per questo Paese. Dove lo Stato, tradizionalmente, non gode di grande consenso. Tanto più da qualche tempo. Tuttavia, questa volta, nell´aria si coglie qualcosa di nuovo. Basta considerare con attenzione la "sfiducia", la quale può assumere significati molto diversi.
C´è, ad esempio, una sfiducia "costruttiva", che si esprime quando esiste un´alternativa all´ordine esistente. Ma esiste anche l´inverso: una fiducia "distruttiva", che spazza via un sistema privo di legittimità e consenso. Ancora: c´è la sfiducia "critica", che sfida e sanziona le istituzioni, per costringerle a correggersi. Oppure: la sfiducia "democratica", contrappeso alle tentazioni del potere. Garanzia di libertà. Per citare Benjamin Constant: "Ogni buona costituzione è un atto di sfiducia". Ma c´è anche una sfiducia "cinica", espressa da individui "apoti" o "estranei". Che intendono "chiamarsi fuori": per ragioni tattiche, opportunistiche; oppure, al contrario, per dissenso radicale. In ognuno di questi casi, però, la sfiducia rivela un orientamento "strategico" dei cittadini nei confronti dello Stato e delle istituzioni. Questa fase, invece, ci sembra caratterizzata da un diverso tipo di sfiducia, che definiremmo "apatica". Senza passione. Quasi indifferente. Di certo non finalizzata: né al confronto né allo scontro. Ma, soprattutto, non proiettata nel futuro.
il 54% degli italiani crede che i partiti debbano disporre di una "base di iscritti". Quindi: di un´organizzazione. Ma il 60% preferirebbe che la scelta del leader scavalcasse ogni vincolo associativo e avvenisse "attraverso elezioni aperte a tutti gli elettori interessati". La stessa indecisione si coglie di fronte alla distinzione fra destra e sinistra.
Insomma, la società italiana oggi appare "confusa". Priva di appigli a cui afferrarsi, per trovare stabilità e sicurezza. Ma anche di punti di riferimento, in base a cui orientarsi e aggregarsi. (Non a caso il Censis, nell´ultimo rapporto, per descrivere la società italiana ha parlato di "mucillagine": un´entità spappolata, senza coesione e senza spessore). Perché gli appigli e i riferimenti mancano. O sfuggono, cambiano di continuo. Oppure ancora: sono incomprensibili. Dal 1991, d´altronde, si susseguono progetti istituzionali, elettorali e politici sempre diversi, sempre provvisori. Espressi in un linguaggio sempre criptico. Partiti che cambiano nome e cognome; coalizioni a "geometria occasionale". Modelli istituzionali e leggi elettorali in continua evoluzione.
E´, inoltre, difficile immaginare il "futuro" delle istituzioni in un clima così instabile. Quando il leader dell´opposizione assicura che questo governo è destinato a cadere. Domani. La settimana prossima. Al massimo fra un mese o due. Quando i leader della maggioranza e gli stessi ministri chiedono continue verifiche, minacciano la sfiducia. Senza soluzione di continuità. Difficile non provare sconcerto e senso di precarietà quando idee, valori, norme, istituzioni - i riferimenti della vita pubblica e dell´identità personale appaiono tanto confusi.
Così, le stesse fondamenta del sistema rivelano qualche scricchiolio un po´ sinistro.
Il consenso nei confronti della "democrazia" rimane alto. Espresso dal 68% dei cittadini. Ma è in calo sensibile, rispetto agli ultimi anni. Visto che quasi una persona su tre pensa che, almeno per qualche tempo, se ne possa fare a meno. Questa "larga minoranza" cresce ulteriormente nella popolazione giovanile, fino a raggiungere il 40% fra coloro che hanno meno di vent´anni.
I giovani, peraltro, riflettono e riproducono, accentuati, tutti i principali sintomi della sindrome da "presente infinito", che oggi affligge la società italiana. Stressata da orientamenti ambigui e stridenti. Essi, infatti, sono coinvolti in ogni forma di partecipazione. Impegnati a percorrere le vie della protesta. Convinti, più degli altri, che non ci sia bisogno dei partiti. Che destra e sinistra siano distinzioni indistinte. I giovani: esprimono nei confronti di Beppe Grillo il maggior grado di simpatia. Molto superiore a quella attribuita ai principali leader di destra e sinistra. Prodi e Berlusconi. Veltroni e Fini.
Qui è il paradosso italiano del nostro tempo. Questa miscela di sfiducia "apatica", mobilitazione sociale permanente, immaginazione istituzionale e politica senza freni. Questa scena affollata di figure, sigle, bandiere, parole. Non evocano l´antipolitica, ma l´iperpolitica. Troppa politica: sui media, nelle piazze, nei gazebo. Genera instabilità, alimenta distacco, soffoca il futuro.
Il New York Times: l'Italia è triste
Napolitano: sbagliato, ce la faremo
Il corrispondente da Roma, Ian Fisher: me ne sono convinto parlando con la gente
L'articolo: il presidente replica e cita Keynes: scommettete sul nostro spirito animale
Roberto Rizzo sul Corriere della Sera
MILANO - Gli italiani? Un popolo triste, il più triste d'Europa. L'Italia? Un Paese alla frutta. Lo ha scritto ieri il New York Times in un lungo e documentato reportage di prima pagina firmato da Ian Fisher, corrispondente da Roma del quotidiano Usa. Il giornalista ha girato la Penisola, ha incontrato gente (Veltroni, Montezemolo, Illy, comuni cittadini) e ha tirato le somme. Il risultato è un'impietosa cartolina del fu Bel Paese, oggi malato grave affetto da un virus chiamato «malessere»: «Tutto il mondo ama l'Italia, ma l'Italia non si vuole più bene: c'è un senso di malessere generale nel Paese». L'Italia è più povera (l'11 per cento delle famiglie italiane vive sotto la soglia della povertà, il 15 per cento fatica ad arrivare a fine mese), più vecchia (basta guardare l'età media dei presentatori tv, scrive Fisher), la qualità della vita peggiora di anno in anno, i divorzi aumentano, il tasso di natalità è tra i più bassi d'Europa, la tecnologia è poco sviluppata. Il resto del mondo corre, noi restiamo al palo, bloccati nelle riforme da tante piccole corporazioni, con debito pubblico e costo della politica tra i più alti del Pianeta. E, se non correremo ai ripari, faremo la fine della Florida: un ricovero per turisti anziani.
Perché una ricerca dell'Università di Cambridge, condotta dall'economista italiana Luisa Corrado citata dal NYT, dimostra come, in Europa, siamo i più infelici. Tristezza causata dalla nostra scarsa fiducia nelle istituzioni (il 36 per cento degli italiani si fida del Parlamento contro il 64 per cento dei danesi, i più spensierati del Continente). Sull'economia, meglio sorvolare, dato che le piccole e medie imprese, cuore del nostro business, non possono competere nel mercato globale. Nemmeno le arti resistono: «Non ci sono più Fellini, Rossellini o la Loren, cinema, musica, letteratura italiani non sono più all'avanguardia ». Siamo così tristi che per tirarci su il morale leggiamo La casta, che denuncia i costi della politica, e Gomorra, che racconta l'impero economico della camorra. Un malessere che spiega, secondo il giornale americano, l'ascesa di Beppe Grillo «il personaggio che più di ogni altro identifica lo stato d'animo degli italiani», il cui video, bippato sui «vaffa», è stato messo sul sito del NYT. Non ci rimane che il made in Italy, marchio di prestigio ancora riconosciuto in tutto il mondo. Può bastare? «Credo proprio di no», dice al Corriere Ian Fisher, l'autore del reportage. «A Roma sono arrivato tre anni fa senza pregiudizi. L'idea di questo articolo mi è venuta parlando con la gente. Tutti a ripetermi: perché la politica non ascolta i cittadini? Perché abbiamo solo Prodi e Berlusconi? Perché la Spagna va avanti e noi no?».
In difesa dell'Italia è intervenuto, proprio da New York, il presidente Giorgio Napolitano: «Scommettete sull'Italia, sulla nostra tradizione e il nostro spirito animale», ha detto il capo dello Stato citando l'economista Keynes e i suoi «animal spirits » (l'economia è in parte guidata da ondate di ottimismo e pessimismo, ndr). «Ci sono molti problemi e non si può fare del facile ottimismo ha aggiunto Napolitano . E poi, invece di prendere a modello un noto comico per capire la nostra società, perché non parlare anche dei punti di forza, come le gare vinte dalla nostra industria della Difesa dato che i presidenti americani viaggeranno su elicotteri italiani».
Se gli Usa ci vedono proprio come siamo
Lucia Annunziata su La Stampa
Meno male che, almeno, ci amano tutti. Una breve rassicurazione iniziale è di solito il miglior sistema per prepararti a un fracco di botte. E di botte il New York Times, con mano di velluto, voce pacata e tono ineluttabile, ce ne infligge tante. Non che l'Italia sia nuova a tali «ramanzine»; il Financial Times e l'Economist, per dirne un paio, hanno sempre pronto il rampognino all'Italia. Imparziale nei tempi e nel cambio di governo. Solo che il rampognino inglese suona più o meno così: le liberalizzazioni ancora non sono state fatte, e quelle poche decise sono state fatte male. Voci di mercato, insomma, prosa dry (questa volta l'inglesismo è permesso, immagino), che non scalda il cuore. Ian Fisher, invece, ci ha inviato ieri sul New York Times una lettera sull'Italia molto italiana
Non per dire, ma quel paese lì, descritto agli Usa, è quello che descriviamo tutti i giorni sui nostri giornali: ad esempio «una nazione più vecchia e più povera» ( al punto che «le gerarchie della Chiesa preparano oggi un aumento di aiuti in pacchi alimentari»), una nazione in cui i più bravi «stanno emigrando, come i più poveri cento anni fa», e gli altri, i famosi bamboccioni, il 70 per cento tra i venti e i trenta, vivono a casa una prolungatissima adolescenza. Bella, meravigliosa, intelligente nazione il cui vanto, l'economia di famiglia, la piccola industria, fino ad oggi la sua forza, sta velocemente dilapidandosi. Un paese «fermo» o quasi, la cui produttività scende, ma dove ancora di più sono scesi in quindici anni i salari. E i cui simboli nazionali e internazionali non sono più Fellini e Loren, ma Beppe Grillo. Ian Fisher è tra noi da sufficiente tempo da arrivare anche alle conclusioni che ogni italiano condividerebbe: alla domanda di chi è la colpa, risponde infatti senza dubbi: la politica. Essa stessa vecchia, costosa, e immobile, il miglior ritratto che c'è, insomma, dell'Italia stessa.
Tv e mercato dei voti,
Berlusconi indagato per corruzione
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblicadel 12 dicembre
Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e seconda ipotesi di reato per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati". Una storia che corre circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere sul filo di un telefono (intercettato) dell´alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E´ una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un´evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all´estero di fondi neri.
La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o "fette di torta" che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse. Al centro dell´attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai). Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un´inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell´ascolto telefonico. Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un´iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale.
E´ a questo punto dell´indagine che emerge l´intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest´anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard).
Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo «Presidente». A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: «Sai, Bossi non fa che parlarmene ». Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. «E allora - dice Berlusconi - dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso». Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? «Socialmente - dice Berlusconi - mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare ». Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché «la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo».
Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l´esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell´interesse del «Capo». In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra.
Dice Saccà: «Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento». Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l´abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell´eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca
Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l´Oceania (al senatore Edoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L´elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l´intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.
Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: «Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto ». Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l´interrogatorio: «E´ vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza». Al Senato un´assenza, con l´esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. «Una piccola assenza» è sufficiente perché, dice Berlusconi, «ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all´estero». Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E´ un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un´altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero). Durante l´investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell´impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E´ l´accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l´associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.
La poltiglia del Cavaliere
Norma Rangeri su il Manifesto
In un paese dove il leader della rivolta dei camionisti è un parlamentare della Repubblica (casualmente di Forza Italia), tutto può essere. Anche che un alto dirigente Rai, Agostino Saccà, lavori in nero per il proprietario di Mediaset, incontri un senatore e si adoperi per farlo passare dal centrosinistra al centrodestra, perché così gli ha chiesto un euforico Cavaliere in vena di spallate. Anche che il medesimo Saccà, responsabile di investimenti per 300 milioni di euro e 800 ore di programmazione (stime 2006), nel tempo libero progetti di costruire una sua, privata, «città della fiction» con cui fare, domani, concorrenza all'azienda per cui, oggi, lavora. E non vogliamo credere che i magistrati di Napoli abbiano visto giusto nel sospettarlo di compromettenti relazioni d'affari con un produttore, per una storiaccia di fondi neri ricavati dalla compra-vendita di prodotti televisivi.
Il quadro che emerge dalle intercettazioni degli investigatori napoletani, secondo il clamoroso scoop pubblicato ieri su Repubblica, è la rappresentazione, l'ennesima, di un potere politico-mediatico che agisce senza ostacoli e che continuerebbe a farlo se, ogni tanto, non incontrasse qualche magistrato nell'esercizio delle sue funzioni.
Come sempre, i portavoce e gli avvocati di Berlusconi cercano di rivoltare la frittata intonando il ritornello della persecuzione giudiziaria, del paese illiberale, delle inchieste a orologeria, evitando accuratamente di commentare, nel merito, le imbarazzanti conversazioni, tra Saccà e Berlusconi, intercettate dal cellulare di una body-guard del leader di Forza Italia, come in una commedia dei fratelli Vanzina.
Ma per quanti sforzi facciano gli sherpa di Arcore, la febbrile opera di pompieraggio resta una missione impossibile, come lo è tentare di profumare la nuvola di cattivo odore che sale dal retrobottega di quelli che Berlusconi definisce comportamenti «in linea con gli usi e le consuetudini della politica». Fingono di non capire che gli scenari raccontati dalle intercettazioni non hanno bisogno di trasformarsi in reati per farci turare il naso.
Il mercato di Palazzo Madama: dal capocomico alla spalla
Marco Travaglio su l'Unità
Il supermarket dei senatori che ha innescato l'ennesima accusa di corruzione a Silvio Berlusconi s'inserisce perfettamente nella nuova stagione politica delle «larghe intese», ultimo approdo della commedia all'italiana, a cura di Castellano & Pipolo. Titolo: «Ok il prezzo è giusto» o «Chi vuol esser milionario». Ecco personaggi e interpreti, in ordine di apparizione. Berlusconi Silvio, il capocomico. Un tempo si comprava Craxi e quello gli faceva due decreti salva-tv più la legge Mammì. Si comprava il giudice Metta e quello gli regalava la Mondadori. I suoi manager si compravano la Guardia di Finanza (a sua insaputa, s'intende) e quella chiudeva un occhio, anzi due sui bilanci del gruppo. E si compravano pure l'avvocato inglese David Mills (senza dirgli nulla, si capisce) perché testimoniasse il falso nei processi a suo carico. Il grande venditore era anche un formidabile compratore: mostrava il libretto degli assegni, diceva «scriva lei la cifra», e di solito funzionava. Ora, per dire com'è ridotto, telefona ad Agostino Saccà perché «sollevi il morale del Capo» sistemandogli certe «attrici» (ieri l'ometto le ha definite «artiste discriminate perché non di sinistra», insomma ideologhe anticomuniste, un po' come quelle che sedevano sulle sue ginocchia nel parco di Villa Certosa). Una, fra l'altro («la Evelina») sarebbe amica di un senatore dell'Unione «che mi può essere utile per far cadere il governo Prodi». E il governo non cade. Allora corteggia e coccola un senatore dell'Oceania, promettendogli un posto nel suo eventuale, prossimo governo (il famoso «sottosegretariato all'Australia»), e la piazza numero 2 nelle liste nazionali di Forza Italia (o come diavolo si chiama adesso) alle presunte elezioni anticipate. Il tutto con la stessa credibilità con cui Totò vendeva la fontana di Trevi all'italoamericano Decio Cavallo, che lui chiamava Caciocavallo. Solo che, diversamente, da Decio Cavallo, il senatore Randazzo non abbocca e lo manda a stendere, inseguito dal povero Cavaliere che gli promette addirittura «un contratto», millanta «ho con me Dini e i suoi» e lo implora in ginocchio: «Mi basta anche solo una piccola assenza...». Poveretto, come s'offre.
Perquisito D´Avanzo. Fnsi e Ordine: intimidazione
Le Guardia di Finanza sequestra il computer del giornalista di Repubblica autore degli articoli sull´inchiesta napoletana. Il sindacato: "Parte integrante del lavoro giornalistico pubblicare notizie desunte da intercettazioni" su la Repubblica
ROMA - La Guardia di Finanza, su ordine della procura di Napoli, ha perquisito ieri l´abitazione romana di Giuseppe D´avanzo, il giornalista che, con i suoi articoli, ha svelato su Repubblica l´indagine della magistratura partenopea su Silvio Berlusconi, accusato di tentata corruzione nei confronti di senatori del centrosinistra per provocare la caduta del governo Prodi. Il pm ha aperto un fascicolo sulla cosiddetta fuga di notizie e sguinzagliato i finanzieri che hanno sequestrato il computer del giornalista. Sdegno per il provvedimento dalla Federazione della stampa e dall´Ordine professionale, che parlano di intimidazione e offrono a D´Avanzo la solidarietà di tutti i colleghi.
«Ora basta. La perquisizione a casa di un giornalista, il giorno dopo la pubblicazione di notizie delicate e importanti, sta diventando un riflesso condizionato della magistratura che ha l´inaccettabile aspetto della ritorsione e della intimidazione. In queste ore è toccato a Giuseppe D´Avanzo che ha riferito dell´inchiesta napoletana su tv e voto», reagisce la Fnsi. Che sottolinea: «Ribadiamo ancora una volta che la pubblicazione di notizie desunte da intercettazioni è parte fondamentale e legittima del lavoro giornalistico, tanto più quando si tratta di vicende di evidente rilevanza pubblica». La Fnsi sollecita «un incontro urgente al Consiglio superiore della magistratura perché venga fermata questa deriva». Alla politica il sindacato dei giornalisti chiede invece «di definire alla svelta regole nuove che siano rispettose del nostro lavoro e della costituzione».
Come siamo frettolosi e snob davanti al primo tentativo della galassia delle sinistre di mettersi assieme. Pare che i più scafati manco siano andati a vedere. Eppure non ci sono alternative, o si lascia la sfera politica a Veltroni, e noi ci contentiamo di essere, se va bene, frammenti interessanti e intelligenze o mozioni, o si ricomincia a parlarsi «per». Per fare assieme qualche cosa che freni la deriva alla centralizzazione sfrenata del dominio del denaro e delle merci che ci frantumano ciascuno nel singolo e nei pochi. Raramente in transitorie masse.
Si dirà: ma in fondo da questa parte del mondo ce la caviamo, perlopiù abbiamo un tetto sopra la testa, un piatto da mangiare, un po' di compassione per gli esclusi. È vero, mettere un freno al meccanismo mondialmente in atto è impellente dove esso produce subito morte, e non è il nostro caso. Non per l'assoluta maggioranza di noi, e delle minoranze miserabiliste chi se ne frega? Così alla cancellazione della Cosa Rossa - espressione cretina - da parte delle maggiori testate (eccezione Rai1) si è aggiunta la freddezza nostra
Per quel che so, la riunione di sabato e domenica non ha dato che una risposta, la decisione di lavorare assieme, obiettivo minimo non andare dispersi alle prossime elezioni, non molto ma meglio di niente, obiettivo massimo, ma poco interrogato, diventare un partito. Per dir la verità, oggi è lo stesso, e lo sarà fin che manca una elaborazione comune sul punto in cui siamo e un tentativo comune di interpretazione delle diverse soggettività presenti, di quel che ciascuna mette nelle diverse sigle o movimenti, per cui uno o una stanno in questo e non in quello. Ma una cosa è starci come un tassello di un mosaico complesso, sulla cui natura e destino si moltiplicano gli interrogativi, un'altra è starci in soddisfatta autosufficienza. Se questa sembra finita - anche per le insigni zuccate prese - un lavoro assieme può cominciare. Anche con le femministe, che vengono da molto lontano e in questo primo incontro hanno contrapposto a un rituale un altro loro rituale, facendosi rispondere da rituali parole, ma che per pesare davvero dovranno dimostrare come non ci sia cespuglio del paesaggio politico in cui siamo che non sia traversato dal conflitto fra i sessi, anch'esso in via di mutamento.
Per conto mio, la prima urgenza è garantire un'area, un perimetro, una disponibilità dentro alle quali parlarsi, rispondersi, cercar di costruire una piattaforma che conti sulla scena delle idee, su quella sociale e su quella istituzionale. Dei limiti di quest'ultima si può dire molto, ma senza di essa conta di meno, così come ridursi a essa significa tagliarsi radici e canali di alimentazione.
Tema prioritario? Secondo me capire come i soggetti singoli e collettivi siano prodotti o intaccati o condizionati, o resi meno liberi, dal meccanismo economico-politico dei poteri oggi mondialmente dominanti. Meccanismo articolato, in mutazione, produttore di lacerazioni anche interne, ineludibile. Ma a sua volta condizionato dalle soggettività che innesta o con le quali si scontra.
La vecchia storia, Marx sì Marx no, si misura su questo criterio. Non è riconducibile, come si usa, alla «questione del lavoro». Per contro, una soggettività non si misura su un'altra soggettività, ma tutte e due con, per così dire, la pesantezza del mondo.
Non vedo difficoltà per chi sta oggi attorno a Rc o al Pdci, salvo finirla con la negazione o riaffermazione di un «da dove veniamo» (che sarebbe l'ora di guardare in faccia invece che celebrare o esecrare). Né vedrei difficoltà negli ecologisti: come O'Connor, ma anche senza di lui, sanno bene quanto delle razzie contro gli equilibri naturali o ambientali dipenda dal denaro e dalla mercificazione generale.
La battaglia per l'ecosistema non ha avversari diversi da quelle per/contro il lavoro salariato e contro le guerre. Quanto ai movimenti, la loro filosofia rende più semplice aderire a tutto o a questo o a quello mantendo un'indipendenza. Lo stesso vale per la causa delle donne, che peraltro non si esaurirà mai neanche nella più complessa e raffinata delle politiche - il femminimo sa bene che non è «una delle» esperienze, è costituiva della specie umana. Credo infine che anche i nostri giornali dovrebbero mettere a disposizione non la loro autonomia ma le loro teste.
Dimenticavo la questione del leader. Beh, il leader viene ultimo. E dovrebbe lavorare come lo stato, alla propria estinzione ... è il peggio del famoso partito. Per ora non me ne occuperei.
Kabul, ora è vera guerra
Gli italiani e l'avanzata talebana «Servono nuove regole d'ingaggio». Afghanistan Le norme per i soldati fissate subito dopo il 2001, in periodo di pace. Poi gli islamici sono tornati
Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera
VALLE DI MUSAHI L'allerta è massima negli ultimi tempi. Con il crescere di violenze e kamikaze in tutto l'Afghanistan, le basi italiane rafforzano le difese. E dopo aver trascorso più giorni con gli Alpini, è naturale chiedersi: com'è possibile che a oltre 4 anni dall'avvio della missione Nato-Isaf la situazione militare sia oggi peggiore di ieri? Le foto segnaletiche di personaggi sospetti visti aggirarsi insistentemente attorno alle mura di protezione perimetrali sono appese ben visibili nelle guardiole. Una serie di ostacoli e gimcane bloccano l'ingresso, le sentinelle tengono il colpo in canna. Misure che sono già servite con efficacia nel Fob, l'avamposto fisso, costruito dai soldati del Quinto Alpini a fine settembre nel cuore della valle di Musahi, circa 40 chilometri a sud di Kabul.
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Il problema comincia però al di là delle protezioni attorno alle basi. Perché, se sino a due anni fa gli italiani, e con loro i circa 38.000 uomini degli altri 36 Paesi che compongono il contingente IsafNato, ritenevano che tutto sommato le «regole d'ingaggio» concordate corrispondessero alla «missione di pace» loro affidata, oggi la situazione sul terreno sta rapidamente precipitando. Nel 2007 vi sono stati oltre 140 attentati suicidi (furono solo 17 nel 2005), quasi 6.500 vittime dal primo gennaio, circa il 60% in più rispetto allo stesso periodo nel 2006. Un rapporto dell'Onu il 4 ottobre segnalava una crescita del tasso di violenza del 30%, da allora aumentato di altri dieci punti. E il parametro allarmante è quello delle regioni sempre più dominate dal banditismo e dalle milizie legate più o meno direttamente ai talebani. «La tragedia è che le vostre regole d'ingaggio vennero stabilite nel periodo tranquillo seguito al conflitto del 2001. Oggi sono obsolete, la situazione sul terreno è cambiata radicalmente. Occorre reagire. L'intera missione Isaf sta fallendo. Se non volete altre vittime, dovete dare attivamente la caccia ai terroristi. Comportatevi da militari, non potete piangere e minacciare di ritirarvi ad ogni vostro morto! », sostiene aggressivo Sa'ad Mochseni, proprietario della Tolo Tv, la più diffusa emittente privata. La sua è una delle voci più ascoltate tra gli intellettuali proKarzai e filoamericani nella capitale. «Inutile aggredirci, non esistono soluzioni veloci. Occorre tempo, almeno 15 anni, prima che si possa vedere qualche risultato. Qui la gente è rassegnata, pessimista, la grande maggioranza non sa cosa voglia dire pace. La vita media è di 45 anni, la guerra dura da 30. Va creata una nuova generazione che creda in un futuro migliore», risponde però il comandante del Quinto Alpini, da quasi 6 mesi a Kabul, colonnello Alfredo di Fonzo. La sua difesa delle regole d'ingaggio non è solo d'ufficio: «In caso di attacco, abbiamo la consegna di rispondere al fuoco ed allontanarci. È successo più di una volta che ci venissero segnalati garage dove si costruiscono autobomba. Il nostro compito è stato quello di scortare e sostenere le truppe afghane, da noi addestrate, che hanno ingaggiato a loro volta direttamente il nemico. Solo così potranno crescere e diventare indipendenti. Aiuta il nostro contributo alla ricostruzione: strade, ponti, tribunali, ospedali, distribuzioni umanitarie. Non dobbiamo cadere nella trappola dei terroristi, che vorrebbero vederci uccidere civili per incriminarci. I talebani restano una minoranza, agendo con brutalità li rafforzeremmo ».
Le posizioni restano distanti. Mochseni è tra coloro che accusano il «ventre moderato di Isaf» (Italia, Francia e Germania) di essere troppo «pacifista », troppo preoccupati a «proteggere se stessi, dimenti cando l'Afghanistan», come nota l'editorialista Javed Saabor.
Mochseni sbotta: «Voi italiani sapete che alte fonti americane e nel governo locale rivelano che i vostri due agenti del Sismi catturati dalla guerriglia a settembre nella zona di Shindand da tre mesi stavano pagando ai talebani somme di denaro per comprare l'incolumità del contingente italiano? Purtroppo non sono i soli a farlo nell'Isaf». Dichiarazioni smentite negli ambienti militari e diplomatici italiani, ma che amplificano le tensioni crescenti.
A percorrere con i blindati italiani l'ora e mezza di strada che separa il quartier generale di Camp Invicta a Kabul dalla Fob di Musahi è facile cogliere i segni dell'insicurezza. «Partiamo prima dell'alba, così da essere a Musahi entro le 7. Le statistiche rivelano che i kamikaze colpiscono più facilmente tra le 7.30 e le 16. Il ritorno a Kabul è previsto per il tardo pomeriggio », spiegano i soldati. Sulle strade sterrate autisti e mitraglieri sulla torretta si consumano gli occhi a cercare tracce di terra smossa. Una bomba artigianale, forse una mina messa di fresco, l'ennesima manifestazione di questo confronto «asimmetrico». Nella valle di Musahi danno da pensare le indiscrezioni di Sher Avzal, agente locale dello Nds, il servizio di informazioni del governo Karzai. «La situazione sta degenerando. I talebani e i loro alleati dello Hezb-e-Islami un anno fa stavano al di là delle montagne, nelle regioni pashtun del Lowgar. Ora sono qui, quasi un centinaio di uomini armati, tra i contadini, tra i villaggi, a un paio di chilometri dalla Fob italiana. Potrebbero attaccare i convogli, con risultati molto gravi. Se non prendete voi l'iniziativa, e al più presto, lo faranno loro», sostiene. La soluzione? Un'Isaf più aggressiva, simile ai 15.000 soldati di «Enduring Freedom», per lo più americani e inglesi, venuti con il mandato di fare la guerra ai talebani ed Al Qaeda? Si moltiplicano le voci in tal senso. Di recente, il quotidiano Outlook Afghanistan
ribadiva la necessità di «raddoppiare a 80.000» i soldati Nato e «rivedere i loro assetti strategici per evitare sviluppi ancora più pericolosi».
I camionisti e il pinguino imperatore
Mario Tozzi su La Stampa
C'è un filo rosso che lega indissolubilmente la questione del trasporto su gomma in Italia, i pinguini imperatore e la politica ambientale di cui si discute nel summit di Bali. L'insopportabile protesta dei padroncini è forse legata alla contingenza, ma basta riflettere sull'andamento del prezzo al barile del petrolio per comprendere che il problema è strutturale. Tutto lascia supporre che il prezzo dei carburanti crescerà in maniera esponenziale nel prossimo futuro: non ci sono più grossi giacimenti di petrolio da scoprire, il ritmo di sfruttamento è già spaventoso (80 milioni di tonnellate l'anno) e diventerà insostenibile quando la Cina sarà appena più motorizzata. Dunque gli eventuali incentivi concessi oggi per continuare a consumare gasolio a buon mercato diventeranno impossibili quando il prezzo del greggio crescerà oltre misura. E questo in Italia significherà la paralisi per alcune ragioni ben note.
Il 76% delle merci italiane viaggia incredibilmente ancora su gomma, grazie ai 308.000 km di strade costruite in un affanno infrastrutturale che avrebbe meritato migliore pianificazione: un km lineare di strada per kmq di superficie, fatto che ha davvero pochi paragoni. Più strade significano più traffico: in Italia circolano 80 veicoli per km di strada, la maggior parte autocarri, contro una media europea e statunitense di circa la metà: per questo la circolazione è faticosa e le strade, sottoposte a maggiore usura, sono più spesso soggette a lavori, dunque a un incremento del traffico. In qualsiasi Paese normale si sarebbe iniziata da tempo una profonda riconversione del sistema dei trasporti per ridurre il traffico su gomma a vantaggio di quello su rotaia e via mare. Un cavallo vapore marino trasporta fino a 4000 kg di merce, uno su rotaia circa 450, uno di autocarro solo 150. Di fronte a questa disarmante considerazione di efficienza energetica la risposta è stata un incremento del trasporto su gomma: la maggior parte delle merci arriva in Italia via mare, ma poi prende la via delle strade. È incredibile come ci si possa ancora muovere da Genova a Palermo via terra, invece di sfruttare quel corridoio che si chiama Mare Tirreno.
Tutto spingerebbe a cogliere quest'occasione per iniziare la riconversione del sistema di trasporti, invece di continuare a dare credito a una categoria che non può avere futuro. E non è solo questione economica. L'Italia non riesce a stare nei limiti del protocollo di Kyoto e contribuisce sensibilmente al surriscaldamento atmosferico in atto, nonostante gli impegni presi. Anche per colpa nostra il manto ghiacciato dei poli sta fondendo, in particolare quello della penisola antartica, che ha perso il 40% della superficie da venticinque anni a questa parte. Quattro specie di pinguini non hanno più ghiaccio sufficientemente spesso per nidificare, né abbastanza krill da mangiare e rischiano un'estinzione di massa. La popolazione di pinguini imperatore di Adelia e dell'Antartide s'è ridotta già del 50%: tutta la catena alimentare polare è minacciata e le conseguenze non tarderanno a farsi sentire anche nel nostro mondo.
A dieci anni da Kyoto non ci sono risultati positivi per il futuro climatico del pianeta e, anzi, sembra strano che ci si preoccupi di come operare per il dopo 2012 quando molti Paesi non sono stati in grado di passare dalla teoria alla pratica nella riduzione delle emissioni dei gas inquinanti.
La vicenda dei camion italiani bloccati per poter continuare a inquinare a buon mercato è lo specchio di una società che non riesce a riconvertirsi nemmeno davanti al trauma della perdita di biodiversità e che non vede nemmeno un centimetro al di là del proprio naso.