CADRÀ a gennaio. No, cadrà prima. Non durerà fino al 2009.
I pareri sono discordi, le scommesse impazzano. Perfino i cronisti e i notisti politici dei giornali ne sono stati contagiati e invece di raccontare e di analizzare quel che accade si impigliano in vaticini, spesso orientati dagli uffici stampa dei partiti in barba all´oggettività deontologica della professione.
Se il governo cadrà prima di gennaio, cioè nei prossimi giorni, la causa scatenante sarà stata l´emendamento del decreto sulla sicurezza che prevede pene detentive contro chi incita alla discriminazione razziale e omofobica. Cioè il caso sollevato in Senato dalla cattolicissima Paola Binetti.
A gennaio invece si parlerà di verifica: la vuole Prodi per sapere se Rifondazione ha deciso di uscire dall´Unione e la vuole Rifondazione per imporre al governo una politica economica più impegnata nel sociale, per aumentare il potere d´acquisto dei salari e per contrastare il lavoro precario.
Se questi appuntamenti saranno superati il governo avrà guadagnato un anno. Poi si vedrà. Su questi diversi scenari bisogna riflettere. E poi, magari, anche scommettere, ma con cognizione di causa.
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Paola Binetti è senatrice cattolica. Ultracattolica. Di tanto in tanto porta il cilicio (l´ha detto lei) per mortificare il corpo e offrire a Gesù il suo sacrificio.
Questa prassi, ormai desueta, suscita rispetto ma fa anche impressione. Nello smaliziato mondo di oggi può perfino provocare comicità. Infine la Binetti è seguace dell´Opus Dei. Ma si è iscritta al Partito democratico o meglio: viene dai Popolari di Marini, quindi dalla Margherita, per avvenuta fusione è infine approdata al partito di Veltroni.
La Binetti e i valori da lei rappresentati saranno indubbiamente contaminanti (utilmente contaminanti) ma dovranno a loro volta venir contaminati dai valori della laicità (utilmente a loro volta contaminanti). Insomma ci dovrà essere una sintesi. Da subito perché il caso Binetti è già scoppiato, rischia di provocare la caduta del governo, il Pd deve dunque prendere una decisione. È evidente che la Binetti non può essere espulsa dal partito: un partito democratico non può, per definizione, sanzionare i casi di coscienza.
Da parte sua la senatrice ultracattolica deve rispondere a due domande. La prima: è vero che alla vigilia del voto ha ricevuto una telefonata dal segretario della Conferenza episcopale che le raccomandava di votare contro? Se è vero, il fatto è molto grave. Non tanto per lei, che avrà certamente seguito la sua coscienza, quanto per monsignor Betori. Lo spazio pubblico di cui la Chiesa gode in abbondanza le dà titolo a propagandare i suoi principi di dottrina, di fede e di morale. Spesso sconfina e non dovrebbe nella politica. Ma assolutamente non può intervenire direttamente per condizionare il voto di un membro del Parlamento.
L´intervento del segretario della Cei raffigura una macroscopica lesione delle norme concordatarie. Se l´intervento c´è stato, il ministro degli Esteri della Repubblica italiana dovrà chiedere spiegazioni e scuse formali alla Segreteria di Stato vaticana. Perciò la Binetti ha l´obbligo di dirci la verità su questo punto essenziale.
C´è però una seconda domanda cui deve rispondere. La Costituzione italiana prescrive in modo esplicito che non vi possano essere discriminazioni nei confronti dei cittadini, eguali di fronte alla legge indipendentemente dall´età, dal sesso, dalla religione. Perciò parlare, o peggio ancora legiferare, discriminando gli omosessuali è un atteggiamento anticostituzionale.
L´emendamento inserito nel decreto in questione tende a dare attuazione con legge ordinaria ad un principio essenziale stabilito dalla Costituzione. La senatrice Binetti contesta la stesura di quell´emendamento (che può essere modificato) o contesta il principio sancito in Costituzione? Nel primo caso è giusto che operi per emendare l´emendamento; nel secondo è doveroso che si dimetta dal Partito democratico che tutti può ospitare salvo chi anteponga i suoi principi a quelli della Costituzione.
Non mi pare che sul caso Binetti ci sia altro da dire. C´è solo da attendere le risposte dell´interessata. Se vorrà darle a noi le saremo grati. Comunque le deve dare al suo partito e, più ancora, al Senato della Repubblica.
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Se non cadrà sul caso Binetti, supererà il governo la verifica di gennaio? Io credo di sì.
Rifondazione chiede un robusto impegno sul potere d´acquisto dei ceti più deboli, sul precariato, sulla chiusura dei contratti di lavoro ancora aperti. Per mettere altra carne al fuoco, i ministri della sinistra radicale chiedono anche a Prodi un ripensamento sulla base militare americana a Vicenza.
Il ripensamento violerebbe un accordo internazionale già firmato e confermato. Perciò la richiesta mi sembra più provocatoria che sostenibile. I contratti riguardano la controparte dei sindacati e non il governo, il quale può soltanto auspicarne la chiusura e offrirsi come mediatore se richiesto dalle parti contraenti.
Quanto alla politica redistributiva e al precariato, si tratta di obiettivi che fanno parte integrante degli impegni programmatici del governo il quale ha già dato inizio al loro adempimento e ha già dichiarato la sua ferma intenzione di andare avanti su quella strada nella Finanziaria del 2009. Se anticiperà i tempi sarà ben fatto e penso che lo farà.
Il limite sta esclusivamente nelle risorse disponibili. Cioè nella copertura finanziaria, che dovrà tener conto del vincolo europeo. Già nella Finanziaria del 2008 il governo si è mosso in un´ottica di rispetto di quel vincolo dandone però un´interpretazione intelligente e flessibile, anche se ne è derivato un conflitto con la Commissione di Bruxelles, poi superato in sede Ecofin.
Comunque: non c´è alcuna contrapposizione sugli obiettivi, che sono comuni del governo, della sinistra, dei sindacati. Ed anche della Confindustria e della Banca d´Italia. Altrettanto comuni sono (o dovrebbero essere) gli obiettivi riguardanti la pressione fiscale, la spesa corrente, il disavanzo, il debito pubblico, che dovrebbero tutti diminuire, e l´avanzo primario che dovrebbe invece aumentare.
Non vedo dunque come e perché il governo dovrebbe cadere sulla verifica, sempre che Rifondazione non sia a caccia di pretesti e non abbia già deciso di mettere in crisi il governo.
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Dovrei ora esaminare lo stato della trattativa sulle riforme e il tipo di legge elettorale che potrà risultarne.
Da quanto sappiamo si va verso una legge proporzionale, con uno sbarramento del 5 per cento, qualche specifica normativa per i partiti ad insediamento regionale, la sfiducia costruttiva come prevista dal modello tedesco.
Forse anche una dichiarazione preventiva di alleanze ma non impegnativa rispetto a risultati che richiedessero altre soluzioni.
All´interno del Pd questo risultato (probabile ma nient´affatto facile da raggiungere) ha incontrato finora la netta ostilità di Parisi e della Bindi che rivendicano il sistema maggioritario con premio di coalizione. Perché si aggrappino a questa soluzione è un mistero.
Allora qual è la ragione della loro contrarietà? A questa domanda non hanno dato alcuna risposta. Nei fatti la loro ostilità sembra mirare ad un´operazione di indebolimento di Veltroni. Essi lo negano, ma la logica politica porta a questa conclusione. Perciò si spieghino.
Ne hanno il diritto ma soprattutto il dovere.
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Sull´opposto versante, non si riesce ancora a capire la qualità dei rapporti politici tra Fini e Casini e tra i loro rispettivi partiti. Casini dice che sono rapporti improntati al massimo rispetto reciproco, ma questa frase non dice assolutamente nulla. Si stanno avviando verso una federazione elettorale? Un patto di unità d´azione necessario per far loro raggiungere una massa critica numericamente rispettabile, anche al netto di probabili incursioni berlusconiane nel loro elettorato?
Se così fosse e se la legge elettorale fosse proporzionale, il panorama post-elettorale potrebbe essere il seguente: due partiti maggiori il Pd e i berlusconiani comunque si chiameranno intorno al 30-35 per cento ciascuno; due partiti di medie dimensioni (Fini-Casini da un lato e Cosa rossa dall´altro) intorno al 15-17 per cento. La Lega e altre formazioni minori di natura locale.
Questo panorama è probabile. Una variante potrebbe essere il rientro di Fini nell´ovile berlusconiano. A quali condizioni? Ancora un lungo e sempre incerto delfinato?
Tutto è possibile ma, allo stato, largamente improbabile.
Intanto la politica, stando agli ultimi rilevamenti del Censis, ha raggiunto il massimo della disistima nella pubblica opinione italiana. Non la destra o il centro o la sinistra, ma la politica complessivamente considerata.
Purtroppo sapevamo da un pezzo, molto prima del rapporto Censis, che i blocchi sociali si erano dissolti, la scomparsa delle ideologie aveva dato campo libero alle «lobbies», alle corporazioni, alle clientele ed avevano trasformato le masse in folla anonima, emotiva, dentro la quale ogni individuo è solitario e non chiede altro che di uscire, sia pure per un attimo, dal pozzo nero dell´anonimato.
Questo è lo stato miserevole delle nostre società, di quella italiana in particolare.
Non è un buon segno la disistima verso la politica. Magari meritata, ma non è un buon segno. Come dice Celentano, il nostro lavandino non funziona. Non è con le grida e gli insulti antipolitici che si possa riparare. Ci vuole un buon idraulico. I buoni idraulici non mancano. Qualcuno l´abbiamo già conosciuto, altri possono farsi luce. Bisogna aver fiducia e investire sul futuro.
L'opposizione si divide
e permette a Prodi di mascherare le liti
La Nota di Massimo Franco sul Corriere della Sera
Ormai non esistono soltanto le resistenze dell'Unione. L'ostilità di un pezzo di centrosinistra a un'intesa tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi sulla legge elettorale sembra anzi passata in secondo piano. Per non esasperare le tensioni nella propria coalizione, Palazzo Chigi sta cercando di sterilizzarla. Lo conferma l'orientamento di Romano Prodi a non convocare più la riunione di maggioranza sulla riforma del sistema di voto. Il premier sa che, tenuta in questi giorni, potrebbe trasformarsi in una rissa sui modelli da scegliere, oltre che sulla mediazione veltroniana. E poi, la vera novità è la divergenza esplicita e senza diplomatismi fra il Cavaliere, An e Udc: una rissa che oscura le divisioni altrui. Ma perfino fra i vertici istituzionali si comincia a temere che la nuova legge alla fine non si farà.
La confusione nasconde ostacoli maggiori di quanto forse si immaginasse. Sia Gianfranco Fini, sia Pier Ferdinando Casini bollano l'operazione come un imbroglio, e promettono che «si metteranno di traverso». E di rimbalzo, le probabilità di successo si riducono drasticamente. Non è solo il loro potere di interdizione a suggerire un vicolo cieco.
La sensazione è che il patto Veltroni-Berlusconi, importa poco se fondato sulla roccia o sulla sabbia, sia vissuto con diffidenza nell'Unione e sul versante opposto; e comunque, che si sia trasformato nel simbolo di un'operazione da colpire e delegittimare. Il rifiuto esplicito di avallarlo da parte di An e Udc acquista dunque un rilievo superiore al peso effettivo dei due alleati. E può diventare l'alibi al quale si aggrappano quanti anche nel centrosinistra contestano la trattativa sul sistema di voto fra i due principali partiti. Sono liti tattiche, pronte a rientrare in caso di crisi del governo. Fini e Casini sanno che, se si andasse alle urne nel 2008, avrebbero come unica scelta quella di tornare nell'alveo berlusconiano. Ritardare le elezioni è dunque l'unico, vero obiettivo che spunta dietro la polemica con il Cavaliere, che insegue una strategia agli antipodi.
Attaccarlo sulla mossa azzardata del «Partito della libertà » autosufficiente tenta di esorcizzare una simile prospettiva. Per questo i suoi alleati si mostrano disponibili a ricucire con lui, almeno a parole. Ma in parallelo sono decisi a rifiutare lo schema dell'asse privilegiato con Veltroni; e a contestare una soluzione elettorale «bipartitica».
Il centrosinistra non ha il monopolio della paura per un ritorno rapido al potere del Cavaliere. A questo punto, i più spaventati appaiono An e Udc.
Nasce la Cosa rossa. Spariti falce e martello
Progetto Prc, Pdci, Sd e Verdi uniti nella «sinistra arcobaleno». «Perderemo voti». Ma Diliberto: io li salverò.
Andrea Garibaldi sul Corriere della Sera
ROMA - Ieri è nata la «Cosa rossa», ma in realtà è morta, perché non si chiamerà così la federazione di Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra democratica (Mussi) e Verdi. Si chiamerà «la Sinistra l'arcobaleno ». Ieri, al padiglione 10, c'è stato il primo passo, affrettato dall'operazione Partito democratico e da una ipotetica legge elettorale che penalizza le piccole forze. Clima vivace e pratico, fra il banco dei «popoli zapatisti» e quello per firmare contro l'anidride carbonica e nove workshop su lavoro, laicità, disarmo, clima, migranti, criminalità, innovazione. Oggi sarà la giornata ufficiale, i discorsi, la Carta dei valori.
Tutti chiedono a Giordano che si fa con il governo e lui la prende larga: «La costruzione di questo nuovo soggetto a sinistra mette in secondo piano la questione del governo ». Rifondazione ha aperto, con l'intervista di Bertinotti, martedì scorso, la questione del ritorno all'opposizione. Bertinotti lo ha rispiegato venerdì sera a un convegno di partito: «La collocazione tra governo e opposizione non può essere predeterminata». Poi, ieri pomeriggio, da Modena, il passo indietro a sorpresa, il viatico al governo a completare la legislatura.
Ma oggi nella Carta dei valori, anche su pressione dei Verdi, si scriverà che la nuova forza politica è «pronta ad assumersi oggi e domani responsabilità di governo». Nella stessa Carta si parlerà di «adesioni» e non di iscrizioni, in modo da lasciare ancora molto spazio alle formazioni originarie.
Oggi, oltre ai quattro segretari, parlerà Nichi Vendola, governatore della Puglia e candidato di Bertinotti per guidare, un giorno, questa Sinistra arcobaleno unita. E parlerà Gianfranco Amendola, già pretore d'assalto, candidato leader dei Verdi. Non ci sarà quasi certamente Ingrao, autore di una «scandalosa» intervista sabato alla Stampa («Meglio una fusione di una federazione») e di un'altra intervista oggi a Liberazione più morbida nei toni. Manderà un messaggio, lui che è il «nonno» di tutta la sinistra. Ci sarà Bertinotti, silente.
Ieri, nulla di rosso nelle sale. Oggi, esposizione del nuovo simbolo, con l'abbandono di falce e martello. Nel sito Internet dell'assemblea sono decine i commenti delusi («tradimento », «perderemo molti voti», «dice mia nonna che era meglio arlecchino dell'arcobaleno », «peggio del simbolo del Pd»). Diliberto rassicura, i simboli originari dei partiti non sono scomparsi: «Falce e martello debbono restare ».
L'«Unità» agli Angelucci.
I giornalisti: inquietante
sul Corriere della Sera
ROMA È il regalo di Natale che i 70 giornalisti dell'Unità non vorrebbero ricevere: la firma definitiva del contratto con cui la Nie presieduta da Marialina Marcucci cede (in tutto o in gran parte) le quote del quotidiano fondato nel 1924 da Antonio Gramsci alla famiglia Angelucci.
Ovvero alla Tosinvest, forziere di un piccolo impero della sanità privata capitolina (26 cliniche, 3500 posti letto). E già editore di Libero e del Riformista.
Un affare da 20 milioni di euro che ufficiosamente parrebbe già chiuso. «Gli Angelucci acquisiranno soltanto una parte della società che edita l'Unità e non il 100 per 100», ha precisato ieri la Marcucci
E minimizza le tensioni interne: «Non credo vi siano malumori». Mentre invece la redazione, che vede davanti a sé «un futuro inquietante» e la accusa di «mettere la testa sotto la sabbia come uno struzzo» e di non «aver letto il suo stesso giornale», chiede risposte più precise e garanzie. Una su tutte: «Consentire una significativa articolazione azionaria». Tradotto: cercare altri soci. E ieri anche la Velina Rossa dava per quasi certo anche il cambio di direzione (anche questo smentito dalla Marcucci): Antonio Polito, senatore dell'Ulivo ed ex direttore del Riformista al posto di Antonio Padellaro.
Pronosticando un conseguente calo di 12/20 mila copie. L'Unità potrebbe diventare il quotidiano del Pd. «Non ne so nulla, al momento faccio un altro mestiere, se mi venisse proposto, allora valuterei un cambio di vita», dichiara Polito.
Fini a Berlusconi: sei alla comica finale
Sberleffi a destra. Sulla legge elettorale il leader An attacca Veltroni
sommari de l'Unità
Più che alla rissa, ormai siamo agli sberleffi. Dice Fini di Berlusconi: «Sfida il ridicolo quando dice bisogna essere uniti. Qui non siamo al teatrino della politica, ma alle comiche finali». Il leader di An muove il duro attacco all'ex premier soprattutto in riferimento alla legge elettorale: teme un'intesa con Veltroni sul Vassallum, che definisce «legge truffa» e contro il quale promette ostruzionismo. «Se Berlusconi pensa di fare l'asso pigliatutto degli elettori del centrodestra è meglio che se lo tolga dalla testa».
La reazione di Forza Italia non si fa attendere. «Da Fini - commenta Bonaiuti, già portavoce di Berlusconi - una mancanza di stile. Offendendo il leader di Forza Italia, offende un terzo degli italiani». Bondi: «È il segno di una drammatica debolezza».
La politica spiegata a noi
Giuseppe Tamburano su l'Unità
Non è agevole orientarsi nell'attuale crisi politica del Paese: le bussole degli osservatori sono «impazzite» perché quasi ogni giorno accade un fatto che rimette in discussione le opinioni del giorno prima: certo Berlusconi è l'autore delle più violente oscillazioni del sismografo politico; ma gli altri non scherzano. Eppure di cardiopalmo in cardiopalmo al Senato, Prodi rimane a Palazzo Chigi come «torre ferma» benché qualcuno ricorda piuttosto il cavaliere «che andava combattendo ed era morto» (parola di Bertinotti): ma di questo passo potrebbe andare combattendo fino al 2011.
Vorrei cercare di analizzare la situazione con il massimo distacco possibile (e non facile).
Berlusconi scarica gli alleati e annuncia un nuovo partito: stupore, ma a parte il coup de théatre, come può pensare di vincere le elezioni da solo?
Fini e Casini incontrano Montezemolo per ipotizzare una «Cosa» di centro: ma possono andare molto lontano con questa legge elettorale?
Spostiamoci dall'altra parte. Qui ci imbattiamo, per non dire scontriamo, con l'intervista di Bertinotti che è il de profundis per il governo Prodi. Poi c'è il caso di una senatrice del Pd, Paola Binetti, che nega la fiducia al governo ed ha il sostegno di due ministri, Mastella e - quel che conta di più perché è nel Pd - Fioroni: e forse anche al di là del Tevere. Insomma, come scrive quasi a tutta pagina l'Unità (8 dicembre) «Liti di governo, non se ne può più».
Siamo dunque nel caos? Io avanzo cautamente l'ipotesi che siamo di fronte a scosse di un difficile assestamento del sistema politico. La saggezza dice che la politica, come la natura, abhorret a vacuo. Vediamo se e come si può riempire il «vuoto».
Penso che il «colpo di testa» di Berlusconi abbia una spiegazione e una finalità. Fini e Casini volevano una successione nella leadership di Forza Italia offrendo a Berlusconi una presidenza di grande prestigio. Berlusconi invece si ritiene insostituibile ed è convinto che il centro-destra possa vincere solo con la sua guida. Casini si è defilato da tempo e Fini in modo drastico il 9 dicembre. Ottimo giocatore Berlusconi ha scontato la rottura e ha lanciato il progetto di un nuovo partito del popolo di tutto il centro-destra. Fin ora ha pescato solo Storace e Giovanardi: vedremo. Prima conclusione: può nascere una vera destra.
Fini e Casini hanno incontrato pubblicamente Montezemolo che non ha mai negato in modo convincente di volere impegnarsi in politica: è la «Cosa di centro»? Probabilmente, e sono sicuro che sono molti al vertice e alla base che vi si uniranno: Pezzotta, Riccardi, Monti... Può dunque nascere una federazione di «Centro» forte di un 20% (o più) di consensi che diventerebbe l'ago della bilancia del nuovo sistema politico (la III Repubblica?),
È nata anche la «Cosa rossa», «la Sinistra l'Arcobaleno». Per ora sembra evanescente come un arcobaleno. Però la spinta c'è ed è molto probabile che avremo una formazione di sinistra forte di un 10-15% di voti.
Vi è poi la Lega che fa storia a sé. E ci sono i «piccoli» che o si intruppano o spariscono: è naturale che Mastella vada al centro: ma anche Di Pietro. Resta lo Sdi. Troverà una casa cancellando la parola «socialismo»?
Non mi pare che sia fantapolitica, ma politica in fieri. Vi è però un ostacolo che Veltroni cerca di superare prima che si arrivi al referendum che farebbe saltare i processi in corso, poiché con il premo di maggioranza alla lista che ottiene più voti (norma che uscirebbe dal referendum se approvato) si introdurrebbe un fortissimo incentivo, più forte di quello dell'attuale legge, all'aggregazione in due liste. Il punto è dunque la nuova legge elettorale. Ma è un punto determinante, di quelli che farebbero dire a Pitagora: datemi un punto e con la leva solleverò il mondo.
Come stiamo con la fatica di Veltroni? Con l'intervista di Bondi sul Corriere della Sera del 9 dicembre ha incassato formalmente la rinuncia di Berlusconi a chiedere elezioni subito e la disponibilità a favorire un governo limitato al tempo per la riforma della legge elettorale: Bondi non ha precisato che tipo di legge ma sembra che ci sia un'intesa di massima tra Berlusconi e Veltroni su un modello tedesco-spagnolo variamente miscelato. Anche Casini è disponibile, ma solo per una legge integralmente tedesca. Fini è il più ostico, ma se vuole la «Cosa di centro» deve accettare un sistema sostanzialmente proporzionale: e la parola «proporzionale» è stata pronunciata nella sua filippica contro il «vassallum» e il preteso accordo Berlusconi-Veltroni.
In conclusione, se si trova una base d'intesa larga sulla legge elettorale la III Repubblica potrà vedere la luce. E a quel punto sarà logico che la guida del governo passi da Prodi a Veltroni. Sembra facile!
«Plecedenti ed indelogabili impegni intelnazionali non mi consentilanno di essele a Loma nei giolni in cui si tellà l'incontlo dei Plemi Nobel, cui è plevista la paltecipazione del Dalai Lama». Cosa non falebbe Plodi per tlanquillizzale la Cina.
Crescono le entrate fiscali (+7,9%) nei primi dieci mesi
sommari de Il Sole 24 Ore
Le entrate tributarie erariali di competenza del periodo gennaio-ottobre sono aumentate di oltre 22 miliardi (+7,9%) rispetto allo stesso periodo del 2006 al netto delle una tantum, cioè i prelievi straordinari. Al lordo la crescita è di 18 miliardi (+6,1%). Ad ottobre le entrate sono aumentate dell'8,9% al netto delle una tantum (+8,4% al lordo). Sui dati, si legge nel Bollettino del Ministero, influisce la crescita dell'autoliquidazione Irpef e Ires.
Ambiente, scegliamo tra la vita e la morte
la prolusione di Al Gore alla consegna del Nobel - su la Repubblica
I turchi contro l´Inter: "Quella maglia offende l´Islam"
Sotto accusa la casacca adottata quest´anno dai campioni d´Italia. La protesta di un avvocato: "La divisa bianca con la croce rossa ricorda il simbolo dei templari. L´Uefa revochi i tre punti del match vinto con il Fenerbahce".
Marco Ansaldo su la Repubblica
Nome meno azzeccato non poteva trovarselo, l´avvocato Baris Kaska. «Baris», che in turco significa «pace», vuole in realtà la guerra e semina zizzania tra la Uefa europea e la Turchia musulmana che aspira a entrare a far parte del Vecchio continente. Un paese che, a dispetto dei molteplici e lodevoli sforzi dei suoi governanti, si trova però puntualmente a fare i conti con subdoli avversari interni, capaci di affossare i progetti nazionali più di quanto voglia fare Sarkozy.
L´avvocato Baris, legale nella laica e cosmopolita Smirne presso lo studio Turkoglu & Turkoglu (che significa «figlio di turco»), ha presentato l´altro giorno un esposto presso un tribunale locale, per ottenere la vittoria a tavolino del Fenerbahce contro l´Inter nella partita di Champions League disputata a San Siro lo scorso 27 novembre e vinta dai nerazzurri per 3-0. Il motivo? La squadra di casa indossava la maglia del Centenario, quella bianca con la croce rossa. Una divisa che all´avvocato Baris dello studio Turkoglu ha ricordato nientemeno che l´armatura dei Templari.
Fatto sta che la corte, invece di cassare l´esposto sotto la voce «sciocchezze», ha preso terribilmente sul serio la richiesta dello studio Turkoglu & Turkoglu, rinviando addirittura la decisione agli organi disciplinari di Fifa e Uefa e chiedendo l´annullamento dei tre punti ottenuti dall´Inter e pure una sanzione contro la maglietta.
La croce rossa in campo bianco, simbolo di Milano, di molti altri comuni italiani e presente a ben vedere anche nella maglie di tanti club - vedi lo scudetto al centro dei colori blucerchiati della Sampdoria - a più d´uno in Turchia ricorderà ora invece lo stemma dei Templari, la prima crociata, e sarà quindi reputata come offensiva per l´Islam. A meno che, viene da pensare, dietro questa colossale montatura non ci sia per caso lo zampino del primo ministro turco Erdogan, supertifoso del Fenerbahce, e amico stretto del presidente del Milan.