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sulla stampa
a cura di G.C. - 4 dicembre 2007


Troppi dubbi sul dialogo
Lucia Annunziata su
La Stampa

Di solito si scrive perché si è raggiunto un livello - sia pur minimo - di certezze su un argomento. Sull'incontro fra Berlusconi e Veltroni e sul percorso che intendono avviare, la ragione per scrivere è invece l'opposta: a dispetto delle parole positive, del clima sereno e, persino, della simpatia evidente e rassicurante che i due leader insieme proiettano, continuo a non capire. Nel senso di non trovar risposta all'interrogativo che questo incontro solleva: cos'è cambiato perché oggi si possa credere e avere fiducia in un evento che fino a poche settimane (non mesi!) fa non sembrava nemmeno nominabile, non parliamo di praticabile?

Mi rendo conto che in un Paese lacerato da un eccesso di ideologie, da resistenze psicologiche, da reducismi di vario tipo, se si dubita davanti ai primi segnali di Concordia Nazionale si fa la parte dei disfattisti. Ieri un quotidiano politico del centro-sinistra, ben fatto nonché ben informato, Europa, bollava in anticipo i dubbiosi dividendo gli addetti ai lavori (pochi e scettici) dalla maggioranza del popolo italiano (contento). Ma ognuno fa il suo mestiere. E nel mestiere di chi osserva la politica è implicita una memoria che, nei fatti, esalta il dubbio. Vi giro, dunque, le mie domande.

1) È cambiato qualcosa nel profilo "ideologico" di Silvio Berlusconi? Oggi è opinione comune che la "svolta" - su cui l'incontro con Veltroni si fonda - sia stata decisa da Berlusconi a seguito della sconfitta sull'approvazione della Finanziaria e per essersi convinto che il Paese chieda un cambio della politica.

E' sicuramente lodevole, cosa della quale tutti hanno preso atto, che Berlusconi reagisca agli stimoli e lanci nuove iniziative, tenti di rinnovare se stesso e gli altri: ma se queste sono le ragioni per aprire un dialogo, si tratta fondamentalmente solo di passaggi tattici. Nel corso del cambiamento berlusconiano non abbiamo infatti ascoltato nessuna "revisione" di idee. Non sappiamo, al momento, se l'Italia sia ancora piena di "comunisti", se la sinistra governi ancora la stampa, le case editrici, le tv e i giudici, se nei confronti di Silvio ci sia ancora la solita persecuzione, se i sindacati ricattino il Paese, se la politica estera di sinistra aiuti il terrorismo e, visto che ci siamo, se ancora l'Italia sia in mano a un governo non legittimo in quanto eletto con troppi pochi voti, se non addirittura con brogli.


2) È cambiato qualcosa negli interessi che Silvio Berlusconi ha sempre così gelosamente salvaguardato attraverso il suo ruolo politico? Non pare. In Parlamento ci sono due leggi simbolo della tensione destra-sinistra: quella sul conflitto di interessi e la Gentiloni sull'assetto radiotelevisivo. Fuori dal Parlamento, è invece del tutto aperta l'annosa questione della Rai, dove le colorite cronache di questi giorni, al di là delle responsabilità individuali, hanno fatto riemergere i danni di lungo periodo causati proprio dall'impatto sul servizio pubblico del conflitto di interessi durante il governo berlusconiano.

3) È cambiata la valutazione, se non l'opinione, di Silvio Berlusconi sul funzionamento della giustizia in Italia? In effetti, questo è forse il tema che presenta maggiori novità e dev'essere di qualche conforto a Forza Italia. Il caso Forleo, più ancora che quello di De Magistris, potrebbe provare agli occhi di Berlusconi che si è infranto il suo vecchio teorema che la giustizia sia dominata dalle toghe rosse. Né dev'essergli sfuggito il risultato del voto per il rinnovo degli organismi sindacali della magistratura, vinto da Unicost, la corrente dei moderati.

Giustamente, nessuno di questi temi viene nominato quando si parla di incontro fra Veltroni e Berlusconi. Il dialogo ha infatti come fine un accordo per la legge elettorale, si dice. Ma davvero si potranno tenere tutte queste irrisolte questioni fuori dall'accordo? È possibile, ad esempio, tenerle ferme mentre si discute e fino a un'intesa? Anche a volerlo, significherebbe di fatto bloccare in parte l'attività stessa dell'agire pubblico. La legge Gentiloni, ad esempio, deve andare in discussione. E per quel che riguarda la Rai, il cambiamento "di pelle" dell'azienda, avvenuto durante il governo Berlusconi, obbliga a rilevanti decisioni strutturali, altro che la punizione di qualche dirigente. Può il servizio pubblico aspettare a prenderle per i mesi necessari a trovare un accordo sulla legge elettorale? Infine la giustizia: il clima è migliore, ma alla prima, prossima, tensione fra qualche giudice e la politica, come reagiranno i due leader che dialogano: diranno ancora una volta che si tratta di "giustizia a orologeria" (come si è già detto per le intercettazioni Rai) o diranno forse di non poter dire nulla perché stanno trattando?


Nasce così il Dubbio dei Dubbi: quante possibilità dareste voi al raggiungimento di tale accordo, dopo aver fatto l'elenco di tutte le difficoltà? Io non molte. Ma, forse, il lettore e altri vedono cose che io non riesco neppure a immaginare.


Quei muri alzati dai sindaci del Nord
Gad Lerner su
la Repubblica

Dall´ordinanza contro i lavavetri del sindaco di Firenze, all´ordinanza antisbandati del sindaco di Cittadella, il passo era purtroppo fatale e prevedibile. Non poteva bastare a impedirlo, nei due mesi che le separano, il decreto governativo che autorizza i prefetti a espellere gli immigrati di riconosciuta pericolosità sociale. Approvato, come è noto, sull´onda dello sdegno popolare per l´omicidio di Giovanna Reggiani commesso da un rom. Siccome poi gli effettivi accompagnamenti alla frontiera si contano nell´ordine delle centinaia e non delle migliaia, com´era inevitabile a meno di organizzare incivili deportazioni di massa, l´allarme sociale ne risulta enfatizzato a prescindere dalle statistiche sulla criminalità straniera.
Così ora tocca fare i conti con il movimentismo di decine di sindaci del lombardo-veneto, scatenati nella gara a chi s´inventa il provvedimento più spettacolare contro gli stranieri. Ha un sapore antico il loro prodigarsi nella costruzione di una solida diga della rispettabilità, tale da separare i cives dagli infames. Da una parte il popolo titolare della dignità civica, dall´altra gli estranei che la insidiano. Adopero non a caso il linguaggio del diritto medievale riproposto dallo storico Giacomo Todeschini in un libro dai richiami purtroppo attuali: "Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all´età moderna" (Il Mulino).
Ha fatto scuola Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, con l´ordinanza che prescrive un reddito minimo di residenza. Vale la pena di ricordarne i termini: iscrizione all´anagrafe comunale vietata per chi non dimostri un´entrata minima di cinquemila euro l´anno.
Obbligo di esibire un´assicurazione sanitaria; sopralluogo dei vigili per verificare che l´abitazione sia decorosa; creazione di un´apposita commissione municipale per ravvisare eventuali sospetti di pericolosità sociale.
Quando poi la Procura della repubblica di Padova ha avviato un´indagine per verificare che non sussista un´usurpazione di funzioni competenti ad altri organi dello Stato - come il prefetto o il questore - è scattata la solidarietà degli altri primi cittadini: "10, 100, 1000… Bitonci", si leggeva sullo striscione esibito domenica 25 novembre nella piazza di Cittadella. E già quaranta sindaci veneti hanno seguito l´esempio di Bitonci, appigliandosi alla direttiva 38 dell´Unione europea segnalata sui giornali italiani dal commissario Franco Frattini con un´enfasi distorsiva tale che gli è valsa, il 15 novembre scorso, una mozione di censura del Parlamento di Strasburgo. Tale direttiva afferma, all´articolo 7, che il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro è previsto a condizione di disporre "di risorse economiche sufficienti". Può bastare tale richiamo a cancellare un diritto fondamentale come la libera circolazione dei cittadini dell´Ue? Il diritto può essere limitato sulla base del censo?
Sono domande che appaiono oziose ai sindaci di centrodestra del lombardo-veneto. E poco importa loro che Gianantonio Stella segnali come un´ordinanza stile Bitonci avrebbe impedito lo sbarco in America di centinaia di migliaia di poveri emigranti dalle tre Venezie.
Scatta infatti tra i loro concittadini impauriti un paradossale rovesciamento di ruoli che Julia Kristeva descrive efficacemente a partire dall´antica dialettica fra lo schiavo e il padrone. Benché l´immigrato sia povero e giunga fra noi sospinto dal bisogno –disponibile a farsi carico di attività subalterne e mal retribuite - è pur sempre il vecchio abitante di quel territorio a sentirsi indebolito dal suo arrivo. Ha bisogno della manodopera immigrata, ma nello stesso tempo prova il rimpianto sintetizzato nello slogan leghista: non mi sento più padrone in casa mia. Spiega la Kristeva che quel "sentirsi stranieri" nella relazione col nuovo venuto "fa sorgere nell´indigeno soprattutto un sospetto: sono veramente a casa mia? sono proprio me stesso? non sono forse loro padroni dell´avvenire?".
Risultato: "Il 'padrone´ si trasforma così in schiavo che caccia il suo conquistatore". Fa impressione rileggere in questa luce l´esortazione scritta sabato scorso dal sindaco di Montegrotto Terme, rinomata e prospera località del turismo sanitario, sui display municipali: "Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un´altra nazione che da cittadini nel vostro paese". Un invito che ovviamente nessun montegrottese raccoglierà, ma che alimenta la percezione di un´Italia troppo generosa con gli stranieri.

Così l´offensiva antistranieri scatenata dai sindaci non si limita a individuare i clandestini come bersaglio. E´ il caso del primo cittadino di Caravaggio che d´ora in poi rifiuterà di officiare matrimoni in assenza di permesso di soggiorno, benché la normativa vigente lo consenta per favorire le regolarizzazioni e combattere la clandestinità. Certo, vi sono nazioni che hanno saputo trasformare anche l´immigrazione illegale in motore della crescita economica. Come gli Stati Uniti, che erigono una forte barriera all´ingresso. Ma, una volta che il clandestino sia riuscito ad aggirarla, gli viene consentito di conseguire la patente di guida e alcune banche gli forniscono pure speciali carte di credito.
La sindrome da invasione, alimentata dagli imprenditori politici della paura, da noi si manifesta viceversa in vero e proprio accanimento nei confronti degli stessi stranieri regolarizzati. Retrocessi nelle graduatorie per le case popolari, là dove la Lega è al governo della regione. Discriminati nei giorni scorsi a Romano d´Ezzelino (Vicenza) nell´assegnazione dei bonus istruzione, quand´anche risultassero meritevoli, dopo che già gli erano negati gli assegni per i nuovi nati: bell´incoraggiamento all´integrazione!

E´ un progetto culturale che, combinandosi con la selezione sulla base del censo e con la discriminazione nazionale, mira a ristabilire nei confronti degli immigrati una sorta di gerarchia etnica. Prospettando loro un futuro circoscritto nella condizione dei paria. Ospiti forse necessari, ma ingrati. Costretti a sentirsi sempre provvisori. Minacciati di espulsione. Minoranza ghettizzata, indegna di contrarre matrimonio con i nativi: il sindaco di Morazzone (Varese) ha deciso due mesi fa di segnalare alla polizia tutte le pubblicazioni di nozze fra italiani e stranieri.
Rassicurati dalla constatazione che in Italia i partiti xenofobi hanno raccolto finora consensi inferiori ad altri paesi europei, forse ci siamo lasciati cullare dall´illusione. La politica si è accontentata di inseguire le paure dei cittadini con sgomberi e retate scarsamente efficaci. E ha derogato invece a uno dei suoi compiti fondamentali: affermare i valori di civiltà e le regole inderogabili della convivenza anche di fronte alle circostanze più drammatiche. Col risultato che la deriva razzista ha tracimato dalle pagine dei giornali ai provvedimenti discriminatori degli amministratori, tra gli applausi di una cittadinanza esacerbata.
Il governo di centrosinistra rischia di pagare a caro prezzo la titubanza rivelata in questa battaglia culturale che l´avrebbe costretta a sfidare l´impopolarità. Da questione di ordine pubblico, la necessaria repressione della criminalità straniera sta degenerando in Veneto e Lombardia sotto forma di politiche locali discriminatorie, legittimate da una diffusa ideologia xenofoba. La corsa per conquistare il consenso dei cittadini si è trasformata in gara a chi mostra la faccia più feroce agli immigrati.
E allora serve poco recriminare sulle politiche dissennate del passato: dall´incapacità di selezionare qualitativamente i flussi migratori in base al fabbisogno, agli ostacoli burocratici opposti all´integrazione e alle naturalizzazioni, fino alla sanatoria resa indispensabile da una legge ideologica come la Bossi-Fini. Di fronte al movimento antistranieri capitanato dai sindaci nordisti bisogna assumere finalmente la priorità dell´allarme razzismo, se vogliamo preservare una civile convivenza sul nostro territorio.



Prodi: stop ai rincari, subito le liberalizzazioni
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Rincari. "Inutile aumentare un po' i salari o abbassare le tasse, se poi i prezzi si mangiano tutto". È una dichiarazione di guerra all'inflazione quella del premier, raggiunto da una raffica di notizie sui rincari in vista. Prima benzina e pane, poi verranno luce, gas,treni. E non solo. Sui bilanci familiari pesa come un macigno il costo del denaro: il caro-mutui sta già falcidiando i redditi. Con il Natale sono arrivati anche i rincari sulle tariffe locali, nettezza urbana in testa. Insomma, tra speculatori internazionali (petrolio); crisi delle Borse e decisioni monetarie (mutui), approfittatori senza scrupoli (gli aumenti indiscriminati sui generi di consumo più popolari) e le ristrettezze di bilancio degli enti locali (tariffe dei servizi pubblici), alla fine i consumatori sono quelli che pagano tutto. I rincari attesi e quelli incomprensibili, come il pane che da Napoli a Milano triplica il suo prezzo. Aumenti in vista anche per mandarini e arance, frutta tipica del cenone di Natale. I consumatori paventano aumenti per le rate dei mutui fino a mille euro l'anno nel 2008. Chi si attendesse un allentamento da parte della Bce sarà costretto a ricredersi. La Banca centrale giovedì lascerà i tassi invariati al 4% (in realtà contava di alzarli e si è fermata proprio per evitare che i mutui salissero), ma l'anno prossimo potrebbe procedere alla stretta proprio in presenza di fiammate inflazionistiche.
A questo punto quale protezione per i cittadini?. Romano Prodi non si tira indietro e indica subito una strada: votare al più presto, al massimo entro gennaio, l'ultimo "pacchetto" di liberalizzazioni rimasto "incagliato" in Senato. La cosiddetta terza lenzuolata si è arenata, e dai temi che affronta si capisce il perché. Vengono colpite banche (illegittima la commissione di massimo scoperto ed eliminazione dei conti dormienti), assicurazioni (classe di merito invariata se si passa da furgone a auto), industria farmaceutica (liberalizzazione dei farmaci di fascia C, anche se la norma è già stata bocciata in Finanziaria), ma anche i monopoli pubblici dei trasporti (i tassisti non gradiranno) con la possibilità di organizzare trasporti collettivi e incentivare quelli ecologici, i grandi gruppi di telecomunicazione (divieto di attivazione di servizi non richiesti). Insomma, i cosiddetti poteri forti ci sono tutti. Tanto forti che riescono anche a frenare un provvedimento e farlo affondare nelle sabbie mobili del Parlamento. Il disegno di legge in questione ha già passato il vaglio della Camera: manca "solo" quello del Senato. Ma l'Aula di palazzo Madama prima di Natale è già intasata. In settimana si deve votare la sicurezza. Poi arriverà il welfare appena votato alla Camera, infine ritornerà la Finanziaria per il varo definitivo. I tempi sono strettissimi.

Sta di fatto che le regole non arrivano, e intanto i cittadini pagano. Il premier chiede anche "massima vigilanza" su chi opera abusi. Il Verde Angelo Bonelli arriva a presentare un esposto alla Procura, chiedendo che faccia "piena luce sui rincari dei prezzi dei generi alimentari, della rc auto e del petrolio - spiega il parlamentare - Gli aumenti preannunciati o realizzati sul prezzo di gas ed energia infatti, non sono giustificati, in quanto il rapporto euro-dollaro avvantaggia la nostra moneta. Il petrolio, ad esempio, è acquistato in dollari, ma il vantaggio dell'euro sulla moneta americana non ha avuto ricadute positive sui consumatori".


Il palazzo di giustizia (abusivo) che vale oro
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

L'ha fatto l'Inail, pagando il "nuovo" palazzo di giustizia di Bari il doppio del suo valore. E l'ha fatto coi soldi avuti dai lavoratori per le assicurazioni contro gli infortuni. Di più: topi, fogne e allagamenti a parte, il palazzo era abusivo. Tanto da finire provvisoriamente confiscato. Un affare indecente, che secondo la Corte dei Conti qualcuno ha voluto portare in porto "a tutti i costi".
Proprio così scrivono i magistrati contabili, nel durissimo Atto di citazione firmato dal vice procuratore generale Rita Loreto che accusa i vertici (di allora) dell'Istituto: "Si coglie la netta sensazione che l'operazione immobiliare dovesse essere portata a termine a tutti i costi, a prescindere da qualunque possibile elemento di perplessità". E di motivi, a leggere il clamoroso documento di 81 pagine, ce n'erano a decine.
Prima di tutto, però, un riassunto. Costruito in via Nazariantz, a ridosso del cimitero e del mercato rionale (figuratevi com'è portare su e giù i detenuti in mezzo al casino), il "nuovo" palazzo di giustizia di Bari non avrebbe mai dovuto essere lì: secondo il piano regolatore generale, mai sottoposto a variante, quella zona è infatti "riservata ai servizi per la residenza". E così dice la licenza rilasciata nel '94 ai fratelli Antonio e Giuseppe Mininni, proprietari della Cmc: possono costruire un edificio "per uffici comunali ". Chiaro? No. Perché, nel novembre 1998 il Comune decide di prenderlo in affitto per 9 anni a 3 miliardi di lire l'anno per metterci "provvisoriamente " (provvisorietà all'italiana) gli uffici giudiziari. Scelta che automaticamente fa diventare il complesso, come dicevano, abusivo.
Non bastasse, emergeranno subito grane di ogni genere. Un terreno così marcio che un'aiuola sprofonda di 40 centimetri in pochi mesi. Un tombino nell'archivio da cui salgono i liquami della fogna. Via vai di topi nei controsoffitti del seminterrato dove stanno i carabinieri. Tetti così sgarrupati che i magistrati devono attrezzarsi coi secchi per raccogliere l'acqua se piove. Vetri di qualità così bassa che già a maggio in certe stanze ci boccheggia a 31 gradi. Soffitti qua e là anche di 30 centimetri più bassi dei limiti di legge. Una lista tale da spingere i giornali a urlare allo scandalo e obbligare la magistratura ad accusare i costruttori di frode nelle pubbliche forniture.
Sarà perché sanno dei guai in arrivo, fatto sta che nell'autunno del 2000, con una carta oggi in mano ai pm Roberto Rossi e Renato Nitti, titolari dell'inchiesta penale, i Mininni offrono il complesso all'Inail per 27 miliardi. Un "affarone ", dicono: sono soldi che in soli nove anni, grazie all'affitto "provvisorio" al Comune per metterci il tribunale, torneranno indietro. Risposta dell'Inail: no, grazie.
Poche settimane dopo, però, un compratore spunta. È la società Gesfin, che ha sede in una palazzina in via delle Strelitzie 35 a Santa Palomba, nella più sperduta periferia romana, dalle parti di Pomezia. Di chi è? Di due società, i cui soci principali sono Gianfranco Curci e Michele Reinero. Due personaggi, stando alla banca dati del Sole 24 ore, pressoché ignoti. Ma capaci di scucire il 27 dicembre 2000 (cin cin, Babbo Natale) quei 27 miliardi più Iva richiesti per l'acquisto.
E qui comincia il bello. Appena entrati in possesso dell'immobile, gli intraprendenti compratori fanno due mosse. 1) Chiedono al Comune di Bari, gestito dalla giunta di centrodestra guidata dal forzista Simeone di Cagno Abbrescia, un cambio di destinazione d'uso, che sarà subito concesso ma bocciato come illegale sia dalla Corte dei Conti sia dalla magistratura ordinaria al punto che il complesso sarà confiscato (la decisione definitiva arriverà la settimana prossima). 2) Offrono il complesso all'Inail per 65 miliardi di lire: il triplo di quanto avevano pagato sei settimane (sei settimane!) prima. E la dirigenza dell'istituto che aveva rifiutato l'offerta bassa cosa fa? Avvia le pratiche per l'acquisto.
Il comitato tecnico incaricato di valutare l'affare dice sì. Certo, fissa un prezzo un po' più basso. Ma è comunque sbalorditivo: 45,5 miliardi più Iva. Quasi venti più di quelli pagati dalla Gesfin e di quelli che saranno stabiliti come "valore congruo" dai periti della magistratura contabile che accusa: una "maggiorazione abnorme". Decisa, spiegano i giudici, senza che la commissione Inail effettuasse "né sopralluoghi né particolari approfondimenti". Di più: "I calcoli delle superfici erano stati fatti sulla base delle planimetrie presentate dalla ditta offerente e "non era consuetudine" recarsi sul posto per verificare".

Una schifezza. Decisa senza neppure passare per il CdA. E sulla quale, scoperta la faccenda, danno oggi battaglia tre dei cinque consiglieri, il democratico Luigi Agostini, il casiniano Beniamino Brocca e il leghista Bepi Covre. Furenti per il modo in cui "la vecchia amministrazione ha buttato via i soldi dei lavoratori " e decisi a sapere "cosa" è esattamente successo. Perché, ad esempio, l'ufficio legale dell'Inail ha cercato una transazione abbinando il caso del tribunale confiscato con un appalto alla Data Service di Gianluigi Martusciello, la cui sede operativa romana è allo stesso sperduto indirizzo di Santa Palomba? E chi è costui, che porta lo stesso cognome del deputato azzurro Antonio e del consigliere campano Fulvio? E perché l'avvocato incaricato dalla presidenza se la prende adesso col Comune e non con la Gesfin? Perché, infine, i responsabili dell'operazione ai quali la Corte dei Conti chiede la restituzione dei soldi buttati via sono rimasti quasi tutti al loro posto?


L'infinita periferia dell'Italia
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Un vampata di violenza, per alcuni giorni, ha investito la banlieue parigina. In modo più delimitato, rispetto a due anni fa, quando si era rapidamente propagata intorno a Parigi e in altre città francesi. Per molte settimane. Questa volta, invece, si è concentrata a Villiers-le-Bel. A Nord della capitale.
Contagiando solo la vicina Saint-Denis, teatro di battaglia nel 2005. Inoltre, gli incidenti sembrano essere finiti abbastanza in fretta. Tuttavia, due notti di violenze hanno provocato, tra le forze di polizia, oltre 120 feriti, alcuni gravi. Ovvero: più o meno quanti in tre settimane di scontri due anni fa. Secondo il governo francese, si tratta di delinquenza giovanile organizzata, che ha "sfruttato" un episodio tragico (la morte di due ragazzi in moto, in seguito allo scontro con un´auto della polizia) per scatenare la guerriglia. Insomma: racaille. Teppaglia, feccia… La definizione usata da Sarkozy, all´epoca degli scontri di due anni fa. Quand´era ministro degli Interni. Tuttavia, se si trattasse "solo" di delinquenza comune, un sistema di polizia efficiente, come quello francese, un Presidente determinato, come Sarkozy, avrebbero contrastato il ripetersi di esplosioni violente, in tempi tanto ravvicinati, negli stessi luoghi. A Villiers-le-Ville, Saint Denis e nella banlieue parigina. Dove comportamenti violenti si ripetono con disarmante e straordinaria regolarità. Se ciò non è avvenuto, probabilmente, è perché questa violenza non nasce nel vuoto. Rischiando la banalizzazione sociologica di alcune letture sociologiche (o sedicenti tali) degli anni Settanta: questa violenza è "anche" figlia del contesto in cui esplode. Banlieues degradate, ad alta concentrazione etnica. Strade e piazze difficili da attraversare, per chi non vive nella zona. (E anche per chi ci vive).Tassi di disoccupazione giovanile elevati. Relazioni intergenerazionali difficili. Genitori che non riescono più a esercitare l´antica autorità sui figli. Un´architettura che denuncia "estraneità". Dello Stato, delle istituzioni.

Se pensiamo a noi, è forte la tentazione di chiamarsi fuori. Non siamo la Francia. L´Italia è una terra di città piccole e medie. Con rare eccezioni. Un "Paese di compaesani", come l´ha definito il sociologo Paolo Segatti. Che ancora non si è rassegnato al flusso, massiccio, degli "stranieri". E vorrebbe lasciarli fuori. Alle porte della città. Come a Cittadella e in altri comuni veneti, dove, per scoraggiare il flusso dei poveracci, i sindaci hanno emesso un´ordinanza che vincola la concessione agli stranieri della residenza ad alcuni requisiti. Fra cui un reddito minimo intorno ai 500 euro mensili. (Se applicato ai residenti, produrrebbe l´espulsione di numerosi pensionati).
L´Italia non è la Francia. Ma si sta avviando lungo un cammino altrettanto rischioso. Perché si sta trasformando, in modo inconsapevole, in una periferia infinita. Che produce sradicamento, indebolisce il controllo sociale, non contrasta la diffusione di comportamenti violenti.
Nelle nostre metropoli, d´altronde, emergono, da tempo, lacerazioni visibili. A Milano. La "rivolta" del quartiere cinese. Il moltiplicarsi di episodi di ordinaria violenza, nelle periferie, che hanno indotto la sindaca Moratti a promuovere una marcia popolare, per rivendicare maggiore attenzione dal governo. (Come se, durante gli anni precedenti, quando essa stessa sedeva al governo, il problema non esistesse).
A Roma. Dove alcuni eventi drammatici (ultimo: la tragica aggressione di una donna, a opera di un rom) hanno fatto esplodere il malessere delle zone suburbane. Ulteriormente degradate a causa del flusso costante di nuovi immigrati dall´est europeo. Ammassati in baracche provvisorie.

Ma segnali di decomposizione si avvertono anche – soprattutto - nell´Italia minore. Nella provincia "dove si vive bene". Non è un caso che la "crescita della criminalità" sia avvertita soprattutto nelle regioni del Centro (62%; media nazionale 51%: indagine Demos per UniPolis, novembre 2007) e nei comuni medio-piccoli (56%). Indipendentemente dall´effettivo andamento del fenomeno (che le statistiche considerano in calo). Il fatto è che molti, troppi borghi, molte, troppe piccole città si stanno svuotando. Ridotte a grandi supermarket. Parchi giochi. Musei. Oppure, come abbiamo osservato qualche settimana fa, in "cittadelle universitarie". Abitate da - anzi, affittate a - studenti. Mentre gli abitanti si sono trasferiti all´esterno. Creando periferie ricche. Ma pur sempre periferie. Aggregati senza centro. Con scarse relazioni. Cariche di edifici affollati. Oppure costellate da villette pregevoli e cascinali ristrutturati. Una umanità che perde l´abitudine alle relazioni; e il "controllo" sul territorio. Il Nord "padano" e "pedemontano", da parte sua, questa strada l´ha già intrapresa da tempo. E´ divenuto una metropoli inconsapevole. Che incorpora una miriade di piccoli comuni. Perduti in un viluppo di strade, punteggiato di rotonde impossibili da attraversare a piedi; mentre chi passa in bici corre un rischio mortale. Anche perché, in Italia, il tasso di automobili è il più alto d´Europa: quasi 6 ogni 10 abitanti. La provincia tranquilla e quieta del Nord. Una galassia puntiforme. Una specie di Los Angeles involontaria. Dove maturano piccoli omicidi, inattesi e feroci. Dove la "comunità" ha perso ogni controllo sulla società e sulle persone. Perché si è decomposta. Né possono surrogarla pallide caricature, come le "ronde" padane. Riescono solamente ad accrescerne la nostalgia.
Difficile riconoscere il paesaggio intorno a noi. E´ cambiato troppo in troppo poco tempo. Edificato, impersonale e desocializzato. Dove, per rispondere al malessere che si respira, le persone si chiudono dentro casa. E gli amministratori erigono nuove mura, visibili e invisibili, intorno alle città. Ma anche dentro alle città.
Incapaci di "riconoscere" i problemi, ma anche i propri meriti. Preferendo negarli, per opportunismo. Pensiamo, ad esempio, alle città del Nordest. Le aree che, come dimostrano le statistiche della Caritas e del Cnel, garantiscono livelli di integrazione degli immigrati fra i più elevati in Italia. Ebbene, preferiscono negarlo. Si presentano per quel che "non" sono: inospitali. E rifiutano, anzitutto, di proporsi come un "buon modello" di accoglienza. Fondato sul lavoro, sull´offerta di servizi, espressa dalle associazioni del mondo economico e dal volontariato. Meglio immaginare il Nord Est come il Far West degli sceriffi. Pronti a spingere la racaille fuori dalle mura della "cittadella" assediata.
E vero, non siamo la Francia, dove le banlieues critiche si concentrano intorno ad alcune metropoli. Nell´Italia del nostro tempo, invece, la periferia dilaga ovunque. Come una metastasi. Alimentata da logiche immobiliari e immobiliariste; da mille paure. Che la politica si limita a inseguire e ad assecondare. La nostra banlieue infinita non ha un aspetto cupo. Piuttosto: "grigio". Un reticolo di quartieri residenziali. Cresciuti, in modo disordinato, intorno a un "centro storico", bello e inabitato. La nostra periferia infinita. Non trasmette identità. Non promuove relazioni. Non comunica regole. Non plasma uno spirito "estetico", tanto meno "etico". Al più: un individuo "mimetico". E insicuro.


Lo Zar dai modi ruvidi che fa comodo all'Occidente
Sandro Viola su
la Repubblica

Quel che Vladimir Putin aveva accuratamente preparato, vale a dire un voto plebiscitario a suo favore nelle elezioni legislative di ieri, è cosa fatta. Russia Unita, il partito di cui egli capeggiava le liste, ha stravinto con circa il 63 per cento dei voti. Il Cremlino aveva forse sperato in qualcosa di più: ma il fatto che entreranno alla Duma due altri partiti al guinzaglio del regime, i liberal-nazionalisti del clown Zhirinovskij e Russia giusta (formazione inventata qualche mese fa dagli uomini di Putin) assicura al potere circa il novanta per cento dei seggi parlamentari. I due partiti liberali d'opposizione, Yabloko e l'Unione delle forze di destra, non hanno infatti superato l'1,5 ciascuno.

L'ultima incertezza sull'esito elettorale, che non riguardava certo la vittoria, scontata in partenza, ma le dimensioni plebiscitarie della vittoria (Russia Unita aveva raccolto quattro anni fa solo il 38 per cento dei voti), s'è dissolta nel pomeriggio. Quando si è capito che l'affluenza dei russi alle urne procedeva massiccia, molto più alta che alle ultime elezioni legislative, nonostante le temperature sottozero. Era già il segno che tutto stava andando come il Cremlino aveva voluto, in quanto un'affluenza risicata avrebbe gettato un'ombra sull'effettivo valore politico dei risultati. Verso le dieci di sera a Mosca, le nostre otto, il trionfo è infatti emerso nelle sue impressionanti - anche se molto probabilmente dubbie - proporzioni.

Due elettori su tre avevano votato per Putin, avevano deciso di conferirgli il "diritto morale", come lui stesso l'ha chiamato, di scegliere come e quando continuare alla guida della Russia. Tutto quello che i russi avevano visto e sentito lungo il mese di campagna elettorale, le violenze contro gli oppositori, il largo impiego di danaro pubblico a favore del "partito del presidente", la propaganda di Russia Unita che ricalcava la propaganda sovietica (e un po' ricordava persino i film-giornali dei fascismi europei negli anni Trenta), tutto questo non ha distolto i russi dal votare per il Vozd, il capo.

Bisogna quindi chiedersi ancora una volta da dove provenga, a parte il miglioramento della situazione economica, il consenso dei russi. Lasciamo stare per ora i dubbi sulla correttezza delle votazioni e sul loro computo, già ventilati da alcuni dei quaranta osservatori occidentali, e denunciati vigorosamente dai gruppi di monitoraggio russi in varie città del paese. Di questo si saprà meglio nella giornata di oggi.


E qui sembra chiaro che non è stato soltanto l'uscita dalla povertà comunista e immediatamente post-comunista, a suscitare il consenso attorno al Vozd. Quel che Putin è infatti riuscito a fare, nei suoi anni al Cremlino, è stato far rivivere il mito della potenza russa. La potenza di prima della Rivoluzione e quella dell'Urss. Era del risveglio di questo mito che i russi sentivano il bisogno, per dimenticare le umiliazioni venute dal crollo dello Stato sovietico e poi negli anni convulsi di Boris Eltsin, e Vladimir Putin lo ha risvegliato.

Poco importa che i suoi annunci sulla potenza militare russa siano, come sostengono unanimi gli esperti militari di tutto il mondo, poco più che fanfaronate, essendo oggi le forze armate russe un quarto - per uomini e armamenti - di quelle dell'Urss. Alla maggioranza dei russi bastano infatti gli annunci bellicosi, le sfuriate, gli aut-aut pronunciati di continuo contro l'America e il resto dell'Occidente. Il surrogato, cioè, della potenza d'un tempo.

Ed è evidente che, plebiscitato sul terreno di questi umori e sentimenti, già pronto a guidare la Russia nei prossimi anni, Putin non cambierà certo toni e atteggiamento nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti. La sua azione d'intralcio e disturbo sui versanti più sensibili (dal Kosovo all'Iran e alla questione israelo-palestinese) continuerà probabilmente anche più ostinata e abrasiva di prima.

Quanto al risultato delle elezioni di ieri, vanno notate le opinioni sostanzialmente positive delle banche d'investimento e delle compagnie petrolifere. Questi giudizi si possono riassumere così: la maggioranza dei russi è schierata con Vladimir Vladimirovic Putin, il che significa stabilità del quadro russo. Il conteggio dei voti sarà stato anche scorretto, ma resta che ai russi Putin va bene, mentre quel che di scandaloso hanno visto durante la campagna elettorale di queste settimane (e domani l'eventuale certezza d'una irregolarità del voto) li lascia più o meno indifferenti.

Il consiglio che viene dalla comunità degli affari in Europa e in America, è dunque di volgere lo sguardo da un'altra parte. Lasciare ai russi il giudizio su quel che succede nel loro paese, e concentrarsi invece su argomenti più concreti: il petrolio, il gas, gli scambi commerciali. Ma questo è, esattamente, quel che Putin e i suoi s'aspettano. Il calcolo che devono aver fatto. Nessuno vuole un ritorno alla Guerra fredda, il petrolio russo è più sicuro di quello del Medio Oriente (attorno al quale premono il caos iracheno, il terrorismo e le pericolose ambizioni iraniane), quindi l'Occidente dovrà adattarsi. Zittirsi.

Ma quali esiti possono scaturire da una linea di totale acquiescenza? Se essa prevalesse, molto probabilmente assisteremmo ad una crescita esponenziale dell'arroganza messa in mostra per tutto l'ultimo anno dal Cremlino. Nessuno strappo irrimediabile nei rapporti con l'Europa e gli Stati Uniti, ma un linguaggio insolente, nuove prepotenze nella fornitura dei prodotti energetici, nuove pretese come quella già avanzata nell'estate circa i diritti territoriali russi sulla calotta polare. E in più reazioni aspre, durissime, nel caso che da Occidente giunga una critica. Insomma le stesse ruvide sortite di questi mesi, che per il regime russo hanno un doppio vantaggio. Piacciono molto alla sua opinione pubblica, e non comportano alcun prezzo da pagare.

E' questo, da oggi, il dilemma cui si trovano di fronte i governi europei e quello statunitense. Lasciare che Putin si convinca che tutto gli è consentito all'interno della Russia, e molto - se non quasi tutto - all'esterno, oppure disilluderlo mostrando che ci sono violazioni dei diritti civili, violenze poliziesche, misteriosi omicidi, oltre a colpi di mano sugli investimenti occidentali in Russia, sui quali le nostre società e i loro governi non possono restare in silenzio?


Autocrate vince, autocrate perde
Enzo Bettiza su
La Stampa

Nel momento in cui Vladimir Putin celebra se stesso dopo il referendum di Mosca, un autocrate minore, all'altro capo del globo, Hugo Chávez, piange sul latte versato dopo la sconfitta del referendum di Caracas. L'uno e l'altro hanno giocato, scorrettissimamente, a colpi bassi. Brogli, prepotenze, sgambetti, indimidazioni, abuso dei rispettivi strapoteri politici e petroliferi. Le scorrettezze, a cominciare dalla prima, la combinazione del trono al Cremlino con il seggio alla Duma, non hanno ostacolato la vittoria comunque scontata di Putin. Invece le scorrettezze di Chávez, bloccato al 49%, non l'hanno aiutato a migliorare una posizione già compromessa in partenza. Da una parte un successo annunciato e raggiunto, nonostante sopraffazioni superflue, dall'ansioso presidente russo; dall'altra la scivolata del logorroico presidente venezuelano a ridosso di un traguardo sottile, difficile, che tutta una sequela d'imbrogli non è riuscita a spostare di due percentuali a suo favore. Il paragone non può essere che paradossale. Là dove la falsificazione era inutile il falsario ha vinto. Dove poteva essere utile il falsario ha perso.

L'analisi ora porta a considerare quanto ha ottenuto e otterrà Putin dalla consacrazione a "leader nazionale" che alle decisive elezioni di marzo, quando non sarà più presidente di diritto, dovrebbe però riconfermarlo sotto altre spoglie presidente di fatto. Il colpo grosso è nel fatto che il partito di Putin, Russia Unita, salito al 63% contro la somma di 11, 10, 8 di altri tre partiti, avrà dalla sua oltre trecento seggi con l'aggiunta di quelli satelliti del fascistoide Zhirinovskij e del presidente del Senato Mironov. Sarà da vedere fino a che punto e fino a quando i veterocomunisti, affermatisi come secondo partito della Duma, spingeranno la loro polemica sui brogli; non è da escludere che si stanchino e offrano a Putin un compromesso al ribasso. Ma veniamo al dunque. La schiacciante maggioranza parlamentare, di cui godrà Putin, potrà consentirgli di mettere in cantiere quelle modifiche della Costituzione, utili a mantenerlo al vertice dello Stato, che Chávez invano e suppergiù per le stesse ragioni aveva collocato al centro del suo fallito referendum istituzionale.

L'analisi porta quindi a considerare, nel caso venezuelano, non tanto il futuro ma il presente e il passato prossimo di Chávez. Perché nonostante brogli e frodi ha fallito? Cosa non ha funzionato nella macina falsificante del tonitruante Libertador dell'America Latina, emulo immaginario di Bolivar e gemellastro complessato di Castro? Anzitutto non ha funzionato la pretesa di modificare radicalmente, con circa una settantina di articoli nuovi, una Costituzione imposta da lui stesso nel 1999: ieri perfino una parte di chavisti ha votato contro le intenzioni del leader che essi ritengono autodistruttive. Non è poi piaciuta al 51% degli elettori la megalomania, di fondo totalitario, che induceva l'autoritario Chávez a cambiare la carta costituzionale trasformandola in un certificato di presidenza a vita. Della coalizione che nel 1998 lo portò al potere facevano parte diversi socialdemocratici di sinistra. Essi vedono oggi, nei suoi maneggi contro la proprietà privata, nelle urla contro il dissenso degli intellettuali, negli insulti agli spagnoli e ai nordamericani, nelle profezie utopiche sul "socialismo del ventunesimo secolo", i segnali di una pericolosa e sgradita involuzione di tipo cubano. Non piace neppure la sua tendenza, per così dire "putiniana", a fare del petrolio l'arma d'urto di un presidenzialismo da tempo esorbitante dai limiti e contrappesi democratici.

Intanto nelle masse s'intrecciano sobbalzi fideistici, bruschi scoraggiamenti e un'apatia che finisce per contagiare gli stessi chavisti. Tutto questo, insieme con l'inflazione, la scomparsa dal mercato alimentare di uova e di latte, l'aumento delle criminalità nelle zone più povere, spiega il naufragio del referendum: ha prevalso sia pure di poco, ma non a caso, l'astensione oltre al voto negativo.

Nel successo di Putin hanno contato, assai più che i brogli stupidi, l'elevamento del tenore di vita, la cessazione degli attentati ceceni, la sirena del nazionalismo cantato sullo spartito di un passato grandioso e perduto. Tutto questo, ovviamente, non si scorge nel "socialismo" imposto con sussulti autoritari e onirici da un Chávez che nei giornali esteri fa notizia, mentre in patria suscita avversioni e dubbi diffusi. Del referendum non restano che le frodi visibili e inadatte allo scopo grottesco cui dovevano servire. L'eternità di un'autocrazia personale. Che però si sta rivelando più vulnerabile dell'intramontabile dinastia dei fratelli Castro e meno catafratta delle satrapie per procura nelle defunte democrazie popolari europee.


L'intelligence Usa: nel 2003 l'Iran fermò il progetto atomico
Paolo Valentino sul
Corriere della Sera

WASHINGTON — L'Iran ha interrotto nel 2003 il programma per dotarsi dell'arma nucleare e, se dovesse riprenderlo, non sarebbe comunque in grado di produrre prima di tre o sei anni le quantità di uranio arricchito necessarie per fabbricare un ordigno.
Lo rivela un nuovo rapporto dei servizi Usa, secondo cui "una combinazione di intensificate pressioni e verifiche internazionali ", ma anche "l'opportunità di perseguire per altre vie i suoi obiettivi di sicurezza, prestigio e influenza regionale, potrebbero spingere Teheran a estendere l'attuale blocco del programma".
Pubblicato ogni due anni, il National Intelligence Estimate rappresenta il punto di consenso di tutte le sedici agenzie, fra cui la Cia e la Nsa, in cui si articola lo spionaggio americano. Nel 2005 il giudizio degli analisti era stato molto più allarmante, concludendo che la leadership iraniana era "determinata a sviluppare armi atomiche, a dispetto di obblighi e pressioni internazionali ".
Il nuovo documento getta invece molta acqua sul fuoco alimentato negli ultimi mesi dall'Amministrazione Bush. Ancora in ottobre, il presidente aveva dichiarato che un Iran nucleare "potrebbe portare alla Terza Guerra Mondiale ". Mentre più volte il vice- presidente Dick Cheney, ultimo superstite dei falchi e da sempre fautore di un attacco preventivo contro le installazioni atomiche iraniane, ha promesso "serie conseguenze " se Teheran non avesse abbandonato il programma.
La Casa Bianca ha cercato comunque di far buon viso: "Il rapporto contiene alcune notizie positive — ha detto il Consigliere per la Sicurezza nazionale Stephen Hadley — conferma che facevamo bene a preoccuparci del tentativo iraniano di sviluppare armi atomiche e ci dice che abbiamo compiuto progressi nell'assicurare che ciò non avvenga. Ma l'intelligence ci dice anche che il rischio di un Iran nucleare rimanga un problema molto serio". Più significativo è che secondo l'Amministrazione, ci siano ora "ragioni di speranza, che il problema possa essere risolto diplomaticamente, senza far ricorso alla forza, come noi abbiamo cercato di fare". Le conclusioni dell'intelligence potrebbero anche avere conseguenze sulla campagna presidenziale, dove il tema dell'Iran ha fin qui segnato una delle divisioni più nette tra democratici e repubblicani. L'analisi dovrebbe favorire i primi, visto che i candidati conservatori hanno tutti, senza esitazioni, sposato la linea dura, sostenendo che l'Iran fosse a un passo dalla costruzione di una bomba.



  4 dicembre 2007