prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26-27 novembre 2007


Berlusconi: "La Cdl era un ectoplasma"
"An e Udc mi hanno fatto perdere". Cesa: no, troppe leggi ad personam
"Sto facendo quello che faceva don Sturzo quando lanciò il suo Partito popolare"
Gianluca Luzi su
la Repubblica

ROMA - «La Cdl era una specie di ectoplasma». In collegamento telefonico con l´assemblea azzurra di Milano, Silvio Berlusconi mette l´ultimo timbro sul certificato di morte della ex Casa della Libertà ridotta allo stato di fantasma e dà la colpa a Fini e Casini di avergli fatto perdere le elezioni del ´96. «Consiglierei a Berlusconi di fare uno sforzo di umiltà», gli suggerisce il segretario dell´Udc Cesa, che accusa il Cavaliere di avere «le principali responsabilità perché troppo spesso ha anteposto i propri interessi privati a quelli generali del Paese». Accuse «ingiuste e ingenerose», si ribella Cicchitto. Quella di Berlusconi «non è presunzione, è solo esuberanza», spiega l´onorevole Carfagna in contradditorio tv con Cesa.
Berlusconi non sembra curarsi troppo delle proteste degli ex alleati e senza preoccuparsi di apparire presuntuoso si paragona a don Sturzo, il fondatore del Partito popolare.

Paragoni storici a parte, Berlusconi si preoccupa prima di tutto di traquillizzare i militanti di Forza Italia che «saranno iscritti automaticamente al nuovo partito. E questo è un segno di continuità e insieme di rinnovamento». Poi difende la sua strategia, fallita, della spallata e accusa Fini e Casini di averlo ostacolato. «Contro questo governo abbiamo fatto una forte battaglia in Parlamento ma io non ho più potuto convocare la Casa delle Libertà perchè era una specie di ectoplasma».

Per tutto questo, conclude Berlusconi, «la domanda era: come possiamo andare avanti con questi alleati che ci hanno fatto perdere le elezioni del 1996 e ci hanno condizionato mentre eravamo al governo?». Di conseguenza Berlusconi ha deciso il colpo di teatro dal predellino della macchina in piazza San Babila. Che però ha provocato seri contraccolpi anche dentro Forza Italia. Adornato non aderirà. Sanza lascerà il partito: «Il superamento di Forza Italia verso un Pdl che non comprende An e Udc, partiti storici del centrodestra, è un atto disperato, privo di strategia, che cambia i connotati di Forza Italia, ma approfondisce il solco con gli alleati e indebolisce l´intero centrodestra».



Migranti, decreto flussi: le domande solo on-line
sommari de
l'Unità

Da mercoledì sarà possibile scaricare dal sito del Ministero dell'Interno il software per compilare e presentare le domande per usufruire del decreto flussi, che da quest'anno deve essere inoltrata esclusivamente per via telematica. Una possibilità per 170 mila lavoratori.


Conflitto d'interessi carsico
una lettera di Stefano Passigli su
La Stampa

Caro direttore, il dibattito sul conflitto d'interessi ha avuto un andamento carsico: scompare per riapparire improvvisamente, ma non per giungere a una seria legge bensì per servire altri fini. La sua storia lo dimostra. Nel 1994 presentai la prima legge: era una proposta severa, fondata sull'incompatibilità tra cariche di governo e controllo di rilevanti posizioni nell'informazione. Il cuore del conflitto d'interessi - come dimostra l'attuale caso Rai-Mediaset - risiede infatti più che nella possibilità di avvalersi del potere politico per favorire i propri interessi economici (come pur è avvenuto), nella possibilità di sfruttare posizioni rilevanti nell'informazione per manipolare la formazione del consenso, alterando così uno dei principi fondamentali della democrazia. La mia proposta, approvata dal Senato con il voto del centro-sinistra e della Lega, trasmessa alla Camera decadde per la fine anticipata della legislatura. Dopo le elezioni del 1996, cercai di dare alla proposta una solida base costituzionale inserendone il principio nel testo di riforma in discussione alla Bicamerale. Fallita questa per volontà di Berlusconi, come relatore al Senato bloccai la prima proposta di legge Frattini, viziata da gravi difetti sfuggiti all'esame dei deputati che avevano unanimemente approvato una disciplina del tutto inadeguata a prevenire il conflitto. Nella scorsa legislatura, infine, stesi la proposta che l'Unione contrappose a una nuova legge Frattini che il centro-destra, forte della sua schiacciante maggioranza, riuscì infine a fare approvare, non risolvendo peraltro il problema essendo tale legge destinata più a nascondere i casi di conflitto che a prevenirli.

Ricordo tutto questo non tanto per vantare che pochi più di me hanno titolo per chiedere l'approvazione di una legge sul conflitto di interessi, quanto per sottolineare che il centro-sinistra ha avuto molte occasioni per farlo, e dunque per affermare con chiarezza che tornare a parlare di conflitto d'interessi ogni qualvolta si profili la possibilità di una riforma consensuale delle nostre istituzioni e della legge elettorale è quantomeno sospetto. In un mio libro del 2001 dedicato all'argomento (Democrazia e conflitto di interessi. Il caso italiano), ho suggerito che se in parallelo ai lavori della Bicamerale la maggioranza di centro-sinistra avesse approvato la legge sul conflitto di interessi in almeno un ramo del Parlamento minacciando di condurla in porto se la Bicamerale fosse fallita, forse Forza Italia non ne avrebbe decretato la fine e oggi godremmo di un sistema e di una legge elettorale più adeguati.

Resta il fatto che il centro-sinistra non si prestò allora a trattative e baratti tra una legge sul conflitto d'interessi e le riforme istituzionali (cosa che torna a onore del presidente della Bicamerale e degli altri leader di Ds e Ppi). E resta il fatto che oggi sarebbe profondamente contraddittorio tacciare di «inciucio» una seria e trasparente trattativa sui contenuti di una riforma costituzionale ed elettorale, e reclamare invece una legge sul conflitto d'interessi o avvalersi della riforma del sistema radiotv in discussione alla Camera per ostacolare la ricerca di un accordo bipartisan. La vicenda dei contatti Rai-Mediaset deve trovare soluzione nell'ambito di provvedimenti disciplinari all'interno della Rai, ma sarebbe grave se essa fosse assunta a pretesto per far deragliare il cammino di una nuova legge elettorale. Credo che la prevenzione del conflitto d'interessi sia un elemento essenziale di ogni democrazia, ma ritengo anche che vi sia una scala di urgenze, e che oggi in Italia la riforma della legge elettorale debba avere priorità su ogni altro tema. Sul modello tedesco, e sulle limitate modifiche costituzionali che esso implica, vi è una seria possibilità di accordo. Un'occasione da non perdere.


Partita doppia
Massimo Giannini su
la Repubblica

CRONACHE da un altro mondo. Un partito laburista vince le elezioni con una solida maggioranza, 83 deputati su 150. Può governare da solo, anche se conterà sul voto coalizzato dei Verdi. Il premier conservatore, sconfitto, telefona al leader vincente: "concede" la vittoria, saluta e se ne va. Non è Marte. È l'Australia, dove la sinistra riformista di Kevin Rudd, dopo dodici anni di dure battaglie politiche, è tornata al potere battendo la destra conservatrice di John Howard. Miracoli del sistema maggioritario. Semplice, efficace, trasparente.

Le cronache del nostro mondo sono altrettanto "marziane". Ma per ragioni opposte. Raccontano di un Paese in cui fior di professori rimpiangono una mai esistita "età dell'oro" del proporzionale, fior di politici fingono di credere a un dialogo sulla riforma della legge elettorale con la ragionevole certezza che, purtroppo e salvo sorprese clamorose, un accordo per cambiarla non si troverà. Questa settimana si gioca un partita doppia. Veltroni scommette tutto nel confronto sulle riforme con i dirigenti dell'opposizione, Prodi scommette tutto nello scontro sul Welfare con i dissidenti della maggioranza. Ma forse, nell'uno e nell'altro caso, di realmente decisivo non ci sarà granché. …
Si ballerà fino a Natale, e oltre. Sul Welfare, dopo tante retromarce e altrettante fughe in avanti, il governo sembra aver trovato un compromesso sull'unica scelta sensata, che in realtà non sarebbe mai dovuta tornare in discussione. Si torna al punto di partenza, cioè al testo varato in Consiglio dei ministri, sulla base dell'accordo sottoscritto con le parti sociali il 23 luglio, e approvato da 5 milioni di lavoratori con tanto di consultazione nelle fabbriche. Questa mossa ristabilisce le regole della concertazione, restituendo al loro ruolo negoziale la Confindustria e i sindacati.

Placa gli ardori "liberaldemocratici" di Dini, che avrebbe qualche difficoltà a giustificare la caduta del governo per un no alle norme sullo staff leasing. Scontenta la sinistra radicale, con la quale tuttavia il premier già prefigura misure di compensazione sulla lotta al precariato. In questo scenario, Prodi supera un altro ostacolo. Ma rimette il suo destino all'ordalia di fine anno, quando la Legge Finanziaria tornerà al Senato in seconda lettura. Solo lì, nella resa dei conti finale tra i centristi di Dini e i comunisti di Giordano e Diliberto, si capirà se il governo regge.

Anche sulla legge elettorale ogni possibile svolta è rinviata a gennaio. Sarà la Corte costituzionale, con il suo quasi certo via libera ai quesiti, a innescare sul serio la bomba ad orologeria del referendum. E solo in quel momento si vedrà chi vuole davvero un accordo, per impedirne lo svolgimento, e chi invece punta le sue carte sul pronunciamento del "popolo sovrano", per lucrarne i vantaggi. Ma nel frattempo, anche ieri, qualche movimento si è prodotto.

In attesa del primo faccia a faccia con Berlusconi, in agenda per venerdì prossimo, Veltroni ha incontrato Fini. Sul modello elettorale non c'è stata alcuna intesa, né poteva esserci. Il Pd oscilla, dal sistema tedesco al modello misto cucito su misura da Vassallo, tendenzialmente proporzionale. An, al contrario, per coerenza non si sposta dall'impianto bipolarista, e tendenzialmente maggioritario. Ma dopo quell'incontro si fissano almeno quattro punti fermi, sull'incerto sentiero delle riforme.

Primo: si può dialogare con tutti, anche con quelli che per un anno e mezzo ti hanno preso a schiaffi, gridando al golpe. Non è scritto forse nel programma dell'Unione che il centrosinistra non ripeterà l'errore del Titolo V, poi clamorosamente ribadito dal centrodestra con la devolution, e che nessuna riforma di sistema sarà più varata a maggioranza? Secondo: si deve dialogare con tutti, senza canali preferenziali con nessuno. Terzo: le leggi sul conflitto di interessi e sull'assetto del sistema radio-tv sono necessarie per la qualità della nostra democrazia, ma non possono essere merce di scambio nella trattativa con il Cavaliere. Quarto: si può e si deve dialogare su tutto, non solo sulla legge elettorale ma anche sulle riforme istituzionali: dal bicameralismo ai regolamenti parlamentari.

Forse è proprio quest'ultimo, il paletto più importante piantato da Veltroni con Fini. Se la stessa disponibilità sarà espressa anche dall'Udeur di Casini e dalla Lega di Bossi, forse cadrà la più inaccettabile delle pregiudiziali fin qui poste dall'opposizione. Berlusconi resterà l'unico a dire no alle riforme istituzionali, perché "sarebbero solo un espediente per far durare il governo Prodi". Se la sentirà il Cavaliere di assumere una posizione così ostinatamente solitaria, e così palesemente strumentale?

Può darsi che la tentazione del Cavaliere sia proprio questa, come ha scritto Roberto D'Alimonte sul Sole 24 Ore: far saltare tutti i tavoli, cavalcare selvaggiamente il referendum e presentarsi subito dopo alle elezioni in splendida solitudine. Uno contro tutti, a caccia del "premio" che lo farebbe governare da solo. Silvio e il suo popolo. Senza mediazioni, senza parrucconi. Per lui è un sogno, per noi è un incubo.

Oppure, al contrario, può darsi che nel suo inesauribile, parossistico "fregolismo" politico, il Cavaliere punti davvero a un governo di larghe intese, e poi al Quirinale. Dal bipolarismo coatto al bipolarismo contraffatto. Altro che lezione australiana.


Sulla strada del dialogo le ombre incombenti di Prodi e Berlusconi
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Per ora, più che i singoli colloqui conta il messaggio che Walter Veltroni cerca di trasmettere. Si tratta di usare il dialogo come fonte di ulteriore legittimazione del segretario del Pd; e di costruire un profilo e una leadership paralleli a quella di Romano Prodi: possibilmente senza entrare in conflitto col premier. L'incontro di ieri con il capo di An, Gianfranco Fini, il primo di una serie, si è concluso con un accordo e un disaccordo. Ma il faccia a faccia è stato sovrastato da quello che ci sarà venerdì prossimo con Silvio Berlusconi. Ufficialmente si è discusso di sistemi di voto e riforme della Costituzione. In realtà, l'attenzione è alla durata del governo e al referendum.
Per Fini l'assillo principale è di non dare la sensazione di appoggiare Prodi in odio al Cavaliere. L'idea di passare per una stampella del governo nel momento in cui si accetta la trattativa, lo ha indotto a precisazioni singolari, nella loro scontatezza. Riaffermare, come ha fatto il leader di An, che un dialogo sulle riforme non significa «sostegno o benevolenza» verso il presidente del Consiglio, serve a prevenire le accuse dell'elettorato di centrodestra. Aggiungere che il dialogo si spezzerebbe in caso di caduta del governo, vuole rafforzare l'impressione di un tentativo obbligato. Ma aggiungere che Berlusconi sbaglia a parlare solo di riforma elettorale, prefigura tempi lunghi.
È indicativo l'accenno di Fini al referendum elettorale che in assenza di un'intesa forse si celebrerà a primavera del 2008. Non sarebbe «una sciagura ma un'eventualità», a suo avviso.
E le sue parole sono uno schiaffo a Umberto Bossi, che ieri sera si è visto con Berlusconi e continua invece a considerarlo una iattura.

Lo stesso segretario del Pd è attento a tutte le indicazioni. Ma ribadisce che la durata del governo non è argomento di trattativa. Teme l'accusa di essere cedevole nei confronti di Berlusconi. Significherebbe creare reazioni negative nell'Unione; e irritare gli alleati minori di Prodi, col rischio di scaricare i loro malumori sulla coalizione.

Le bordate dei prodiani Parisi e Bindi contro il ritorno al passato che sarebbe rappresentato dal proporzionale, sono per Veltroni. E vogliono fare apparire il sindaco capitolino come il rappresentante di una porzione, non di tutto il centrosinistra. La risposta veltroniana è che «bipolarismo e proporzionale non sono incompatibili». Non basta, però, a svelenire un'offensiva che tende a delegittimare il dialogo. Gli inviti a tenere distinti conflitto di interessi e riforme elettorali impongono paletti artificiosi. Va da sé, infatti, che il leader del Pd non potrebbe fare a Berlusconi nessuna concessione del genere. Adombrare il contrario, punta solo a delegittimarlo, alimentando sospetti di scambi inconfessabili.


La guerra di successione
Adriano Sofri su
la Repubblica

La crisi c´è, di nervi. Ho controllato la data di nascita di Silvio Berlusconi: 29 settembre 1936. Ha 71 anni. L´aspettativa di vita di un maschio italiano di oggi supera i 78 anni (gli 84 per una donna, ammesso che riesca a scampare ai maschi, italiani e no). Benché Berlusconi possieda più o meno 30 mila miliardi di vecchie lire, e vivere sotto una cifra tale non debba essere facile, bisogna immaginare, a parte gli auguri migliori, che disponga almeno di una decina d´anni di vita e di attività.
Se invece vivesse, diciamo, come Mao Zedong, 83 anni pieni, gliene resterebbero altri 12. Dico Mao non a caso, come vedremo. Questi strampalati calcoli – che il signor B. perdonerà: lui è superstizioso, portano bene – mettono a fuoco la questione. Il centrodestra ha, da alcuni anni, e più decisamente dopo la sconfitta nelle politiche scorse, un´unica ragion d´essere: il dopo-Berlusconi, e più esattamente la guerra di successione a Berlusconi. Berlusconi, senza il quale quel centrodestra non sarebbe esistito (e purtroppo nemmeno una buona parte del centrosinistra) è oggi, con i suoi tredici anni di carriera tirata, un navigato uomo politico. Ma prova ancora, e magari riesce, a mostrarsi come un outsider, un prestato alla politica, uno di passaggio. Ha il suo tornaconto: una tasca per la politica, una per l´antipolitica. Perfino tutti quei soldi, poveretto, ai quali nessuno riesce neanche per un momento a non pensare guardandolo, funzionano come un segno di estraneità: che cosa volete che gliene importi a lui della pensione da parlamentare, che per tanti bravi padri di famiglia è un così fatale traguardo. Nel feudalesimo italiano, il centrosinistra soccombe ai valvassini, il centrodestra ai vescovi-conti. Berlusconi è riuscito a convincere della propria provvisorietà in politica, oltre che se stesso, anche i suoi alleati, che hanno pazientemente fatto la loro parte, e poi, un po´ più impazienti, hanno cominciato a mordere il freno e a immaginare il proprio posto in un futuro senza Berlusconi, che davano per scontato – gli intrusi della politica (è la traduzione esatta di outsider) infatti, come sono venuti, se ne andranno – e cui anzi hanno pensato di dare una spintarella. Così, a più riprese, sembrando Berlusconi sul punto del commiato e del congedo, i comandanti in seconda (il primo è uno, i secondi sono folla) hanno fatto la loro corsa, mista di sortite e frenate e zigzag. Costoro, piccolo plotone, hanno affidato alla politica, chi più spericolatamente, come Casini, chi più prudentemente, come Fini, le sorti della propria personale aspirazione alla successione. Ma Berlusconi non si toglieva di mezzo, e anche quando l´universa politologia lo decretava spacciato – penultimo esempio, all´indomani delle elezioni del 2006, ultimo esempio, all´indomani della spallata mancata sulla Finanziaria – tornava a drizzarsi loro davanti, con quel sorriso stampato da omino del Brylcreem. L´ultima resurrezione, sulla gloria del predellino, minaccia il colpo di grazia agli alleati in seconda. Già nei giorni precedenti, imploso il centrosinistra, il centrodestra era esploso, e i suoi notabili dicevano ad alta voce quello che si dovrebbe solo sussurrare nella penombra di un bar minato di microspie. C´era, in quella brusca caduta dei freni inibitori, qualcosa di penoso, una indigestione di bocconi amari, e qualcosa di maramaldo, la liquidazione senza benservito di un padronaggio troppo protratto.
È qui, direi, che i proci di Berlusconi hanno accusato il colpo, hanno sentito perduta la battaglia della pazienza e della manovra politica, e si sono abbandonati alla biologia, cioè all´anagrafe. Con una rassegnazione disarmante, Fini l´ha detto: io ho vent´anni di meno. Vuol dire: si arrampichi pure sul predellino, faccia pure il suo appello plebiscitario, mi porti pure via il tappeto di sondaggi di sotto i piedi, ma fra vent´anni io avrò gli anni che lui ha oggi, e lui… Se non la politica, o la storia, sarà la natura a vendicarmi. Non è l´unico indizio della crucialità della questione ereditaria.

L´indizio più certo l´ha dato Giuliano Ferrara, evocando a proposito della mossa di Berlusconi – che ci abbia messo o no lo zampino – l´ordine di aprire il fuoco sul quartier generale impartito da Mao nel 1966, che scatenò la Rivoluzione Culturale. Ferrara non esclude nessuna freccia dal proprio arco, e a suo modo ha fatto molto per il Partito Democratico, e fa moltissimo per il Partito del Popolo, ma poi, al momento di dichiararli marito e moglie, vedrà sfumare la cosa come al solito.

Bene: il Mao che lanciò la Rivoluzione Culturale aveva 73 anni, due più di Berlusconi oggi, era poco meno che ostaggio di un apparato che si contendeva alla sua ombra l´eredità dogmatica e la successione al potere, e rovesciò le regole del gioco. Durò al potere, più o meno, altri dieci anni, sacrificò i milioni, e alla fine non poté impedire che i superstiti dentro l´apparato riprendessero il sopravvento: tuttavia si cavò le sue soddisfazioni. Il paragone "cinese" fissa la questione nei suoi termini essenziali: Berlusconi è tutt´altro che pronto a uscire di scena, battuto, o rassegnato a passare la mano. Ha davanti a sé ancora un buon tratto di strada da fare, divertendosi al gioco della politica e dell´antipolitica, re in proprio o Queen-maker (regina è la folla). Ma soprattutto ha una gran voglia di mandare gambe all´aria il tavolo della successione naturale e ordinata. Mandare all´aria tutto, qualche ora dopo che tutti gli allestivano il funerale politico, e senza nemmeno i conforti della religione, dev´essere una vera pacchia. La Rivoluzione culturale rispondeva all´avarizia e al gusto del ripudio che anche sul letto di morte prende i veri sacerdoti del Potere. Nel nostro piccolo Berlusconi fa la stessa cosa con "la classe dirigente" del centrodestra, promuove al ruolo di Jiang-Qing la signora Brambilla – si licet – e vuol cavarsi la soddisfazione di un estremo e autentico peronismo, lui solo sul balcone, e il popolo italiano, cioè il pubblico del Bagaglino, di sotto nella piazza.



Mastella chiede di bloccare la fiction su Totò Riina
«Ne fa un eroe. Non l'ho vista, ma lo so per certo»
L'appello Il ministro della Giustizia a Canale 5
Fabrizio Roncone sul
Corriere della Sera

Ministro Clemente Mastella, e così lei vorrebbe vietare la messa in onda su Canale 5 dell'ultima puntata de «Il capo dei capi», una fiction ispirata all'ex boss di Cosa nostra, Totò Riina: è esatto? «Guardi, io non ho il potere di vietare niente e a nessuno, in un'azienda privata. Però, in quanto ministro di questa Repubblica, posso comunque esprimere l'auspicio che almeno l'episodio conclusivo di una fiction assolutamente, anzi drammaticamente diseducativa, che esalta la figura di un criminale, venga visto da qualche milione di italiani in meno. Le sembra una cosa così bizzarra?».
La voce del ministro arriva metallica, nel telefonino cellulare. Sicilia, Gela: il responsabile della Giustizia è arrivato per consegnare le chiavi del nuovo carcere mandamentale, che sorge in contrada Ponte Olivo. La scena: cronisti, cameramen locali, piccola folla di curiosi. Mastella raccoglie subito le prime domande, relative alla polemica scatenata proprio da una sua iniziativa, e che ha già portato alla sospensione, su Raiuno, di un'altra fiction: «La vita rubata », storia di Graziella Campagna, uccisa a 17 anni perché testimone oculare e involontaria di un delitto mafioso. «No, mi scusi, le due vicende viaggiano su binari diversi». Può spiegare, signor ministro? «Allora, la fiction della Rai. Mi scrive il presidente della Corte d'Appello di Messina e mi dice: guardi che quella fiction prevista dalle reti di Stato rischia di turbare la serenità dei giudizi dell'Assise che, dal prossimo 13 dicembre, si riunirà proprio per decidere sul processo che riguarda l'assassinio della Campagna». E lei? «Io ho solo girato questa lettera al Csm, alla Rai e alla Commissione di vigilanza parlamentare. Ho avviato un iter, come dire? burocratico. Questa fiction su Riina, invece, è ben altra cosa. Per me gravissima, immorale».

Cos'è che non le piace, signor ministro, della fiction su Riina? «Allora, mi ascolti bene... primo, io la fiction nemmeno l'ho vista...». No, signor ministro, aspetti: non l'ha vista, e la boccia? «E certo, e si capisce. Ho degli informatori, io, gente di cui mi fido e che mi ha descritto l'alto tasso di immoralità. Alla fine, mi dicono, Riina viene descritto come un eroe positivo...». Questo, veramente, l'ha detto anche il pm della procura di Palermo, Antonio Ingroia. «Lo hanno detto tutte le persone oneste e in buona fede». Ministro, ma... «Senza ma, le dico che Rai e Mediaset, quando decidono di affrontare temi delicati come quelli della mafia, dovrebbero fare attenzione a chi scrive i soggetti delle storie, a chi scrive le sceneggiature».



La moschea di Bologna e quella legge del 1948
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

All'inizio degli anni Sessanta un quotidiano nazionale pubblicò, per non incorrere nell'ingiunzione di un magistrato, la rettifica di un detenuto realmente rinchiuso nel carcere di San Vittore, in cui negava di essere mai stato arrestato e denunciava che, a suo avviso, l'aver scritto che si trovasse incarcerato rappresentava un fatto lesivo della sua onorabilità. A calce della rettifica palesemente infondata che negava l'evidenza del fatto, il quotidiano specificò: «Prendiamo atto che la lettera proviene dal carcere di San Vittore». Questo può accadere in Italia perché la legge n. 47 dell'8-2-1948 prescrive che «il direttore è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità». Cioè è sufficiente che siano «ritenuti lesivi» anche se sulla base del più assoluto arbitrio, non che lo siano effettivamente sulla base di prove inconfutabili, per obbligare il giornale a pubblicare la rettifica entro due giorni. Trascorso questo termine «l'autore della richiesta di rettifica (…) può chiedere al pretore, ai sensi dell'articolo 700 del codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione». Ed è così che la nostra stampa finisce per diventare il ricettacolo di scritti che dicono tutto e il contrario di tutto, che mettono sullo stesso piano e attribuiscono pari valore al vero e al falso.
Ebbene corrisponde allo stesso atteggiamento arbitrario e menzognero, fondato sulla mistificazione e negazione della realtà, la lunga lettera dell'Ucoii, a firma del suo presidente Mohamed Nour Dachan, pubblicata dal Corriere il 9 novembre scorso. In essa si negano con la massima spregiudicatezza quattro fatti manifesti e documentati: 1) che l'Ucoii sia la controparte del Comune di Bologna nell'assegnazione di una mega-moschea; 2) il legame ideologico, religioso e giuridico dell'Ucoii con i Fratelli Musulmani e con l'apologeta del terrorismo islamico Youssef Qaradawi; 3) la predicazione d'odio, di violenza e di morte dell'Ucoii contro Israele e legittimante il terrorismo palestinese di Hamas; 4) la sospensione della Consulta per l'islam d'Italia proprio a causa delle posizioni inaccettabili dell'Ucoii su Israele e sull'intesa con lo Stato. Da parte dell'Ucoii tutto ciò avviene all'insegna della taqiya, la dissimulazione, eretta a precetto di fede per imporre il proprio potere teocratico e assolutista, così come ammesso nella versione italiana del Corano a cura dell'Ucoii a commento dei versetti 105-106 della sura XVI.
Basti considerare, per quanto concerne la dissimulazione e negazione della realtà sul progetto della mega-moschea di Bologna, come ha rilevato anche Marco Guidi sul Resto del Carlino del 12 novembre, che: 1) il terreno di via Felsina, oggetto di permuta con il terreno della futura mega-moschea, appartiene all'Ente gestione beni islamici, ovvero Al Waqf Al Islami, organizzazione dell'Ucoii ( http://www.islam-ucoii.it/ vedi alla sezione «Chi siamo»); 2) il Centro di cultura islamica di Bologna diretto da Radwan Altoungi, futuro gestore della moschea, è associato all'Ucoii, come dichiarato sia nello Statuto di questa associazione, sia nel sito
http://www.corano.it/menu_sx.html; 3) in un documento ufficiale del Comune di Bologna del 18 ottobre 2007 ( http://www.comune.bologna.it/ partecipazione/culto-islamico.php) si afferma che «l'organizzazione nazionale alla quale è affiliato il Centro (di cultura islamica di Bologna, ndr) è l'Ucoii».
Lancio dunque un accorato appello al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, quale massimo garante della Costituzione, al governo e al Parlamento tutori dell'interesse nazionale, affinché intervengano subito e con determinazione per abrogare quest'incivile e insana norma penale che dà facoltà a un pretore di imporre a un giornale di pubblicare delle menzogne, senza alcuna verifica giudiziaria della loro fondatezza e veridicità.
Proprio questo relativismo cognitivo ed etico è il male diffuso che alimenta in seno alla nostra società la perdita della certezza nella verità che si radica nei fatti e il venir sempre meno della fiducia nelle istituzioni rappresentative dello stato di diritto e della democrazia.


La minaccia talebana
Gabriel Bertinetto su
l'Unità

A dicembre l'Italia raddoppia. Oltre al comando della regione militare Ovest, che già detiene da alcuni anni, il nostro contingente riceverà dalla Nato anche il comando a Kabul della missione Isaf (Forza internazionale di assistenza per la sicurezza) nel suo complesso.

Non cambiano le zone di insediamento delle nostre truppe. A Kabul infatti siamo già presenti con un migliaio di soldati, così come altri 1300 sono dislocati a Herat e dintorni. Ma aumentano considerevolmente le responsabilità, benché al ministero della Difesa si faccia notare che si tratta di un normale avvicendamento e si ricorda che non è la prima volta che la Nato affida all'Italia la guida complessiva della missione. Avvenne già fra l'estate del 1905 e la primavera successiva ed allora toccò al generale Del Vecchio.

Stavolta però il passaggio di consegne avviene nel momento in cui il pericolo talebano si rivela sempre più minaccioso, e non più soltanto nelle province meridionali, dove «gli studenti del Corano» hanno sempre avuto le loro roccaforti, sin dagli inizi della conquista del potere fra il 1994 ed il 1996.

Nel momento in cui, il 6 dicembre prossimo, un ufficiale italiano subentrerà all'americano Dan McNeil al comando generale dell'Isaf, il contingente italiano sarà rafforzato con l'invio di 250 nuovi elementi. A quel punto gli effettivi saranno più o meno al massimo consentito dal decreto approvato l'anno scorso che fissa il tetto a circa 2500.

L'attentato in cui ha perso la vita sabato il maresciallo capo Daniele Paladini è stata solo l'ultimo tragico evento in una catena di episodi che dimostrano la penetrazione delle bande ribelli a Kabul e dintorni. Il centro di studi strategici inglese Senlis prevede addirittura che nel 2008 i seguaci del mullah Omar avranno nella capitale una presenza permanente. Con una frase ad effetto il rapporto del Senlis sostiene che la questione non sia più «se i talebani arriveranno a Kabul, ma quando», e prevede che ciò avvenga appunto non più tardi dell'anno prossimo.

Se ciò avvenisse davvero, il quadro della crisi afghana muterebbe in maniera allarmante, perché sino a poco tempo fa l'area della capitale era considerata dal punto di vista della sicurezza una sorta di isola felice. Ma anche qui la frequenza degli attentati terroristici quest'anno è cresciuta, benché in termini assoluti, la quantità degli attacchi rimanga molto più numerosa ed il numero delle vittime molto più alto al Sud, nelle province di Kandahar, Uruzgan, Zabul, Helmand, e nelle aree orientali al confine con il Pakistan.

Il Senlis valuta che ormai il 54% del suolo afghano ospiti insediamenti talebani stabili e strutturati. In alcuni distretti i rivoltosi controllano non solo militarmente villaggi e cittadine ma hanno messo le mani sulle attività economiche locali, gestiscono strade e impianti energetici. Questi sviluppi trascinano con sé anche un preoccupante effetto di natura psicologica, e cioè la percezione diffusa fra la popolazione che i mullah stiano tornando al potere e che sia pericoloso opporsi.

Meno pessimiste, ma ugualmente drammatiche sono le stime dell'intelligence italiana. Secondo l'ex-Sismi, ribattezzato Aise, sei province sono interamente in mano talebana, ed i ribelli ricevono aiuti costanti in armi, uomini e finanziamenti, dal vicino Pakistan.

Non si cullano in ottimistiche previsioni nemmeno gli esperti americani. Ai successi militari delle truppe statunitensi in Afghanistan non hanno corrisposto vittorie strategiche, tanto da indurre la Casa Bianca a ridimensionare gli obiettivi politici realizzabili. Malgrado la perdita di molti uomini negli scontri con le forze regolari e le truppe straniere loro alleate, i talebani hanno riacquistato il controllo di zone da cui erano stati cacciati e alimentano il caos ricorrendo sempre più frequentemente agli attentati suicidi. Il narcotraffico fiorisce, tanto da costituire la principale fonte di produzione del reddito nazionale, ed è proprio dai legami con i coltivatori e commercianti di oppio che i gruppi armati antigovernativi traggono la principale fonte di sostentamento.



Taser, il manganello che uccide: sette morti in un mese
su
l'Unità

Dovrebbe solo stordire. Invece uccide. Tre morti in Canada nel giro di un mese, quattro negli Stati Uniti nel giro di una settimana.
L'ultima vittima è Robert Knipstrom, 36 anni, morto domenica in ospedale a Vancouver, dopo essere stato colpito dalle scariche da 50 mila volt delle controverse armi in dotazione delle Giubbe Rosse canadesi, della polizia americana e in molti stati d'Europa.
Si tratta della terza morte in un mese e della seconda vittima a Vancouver da ottobre, quando l'immigrato polacco Robert Dziekanski è rimasto ucciso dopo una doppia "stoccata" letale al Taser all'aeroporto internazionale e il video raccapricciante ripreso da un turista è finito sulle tv di mezzo mondo.

I tre decessi non hanno provocato al momento alcuna sospensione dell'uso dei Taser, strumenti per il mantenimento dell'ordine pubblico che sempre più vengono messi sul banco degli imputati dalla comunità internazionale.

La scorsa settimana a Ginevra la Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite ha condannato l'uso dei Taser affermando che in certi casi, come nel potente modello X26 adottato dalla polizia portoghese, le pistole elettriche «possono provocare la morte».
Secondo le stime di Amnesty International i Taser in dotazione alla polizia avrebbero provocato la morte di circa 150 persone dal 2001 solo negli Usa e in Canada: «Il loro pericolo è che sembrano sicuri, che sembrano facili da usare, ed è dunque naturale che la polizia li usi con sempre maggiore frequenza e rapidità di una pistola», ha detto Larry Cox, direttore esecutivo Usa dell'organizzazione per i diritti umani.
Amnesty non è stato l'unico organismo ad aver attirato l'attenzione sulla pericolosità delle pistole elettriche prodotte da una società, Taser International, di Scottsdale, Arizona: nel novembre 2004 l'Air Force Research Laboratory aveva pubblicato la notizia che Taser e apparecchi analoghi provocano acidosi nel sangue col rischio di alterazioni del ritmo cardiaco e di un potenziale arresto del battito del cuore.


  27 novembre 2007