
sulla stampa
a cura di G.C. - 22 novembre 2007
Evviva, la destra s'è rotta
Antonio Padellaro su l'Unità
È andata così. Ronchi di An, a brutto muso, dice alla Brambilla, lady berlusconiana: "Io ti ho fatto parlare, ora tu fai parlare me". La Maria Vittoria reagisce inviperita. Buttiglione sembra un pugile suonato e mena cazzotti al vento. Maroni ride per non piangere e fa strane smorfie. I toni si alzano sulle macerie fumanti della Cdl appena picconata dal proprietario legittimo. Intanto Feltri sparge sale grosso sulle ferite. È una questione di gnocca, spiega con l'inconfondibile stile. Fini innamorato di una bella ragazza navigata. Striscia la notizia che fa dell'ironia pesantuccia su fanciulla e fidanzato. Il quale accusa il Berlusca di essere il regista della presa in giro. Silvio che nega. L'altro che minaccia di votare la Gentiloni assestando una bella piallata alla pubblicità di Mediaset. Insomma, un casino.
Manca poco alla mezzanotte di lunedì 19 novembre e a "Matrix", Canale 5, dopo un'attesa durata sette anni si realizza il mio (il nostro) sogno impossibile. Assistere al disfacimento della destra in diretta televisiva. Lo stridio irato di quelle voci. Quelle parole tirate addosso. Quella rabbia sulle vene del collo. E poi, (lode alla regia) quei primi piani, quelle facce tese, pallide, scosse, smarrite. Confesso che ho gioito, sentendomi in sintonia con l'esultanza di Romano Prodi che di fronte al crollo della Cdl ha giustamente detto ai suoi: godiamoci questo momento. Come dargli torto? Come Clay ha preso botte per sette round. Verso la fine dell'ottavo, bum, Foreman al tappeto e sogni d'oro.
Lo so che non è bello ridere sulla disgrazie altrui. Lo so che il dileggio dell'avversario non appartiene a chi si fa carico dei problemi del Paese.
Lo so che Veltroni non ne può più delle sterili contrapposizioni e che da molte parti si invoca la fine del "bipolarismo fazioso". Lo so, e capisco che questa strategia morbida della politica può essere la più efficace per disarticolare quel fronte opposto che un attacco frontale potrebbe altrimenti ricompattare. Ma io parlo (e scrivo) come giornalista dell'Unità, del giornale cioè che dal 2001 conduce una battaglia intransigente, non contro la destra ma contro questa destra del tutto anomala nel panorama europeo. Una coalizione fondata sull'interesse privato in atti pubblici di un miliardario che si crede Napoleone. Tenuta insieme dai benefici percepiti da una piramide infinita di vassalli, valvassori e valvassini. Per anni questa destra feudale e ad personam, ci ha gettato in faccia i suoi soldi, le sue televisioni e la sua strafottenza. Facendo strame di legalità e recintando prima il governo e poi l'opposizione come si fa con una proprietà personale. Filo spinato intorno e il cartello: vietato l'ingresso agli estranei.
Sì, il loro esercizio del potere è sempre stata soprattutto una faccenda molto privata e molto personale. Quando, ricordate?, filavano d'amore e d'accordo, riunendosi adoranti intorno alla cornucopia del capo, accuditi e nutriti dal cuoco Nicola o come si chiamava. Dei miracolati. Così dicevano gli spifferi di palazzo Grazioli. Ma anche questo faceva parte della cinica livella padronale che non riconosce meriti e qualità, devota solo alla regola: io vi ho creati e io vi distruggo. Molto di personale c'è anche nella diaspora di queste ore. Se il metro è quello dei "miracolati", Berlusconi ha qualche ragione nel lamentarsi di tutto il veleno e di tutte le accuse che gli (ex) alleati gli hanno riversato addosso. "Non hanno ripagato la mia pazienza, pensano solo alle loro carriere e al loro successo personale, mi sono rotto", ha confidato alla Stampa. Replica Fini: "Vuole metterci nell'angolo, cancellarci, crede di essere un re assoluto". Un linguaggio crudo, impietoso dove di politico non c'è proprio nulla. E il cui non detto lascia intravedere in una nuvola di cattivi pensieri, ruggini, contenziosi, favori fatti e non ricambiati, storielle assai poco edificanti (vedi Feltri).
Adesso si volta pagina, annuncia lui, ma il circo continua.
In ventiquattr'ore chiude Forza Italia, s'inventa dieci milioni di firme, fonda il Partito del Popolo, sbaracca la Cdl, caccia Fini e Casini, rinnega il bipolarismo, abbraccia il proporzionale, riabilita il Pd, si converte al dialogo. Il tutto in un concerto di lecchini e sviolinate. Lo paragonano a Napoleone, Mao, Lenin. Lo definiscono geniale, magistrale, rivoluzionario. Fingono di non vedere che è solo un venditore che ha cambiato marchio alla ditta. Venghino signori venghino. Giusto controllargli le carte. Ci si può fidare di uno così?
Il crepuscolo della destra
Edmondo Berselli su la Repubblica
A destra le avvisaglie del terremoto si sentivano da giorni. Prima le polemiche sul ruolo di Mediaset nella gestione televisiva della nuova fidanzata di Gianfranco Fini, con la minaccia da parte di An di usare come arma di ritorsione il progetto di legge Gentiloni sul sistema televisivo.
Poi il furore per la sponsorizzazione del partito di Storace e il sospetto di una manina berlusconiana nella fuoruscita di Daniela Santanché. Quindi i fischi e i motteggi prima a Schifani e poi a Cicchitto. Ma ieri la crisi nell´ex Casa delle libertà è esplosa con una violenza inusitata. Cadono i calcinacci, e come coalizione politica il centrodestra appare un reperto archeologico, come anche la decantata, in passato, solidarietà, fedeltà, lealtà, amicizia fra alleati.
Fini ha aperto le ostilità con le sue dichiarazioni a "Porta a porta". I progetti di Silvio Berlusconi sarebbero in realtà "un colpo di teatro", l´ipotesi di approvare una legge elettorale alla tedesca e poi andare al voto è semplicemente "campata in aria". Infine, davanti ad alcuni parlamentari di Forza Italia in Transatlantico, è esploso dichiarando chiusa un´esperienza: "La favola della Cdl è finita", Berlusconi "mica si crederà di essere eterno", "io ho vent´anni di meno".
A quel punto, dopo questi vertici stilistici di stampo generazionale, e dopo essere stato sbertucciato, indicato come un mestatore, trattato come un caudillo in preda ad accessi di onnipotenza, Berlusconi ha detto di sentirsi "offeso" per i sospetti fatti circolare su di lui a proposito di Storace e della Santanché, e ha lasciato capire che con il lancio del Partito del popolo lui e il suo esercito si sono tagliati i ponti alle spalle. Se il nuovo partito troverà una maggioranza, e alleati docili, governerà da destra; altrimenti contratterà una "Grosse Koalition" con il Partito democratico di Veltroni, come Angela Merkel ha fatto con la Spd.
La situazione del fu centrodestra è spettacolare. In Germania tutto questo si chiamerebbe "Götterdämmerung", wagneriano crepuscolo degli dei. Qui da noi è meno melodrammaticamente un campo di rovine, perché naturalmente non c´è solo la guerra praticamente totale, ormai un vero conflitto di "Weltanschauung", fra Berlusconi e Fini. L´esplosiva invenzione del partito-gazebo, cioè il partito del Popolo della libertà, il sostanziale azzeramento dello stato maggiore di Forza Italia, la scelta di imboccare la via del sistema proporzionale e l´affossamento del bipolarismo rendono l´esistenza difficile anche alle altre "destre". Alla Lega, che dovrà ritagliarsi un ruolo regionale, una sorta di Csu al di qua della Baviera; e soprattutto all´Udc e a Pier Ferdinando Casini.
Certo, è di luminosa evidenza che in questo momento l´uomo più a rischio del centrodestra è Fini, a cui il modello tedesco potrebbe consegnare di nuovo, per un capriccio e una bizzarra giravolta della storia, la marginalità, l´insignificanza, il testimone di una ritrovata condizione missina. Vale a dire una consistenza elettorale inutile, i vecchi voti in frigorifero di almirantiana memoria. Ma se da parte loro anche Umberto Bossi e Roberto Maroni avranno i loro problemi, nel senso che perderanno quel potere di ricatto che il Carroccio deteneva nella Casa delle libertà, chi entrerà in tensione, e in una tensione preoccupante, è l´Udc.
Intanto perché il nuovo partito berlusconiano sarà pure un partito proprietario, patrimoniale, plasmato da una leadership assoluta, peronista o populista che sia; ma non nasconde affatto la sua "vocazione maggioritaria", senza le timidezze e le cautele che caratterizzano il Partito democratico. Anzi, se c´è una personalità priva di inibizioni tattiche o strategiche, culturali o ideologiche, è proprio Berlusconi: pragmaticità pura, leader del "fare", mentalità contrattuale da uomo d´affari, che avanza e occupa posizioni fintanto che nessuno si preoccupa di fermarlo.
Dunque il grande balzo in avanti, l´operazione "maoista", il bombardamento del quartier generale, il gesto ipermoderno della creazione di un partito dal nulla, si scontra frontalmente con partiti dal Dna tradizionale come Alleanza nazionale e soprattutto l´Udc, partito centrista erede della Dc moderata (e quindi attento a quella trama di mediazioni, patteggiamenti e compromessi in cui si incarnò l´anima dorotea, altro che la fulminea e creativa demagogia berlusconiana).
Berlusconi era all´angolo, dopo il fallimento della spallata, e per reinventare se stesso ha deciso di rivoluzionare la politica. Se lo lasciano fare, Fini e Casini vengono dimezzati.
Sarà la stanchezza del settantenne che vede assottigliarsi il tempo della sua marcia verso il potere, l´impazienza dell´imprenditore verso i "fanagottoni" che gli mettono i bastoni fra le ruote, sarà per la convinzione che il "popolo" è con lui, con lui solo e non con le altre mezze figure nel mazzo della destra, ma si ha la sensazione che Berlusconi abbia preso decisioni irrevocabili. Sistema tedesco, regole proporzionali, mani libere per tutti, niente condizionamenti, né trattative né accordi; in prospettiva un campo di gioco in cui scontrarsi con Walter Veltroni. Per poi governare, con chi ci starà fra gli alleati ridotti a gregari. Oppure in una società negoziata con il leader del Partito democratico, senza inciampi e remore da parte dei partiti minori. Si tratta soltanto di vedere se questa è una rivoluzione, e allora occorrerà che Fini e Casini accettino l´idea che le rivoluzioni divorano i loro figli, oppure se più mestamente non sia la liquidazione di quindici anni di transizione italiana: per dirla in breve, la più classica delle restaurazioni.
AN e UDC, la paura della grande fuga
Amedeo La Mattina su La Stampa
ROMA. Il Transatlantico di Montecitorio è diventato un vespaio incontrollato di voci su transumanze da un partito all'altro del centrodestra. Soprattutto di uscite da An e Udc verso la nuova e "scintillante" creatura politica di Berlusconi, il Partito del Popolo della libertà.
Voci messe in giro ad arte o con un fondo di verità. Ma non mancano le contromisure prese dai partiti che subirebbero smottamenti a Roma e in periferia. "Tra i deputati di An c'è grande paura, basta ascoltare cosa dicono nei loro capannelli", osserva Roberto Tortoli, ex sottosegretario di Fi. Il quale riferisce di avere sentito da loro che se Fini non fa la pace con Berlusconi, rischiano di finire all'opposizione per gli anni a venire; che se continua con questo braccio di ferro la metà non verrà più rieletta; che La Russa e Gasparri hanno gestito malissimo il convegno di Assisi dove è stato aggredito Cicchitto. Al quale Cicchitto molti di An sono andati ad esprimergli la propria solidarietà, non si sa mai.
Uno di questi è Pietro Armani che al vicecoordinatore di Fi ha detto: "E' stata una gazzarra indegna, mi dispiace, io sono con voi". "Armani, che è eletto in Lombardia - chiosa il berlusconiano Mario Pepe - è uno di quelli che potrebbe passare con noi: è uno dei nomi che si fanno". Un altro nome è quello del deputato Carlo Ciccioli, presidente di An nelle Marche. Per Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, è ancora presto per dire chi e quanti passeranno con il Partito del Popolo, ma assicura che qualcosa si sta muovendo anche nella sua Puglia: "Questo fine settimana ho già una serie di appuntamenti con alcuni consiglieri regionali di An e dell'Udc. Sono sicuro che l'iniziativa di Berlusconi è un forte magnete".
Una calamita in particolare al Nord. A Como è molto attivo l'ex consigliere comunale di An Andrea Bernasconi, figlio del proprietario di Espansione Tv, ora presidente locale dei circoli della libertà: sembra che stia cercando di portare nel movimento di Michela Brambilla e quindi a casa Berlusconi, due suoi consiglieri finiani: uno dei quali, Franco Pettinato, vicino ad Alemanno. In Piemonte, racconta Osvaldo Napoli, qualche dubbio di cambio casacca c'è sui consiglieri regionali di An e Udc Gianluca Vignale e Deodato Scanderebech.
Il mirino di Berlusconi è puntato soprattutto su An, ma Fini non è disposto a farsi massacrare e prepara una serie di iniziative in tutta Italia all'insegna del contrasto agli "inciuci" tra il Pd e il Ppl sulle riforme. "Se Berlusconi sceglie un sistema che ci fa tornare indietro a prima della nascita di Fi, noi ci opporremo con tutte le nostre forze", spiega La Russa impegnato a organizzare per sabato una manifestazione in piazza San Babila a Milano dove il Cavaliere ha annunciato la nascita del nuovo partito. "Contro ogni inciucio e mai con la sinistra", è il messaggio-contrattacco che Fini lancia ai suoi elettori, deputati e dirigenti tentati di scappare: chi vota An non rischierà mai di ritrovarsi al governo con la sinistra, come potrebbe capitare con Berlusconi.
Come farà Berlusconi, ha detto all'ufficio politico Fini, a spiegare ai suoi elettori che alle prossime elezioni amministrative vuole far vincere la sinistra? An conta soprattutto sulla forza del suo consenso per le provinciali di Roma e Catania, per le regionali del Trentino e del Friuli. E poi, dicono a via della Scrofa, ancora non ci sono smottamenti in An, mentre è sicuro che Fi sta perdendo qualche pezzo. Sembra che martedì alcuni parlamentari azzurri annunceranno il passaggio al gruppo misto: si fanno i nomi di Adornato e Sanza, più altri due ancora incerti alla Camera, e di Pittella e Burani Procaccini al Senato.
Il bipolarismo non si uccide
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Come è bello essere un satrapo. In un attimo Berlusconi scioglie il proprio partito (proprio in senso proprio: per dire di sua proprietà). E in un attimo stabilisce ipse dixit
che il bipolarismo è finito. Ma se il Cavaliere ha il potere di fare quel che vuole dei suoi personali partiti (vecchi e nuovi), non ha però il potere di decretare la fine del bipolarismo. E lì, per nostra fortuna, si sbaglia.
Intanto, quale bipolarismo? Non bisogna confondere tra una distribuzione bipolare a livello elettorale, e bipolarismo a livello di governo. Il primo lo abbiamo da sempre, dal 1948 in poi, e resta radicatissimo. Per tutto il corso della Prima Repubblica gli italiani si sono divisi, elettoralmente, tra comunisti e anticomunisti. Quando Giorgio Galli scriveva del nostro "bipartitismo imperfetto", intendeva che il nostro era un bipolarismo senza alternanza, e imperfetto per questa ragione. Ma la distribuzione dualistica del voto c'era sin da allora, e si è trasferita tal quale, e anche troppo, nella Seconda Repubblica: vedine i modestissimi trapassi di voto tra destra e sinistra.
E il punto è che questo bipolarismo è fisiologico in tutte le democrazie "normali " e che non dipende, come sostiene la vulgata, dal sistema elettorale. Quasi tutti i Paesi europei sono, contemporaneamente, proporzionalisti e bipolari. Il che dimostra che non occorre un sistema maggioritario per creare e tantomeno per salvare una struttura di voto bipolare. Ergo, se cade il maggioritario non cade il bipolarismo di base.
Passiamo al bipolarismo a livello di governo. Cosa vuol dire che è finito? Può voler dire che si possono dare distribuzioni di voto che rendono opportuno ripiegare su grandi alleanze, governi tecnici o anche istituzionali. Nel caso del sistema tedesco le "grandi coalizioni " sono state, in 60 anni, soltanto tre; e nessuno ha inteso che segnassero la fine del bipolarismo.
Vengo alle urla di dolore dei fedeli di Prodi. Il loro argomento è che il ritorno alla proporzionale distrugge la via prodiana a un "bipolarismo perfetto" e che ci riporterebbe indietro alla Prima Repubblica. Questa poi. Anche volendo, alla repubblica di prima non possiamo tornare perché il Pci non c'è più, ed era il Partito comunista che creava l'anomalia di un sistema politico senza alternanza. Il punto è, però, un altro: è che il bipolarismo inventato da Prodi e lietamente sfruttato da Berlusconi è un bipolarismo insensato, un bipolarismo sbagliato. Il bipolarismo che funziona (e richiesto dal sistema parlamentare) deve essere flessibile e capace di autocorrezione. Invece Prodi teorizza e pratica un bipolarismo rigido e cementificato nel quale è poi doverosamente restato imbottigliato.
Pertanto la fine del bipolarismo dichiarata da Berlusconi è soltanto la fine del bipolarismo sbagliato. Era l'ora.
La variabile Dini
Giuseppe Tamburrano su l'Unità
Non è facile capire quali sono i fini della clamorosa iniziativa di Berlusconi né quali possono essere le conseguenze. La spiegazione più semplice è che sconfitto nello scontro con il governo Prodi rilancia; un'altra spiegazione è che vuole far cadere le alleanze che gli hanno tarpato le ali e combattere da solo certo di essere il più forte. Ma ci sono cose che non quadrano: e la più importante è che oggi è in testa nei sondaggi. Se il governo dura e lavora e Veltroni fa bene il suo mestiere gli umori dei cittadini possono cambiare; d'altronde l'elettorato del Partito del popolo può essere galvanizzato dalle otto milioni di firme (chi era quello che aveva otto milioni di baionette?), ma l'elettorato complessivo di centro-destra può essere scoraggiato dalla crisi dell'alleanza: e può riprendere fiducia quello del centro-sinistra. La verità è che il tempo è un fattore decisivo per l'ambizione di Berlusconi a tornare a Palazzo Chigi.
Ma forse stiamo sottovalutando una variabile. Sottovalutiamo la talpa che scava sotto la poltrona di Prodi. Mi riferisco a Dini il quale ha in mano tre carte pericolose per il governo: a) fa parte della maggioranza; b) capeggia un gruppo di senatori ben individuati; c) critica duramente il governo e la sua politica. A questo punto, sulla carta, Prodi non ha più la maggioranza al Senato. Si paleserà con un voto impegnativo questo mutamento e di conseguenza avremo la crisi? Questa ipotesi è più realistica di quella agitata - a vuoto, s'è visto - da Berlusconi poiché non sono ombre o fantasmi i parlamentari che sono con Dini: hanno nome e cognome.
Certo, il governo può anche andare in minoranza - come è successo su alcune norme della finanziaria - senza che ciò comporti l'obbligo di dimettersi. Ma Dini ha uno strumento decisivo nelle mani: il voto di sfiducia. Del governo ha detto: non è stato capace in questi diciotto mesi di trovare rimedi al degrado, al declino economico, all'insicurezza, alla sfiducia nelle istituzioni, all'ondata di populismo: è una situazione di scollamento. Sono espressioni forti, di chi ha preso le distanze dal governo. Se alla fine il governo cade, quali possono essere i percorsi politici istituzionali per uscire dalla crisi? Elezioni subito? Su questo punto l'opposizione non sembra più oggi compatta. Del resto il Capo dello Stato sa bene che è suo dovere cercare una maggioranza parlamentare se c'è. Ed ha sconsigliato ripetutamente di votare con la legge elettorale in vigore. L'uovo di Colombo è l'incarico a Veltroni, il leader più autorevole dell'attuale maggioranza. Il quale Veltroni, d'accordo in ciò con Napolitano, è deciso a cambiare la legge elettorale e alcune norme costituzionali: in otto mesi - ha detto - si può fare (anche meno se vi è la volontà politica). E se il problema principale è questo, chi meglio di Veltroni può affrontarlo ora che anche Berlusconi sembra disposto a trattare: con lui e non - è ovvio - con Prodi. Veltroni ha ottenuto una investitura plebiscitaria nelle primarie ed ha un alto gradimento degli elettori: sarebbe giusto che si accingesse al compito per il quale è stato investito. Che senso ha che il governo sia diretto da chi ha poco più del 20% dei sondaggi e non da chi ha 10, 15 punti in più? E che ha assai più chances di trovare un'intesa con l'opposizione che non Prodi? E che - sia detto tra di noi - può recuperare molti dei voti dell'Unione in libera uscita?
Lo scoglio è la legge elettorale. Mi sembra che la proposta di Veltroni non incontri ampi consensi nel Pd. È possibile che il fattore decisivo per il varo della legge alla tedesca sia il consenso di Berlusconi? Certo, perché tutto è possibile in questo paese.
E però vi è da essere sgomenti! Circa trenta anni di storia vengono sconfessati: torna quella tanto vituperata proporzionale che priva i cittadini del potere di investire direttamente il governo, che mette gli esecutivi allo sbando, nei giochi dei partiti, delle correnti, dei gruppi, provoca instabilità (un governo ogni anno). Con in più che nella prima Repubblica c'erano partiti strutturati, oggi ci sono ectoplasmi di partiti. E dove finiscono le esaltazioni per i grandi successi dei referendum, per la crisi delle oligarchie, per la "rivoluzione del bipolarismo", per la sovranità restituita al popolo che decide con il voto?
Tutto ciò viene spazzato via in conseguenza di una furba operazione di cosmesi politica di Berlusconi?
Eppure c'è una riforma elettorale che calza al disgregato sistema politico italiano: il doppio turno alla francese con opportune modifiche. Veltroni si è dichiarato anche di recente favorevole. Era questa la proposta "ufficiale" dei Ds. Vi ha civettato Fini e lo ha sponsorizzato tempo fa lo stesso Berlusconi. Perché non ci riprovano?
Se tornano i due forni
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera
E così oggi dovremmo convincerci che negli anni '70, tanto per fare un esempio, e cioè ai bei tempi della proporzionale, quando la Dc prendeva intorno al 40 per cento dei voti e il Pci intorno al 30 (percentuali che il nascituro berlusconiano Partito del popolo o il neonato Partito democratico ancora devono dimostrare di riuscire a conquistare), dovremmo convincerci che allora il sistema politico italiano godeva ottima salute e tutto filava liscio come l'olio.
Dal momento che in quel tempo, appunto, c'era la proporzionale, e dunque dovremmo credere anche questo i partiti minori non esercitavano alcun potere di veto ed erano docilissimi, nessuno si sognava di demonizzare i propri avversari, e i governi erano liberi dai vincoli delle coalizioni. Ma vogliamo scherzare? Chi ricorda sa benissimo che le cose non stavano affatto così. In realtà non c'è alcun vero o presunto inconveniente dell'attuale pur bastardissimo maggioritario italiano che non ci fosse pure venti o trent'anni fa, con la proporzionale, e che si ripresenterà più o meno identico anche se domani adottassimo nuovamente il sistema elettorale di un tempo.
A cominciare dal problema, chiamiamolo così, del coalizionismo. Escluso, come sembra ragionevole, che in futuro Berlusconi o Veltroni possano con il loro solo partito riuscire ad avere la maggioranza assoluta, non dovranno forse anch'essi allearsi allora con qualche altro partito se vorranno governare? E perché mai, mi chiedo, questo futuro alleato dovrebbe essere meno riottoso o indisciplinato di quanto oggi non siano gli alleati di Prodi o del proprietario della Fininvest? La reintroduzione della proporzionale potrebbe, almeno in teoria, dare luogo a una sola rilevante novità: la creazione di un autonomo spazio politico-elettorale di centro, potenzialmente capace di rappresentare domani l'ago della bilancia tra destra e sinistra.
Si tornerebbe cioè ad una situazione da "due forni" tipica della prima Repubblica, con tutti i giochi rimandati al dopo-elezioni e con l'unica differenza, questa volta, di un centro almeno inizialmente più debole delle ali (a meno che non riesca a Berlusconi la non facile e paradossale impresa di fare lui, con il suo nuovo partito, la parte del partito di centro). E a quel punto sarebbe davvero la Restaurazione.
Il maggioritario italiano è fallito perché in quindici anni né Forza Italia né i Diesse- Margherita, nati entrambi in circostanze assai diverse ma egualmente ambigue, e dunque gravati entrambi da problemi di identità, essendo l'una e gli altri incerti su che cosa essere, hanno di fatto rinunciato a lungo a qualunque battaglia ideologico-politica a fondo contro gli altri attori del proprio versante elettorale, non hanno preso nessuna iniziativa forte contro di essi, e così non sono riusciti ad espugnare elettoralmente la stragrande maggioranza di quel versante. Il bipolarismo italiano è fallito perché i due candidati naturali a esercitare la sovranità sui rispettivi poli hanno mancato al proprio compito per propria incapacità. Adesso, per favore, non cerchino finte vie d'uscita.
La rete segreta del Cavaliere
Emilio Randacio e Walter Galbiati su la Repubblica
MILANO - "Media-Rai". Le due superpotenze nazionali della tv, che dovrebbero competere aspramente per la conquista dell'audience, fare a gara nella pubblicazione di servizi esclusivi, in realtà si scambiano informazioni sui palinsesti. Concordano le strategie informative nel caso dei grandi eventi della cronaca. Orchestrano i resoconti della politica. Su tutto, la grande mano di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori, che quotidianamente tessono la tela, fanno decine, centinaia di telefonate, si scambiano notizie, organizzano fino ai più piccoli dettagli. È il quadro che emerge dalle intercettazioni telefoniche - realizzate tra la fine del 2004 e la primavera del 2005 - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc", la holding dell'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi. E in particolare dai resoconti, redatti dalla Guardia di Finanza, delle conversazioni telefoniche di Debora Bergamini, ex assistente personale di Berlusconi e, all'epoca, dirigente della Rai, e di Niccolò Querci, pure lui ex assistente di Berlusconi e, all'epoca, numero tre delle televisioni Mediaset.
La "ragnatela" avvolge e intreccia le vicende della tv di Stato con quelle di Mediaset. I direttori di Tg1 e Tg5 (all'epoca Clemente J. Mimun e Carlo Rossella) fanno, testuale, "gioco di squadra". Il notista politico del Tg1 informa la Bergamini e la rassicura sul fatto che le notizie più spinose saranno relegate in coda al servizio di giornata. Fabrizio Del Noce cuce e ricuce, assicurando che Bruno Vespa, nella sua trasmissione, accennerà "al Dottore in ogni occasione opportuna". Querci, insieme al gran capo dell'informazione Mediaset, Mauro Crippa, cuce sul versante opposto. E arriva fino ad occuparsi delle vicende del festival di Sanremo (quell'anno affidato a Paolo Bonolis), cioè della trasmissione di massimo ascolto dell'azienda che dovrebbe essere concorrente. E poi ancora, le fibrillazioni in due fasi delicate: la morte del Papa e le elezioni amministrative dell'aprile 2005.
L'allora presidente Ciampi è pronto per una dichiarazione a reti unificate per onorare Giovanni Paolo II? La Bergamini allerta prima l'assistente personale del Cavaliere e poi Del Noce per preparare una performance parallela dell'inquilino di Palazzo Chigi. E ad essere allertato è anche il "rivale" Crippa. Le elezioni sono andate male? Bisogna "ammorbidire" i resoconti sui risultati elettorali. La Bergamini contatta Querci e con lui concorda la programmazione televisiva. La ragnatela avvolge tutto, pensa a tutto, provvede a tutto.
L'uso criminoso della Tv
Marco Travaglio su l'Unità
Chapeau. Nemmeno il più feroce demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da Silvio Berlusconi nel cosiddetto servizio pubblico. Intendiamoci: la fusione Rai-Mediaset in un'indistinta Raiset al servizio e a maggior gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio Colombo in giù, l'ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni della Procura di Milano, disposte nell'inchiesta sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai da parte della concorrenza e la sua trasformazione in una succursale di Mediaset.
Da sette lunghi anni, cioè da quando Berlusconi tornò al governo e occupò militarmente Viale Mazzini, la Rai è cosa sua, un feudo privato da usare per blandire gli amici, manganellare i nemici, ammonire gli alleati appena un po' critici, ma soprattutto per celebrare le gesta del Capo. Tacendo le notizie scomode, enfatizzando quelle comode, parlando solo di quel che vuole Lui. Non c'è voluto molto per ridurre quella che fu la prima azienda culturale d'Europa e alfabetizzò l'Italia in una miserabile Pravda ad personam: è bastato sistemare una dozzina di visagisti, truccatori e politicanti berlusconiani nei posti giusti e lasciarne molti di più sulle poltrone precedentemente occupate. Intanto venivano cacciati i Biagi, i Santoro e i Luttazzi, poi le Guzzanti e gli altri della seconda ondata, incompatibili col nuovo corso. Ma non perché fossero di sinistra. Perché sono fior di professionisti: con due o tre programmi ben fatti avrebbero rovinato tutto. Se qualcuno li chiama per pregarli di nascondere i dati delle elezioni amministrative per non far soffrire il Cavaliere, quelli mettono giù ("uso criminoso della televisione pagata coi soldi di tutti"). I rimasti, invece, obbediscono ancor prima di ricevere l'ordine. Si spiegano così non solo le epurazioni bulgare e post-bulgare, ma anche lo sterminio delle professionalità, soprattutto nella rete ammiraglia di Rai1, affidata (tuttoggi) al fido Del Noce: uno che, oltre ad aver epurato Biagi, è riuscito a litigare persino con Baudo, Arbore, Frizzi, Carrà e Celentano. Chi ha idee e talento ha più séguito, dunque è più libero e meno censurabile, ergo inaffidabile. I superstiti, invece, sono pronti a qualunque servizio e servizietto. Il Papa sta morendo e il Ciampi prepara un messaggio a reti unificate? Anziché preoccuparsi che la Rai copra la notizia meglio della concorrenza, i dirigenti berlusconiani pianificano una degna uscita mediatica del Capo, onde evitare che il Quirinale lo oscuri. Il Papa muore proprio alla vigilia delle amministrative, distraendo gli elettori cattolici dal dovere di correre alle urne per votare il Capo? Si organizza una serie di "programmi che diano alla gente un senso di normalità, al di là della morte del Papa, per evitare forte astensionismo alle elezioni amministrative". Più che un servizio pubblico, un servizio d'ordine. In cabina di regia c'è la signorina Deborah Bergamini, detta Debbi, già assistente del Cavaliere, da lui promossa capo del Marketing strategico della Rai, mentre Alessio Gorla, già dirigente Fininvest e Forza Italia, diventava responsabile dei Palinsesti. Al resto pensano i servi furbi. Mimun, si sa, era in prestito d'uso da Mediaset, dov'è poi morbidamente riatterrato. Non c'è neppure bisogno di dirgli il da farsi: lo sa da sé. E poi assicurano Debbi e Delnox - fa un ottimo "gioco di squadra con Rossella" (Carlo, allora direttore di Panorama, molto vicino al premier e dunque alla Rai). Anche Vespa non ha bisogno di suggerimenti. Del Noce telefona a Debbi per avvertirla che "Vespa ha parlato con Rossella e accennerà in trasmissione al Dottore (Berlusconi, ndr) a ogni occasione opportuna". Qualcuno suggerisce che Bruno potrebbe "non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali", per mascherare meglio la disfatta del Capo, o magari "fare più confusione possibile per camuffare la portata dei risultati". Ma poi si preferisce lasciarlo libero di servire come meglio crede, perché dice giustamente la Debbi "tanto Vespa è Vespa". Ogni tanto c'è un problema: Mauro Mazza, troppo amico di Fini per piacere a Forza Italia, farà la prima serata di Rai2 sulle elezioni. Bisogna sabotarlo, perché quello magari i dati non li nasconde. Idea geniale: Deborah parla con Querci "e gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale5", così la gente guarda quella e lo speciale Mazza non se lo fila nessuno.
In tutti questi anni, mentre ogni inquadratura di ogni telecamera di ogni programma diurno e notturno di Raiset veniva controllata dai guardaspalle del Padrone, chiunque si azzardasse anche soltanto a ipotizzare che questi signori lavorassero per il re di Prussia, anzi di Arcore, veniva zittito dai terzisti e dai riformisti come demonizzatore e apocalittico animato da cultura del sospetto, incapace di comprendere che le tv non contano per vincere le elezioni; anzi, a parlar male di Berlusconi si fa il suo gioco. Poi veniva querelato e citato in giudizio per miliardi di danni dai Del Noce e dai Confalonieri, sdegnati dalle turpi insinuazioni sulla liaison Rai-Mediaset nel paradiso della concorrenza e del libero mercato. Dirigenti come Loris Mazzetti e Andrea Salerno, rei di aver chiamato censure le censure, sono stati perseguitati dall'azienda con procedimenti disciplinari. L'ultima è piovuta su Mazzetti,per aver partecipato ad AnnoZero e detto la verità sull'epurazione del suo amico Biagi. Salerno, già responsabile della satira per Rai3 quando c'era ancora la satira, ha preferito togliere il disturbo. Intanto Confalonieri non si perdeva una festa de l'Unità e le quinte colonne berlusconiane facevano carriera in Rai, tant'è che sono ancora tutte lì: Del Noce a Rai1, Bergamini al Marketing, Vespa a Porta a porta. Tutti straconfermati dalla Rai del centrosinistra.
La struttura Delta
Ezio Mauro su la Repubblica
Una versione italiana e vergognosa del "Grande Fratello" è dunque calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza, per farne la centrale unificata di un'informazione omologata e addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere. L'inchiesta di "Repubblica" ha svelato fin dove può arrivare il conflitto d'interessi, che questo giornale denuncia da anni come anomalia italiana, capace di corrompere la qualità della nostra democrazia.
Nel pozzo senza fondo di quel conflitto, tutto viene travolto, non soltanto codici aziendali e doveri professionali, ma lo stesso mercato, insieme con l'indipendenza e l'autonomia del giornalismo. Con il risultato di una servitù imposta alla Rai come un guinzaglio per un unico padrone, ben al di là dell'umiliante lottizzazione tra i partiti, e i cittadini-spettatori truffati e manipolati proprio in quella moderna agorà televisiva in cui si forma il delicatissimo mercato del consenso.
Ci sono le prove documentali di questa operazione sotterranea, che ha agito per anni alle spalle dei Consigli di amministrazione, della Commissione di vigilanza, dei moniti del Quirinale sul pluralismo dell'informazione. Si tratta - come ha documentato "Repubblica" - di un'indagine della magistratura milanese sul fallimento dell'Hdc, la holding dell'ex sondaggista di Berlusconi (e della Rai) Luigi Crespi, che è stato per un lungo periodo anche il vero spin doctor del Cavaliere.
Dopo il fallimento del gruppo, nel marzo 2004, sono scattate perquisizioni e intercettazioni della Guardia di Finanza. E gli appunti dei finanzieri sulle conversazioni telefoniche rivelano un intreccio pilotato tra Mediaset e Rai che coinvolge manager di derivazione berlusconiana e uomini che guidano strutture informative, con scambi di informazioni tattiche e strategiche, mosse concordate sui palinsesti per "coprire" notizie politicamente sfavorevoli al Cavaliere, ritardi truffaldini nella comunicazione al pubblico di risultati elettorali negativi per la destra: con l'aggiunta colorita e impudente di notisti politici Rai che si raccomandano a Berlusconi, dirigenti Mediaset che danno consigli alla Rai sulla preparazione del festival di Sanremo. E un lamento, perché durante le riprese televisive dei funerali del Papa, "Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere".
Non si tratta, com'è evidente, soltanto di un caso di malcostume politico, di umiliazione professionale, di vergogna aziendale. E' la rivelazione di un metodo che mina alle fondamenta il mito imprenditoriale berlusconiano, perché sostituisce la complicità alla concorrenza, la sudditanza all'autonomia, la dipendenza al mercato. Il tutto in forma occulta, con la creazione di una vera e propria rete segreta che crea un "gioco di squadra" - come lo chiamano le telefonate intercettate - che ha un unico capitano, un unico referente e un unico beneficiario: Silvio Berlusconi.
Trasmissioni d'informazione, come quella di Vespa, per la quale il direttore generale Rai garantisce che il conduttore "accennerà al Dottore ad ogni occasione opportuna", dirigenti della televisione pubblica che quando vengono a conoscenza di un discorso di Ciampi a reti unificate per la morte del Papa hanno come unica preoccupazione quella di organizzare un contraltare di Berlusconi al capo dello Stato, che potrebbe essere messo troppo "in buona luce", serate elettorali in cui si decide di "fare più confusione possibile" nel comunicare i risultati "per camuffare la loro portata".
In che Paese abbiamo vissuto? La politica - avversari e alleati di Berlusconi, tutti quanti defraudati da questa rete sotterranea costruita per portare acqua ad un mulino solo - è consapevole della gravità di queste rivelazioni, che dovrebbero spingerla ad approvare una seria legge sul conflitto d'interessi nel giro di tre giorni? E il Cavaliere, quando sarà sceso dal predellino di San Babila dove le sue televisioni lo hanno inquadrato in abbondanza, vorrà spiegare che mandato avevano i suoi uomini (spesso suoi assistenti personali) mandati ad occupare posizioni-chiave in Rai e Mediaset, se i risultati documentali sono questi?
La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell'informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, "struttura delta". Un'interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un'azione di "spin" su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere.
Lo abbiamo già scritto e lo abbiamo denunciato più volte, ma oggi forse anche la politica più sorda e cieca riuscirà a capire. In nessun altro luogo si è formato un meccanismo "totale", così perverso e perfetto da permettere ad un leader politico di guidare legittimamente la più grande agenzia newsmaker del Paese (il governo) e di controllare insieme impropriamente l'universo televisivo, con la proprietà privata di tre canali e la sovranità pubblica degli altri tre.
A mettere in connessione le notizie trattate secondo convenienza politica e i canali informativi, serviva appunto la "struttura delta", ricca del know-how specifico del mondo berlusconiano, specializzato proprio in questo. Da qui alla tentazione di costruire il palinsesto supremo degli italiani, manipolando paesaggio e personaggi della loro vita, il passo è breve. E se la mentalità è quella che punta ad asservire l'informazione alla politica, la politica al comando, il comando al dominio, quel passo è probabilmente quasi obbligato.
E' ora possibile fare un passo per uscire da questo paesaggio truccato, da questa manipolazione della nostra vita. Purché le istituzioni, la libera informazione, il mercato e la politica lo sappiano. Sappiano che un Paese moderno, o anche solo normale, non può sopportare queste deformazioni delle regole e della stessa realtà: e dunque reagiscano, se ne sono capaci. La stessa mano che domani proporrà le larghe intese, è quella che ha predisposto il telecomando con un tasto unico. E truccato.
22 novembre 2007