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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 12-13 novembre 2007


E il cavaliere si butta a Destra
su
il Manifesto del 11 novembre

Roma - «Il mio cuore batte all'unisono con il vostro». Non è stata solo una legittimazione politica la visita che Silvio Berlusconi ha fatto ieri all'assemblea costituente della Destra, il movimento politico fondato da Francesco Storace e dagli altri che hanno abbandonato An per un ritorno alle radici. Arrivando al palazzo dei congressi all'Eur di Roma il cavaliere è ricorso a tutta l'enfasi di cui è capace per battezzare i nuovi alleati: «Sarò felice quando sarete a pieno titolo nella coalizione di centrodestra - ha detto alla platea festante - non ho mai temuto che il ritorno della destra a destra potesse minare la compattezza della Casa delle libertà».
Il ritorno della destra a destra. Impossibile non leggere lo slancio di Berlusconi alla luce del momento di tensione e quasi di rottura con l'alleato Gianfranco Fini, che nelle stesse ore stava offrendosi al centrosinistra per il dialogo sulle riforme.

An è preoccupata di perdere consensi in favore del movimento dei duri e puri che ieri si esibivano in canti fascisti e saluti romani, e certo farà l'impossibile per tenere Storace lontano dall'alleanza di centrodestra. Ma l'ex governatore del Lazio è politico abile e ieri ha avuto buon gioco a rispondere all'affetto di Berlusconi. «Silvio, noi non ti tradiremo mai - ha detto - non proveremo mai a scavalcarti. La Destra per te c'è e ci sarà sempre». Balsamo per un Berlusconi che in queste ore sta collezionando batoste dagli alleati.
Immancabile donna Assunta Almirante, «la grande madre di tutti noi», per galvanizzare la platea. Notevoli le fedelissime di Daniela Santanchè che hanno accompagnato l'onorevole ex di An nel suo passaggio dal partito di Fini a quello di Storace: tacchi vertiginosi erano pronte a ballare l'inno della Destra mentre sugli schermi scorrevano le immagini di D'Annunzio, Evola, Pound e Benedetto XVI. Addio senza rimpianti per An che come dice l'altra punta di lancia del movimento, Teodoro Buontempo, «si vergogna di stare a destra». Ma occhio alle scadenze politiche: «Non siamo nati per andare contro la casa da cui veniamo - assicura Storace - ma contro Prodi che molto presto cadrà». O almeno «così ha promesso Berlusconi».


Il Calcio in mano all´Anti-Stato
Michele Serra su
la Repubblica

Staino sull'Unità

Al netto del cordoglio per un ragazzo morto in maniera inconcepibile, e al netto di ogni possibile opinione, da domenica 11 novembre è definitivamente chiara una cosa: il calcio è la quarta regione italiana sotto il controllo dell´anti-Stato. Una specie di Locride o di Scampia diffusa, spalmata per ogni angolo del Paese, nel quale le regole e le convenzioni normalmente riconosciute e applicabili altrove non hanno più luogo. E da tempo.
Gli ultras ne sono oggettivamente i padroni. E lo sono per usucapione, cioè per abbandono del campo, negli ultimi venti o trent´anni, da parte dei proprietari legittimi ma del tutto teorici (lo Stato, gli enti locali, il Coni, la Lega, le società calcistiche). Lo sono per ragioni specifiche e "locali": la scadente cultura sportiva italiana più l´eccezionale mix di pavidità e di demagogia che ha progressivamente concesso spazio, fiato e peso politico alle organizzazioni di curva, fino a considerarle (da anni) parte integrante del sistema-calcio, soggetti riconosciuti e ufficialmente muniti di potere di contrattazione e di ricatto.
Ma lo sono anche per ragioni più generali: in questo Paese la logica delle consorterie, delle caste alte e basse, del tribalismo comunque dissimulato e travestito, finisce sempre per avere la meglio sugli interessi della collettività. Tanto che "interessi della collettività" è diventato un concetto astruso, incomprensibile e impraticabile, per quanto è sommerso dalla foga e dal narcisismo di interessi di gruppo oramai incapaci perfino di cogliere le conseguenze della loro prevaricazione, e della privatizzazione di tutto, niente escluso.
I gruppi ultras non sono tutti di eguale natura e composizione (si va dalle formazioni paramilitari alle cosche d´affari ai puri e semplici assembramenti di esaltati), ma sono saldamente legati tra loro da una profonda cultura anti-statale e anti-legale, quella che domenica scorsa ha fatto da immediato, spontaneo tramite, di città in città, tra gruppi di giovani così convinti di essere in guerra con la polizia e con lo Stato da prendere per "atto di guerra" un orrendo incidente. La guerra, del resto, è il solo linguaggio connettivo rintracciabile negli slogan e negli striscioni della cultura ultras. "Onore", "tradimento", "infamia", "gloria", tutto il retorico clangore degli assembramenti di giovani maschi in marcia verso il cosiddetto Destino. E ogni occasione o pretesto di guerra, non importa quale, è atteso dai capi ultras per rinverdire il loro controllo sui suggestionabili e sugli incerti, che riconoscono nelle parole d´ordine bellicose o vendicative la ragione stessa della loro appartenenza al gruppo: molti nemici, molto onore.
Conseguenza significativa, anzi illuminante di questo sostanziale stato di occupazione degli stadi da parte di "famiglie" in grado di decidere – incredibile ma verissimo – se disputare oppure no una partita, disponendo di una cosa pubblica secondo intenzioni private, è la progressiva emigrazione del pubblico dagli stadi. Emigrazione è la parola giusta. E´ la rinuncia forzata a un luogo amato, un luogo dell´infanzia non più vivibile, non più riconoscibile. E´ lo struggimento di chi è costretto a decidere, per dignità e per rispetto di sé, che rimanere significa rendersi complici di uno stato delle cose insostenibile.
Sono tra i non pochi che è andato allo stadio per una vita, e da qualche anno non ci mette più piede. E per una ragione semplicissima: non è più casa mia, non è più "Italia", è un posto dove si possono esporre svastiche o insultare gli ebrei, dileggiare i neri, augurare la morte alla curva opposta Ciò che avviene in quei catini, un tempo colmi di un popolo sparso, rumoroso e sostanzialmente allegro, dipende soprattutto dalle scelte e dalle intenzioni di poche centinaia di capi-bastone che decidono tono e volume della rappresentazione. Per rimanere comodamente seduti al proprio posto, negli stadi italiani, bisogna macchiarsi della colpa antica degli ignavi (non vedo, non sento, non parlo) oppure bisogna rischiare l´eroismo, come quel tifoso che a Torino ha denunciato il vicino di posto che sparava razzi (razzi!) in campo. Francamente, per esercitare l´eroismo si preferiscono altre opzioni e altri contesti. Meglio prendere atto, anche se con dolore e profonda amarezza, che gli ultras hanno stravinto la loro guerra contro il resto del pubblico. E contro il pubblico in senso lato, in senso italiano: contro tutto ciò che è pubblico, tutto ciò che impedisce di esercitare il proprio potere personale e i propri comodi. Buonanotte, calcio.


Il capo della Polizia: «Curve egemonizzate da estrema destra»
su
l'Unità

ultrà

Tra le tifoserie vi è «una conflittualità anche ideologica» che ha «determinato una sorta di lotta per la conquista del territorio all'interno delle curve e attualmente la conquista del territorio è ad appannaggio delle tifoserie di estrema destra». Lo ha detto al Tg1 il capo della Polizia, Antonio Manganelli.
«Abbiamo fatto un censimento dei circoli dei tifosi. Una consistente aliquota di questi circoli, per un totale di circa 20 mila iscritti - ha spiegato Manganelli - fa del credo politico una delle ragioni della propria aggregazione. Prevalentemente si tratta di aree dell'antagonismo estremo e di matrice di estrema destra, anche se c'è anche una presenza anarco-insurrexzionalista».
Il capo della polizia ha quindi spiegato che «questa conflittualità anche ideologica ha determinato una sorta di lotta per la conquista del territorio all'interno delle curve» che oggi è «ad appannaggio delle tifoserie di estrema destra».
Tornando a parlare di quello che è successo domenica ad Arezzo,  Manganelli ha detto che «è morto un povero ragazzo di cui gli amici parlano un gran bene. Quello che è successo noi ovviamente non riusciamo a perdonarcelo».
E con riferimento agli incidenti che hanno fatto seguito alla morte di Gabriele Sandri, il capo della Polizia ha parlato di «scene inaccettabili. Io mi auguro che non succedano più, ma siamo determinati a fare del tutto perchè non succedano più».


Strategia della violenza
Vincenzo Vasile su
l'Unità

No, l'Italia non è quella degli ultrà: il presidente Napolitano ha saputo dare voce allo sconcerto e allo sdegno per le immagini di devastazione e di sedizione passate domenica sera in tv. Immagini che chiudono una sequenza iniziata la mattina nel piazzale dell'autogrill di Arezzo dove ha perso la vita un giovane tifoso laziale. Bisogna ragionare con i nervi saldi. E il primo sforzo di razionalità che la situazione richiede è, per l'appunto, quello di scomporre, di spezzare la concatenazione di fotogrammi di questa ennesima, gravissima domenica violenta.

Nel ripercorrere gli avvenimenti, del resto, si scopre che molto probabilmente il poliziotto che ha ucciso Gabbo Sandri sparando ad altezza d'uomo riteneva di bloccare con un assurdo e sconsiderato uso delle armi quello che aveva scambiato per un tentativo di rapina. La “rissa” e il “conflitto tra tifoserie” di cui per ore e ore hanno parlato i telegiornali, c'entra, dunque, sin dall'inizio della folle domenica di san Martino, poco o nulla.
alle polveri.
...
Quello che è accaduto per le strade di Roma - caserme e commissariati presi d'assalto, due quartieri caduti letteralmente in mano a bande di incappucciati, incendi e bombe contro le auto parcheggiate e i cassonetti, il tentativo di linciaggio contro chiunque portasse una divisa - ancor più degli episodi paralleli avvenuti dentro agli stadi di Bergamo e di Milano, mostra la carica eversiva e la determinazione di un “movimento” pericoloso, da bloccare e ridurre alla ragione prima che sia troppo tardi. Già per un motivo oggettivo ed evidente: le strade della città sono state scelte forse per la prima volta con questa nettezza come il teatro per scatenare le violenze, anche in zone lontane qualche chilometro dall'Olimpico. Sono stati tirati in ballo i cosiddetti “anni di piombo”, ma forse neanche in quell'epoca ci sono simili precedenti.

Bisogna dare, perciò, alle cose il loro nome: abbiamo un grave problema di ordine pubblico e di repressione, e così riteniamo sacrosanta la decisione della Procura romana di contestare l'aggravante di “terrorismo” ai (pochi, troppo pochi) fermati dell'altra sera. Croci celtiche, inni razzisti e nazisti, saluti romani, esibizioni muscolari: il fatto è che in Italia a differenza di consimili ma assai meno organizzati fenomeni di altri Paesi, il “movimento delle curve” si è installato ormai da anni nella “zona franca” degli stadi, acquistando ed esibendo connotati politici di estrema destra sempre più evidenti. All'origine questo nuovo squadrismo ha cercato di pescare anche negli ambienti dei raduni musicali, ma ha fallito il tentativo di intrusione. E ha ormai scelto definitivamente il terreno di coltura e la nicchia accogliente delle gradinate. Ha anche goduto per un certo, lungo periodo della tolleranza e dei finanziamenti delle società calcistiche. Ma ora che, sia pur tardivamente, si sta cercando di spezzare questo cordone ombelicale - come è dimostrato dalle posizioni della dirigenza del Catania dopo l'omicidio dell'agente Raciti, o quelle di ieri del presidente dell'Atalanta - appare sempre più chiaro che non sarà qualche sociologismo sulla devianza giovanile o qualche sospensione di campionato, né tanto meno il divieto di trasferta dei club, a bloccare una deriva politica ed eversiva che non può che aggravarsi.

La “caccia alla divisa” ingaggiata dagli ultrà per le strade del Flaminio e di Ponte Milvio non rappresenta solo una pericolosa e grave persecuzione degli addetti alla sicurezza e all'ordine pubblico, ma può scatenare una reazione uguale e contraria dentro a corpi dello Stato che non hanno ancora interamente metabolizzato lezioni di civiltà e di democrazia, come dimostra il tragico “affare” del G8.

Cosa vogliono? Quali obiettivi si propongono gli oltranzisti delle curve? Le pulsioni ribellistiche e il brusio disperato di molte radio e blog ultrà in queste ore ci dicono che il tifo violento non si pone più soltanto, volta per volta, lo scopo di condizionare le decisioni degli organismi sportivi, o di impossessarsi dei business delle trasferte e del merchandising, come faceva ai suoi albori, aiutato dal silenzio quasi generale e dalla sottovalutazione delle autorità di governo; così come oggi il frastuono più confuso di uno stracco braccio di ferro tra governo, autorità sportive e società calcistiche rischierebbe di facilitare anziché bloccare un ulteriore salto di qualità. Bisogna, dunque, fare terra bruciata attorno al “movimento” prototerroristico che si intuisce stia cercando di crescere nelle curve; restituire esse al nostro sport nazionale; ed evitare che altre esche si infiammino dentro a una strategia pianificata che ha sempre più chiaramente obiettivi destabilizzanti.



Consiglieri dissennati nel tifone delle borse
Eugenio Scalfari su
la Repubblica del 11 novembre

Il Monte Paschi di Siena ha fatto un ottimo affare comprando con 9 miliardi l´Antonveneta e creando così il terzo polo bancario italiano. Per finanziare la brillante operazione ha preannunciato un aumento di capitale ma i suoi azionisti non hanno gradito e il titolo Montepaschi è andato giù a picco nella seduta dell´altro ieri perdendo il 10 per cento e tirandosi appresso tutta la Borsa italiana. È mai possibile?
Nella stessa giornata, a Wall Street, la grande casa di aste Sotheby´s è crollata di 8 punti percentuali; nella "auction" del giorno prima un quadro di Van Gogh era rimasto invenduto e la stessa ingloriosa sorte avevano subito quadri di Gauguin, di Monet e altri capolavori. Il ribasso di Sotheby´s ha portato giù tutto il listino. È mai possibile?
Infatti non è possibile, i commentatori hanno scambiato l´effetto per la causa. Le Borse mondiali sono andate giù per la perdurante crisi dei debiti ipotecari e dei crediti derivati; le agenzie di rating stimano che le "sofferenze" delle banche americane ammontino a 150 miliardi di dollari; il petrolio continua a spuntare prezzi di 100 dollari al barile; la corsa al rialzo sta coinvolgendo le principali materie prime a cominciare dal grano; il dollaro continua a perder terreno rispetto all´euro, ci vogliono ormai 1,47 dollari per comprare un euro. Queste sono le cause dello scossone delle Borse che dura ormai da due settimane. Le disavventure di Monte Paschi e di Sotheby´s hanno solo dato un pizzico di colore ad una catastrofe generale.
A loro volta le cause che hanno determinato il crollo delle Borse sono state anch´esse provocate da altri fattori a monte. Sono già state benissimo spiegate su questo giornale da Luigi Spaventa, Marcello De Cecco e Federico Rampini.
Le elenco di nuovo per dovere di chiarezza: petrolio e materie prime salgono perché la domanda dei paesi emergenti e in primissimo luogo della Cina è destinata a crescere costantemente nei prossimi vent´anni, man mano che un miliardo e trecento milioni di persone entreranno sul mercato globale dal quale fin qui erano escluse per mancanza di potere d´acquisto.
Quanto alla crisi di liquidità che sconsiglia aumenti di capitale e acquisto di beni non strettamente necessari, questa deriva dalle sofferenze bancarie che deprimono gli utili e impongono tagli severi agli "asset" patrimoniali. Di qui anche la caduta del dollaro e il rallentamento del Pil in tutti i paesi dell´Occidente.
Per converso la crescita prosegue a ritmi da capogiro in Cina, in India, Singapore, in Corea e sta riprendendo anche in Giappone, in alcuni paesi dell´America Latina, in Russia.
Qui si pone la domanda più importante di tutte: si tratta d´una crisi delle economie reali oppure di un´enorme speculazione al ribasso che presto o tardi si sgonfierà?
I pareri sono controversi, ma la speculazione c´è ed è di enormi dimensioni. Essa è "anti-veggente", sconta cioè fenomeni reali che si verificheranno nella loro pienezza solo tra qualche anno. Ma la speculazione finanziaria, oltre che produrre grandi profitti per gli speculatori e altrettanti danni per chi ne subisce le conseguenze, determina un´accelerazione dei fenomeni negativi nell´economia reale. Calano i consumi, calano gli investimenti, cala il reddito, comincia a calare l´occupazione. Rallenta il volume del commercio internazionale.
Non siamo ancora entrati in recessione, ma l´ipotesi va prendendo consistenza. Le sole "locomotive" si trovano in Asia ma non sono ancora in grado di contrastare un ciclo discendente. Comunque, fino a quando la moneta cinese resterà ad un livello di artificiale svalutazione, gli effetti della locomotiva di Pechino-Shanghai-Canton non si diffonderanno né in Usa né in Europa.
Così stanno le cose e non è allegro constatarlo.
* * *
Le due maggiori banche centrali del mondo, la Fed degli Stati Uniti e la Bce dell´Unione europea, diffondono ovviamente messaggi di fiducia e fanno benissimo; ma anche loro tanto sicure non sono. L´ha fatto trasparire chiaramente lo stesso Draghi, che fa parte del consiglio direttivo della Bce. Nella più recente delle sue audizioni pubbliche ha ammesso che le Banche centrali sono consapevoli dei rischi che l´economia sta correndo ma non sono ancora in grado di valutarne le dimensioni. Hai detto un prospero, direbbero a Trastevere.
Intanto si dibattono dentro ai corni d´un assai assillante dilemma: è più incombente il pericolo d´una ripresa dell´inflazione o di una recessione? E quindi: è più saggio diminuire il livello dei tassi d´interesse oppure inasprirlo con effetti inevitabili sulla liquidità? Dilemma amletico.
La Fed sembra più preoccupata del rischio inflazione, la Bce del suo contrario. Se seguissero ciascuna la propria intuizione si aprirebbe una forbice che avrebbe forse effetti benefici sul livello del cambio dollaro-euro: il dollaro cesserebbe di deprezzarsi e l´euro arresterebbe la sua corsa al rialzo. Almeno dal punto di vista del movimento dei capitali.
La Commissione europea invece ragiona in controtendenza. Il commissario Almunia in particolare. Avrebbe voluto che l´Italia avesse destinato tutto il surplus delle entrate a risanare i conti. Non fa che biasimare la politica economica di Prodi-Padoa-Schioppa. Teme che nel 2008 resteremo ancora con un disavanzo troppo elevato. Non gli sono piaciuti i provvedimenti della nostra Finanziaria (se alla fine saranno approvati dalle Camere) destinati al sostegno della domanda e alla riduzione del costo del lavoro.
In tempi di rallentamento del ciclo, queste opinioni mi sembrano dissennate.
* * *
Altrettanto dissennata (ma suggerita evidentemente da ragionamenti politici e non economici) mi sembra l´opinione del professor Tremonti sull´utilità (!) dell´eventuale esercizio provvisorio che entrerebbe in funzione nel caso che la Finanziaria fosse bocciata in Parlamento nei prossimi giorni.
Secondo Tremonti l´esercizio provvisorio provocherebbe una drastica diminuzione della spesa pubblica e richiamerebbe in funzione il famoso scalone sulle pensioni.
Di fronte a ragionamenti di questo genere vi è il fatto di domandarsi: ma Tremonti lo è o ci fa?
È vero, l´esercizio provvisorio ridurrebbe la spesa e lo scalone pensionistico rientrerebbe in funzione. L´effetto deflazionistico dal lato della spesa è evidente; l´effetto sulla pace sociale del ripristinato scalone è altrettanto evidente. I due effetti cumulati insieme metterebbero in ginocchio l´economia del paese producendo il solo vantaggio (per lui) di rivedere Tremonti alla guida dell´economia italiana e Berlusconi alla guida politica.
Forse ne sarebbero contenti Valentino Parlato e Sansonetti, ma non mi sembrano esiti sufficienti a ridare fiducia agli italiani.
* * *
L´esame complessivo della situazione economica internazionale e italiana mi porta a concludere che l´attuale politica del governo sia la sola possibile. Forse non è ottimale in astratto; ci vorrebbero più incisive liberalizzazioni nei settori ancora dominati da monopoli e corporazioni; ci vorrebbero sensibili aumenti nel potere d´acquisto dei ceti inferiori (dal punto di vista del reddito) e medi; impulsi più energici alla domanda interna; investimenti pubblici più robusti e più rapidi.
La politica economica deve operare una massiccia dislocazione della spesa pubblica: non diminuirla ma dislocarla, rendere operativo il libro verde di Padoa-Schioppa, puntare alla crescita e non al galleggiamento.
È questo ciò di cui il paese ha bisogno. Nel frattempo ha anche bisogno di una legge elettorale decente. Se la Finanziaria passerà il 14 novembre, questi scenari positivi si apriranno. Se non passerà ci avvieremo verso una doppia catastrofe, finanziaria e politica.
Ma almeno chi avrà contribuito a provocarla avrà un nome e un cognome. Capisco che si tratta di un´assai piccola soddisfazione, ma sarà pur sempre meglio di niente.


Palermo, anche l'Ordine dei medici pagava il pizzo a Lo Piccolo
Umberto Lucentini su
Il Sole 24 Ore

PALERMO. «Ora ti faccio sapere che giorni fa, ho ricevuto 10 mila euro dall'ordine dei medici ed altri 10 mila li dovrei ricevere in questi giorni...»: è uno dei testi dei "pizzini" sequestrati ad esponenti della mafia di Palermo, nove dei quali sono stati fermati ieri su input della Direzione Distrettuale Antimafia. Il bigliettino è stato inviato, ed è stato ricevuto dal suo luogotentente, da Sandro Lo Piccolo, 32 anni, giovane e già temibile figlio del «capo dei capi» Salvatore Lo Piccolo. La data è recente: 1 agosto 2007. Lo Piccolo junior, in quel momento latitante, scrive a Salvatore Franzese ( il capo della famiglia di San Lorenzo-Mondello) e lo informa degli ultimi incassi.

Proprio a casa di Franzese, arrestato pochi giorni dopo aver ricevuto quel "pizzino", è stato trovato anche un block notes che è il libro mastro delle estorsioni: 182mila euro nel giro di pochi giorni, con l'elenco completo di chi nella zona di sua competenza paga il «pizzo».
Quattro degli indagati sono stati fermati ieri mattina dalla Squadra mobile di Palermo, altri quattro erano già in carcere, uno è scomparso: dopo la cattura dei Lo Piccolo temeva di essere arrestato e ha fatto perdere le proprie tracce. Agli atti dell'inchiesta, puntata sugli esattori del clan di «San Lorenzo» che estende i proprio interessi dalla borgata di Palermo fino all'area industriale di Carini e a Terrasini, ci sono anche le intercettazioni ambientali in cui gli affiliati raccontano i contatti nascosti con i boss allora latitanti. E ci sono pure le dichiarazioni a verbale di un costruttore e dei suoi dipendenti, vittime di un tentativo di estorsione armi in pugno. Uno dei fermati, Domenico Ciaramitaro, 33 anni, era soprannominato «pit bull» per la sua ferocia.
«Negli ultimi mesi a Palermo gli esattori del pizzo hanno praticato una politica fiscale particolarmente aggressiva condotta sul territorio attraverso metodi terroristici» ha confrmato il sostituto procuratore della Dda di Palermo, Gaetano Paci, nel corso della conferenza stampa che si è tenuta in Questura.


Atomiche in mani estremiste: l'incubo Usa
Washington sostiene il presidente. Piano Cia per prevenire i rischi
Paolo Valentino sul
Corriere della Sera

WASHINGTON — «La protezione del nostro arsenale nucleare è la migliore del mondo», aveva detto due anni fa il generale Musharraf, in risposta a una domanda su quanto siano al sicuro dagli estremisti islamici le oltre 50 bombe atomiche del Pakistan. Affermazione non del tutto priva di fondamento, ma non tale da sfatare dubbi e preoccupazioni dell'Amministrazione americana, soprattutto ora che la crisi politica e lo stato di emergenza stanno precipitando il Paese in un vortice d'instabilità.
I torbidi di Islamabad ripropongono infatti il nodo irrisolto, da sempre legato al Pakistan nucleare, che non è tanto il possibile uso dell'arma atomica in un'eventuale guerra con l'India, quanto lo scenario terribile che per incuria o loschi baratti, pezzi di questo finiscano nelle mani dei fondamentalisti musulmani. Che poi, tolta Al Qaeda, è proprio quello che avvenne alla fine degli Anni Ottanta, quando il network gestito dal padre della bomba atomica pakistana, lo scienziato Abdul Quadeer Kahn, fornì segreti e tecnologia nucleare a Iran, Nord Corea e Libia. Il resto è già storia e cronaca.

Subito dopo gli attentati di settembre, appreso che nell'estate alcuni scienziati pakistani avevano discusso di segreti nucleari direttamente con Osama Bin Laden, gli Stati Uniti avevano fornito a Islamabad attrezzature di sicurezza, per decine di milioni di dollari. Ma le autorità di Islamabad hanno continuato a negare agli americani l'accesso ai siti. Il risultato è che se gli Usa, in una situazione estrema, dovessero tentare di prendere il controllo di quelle armi, per prevenirne la perdita, «sarebbe molto complicato», come ha confermato il funzionario. Tutta l'attenzione americana è concentrata sulla stabilità dell'esercito, fin qui intatta: «Ma se il livello dei disordini e della violenza aumentano, allora i dubbi sulla sicurezza delle armi nucleari cresceranno», ha spiegato l'ex numero due della Cia, John McLaughlin. Soprattutto perché l'esercito non è più il blocco monolitico di qualche anno fa, ma riflette sempre più le divisioni etniche e religiose del Paese.
Stabilità dei militari e stabilità di Musharraf sono probabilmente due facce della stessa medaglia. Per questo, al momento, l'Amministrazione americana non ha altra scelta che difendere, sia pur con qualche cautela, il suo alleato più importante. «Il presidente Musharraf — ha detto sabato sera George Bush dopo il vertice texano di Crawford con Angela Merkel — prese una decisione chiara dopo l'11 settembre, quella di stare al fianco degli Usa contro i nemici estremisti di casa sua. Aveva un'opzione, essere con noi o contro di noi, ha scelto ed ha agito di conseguenza». Bush ha ricordato che se molti capi di Al Qaeda sono stati assicurati alla giustizia, «ciò non sarebbe stato possibile se Musharraf non avesse mantenuto la parola».



Crimea, disastro ecologico Affondano quattro navi
Mar Nero in tempesta, petroliera perde 2.000 tonnellate di gasolio
sul
Corriere della Sera

MOSCA — Probabilmente non è la più grande tempesta mai registrata da quelle parti, ma di sicuro ha colto impreparate decine di navi non adatte alla navigazione in mare aperto. E sta provocando quella che ecologisti e autorità russe definiscono una vera e propria catastrofe. Venti a cento chilometri l'ora, con onde alte fino a sei metri, si sono abbattuti sulla parte settentrionale del Mar Nero e sul Mare d'Azov. Siamo in una zona a est della Crimea, vicino alle regioni carbonifere e industriali dell'Ucraina e all'area russa di Krasnodar, non lontano da dove il Don sfocia in mare.
STRETTO — A essere colpito più duramente è stato lo stretto di Kerch, un piccolo braccio di mare che separa proprio la Crimea ucraina dalla costa russa. Una sessantina di navi riparate nel porto di Kavkaz, erano ieri sera in grande difficoltà e quarantadue avevano guadagnato il mare aperto proprio per cercare di limitare i danni.
Ma il problema è che gran parte di questi vascelli sono stati progettati tanti anni fa per navigare nei grandi fiumi russi e sottocosta, non per affrontare un mare di questo genere.
ALBA — Così prima dell'alba di ieri ci sono stati i fatti più gravi. Una petroliera affondata che ha sparso vicino alla costa circa 2 mila tonnellate di gasolio. Un'altra petroliera con un grave squarcio nello scafo. Navi cariche di zolfo e di minerali ferrosi affondate. Il tutto mentre l'intera penisola di Crimea rimaneva al buio, come effetto dei venti e dei lampi. I meteorologi non prevedono nulla di buono perché ritengono che il nubifragio durerà a lungo, forse tre giorni. Questo rende difficoltose le operazioni di salvataggio degli equipaggi e impossibile il recupero del carburante finito in acqua. «Ci vorranno forse anni per ripulire il disastro», ha detto uno dei responsabili locali.
VELENI — E gli effetti, purtroppo, non possono lasciare indifferenti i Paesi del Mediterraneo, dove il Mar Nero riversa le sue acque cariche di veleni, visto che lì si trovano alcuni dei vecchi impianti sovietici più inquinanti del mondo. Anche le petroliere della flotta russa e di quella ucraina sono un disastro, tanto che è stato proibito loro l'accesso nei porti dell'Unione Europea. Ma il mare non lo può fermare nessuno. «Per le acque del Mediterraneo, il Mar Nero rappresenta un vero e proprio cancro — ha spiegato il presidente di Legambiente Roberto della Seta —. Gli apporti di metalli pesanti e di idrocarburi sono tra le principali fonti d'inquinamento del Mare Nostrum».



E l´America assetata invoca il Dio della pioggia
Oggi, convocati dal governatore della Georgia, rappresentanti di tutte le fedi pregheranno insieme davanti al Parlamento di Atlanta implorando la fine della siccità
Mario Calabresi su
la Repubblica

NEW YORK - L´appuntamento è per questa mattina alle 11 e 45 di fronte al Campidoglio dello Stato della Georgia ad Atlanta.
Sacerdoti, rabbini, muftì, esponenti di tutte le religioni e le fedi si troveranno insieme per pregare di fronte alla cupola del Parlamento locale. Chiederanno a Dio, a ogni divinità, una sola cosa: la pioggia. Dopo sedici mesi di siccità e alla fine dell´anno più asciutto, da quando nel 1894 cominciarono a registrare le precipitazioni, ci si affida alla clemenza del cielo per scongiurare il disastro totale: la fine dell´acqua corrente in una delle più grandi città d´America.
Li ha convocati il governatore repubblicano Sonny Perdue, figlio di un pastore battista e fortemente sostenuto dalla destra evangelica, che ha avuto l´idea sulla strada del ritorno da Washington la scorsa settimana. Sconfortato dai risultati di una serie di riunioni con le autorità federali si è arreso: «Alla base di tutti i nostri problemi c´è la mancanza di pioggia e non c´è nulla che il governo possa fare, la richiesta non può esser fatta a Washington ma va indirizzata a qualcuno che sta più in alto». E così ha chiamato a raccolta tutti i leader spirituali, riscoprendo però anche una delle più antiche tradizioni di quest´area: la danza della pioggia dei nativi americani. I Cherokee, la tribù indiana del sud-est degli Stati Uniti, usavano la danza non solo per portare l´acqua ma anche per ripulire la terra dagli spiriti cattivi. La pioggia in questo caso potrebbe placare le liti furiose che da mesi contrappongono la Georgia ad Alabama e Florida per l´utilizzo dei residui bacini d´acqua potabile.

Le autorità di Atlanta, la città della Coca Cola e della Cnn, hanno annunciato che se non tornerà la pioggia e non sarà abbondante a gennaio la città resterà senza acqua.
Quando si parla di cambiamento climatico la prima cosa che viene in mente è lo scioglimento dei ghiacci e l´innalzamento degli Oceani, questa è la preoccupazione principale: le immagini degli orsi bianchi alla deriva, i passaggi aperti nel mare artico, le isole del Pacifico sommerse dall´acqua. Ma oggi gli americani stanno sperimentando un´effetto più immediato del riscaldamento del pianeta: la siccità. Incendi, mancanza d´acqua, fiumi prosciugati sono da mesi la prima preoccupazione di California, Arizona, Alabama, Georgia e Tennessee.
La diminuzione delle piogge e della portata dei fiumi, la crescita delle temperature e della popolazione, sono un fenomeno chiarissimo in tutto il sud degli Stati Uniti, da Est a Ovest. Lo US Government Accountability Office ha messo in guardia sul fatto che almeno 36 Stati si troveranno ad affrontare «catastrofiche mancanze d´acqua nei prossimi cinque anni».
Il New York Times ha dedicato all´allarme la storia di copertina del suo magazine settimanale due domeniche fa: le foto di laghi completamente inariditi con le barche in secca erano impressionanti, ricordavano le immagini del disastro ambientale del lago D´Aral, il titolo era "La siccità perfetta". Nella lunga inchiesta, Steven Chu, premio Nobel per la Fisica nel 1997 e direttore del Berkeley Lab in California, una struttura fondata più di settant´anni fa dove si studiano nuovi sistemi energetici e ambientali, non mostrava dubbi sulla gravità della situazione: «La diminuzione dei nevai e dell´acqua dolce è un problema molto più serio del lento innalzamento dei mari: secondo i più ottimistici modelli di previsione nella seconda metà del secolo tra il 30 e il 70 per cento dei nevai e dei ghiacciai americani saranno scomparsi».
Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: quest´estate il Colorado River, che nasce in gran parte per lo scioglimento delle nevi delle Montagne Rocciose, ha avuto una catastrofica riduzione della sua portata ed è sceso al livello più basso da quando hanno cominciato a misurarlo ottantacinque anni fa. Trenta milioni di persone dipendono dalle sue acque, viene sfruttato in maniera intensiva per l´irrigazione e dall´industria ed è ormai allo stremo: non riesce più a sfociare in mare, si secca 50 chilometri prima della sua foce naturale. E tra gli Stati che attraversa, tra le città, tra agricoltori e industrali e tra riserve indiane e Stato federale è ormai una guerra continua, ognuno accusa l´altro di essere il colpevole della secca e la situazione, anche economicamente sta diventando insostenibile.

Lake Mead, la gigantesca riserva d´acqua sul confine tra Arizona e Nevada, dove il Colorado arriva dopo aver continuato il suo millenario lavoro di scavo del Grand Canyon, è vuoto per metà e il dato allarmante è che tutta l´acqua potabile di Las Vegas arriva da qui. E nelle stesse condizioni è Lake Powell in Utah, uno dei luoghi più scenografici e affascinanti degli Stati Uniti, per farlo tornare alla normalità ci vorrebbero vent´anni di piogge regolari.
La situazione si è resa ancora più visibile con gli incendi della California delle scorse settimane, la sola Los Angeles quest´anno ha avuto 150 giorni senza pioggia e in tutto il sud dello Stato è stato segnato il record più basso delle precipitazioni.
Richard Seager, professore a Columbia University che ha pubblicato uno studio su quest´area la scorsa primavera, ha affermato: «Non si può più parlare di siccità, perché stiamo andando oltre, siamo ad un cambiamento climatico. Nessuno dice che nel deserto del Sahara c´è la siccità.



  13 novembre 2007