Sgomberi, espulsioni, intimidazioni, continua la caccia al romeno in un clima di tensione. I politici condannano il raid squadristico e assistono al funerale di Giovanna Reggiani, ma la violenza provocata dall'intervento del governo contro i campi nomadi dilaga. Ad avere paura adesso sono gli immigrati. «Fermate i razzisti» chiede la Romania; D'Alema dichiara che non c'è un'emergenza romeni.
Mentre il centrodestra apre sul decreto sicurezza: avrà i suoi voti.
Raid, spranghe e celtiche
l'«arcipelago nero»
Massimo Solani su l'Unità
Roma - Emergenza immigrazione, città a rischio sicurezza, donne da difendere e identità nazionale da conservare. È soffiando sul fuoco della paura che l'estrema destra ha trovato il brodo primordiale per la propria azione politica. Da Forza Nuova a Fiamma Tricolore, formazioni per lo più sdoganate da Berlusconi che pescando nella pancia più retriva dell'Italia ha cercato inutilmente i voti necessari per battere Prodi alle ultime elezioni politiche. Sigle che spesso significano violenza, quasi sempre razzismo.
Parola d'ordine: «Azione»
«Da oggi in poi i nostri militanti e tutti gli italiani sono moralmente autorizzati ad usare metodi che vadano aldilà di semplici proteste per difendere i propri compatrioti». Dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani è stata Forza Nuova a lanciare la chiamata alle armi. Scene di razzismo già viste anche dopo l'omicidio di Vanessa Russo, uccisa nella metropolitana di Roma dopo una lite con due prostitute romene. Perché il dato nuovo nell'azione di queste formazioni (da FN, appunto, alla Fiamma Tricolore passando per una miriade di sigle minori) è proprio la ricerca di nuova collocazione e visibilità propria. Anche menando mani e spranghe. Indisturbati o quasi: come in occasione del raduno organizzato da Forza Nuova un anno fa a Viterbo con la partecipazione di teste rasate provenienti da tutta Europa. Perché esserci e soffiare sul fuoco significa, essenzialmente, attirare a sè nuove leve, per lo più giovani. Emblematica la nascita di Blocco Studentesco, una formazione di estrema destra che soprattutto a Roma si è messa a fare politica nelle scuole superiori. Senza disdegnare le botte ai rossi.
Denominatori comuni: l'odio per l'extracomunitario, l'ostentata nostalgia per fascismo e nazismo e la violenza squadrista.
Fascisti in tutta Italia
Ma se una volta certe formazioni trovavano al nord l'humus più adatto, la tendenza è ormai consolidata in tutto il paese. E la cronaca degli ultimi tempi ne dà un'idea precisa. Il 18 settembre la procura di Varese ha ordinato decine di perquisizioni a carico di altrettanti militanti del movimento dei lavoratori nazionalsocialista, formazione che si era addirittura presentata alle elezioni amministrative in alcuni comuni lombardi. E che, fra una celebrazione nostalgica e l'altra al grido di Viva il Duce e Brucia l'ebreo! (stando alle intercettazioni disposte dai magistrati), organizzava raccolte fondi per il sostegno degli stragisti neri in carcere e lavorava per la creazione di un partito di ispirazione nazista. Fra loro anche un consigliere comunale di An. Dieci giorni più tardi i carabinieri di Rimini hanno eseguito 11 arresti nei confronti di altrettanti militanti di FN che prepavano un attentato incendiario contro un centro sociale. E se sono ancora senza un nome gli autori del raid fascista di giugno a Villa Ada a Roma, a Bologna il 3 agosto sette naziskin sono stati arrestati con l'accusa di aver fatto parte di un gruppo che per anni ha compiuto intimidazioni e aggressioni ai danni di extracomunitari, omosessuali e ebrei.
Camerati e ultras
«In alcune realtà, come quella capitolina, la compenetrazione fra tifo e oltranzismo politico ha evidenziato profili di indubbia insidiosità», scriveva il Sisde a fine estate. Non bastasse l'ormai arcinoto campionario di celtiche, profili del duce issati in curva, saluti romani e cori inneggianti al Duce, basta leggere le carte dell'inchiesta bolognese per avere conferma di quanto da anni gli investigatori ripetono con allarme: gli stadi, ormai, sono il terreno principale di proselitismo delle formazioni di estrema destra. «Lo stadio e la strada è la stessa cosa», ripeteva uno degli arrestati di Bologna mentre intercettato al telefono spiegava ad uno dei capetti della curva quanto importante fosse fare nuovi adepti in curva in un momento di «crisi delle vocazioni».
Una delle ultime rimaste peraltro, visto che la geografia dei gruppi ultras è ormai quasi un monocolore nero. Da Roma (Lazio o Roma, fa lo stesso) a Milano (nerissimi lo sono da tempo buona parte dei gruppi organizzati interisti, quelli milanisti invece lo stanno diventando tanto che uno dei gruppi storici e moderatamente di sinistra, la Fossa dei Leoni, è stata costretta a sciogliersi a colpi di pestaggi), da Napoli a Torino (specie sponda Juve). Ma il fenomeno riguarda anche le piazze minori: solo un mese e mezzo fa, infatti, una inchiesta della magistratura ha praticamente decapitato il gruppo dei Bulldog della Lucchese. Dieci arresti per percosse, aggressioni e violenze squadriste ai danni di altri due gruppi politicamente orientati a sinistra.
Con la fascia dai repubblichini Monza, sindaco sotto accusa
g.cer. su la Repubblica
Il sindaco rende omaggio ai repubblichini e al cimitero scoppia il caso. Nel corso dei festeggiamenti ufficiali per il IV Novembre, la giunta di centrodestra di Monza, con a capo il primo cittadino leghista Marco Mariani, si è inginocchiata davanti alla stele dei caduti di Salò. Un gesto che ha scatenato l´immediata reazione dell´opposizione, presente alla cerimonia. Urla, insulti tra alcuni rappresentanti dei due schieramenti. La querelle si è spostata in centro, dove si celebrava la messa. Sotto l´Arengario, la presenza in prima fila della compagnia militante Fiume Dalmazia, costola di Forza nuova, non ha contribuito a rasserenare gli animi. L´attacco più duro è arrivato dall´ex sindaco di centrosinistra, Michele Faglia: «Questi sono isterismi neofascisti che nulla hanno a che vedere con la città. È un atto scorretto». «Se siamo stati i primi in Italia a compiere un gesto del genere siamo ancora più orgogliosi» replica il vicesindaco, Dario Allevi, di An.
Cappon: "Il tetto ai compensi un regalo a Mediaset e Sky"
Il direttore generale della Rai: non ci saranno risparmi reali, noi condannati al declino
Aldo Fontanarosa su la Repubblica
ROMA - Sulla Rai incombe il tetto agli ingaggi. Un emendamento alla Finanziaria stabilisce che dipendenti, artisti, consulenti della tv di Stato non potranno guadagnare oltre i 274 mila euro l´anno. Barriera valida anche per i contratti già in vigore. Claudio Cappon, direttore generale della Rai, è in allarme per la novità. Perché - dice - «sembra violare le norme europee sulla concorrenza». Perché «apre una prateria a Mediaset e Sky». Perché condanna la tv di Stato alla non-qualità e forse al declino industriale.
«La Rai è a proprietà pubblica, ma è anche una grande impresa industriale che compete su molteplici fronti: con le altre emittenti; con i produttori di programmi che hanno ormai dimensione globale; con editori emergenti che operano su nuove piattaforme».
«Sulla qualità, intanto. Il Paese ci chiede più qualità. E noi - all´interno del Piano Industriale appena approvato - promettiamo una svolta. Ma la qualità costa perché è affidata a donne e uomini di valore. Un esempio concreto: noi offriamo Benigni e Celentano. Ma artisti del genere ci saranno preclusi, se il tetto sarà confermato».
Questo tetto, lei dice, avvantaggia i concorrenti. Perché?
«Regole per un solo attore del mercato, la Rai, spalancano praterie a tutti gli altri. Potranno strapparci le migliori risorse pagando un solo euro in più rispetto a noi. I maggiori risparmi quindi non si realizzeranno in Rai, ma nei bilanci delle tv avversarie. Prende corpo un regalo, aggiungo, ai produttori esterni di format».
Gli esterni?
«Nostri autori e registi ci lasciano spesso per andare in società private di produzione perché già oggi noi paghiamo meno del mercato. L´esodo, che contrastiamo con fatica, si accentuerebbe».
"Così interrogo i detenuti"
Paul Rester fa il terzo grado ai prigionieri nel carcere più contestato del mondo Da cinque anni cerca di ottenere informazioni sui piani di attacco di Al Qaeda. Il nuovo blocco di celle, Camp VI, trasmette un senso fortissimo di claustrofobia
Antonio Cano su la Repubblica
GUANTANAMO - Dopo aver diretto o analizzato circa 30.000 interrogatori, Paul Rester ritiene di saperne qualcosa, sui detenuti di Guantánamo. Anche se mezzo mondo lo definirebbe semplicemente il capo dei torturatori, Paul Rester ricopre l´incarico di direttore del Joint Intelligence Group (Jig). È per questo che il suo ufficio, al secondo piano del quartier generale della base americana, in questa baia nella zona sudorientale di Cuba, è uno dei meno accessibili dell´intero complesso.
Documenti resi pubblici di recente rivelano che è altamente probabile che l´attuale amministrazione americana permetta che i detenuti siano sottoposti a trattamenti quali l´ipotermia, la privazione del sonno o la simulazione di asfissia, senza ritenere che tali misure siano da considerarsi, dal punto di vista legale, equiparabili a torture. Paul Rester però - che è un civile, non un militare - insiste nel difendere il proprio operato: «Non siamo torturatori. Io sto qui, circondato da tutti questi manuali che delimitano rigorosamente le condizioni del nostro lavoro. E le dico, categoricamente, che noi non torturiamo. Il fatto che i detenuti non siano riconosciuti come prigionieri di guerra non impedisce da parte nostra il rispetto dello spirito della Convenzione di Ginevra».
Uomo scorbutico e di poche parole, a Rester non interessa il destino di Guantánamo, e nemmeno la sorte dei prigionieri: «Io non sono qui per ottenere informazioni che consentano di dichiararli colpevoli, né per soddisfare i desideri dei procuratori generali. Io sono qui solamente per ricavare informazioni utili per la sicurezza nazionale». Queste informazioni, attentamente vagliate e confrontate con altre fonti (Rester si reca spesso in Medio Oriente), vengono trasmesse «a chi di dovere». Circa un migliaio di membri della sofisticata rete di agenzie di intelligence e organismi di sicurezza dello Stato americano leggono quotidianamente le informazioni che Rester ottiene. L´uso che poi ne faranno esula dalle sue competenze.
Negli Stati Uniti, molti dubitano che dopo tanti anni (un numero considerevole dei prigionieri attuali è arrivato qui nel gennaio del 2002), i detenuti di Guantánamo possano ancora fornire informazioni preziose su potenziali minacce contro l´America, anche ammettendo che siano i pericolosi terroristi che i loro carcerieri dicono essere. Ma Rester è di un altro avviso: «Non continueremmo con gli interrogatori se non avessimo ancora molte domande concrete da fare, e che necessitano di risposte concrete», afferma. Nelle celle di Guantánamo si tengono ogni settimana tra gli ottanta e i cento interrogatori, con 40 o 50 prigionieri interrogati; alcuni di loro, più volte. Secondo i suoi calcoli, solo 110 o 120 dei circa 330 prigionieri che rimangono attualmente reclusi in questa base militare vengono sottoposti periodicamente a interrogatori. Gli altri hanno perso ormai qualsiasi valore per i servizi segreti statunitensi, ma continuano formalmente a essere troppo «pericolosi» per essere messi in libertà.
se si è dovuti ricorrere a una situazione tanto eccezionale come Guantánamo è stato perché «ci siamo trovati di fronte a un tipo di detenuti che non aveva precedenti nella storia, che non indossano uniforme, che non appartengono a nessun Paese, che non possono essere catalogati come prigionieri di guerra e neanche possiamo giudicare come criminali negli Stati Uniti».
Altre istituzioni giudiziarie e politiche, in America, stanno valutando se questo sia il modo più giusto possibile, ma né il capitano Fessel né i suoi collaboratori possono negare l´esistenza, all´ambito del loro peculiare sistema di giustizia, di buchi giganteschi: molti prigionieri sanno già quale sia il proprio status, altri ancora no; è impossibile sapere quanti si trovino in questa situazione, perché la stessa cifra esatta dei detenuti, così come i loro nomi, continua a essere considerata un´informazione riservata - motivo per cui, tecnicamente, Guantánamo continua ad avere dei desaparecidos; i detenuti non possono ricevere l´assistenza di un legale e non possono presentare testimoni a proprio favore nei tribunali amministrativi in cui si decide del loro futuro; quelli per i quali viene raccomandato il processo rimangono in attesa di un sistema dai contorni ancora indefiniti; quelli per i quali ancora non viene chiesto il processo, ma nemmeno la liberazione, restano senza alcun orizzonte legale («dipende da come va la guerra», sostiene Fessel); e anche quelli per i quali viene raccomandata la liberazione rimarranno prigionieri fino a quando qualche Paese accetterà di accoglierli, trasformandosi quindi in una sorta di sequestrati in attesa di riscatto.
Nonostante la fragilità legale del sistema, tutti i segnali a Guantánamo indicano che il governo americano per il momento non intende soddisfare le numerose richieste di chiudere la struttura.
Un´altra innovazione è il nuovo centro di detenzione, noto come Camp VI, costruito seguendo il modello delle più moderne prigioni di massima sicurezza degli Stati Uniti. Dopo averlo visitato, si ha l´impressione che il Camp I e il Camp IV, dove sono rinchiusi i detenuti meno importanti, siano modesti villaggi vacanze.
Il Camp VI invece è sconvolgente fin dal primo impatto. I corridoi delle celle sono separate dalla sala centrale da un vetro che consente di vedere solo dal lato in cui mi trovo io. Dall´altro, durante la nostra visita, un prigioniero dall´uniforme color cannella («pericolo medio») viene portato fuori dalla sua cella da due soldati. È di corporatura robusta, ha la testa rasata e una lunga barba scura. E ammanettato mani e piedi e due guardie carcerarie lo tengono per le braccia, con guanti di gomma blu e uno schermo di plastica per proteggersi il volto. Si fermano a metà del corridoio, e il prigioniero si produce in una risata che gli sospinge la testa all´indietro. Da questo lato del vetro, spiegano che probabilmente ha visto la luce dei flash, e questo lo ha fatto ridere. Flash scattati inutilmente, perché la foto è stata successivamente censurata dai responsabili militari e non può essere pubblicata. Tutto il materiale fotografico ricavato a Guantánamo viene sottoposto a revisione e censura.
Un altro prigioniero cammina da un lato all´altro della sua cella. In un´altra osserviamo il suo inquilino che muove la testa in su e in giù seguendo un ritmo armonico. «Sta pregando», dice uno dei sorveglianti. «E la preghiera del tramonto», aggiunge. «Come fa a sapere quando è il tramonto?», chiedo. «Beh, qui tutti gli orari sono stabiliti con precisione», risponde il secondino. «Inoltre, da quella feritoia si può vedere la luce del giorno», assicura. Quella feritoia, apparentemente, è l´unica luce naturale che illumina tutto l´edificio, attualmente il più popolato dell´intero carcere. La sensazione di oscurità e di claustrofobia è devastante.
(Copyright El Pais/la repubblica. Traduzione di Fabio Galimberti)
Il terrorismo e la morte di Dio
Tahar Ben Jelloun su la Repubblica
La giustizia degli uomini, anche quando è resa nel massimo equilibrio e volontà di riparazione, sarà sempre imperfetta, per quanto moltiplichi a migliaia gli anni di detenzione. Per gli uni e per gli altri comporterà sempre elementi obiettivi di frustrazione.
E un senso di fallimento, dato che nulla può mettere fine al dolore di una madre, o alleviare il suo lutto.
Penso alle centinaia di famiglie vittime degli attentati dell´11 marzo 2004 a Madrid, così come a quelle di Londra o di Casablanca. Il terrorismo, nella sua spirale incontrollabile e imprevedibile, rimane il flagello che incombe sulle democrazie e su alcuni paesi emergenti.
Si muore in guerra da quando è apparso l´uomo. Combattere per la propria terra usurpata, per la propria casa distrutta è legittimo, quale che sia il contesto ideologico. Ma trovare la morte su un tram, su un autobus, in un caffè, senza essere né un soldato né un belligerante, è una novità di fronte alla quale il mondo moderno, la mente razionale sono impotenti.
La grande svolta del rapporto tra la vita e la morte è avvenuta il giorno in cui un vecchio cadente è riuscito a convincere dei giovani a sostituire all´istinto di vita l´istinto di morte e non di una morte qualunque, ma causando con la propria quella del maggior numero di vittime, colpevoli solo di trovarsi lì nel momento in cui avviene il passaggio da un istinto all´altro, in una sorta di trance o meglio ancora nella serenità del dovere compiuto.
Il fatto di non avere più la stessa percezione del corpo che respira, vive e spera, ha scompaginato i dati della nuova guerra, che non dice il suo nome e agisce di sorpresa, nell´invisibile. Che colpisce persone innocenti e in questo trova motivo di grande fierezza.
Se si offre una vita nell´intento di eliminarne centinaia di altre, è perché sentimenti universali quali la paura, l´istinto di lotta per vivere, per conservare intatto il corpo e sana la mente, hanno cambiato registro, passando dalla normalità a un sanguinario spirito di sacrificio. Si può anche vederlo come una strana patologia; ma questo non ci porta avanti. È una rivoluzione che l´Occidente non aveva previsto, contro la quale non sa lottare efficacemente. Si è tentato in tutti i modi di spiegare il gesto di quei giovani che si trasformano in «bombe umane» e seminano sciagure. Si è data la colpa alle bidonville, alle condizioni di vita miserabili. Ma poi si è visto che a gettarsi nella folla imbottiti di esplosivo erano spesso giovani provenienti da famiglie agiate, che avevano fatto studi scientifici e non soffrivano di particolari frustrazioni. Si è cercata una spiegazione nel bisogno di lavare le umiliazioni subite dal mondo islamico. E i primi a essere presi di mira sono stati i musulmani nelle moschee. Si è parlato di vendetta contro Israele, che occupa i territori palestinesi e calpesta i simboli dell´Islam. Ma poi i palestinesi di Hamas hanno usato gli stessi metodi le «bombe umane» per uccidere altri palestinesi.
Che fare allora? Cosa pensare? Per quanto si analizzi il fenomeno dal punto di vista politico, religioso, psicologico, non si troverà mai una risposta soddisfacente. Vorrei però fermarmi sulla nozione di transfert: l´istinto di morte soppianta l´istinto di vita e diventa motore di vita che però non è più quella delle persone cosiddette «normali». La vita perde la nettezza dei suoi contorni nella mente del futuro kamikaze, che ne trarrà un godimento solo virtuale, vivendo per anticipazione in tutto il tempo della sua preparazione all´omicidio-suicidio. La vivrà intensamente, e ne farà una ragione per lasciare questo mondo aureolato dal maggior numero possibile di vittime; tanto più che queste ultime non saranno scelte, ma elette dal caso, nell´anonimato.
In questo sta il piacere. Andando in giro per la città, visitando i luoghi del suo prossimo delitto, il futuro omicida-suicida si crederà Dio: colui che decide di togliere la vita agli uni o agli altri, di devastare la vita di un passante strappandogli un braccio o una gamba, facendone un orfano o votandolo a una morte lenta per le ferite. E una posizione che ha del magico.
Il registro di quest´omicida non è più quello della vendetta o della rapina commessa per procurarsi da vivere: è entrato nelle sfere del divino, che fanno di lui un essere straordinario, conferendogli uno status d´eccezione cui nessun generale d´armata ha mai potuto aspirare tranne Hitler e i suoi sodali, che pianificavano a freddo l´esecuzione di milioni di esseri umani colpevoli solo di essere nati ebrei o zingari.
L´omicida-suicida godrà di questo stato fino al momento in cui sarà trasportato altrove dove né voi né io abbiamo fretta di andare. Quando scompare la paura della morte è come la morte di Dio: allora tutto è possibile, e a volte questo possibile si ammanta di riferimenti pseudoreligiosi che confondono le piste degli inquirenti e dei politici.
Traduzione
di Elisabetta Horvat
Immigrazione sfida del futuro
Maurizio Chierici su l'Unità
Bidonvilles evanescenti ingombrano ogni piazza di Asuncion, capitale del Paraguay. I sacchi della spazzatura diventano baracche dove dormono, mangiano, sopravvivono 15 mila famiglie scacciate dalla campagna per far posto all'oro verde della soia. Benzina al posto del pane. Contadini che non sanno dove mettere radici.
Il latifondo fa i conti: il grano rende il 30 per cento in meno della soia e i proprietari (due per cento della popolazione che amministra il 95 per cento dei terreni) scelgono di riempire la cassa. La gente non conta e non ha voce. Metà paese sbarca il lunario fra le immondizie. Mille più, mille meno non succede niente. Prima o poi il municipio troverà uno spazio fuori mano per far crescere baracche più consistenti, cartoni e lamiere. E la vita degli accampati diventerà la vita di chi si è accampato prima. La stessa infelicità potrà consolarli.
Ripulite le piazze, Assuncion tornerà una città in qualche modo sicura fino alla prossima invasione di nuovi disperati, metafora di ogni civiltà che rifiuta la barbarie dei vagabondi. C'é una festa di immigrati paraguayani nella villas miserias numero 31, attorno a Buenos Aires. Stamberghe piantate nel fango e nella polvere. Da una di queste stamberghe trent'anni fa, villa miseria Fiorito, viveva un ragazzo bravo col pallone. Quando è diventato Maradona non è più tornato a visitare la casetta dalla quale è partito. Il languore di un'orchestra guarany scioglie la nostalgia degli straccioni incantati dalle luci della città irraggiungibile: ballano ma non sorridono. Hanno voglia di tornare nel paese dal quale sono scappati per fame, eppure restano in attesa del miracolo: un posto, magari riconosciuto e non braccia nere. Qualche peso sicuro al giorno. Per il momento si arrangiano: schiavi dei piccoli imprenditori che nascondono il lavoro in fabbriche clandestine. Schiavi di un'emigrazione più dura e concreta: nord coreani che sfruttano i servi della gleba con la precisione sorridente della cultura orientale. Oppure allungano le mani. Rubano e minacciano. L'insicurezza ormai drammatica ha animato i discorsi della presidente eletta Kirchner e degli avversari che le rimproveravano di non proteggere la gente. Parole dure, classe media che per ripicca non vota Cristina nelle grandi città: ogni mondo è paese. Il taxista si spaventa. Dopo il tramonto le villas miserias diventano trappole pericolose, ma l'organizzatore guarany tranquillizza: vi accompagno fino a quando cominciano le strade della città. La tragedia dei rom e delle bidonvilles di Roma, esercizio feroce di una violenza che la non vita ha metabolizzato, impensierisce chi guarda le miserie lontane con gli occhi del nostro mondo.
A Buenos Aires i cartoneros, esercito che striscia sui marciapiedi raccogliendo ogni briciola di carta da vendere a riciclatori industriali; i cartoneros inaugurano un'attività editoriale che ha per materia prima le immondizie. Scatoloni di imballaggio ritagliati in copertine col titolo dell'opera colorata di verde e di rosso. Le offrono agli angoli di Florida, strada del gran passeggio. Dieci pesos, due euro per «Copi La guerra de las mariquitas», guerra delle coccinelle. Coppi, italo argentino, disegnava le donne affrante pubblicate da Linus, scriveva racconti e commedie ispirate a Jonesco sul filo autoironico dell'omosessualità; Copi sta diventando il simbolo di una diversità umiliata. Una cartaccia lega in qualche modo le sue pagine dissepolte nelle rovine di qualche stamperia allo sfascio o nelle discariche dove finiscono i libri usati. L'autrice dell'edizione stradale firma con dedica l'opera che sto comprando quasi ne fosse l'autrice. Svolazzo di «Eloisa Cartonera Barilaro, artista plastica», ragazza col sottanone di chi pulisce i marciapiedi. La fantasia la salverà? Sono le immondizie a precisare la differenza tra il nostro mondo e il mondo nel quale le famiglie dei viandanti annegano.
Le immondizie restano una tragedia sulla quale vivono corruzioni e camorre. La gente attorno a Napoli non respira mentre si discute all'infinito sul come riciclarle, bruciarle, soprattutto farle sparire. Da Buenos Aires alla Nairobi di padre Alex Zanotelli le immondizie diventano tesori che aiutano la sopravvivenza. Il modello sociale si rovescia. Scavare nei cascami della città dei palazzi, viene reclamato come diritto da chi non sa come andare avanti. Le autorità lo proibiscono: colera in agguato. Ma la gente non si rassegna. A Città del Guatemala la guardia nacional presidia una discarica infinita che incombe sulla capitale per impedire alla folla dei diseredati di riversarsi nel pattume alla ricerca della fortuna. Ma i ragazzi strisciano e non si arrendono. Nella notte spari e bengala per illuminare il cammino dei ladri. Qualche morto senza nome; nessuno ne parla. Anche nella Buenos Aires dalle abitudini borghesi, macroeconomia che vola, il governo si è arreso nei giorni delle elezioni. La proibizione resta, ma ogni pomeriggio dalle cinque alle sei, i cancelli della pattumiera sterminata di José Leon, benevolmente si aprono per lasciare passare la folla che aspetta. File ordinate, guai bruciare il posto dell'altro. Cinque, diecimila cercatori d'oro corrono fra i cascami puntando verso gli scatoloni abbandonati dai grandi magazzini: yogurth e latte scaduti da settimane, pesce nauseabondo, frutta marcia. Per noi è veleno, per loro è la vita. Escono felici trascinando pacchi di plastica dove hanno insaccato ogni ben di dio. Da mangiare e da vendere nelle bancarelle delle villas miserias. E il colera? Speriamo di no.
Quando le villas miserias (o favelas o pueblos joverens di Lima, o i ranchos di Caracas) vengono spazzate via e le ruspe abbattono le baracche, noi perbene respiriamo: finalmente si è fatto qualcosa per difendere la sicurezza di chi pretende una vita normale. Sospiro sacrosanto, ma il sollievo è provvisorio. Il nuovo sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macrì, destra alla Berlusconi, ha deciso di espandere un quartiere giardino nello spazio occupato da una villa miseria. Tensioni e proteste sconvolgono le strade. Manifesta chi è contento, manifesta chi è rabbioso: ha conquistato un rifugio evanescente e non vuole perderlo. Fra qualche settimana camion e polizia li butteranno fuori. Dieci-dodicimila profughi da trasferire ai margini di una favela lontana rubando il posto-casa agli sfollati di altre favelas. Come finirà il girotondo tra la società organizzata e la società senza speranza non è facile indovinare. Né quando; né per quanto tempo continueranno a fiorire baracche. L'Europa ha finora sofferto marginalmente questo sfaldamento civile. Sta cominciando ad angosciarci con l'esodo dai paesi dell'est. Servirebbero case, ma non sono le case l'unico problema. Nelle periferie di Parigi allineate sulle fermate dell'ultimo metrò crescono quartieri dignitosi dove vivono magrebini, tunisini, iracheni: sempre islamici. Il dio diverso innescava diffidenza, obbligava all'emarginazione. Ecco le rivolte di chi non sopporta l'espulsione dal futuro che la città madre sta programmando. Quei fuochi, un anno fa. Arrivano ucraini, ungheresi, polacchi, bulgari, rumeni: cristiani come tutti. La loro ondata rivela che la religione era solo l'alibi emotivo per difendere la discriminazione: paura e tensione non cambiano. E l'ostracismo resta. Le soluzioni sono sempre opposte: fermare l'emigrazione con la forza, reprimerla seminando paura, oppure elaborare una morale sociale inedita per non chiudere sotto i tetti di latta gli stranieri che sbarcano nella nostra tranquillità attraversando le frontiere della fame. Le squadre della morte di Rio de Janeiro insistono con la soluzione forte. Poliziotti che fanno gli straordinari. Mattanze dei bambini di strada, ladri che in un lampo vuotano i negozi. I loro corpi vengono esibiti per un intero giorno davanti alla vetrina che stavano saccheggiando. Il fascismo della ritorsione romana non ha inventato niente. Ma la paura non spegne la necessità. E l'emigrazione è l'alluvione che non si ferma in ogni tropico del mondo. E la violenza si moltiplica; la rabbia cresce. In Salvador, Guatemala e Nicaragua si gonfia il mostro delle pandillas, bande armate di adolescenti. Affrontano armi alla mano le polizie. Ogni anno in un paesino che non ha mai fatto guerra a nessuno - El Salvador, appunto - vengono uccise 60 persone ogni mille abitanti, statistica irachena nel nome dell'integralismo della rapina e della difesa.
I muri non bastano anche perché la proiezione delle nazioni unite annuncia che nel 2050 metà della popolazione del mondo potrebbe vivere attorno alle luci di metropoli sconvolte da aggressioni e spedizioni punitive. E allora? Mentre tramonta il liberismo selvaggio che mette in conto guerre e invasioni per garantire la continuità delle nostre abitudini, è necessaria l'elaborazione di una dottrina globale che razionalizzi ricchezze e cultura in modo da non far correre i popoli verso i paesi padroni, i quali diventano paesi invivibili, rissosi e supponenti. Serve una rivoluzione inedita e mai così borghese: la rivoluzione del buonsenso e dell'opportunità. Ogni religione l'invoca, ma ogni Wall Street la condanna. Vendere e vendere per arrotondare i bilanci; conquistare materie prime per garantire le abitudini della tradizione, più telefonini con videogiochi, musica e diretta Tv, costringe a fare i conti senza considerare la vita di un certo tipo di persone. Chiudere l'accumulazione del benessere nella cassaforte che la tecnologia protegge con sensori spietati, quali piaceri potrà garantire ai grattacieli assediati dai tetti di latta dove si raccolgono coloro che non hanno niente da perdere? L'assenza dell'identità rende insopportabili solitudine e bisogni. L'illusione che cultura e tecnologie possano riattivare la ragione, è l'astrazione che nel secolo scorso ha illuso la Germania di Hitler. Perché la cultura ormai non basta alle pance del mondo che chiede, e del mondo che difende il privilegio. Bisogna ricominciare dall'uomo e dalla sua dignità.
Ma se l'Ue cederà all'impazienza Usa
venderà la fiera Serbia ai nazionalisti
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Verso la metà degli anni Novanta, quando vi era ancora un Paese chiamato Jugoslavia, un manifesto nelle vie di Belgrado chiedeva la liberazione di Vojislav Seselj, leader di milizie serbe che combattevano con grande brutalità in Bosnia contro musulmani e croati. Il governo lo aveva fatto arrestare e incarcerare perché il suo spietato nazionalismo era diventato un motivo di fastidio e imbarazzo per Slobodan Milosevic. Più tardi, all'epoca della crisi del Kosovo, Seselj e Milosevic si riconciliarono, e il secondo, mentre era imputato al tribunale internazionale dell'Aja, sostenne il primo nella campagna per le elezioni presidenziali serbe del 2002. Oggi Seselj è ancora in prigione, ma in una cella del carcere di Scheveninghen, accanto a quella del suo vecchio amico- nemico. Si è costituito volontariamente nel 2003, forse per mettersi al riparo da qualche tentativo di assassinio in patria, ed è in attesa di processo per crimini contro l'umanità. Ma il suo movimento (il Partito radicale serbo) è la principale forza politica del Paese ed è all'opposizione soltanto perché i democratici di Boris Tadic, presidente della Repubblica, e quelli di Vojislav Kostunica, Primo ministro, si sono accordati con altri due partiti per governare insieme.
Sotto la diarchia di Tadic e Kostunica il Paese sta facendo qualche progresso. L'economia è cresciuta del 5,8 per cento nel 2006 e potrebbe crescere del 7 per cento nel 2007. Il debito pubblico è piuttosto elevato (poco meno del 50 per cento del prodotto interno lordo), ma pur sempre inferiore ai parametri fissati dal Trattato di Maastricht per l'Unione monetaria. Gli investimenti stranieri, grazie soprattutto alle privatizzazioni, hanno fruttato alle casse dello Stato, nel 2006, tre miliardi e mezzo di euro. L'Italia è il primo acquirente, il terzo venditore e il quinto investitore. Ma il Pil per abitante è, grosso modo, 3 mila euro, vale a dire quasi un decimo di quello degli italiani.
Ma nel quartiere dei ministeri vi sono ancora gli scheletri anneriti e le facciate butterate dei palazzi colpiti dai missili della Nato nella primavera del 1999.
Per molti serbi, non soltanto seguaci di Seselj, quei bombardamenti e le loro vittime sono un altro episodio nella lunga sequenza delle ingiustizie subite dal Paese e dei colpi inferti a Belgrado, nel corso della sua storia, da quasi tutte le maggiori potenze europee. La Serbia è una nazione fiera, incline a vedere nelle proprie sconfitte la prova delle sue virtù e della sua orgogliosa solitudine.
Nella primavera del 1999, durante la guerra del Kosovo, la Nato vide soltanto il cinismo di Milosevic e l'esodo dei kosovari, brutalmente cacciati verso la frontiera albanese. Ma i serbi vissero quella vicenda come una riedizione degli avvenimenti del marzo 1941, quando un gruppo di ufficiali dell'aeronautica costrinse il governo a stracciare il Patto tripartito, appena concluso con Roma e Berlino, e a sfidare la Germania di Hitler. E Belgrado, anche allora, fu duramente bombardata.
Nel 2000, con moti di piazza che hanno ispirato la rivoluzione georgiana e quella ucraina, i serbi si sono sbarazzati di Milosevic e hanno voltato pagina.
il presidente degli Stati Uniti e il suo Segretario di Stato promettono o minacciano il riconoscimento dell'indipendenza kosovara. Sconcertato, Tadic si chiede perché Bush abbia fatto quella promessa in un pubblico discorso a Tirana; come (aggiungo io) se il Kosovo indipendente fosse un regalo ai fratelli albanesi. Lo ha chiesto a Washington e gli sono state date risposte diverse.
Tadic, per quanto lo concerne, ha voglia di chiudere questo lungo dopoguerra il più rapidamente possibile. È nato nel 1958 a Sarajevo, è figlio di un filosofo e nipote di nonni che furono uccisi dagli ustascia croati durante la Seconda guerra mondiale. Ha insegnato psicologia ed è in politica dall'inizio degli anni Novanta. Mentre Kostunica, nato nel 1944, è un nazionalista alla vecchia maniera, legato d'amicizia al Patriarca della Chiesa ortodossa e difensore della identità nazional-religiosa del Paese, Tadic pensa soprattutto alla modernizzazione della Serbia e al suo ingresso nell'Unione europea. Mi parla con entusiasmo di un grande canale fluviale che dovrebbe collegare i grandi fiumi della penisola: Danubio, Sava, Morava.
Per ora è soltanto un progetto, ma dovrebbe meglio inserire il Paese nell'intreccio dei corridoi europei e soprattutto curare le frustrazioni serbe con la realizzazione di una grande opera nazionale, di cui tutti possano andare orgogliosi.
Ho avuto l'impressione che l'Europa, nella prospettiva di Tadic, servirebbe anche a lenire la ferita del Kosovo, se la provincia diventasse indipendente. Ma l'Ue non ha ancora digerito gli ultimi arrivati, gli europei temono nuove immigrazioni e nessuno, per il momento, vuole parlare di ulteriori allargamenti.
L'amarezza per la possibile perdita di un luogo così fortemente legato alla memoria nazionale è molto diffusa in tutti gli ambienti sociali e verrebbe sfruttata con successo dai radicali di Seselj. La sola cosa che l'Europa può fare in questo momento per evitare una nuova crisi serba è quella di non cedere, sulla questione del Kosovo, alle impazienze della presidenza Bush. Il problema, dopo tutto, concerne noi molto più di quanto non concerna l'America. Sono gli europei che dovranno subire le ripercussioni di una nuova crisi balcanica. È l'Unione europea che dovrebbe chiedersi quale sarà domani la politica di un Kosovo indipendente. Quali saranno i suoi amici? Rinuncerà all'industria del contrabbando? Diventerà una tappa sulla strada della Grande Albania? O sarà semplicemente un satellite degli Stati Uniti che qui hanno costruito Bond Steel, una delle loro maggiori basi militari?
Dalle risposte a queste domande potrebbe nascere ciò che è maggiormente mancato nel corso degli ultimi quindici anni: una politica europea per i Balcani.