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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 29 ottobre 2007

Staino sull'Unità

"Una partenza non democratica Walter cambi o potrei lasciare"
Arturo Parisi lancia l´allarme dopo la nomine per acclamazione dei vertici del nuovo soggetto politico. Questa doveva essere un´Assemblea costituente e non una festa costituente.
Claudio Tito su
la Repubblica

ROMA - «Un´occasione sciupata, se non addirittura sprecata». Arturo Parisi sospira. Quasi non vuole credere a quello che è successo sabato all´Assemblea del Pd. «Con tre colpi di sciabola», è stato definito l´intero organigramma. Una procedura cui mettere riparo, altrimenti «non potrei non interrogarmi sulla possibilità di aderire». «E dire - premette il ministro della Difesa - che nella mattinata la consonanza profonda tra la relazione di Veltroni e quella di Prodi, mi avevano indotto a riconoscere nel Pd di Veltroni una nuova stagione dell´Ulivo. Una stagione guidata dalla stessa speranza che ci ha guidato negli ultimi 15 anni».
E poi cosa è successo?
«La gelata del pomeriggio non ci voleva».
Si è discusso poco?
«No, non si è discusso per niente. Se ci si fosse fatti carico di continuare sotto il segno dell´unità il cammino che stavamo aprendo, si sarebbe potuto anche accettare la riduzione di quello che era il primo passo del partito ad un momento di festa.

«In tre minuti l´assemblea si è vista paracadutare dall´alto un partito preconfezionato. L´inesorabile finale del disegno iniziale. La conferma definitiva del peccato d´origine che ci aveva portati a pensare come primo atto del partito la consacrazione plebiscitaria del segretario designato dai vertici dei partiti passati, anziché il riconoscimento delle ragioni ideali del partito. E poi la sanzione di un vicesegretario prima ancora di definire nello statuto la presenza e i poteri di una figura di questo tipo».
Insomma si è perseverati nell´errore?
«È così. Questa era un´assemblea costituente e non una festa costituente. I partiti sono chiamati ad anticipare al loro interno la visione della democrazia che propongono ai cittadini come regola della Repubblica. Qui si è fatto tutto con tre colpi di sciabola. Chi avrebbe il coraggio, chi potrebbe mai essere orgoglioso di essere cittadino di una Repubblica governata con questo metodo?».
E la responsabilità è di Veltroni?
«Dal punto di vista formale mi sembra fuori discussione. Mi rendo anche conto che le condizioni in cui si è svolta l´Assemblea possono essere considerate delle attenuanti. Quello che mi preoccupa è l´indebolimento della cultura della legalità nei partiti. Sembra non interessare più a nessuno».

Quali sono le conseguenze?
«Dobbiamo mettere riparo a quel che è accaduto. Ma bisogna prima verificare se esista o meno una condivisione di giudizio».
E se non riscontrasse questa «condivisione di giudizio»?
«Ognuno deciderà ciò che la coscienza gli suggerisce. Abbiamo detto che partecipare al processo costituente non corrispondeva ad una adesione al partito, ma alla condivisione di una speranza, alla accettazione di una scommessa. È una scelta che farò da cittadino e da eletto all´Assemblea caricato almeno del dovere di dare conto dell´aggettivo "democratico" che abbiamo scelto per il partito».

Da Veltroni si attendeva una linea diversa anche sulla riforma elettorale?
«È stato prudente. C´è stata una certa incompiutezza ma era doveroso accettare le sue spiegazioni per consentire al confronto la massima apertura. Mi sembra, comunque, che sia stata confermata la sua contrarietà - o il minor favore - nei confronti del sistema tedesco o pseudo-tedesco. In presenza delle diverse posizioni, svolte con chiarezza da D´Alema e Rutelli, nella prudenza di Veltroni ho visto il segno di una svolta. Forse è solo la mia speranza. Ma a questa mi aggrappo».
Un passaggio decisivo riguarda la possibilità per il Pd di presentarsi alle prossime elezioni senza la sinistra radicale. È un rischio per il governo Prodi?
«Vocazione maggioritaria significa sentirsi chiamati a governare da soli, ma con la consapevolezza dei propri limiti. Nel partito c´è chi crede che il nuovo soggetto nasca per dare compimento al progetto dell´Ulivo. Ci sono altri, che con coraggio, - lo dico senza ironia - ritengono che esso sia invece lo strumento per poter uscire dalla stagione dell´Ulivo. Non vorrei che qualcuno pensasse ancora al Pd come ad una gamba di un sistema duale: prima c´erano il Ppi e i Ds, poi la sinistra e il centro, ora il Pd e la sinistra radicale. Sempre uniti e divisi dal trattino, da quel maledetto trattino».
In conclusione che consiglio darebbe a Veltroni?
«Più che un consiglio, un memento sulle sue responsabilità. Svolga la guida di un processo unitario, guidato da uno spirito di unità all´interno di regole condivise. Insomma, faccia il segretario. Se, come mi auguro, saprà essere il segretario democratico di tutti i democratici, tutti i democratici saranno con lui».


Governo tandem
Luigi La Spina su
La Stampa

La settimana comincia con un nuovo governo. Si tratta di un assetto ministeriale del tutto inedito nella storia della nostra Repubblica, perché prevede, di fatto, una diarchia a Palazzo Chigi.

Si potrebbe parlare, in omaggio alle predilezioni ciclistiche del nostro Capo dello Stato (NDR in realtà del presidente del Consiglio Prodi), del primo governo-tandem della politica italiana, composto dalla coppia Prodi-Veltroni.

La richiesta del neosegretario Pd di una serie di incontri sia con i partiti dell'opposizione, sia con quelli della maggioranza, sia con quelli che non stanno, ormai, né di qua né di là, come i parlamentari di Di Pietro e di Dini, ha formalizzato la nascita di questa inusitata formula governativa. I maligni sospetteranno subito un sostanziale esautoramento di Prodi, sia pure nelle forme veltroniane, cioè le più diplomatiche e garbate possibili. Ma, questa volta, potrebbero sbagliarsi. Non tanto perché nella politica italiana sia scoccata l'ora dei buoni sentimenti, della sincerità, di un generoso afflato che anticipa di due mesi l'atmosfera natalizia. Quanto per una coincidenza di interessi che accomuna, in questo momento, i due componenti del tandem a Palazzo Chigi.

Si tratta, in primo luogo, di dimostrare a tutti, e prima di tutto al Presidente della Repubblica, come si faccia ogni sforzo, anche in forme irrituali, per rispettare i suoi inviti alla ricerca del consenso per una nuova legge elettorale. Si sa che Napolitano vorrebbe evitare di interrompere la legislatura e di indire elezioni anticipate senza una correzione della famosa «porcata» di calderoliana memoria. Gli incontri di Veltroni dovrebbero porre i partiti che non sono disponibili a trovare l'intesa prima di un nuovo voto nella scomoda posizione di mettere solennemente agli atti la loro contrarietà. Non solo di fronte al Quirinale, ma anche davanti all'opinione pubblica. L'iniziativa di Veltroni, inoltre, dovrebbe convincere gli ambienti più diffidenti verso di lui di quanto la sua elezione alla segreteria del Pd non costituisca un indebolimento del governo, ma possa consentire il tentativo, forse l'estremo, di rafforzarlo. Se l'effetto rianimante dovesse servire a prolungare il destino del ministero, il vantaggio non sarebbe solo del presidente del Consiglio alla guida del tandem. I meriti andrebbero anche ai leali ed efficaci colpi di pedale di chi, da dietro, ha impedito che la «spinta propulsiva» si esaurisse.



Prodi attacca, Veltroni veltroneggia
Nasce in un clima di forte tensione interna, e di indecisione politica, il Pd, che ieri ha riunito la sua assemblea costituente. Nella sua relazione il segretario proclama autosufficienza, ondeggia sulle grandi questioni, non si sa se sostiene il premier. Montez chiede la caduta del governo.
Stefano Bocconetti su
Liberazione

Milano - Spiazzato no, non si può certo dire così. Non c'è stato il "coupe de theatre" e tutti sanno che Prodi ha passato la notte a limare, a correggere pezzi del suo discorso. Che ovviamente Veltroni ieri mattina già conosceva nel dettaglio. Il neosegretario dei democratici, Walter Veltroni non è insomma stato colto di sorpresa. Certo è però che il via all'assemblea costituente del piddì, ieri a Milano - anzi, al palafiera di Rho, proprio alla fine della corsa della metropolitana - non ha vissuto solo di un protagonista. Come tutti si aspettavano. Ce ne sono stati almeno due. Veltroni, naturalmente. Ma anche - se non soprattutto - il Presidente del Consiglio, Romano Prodi.
In questo bruttissimo centro fieristico, tutto vestito di verde per l'occasione - un verde che non è neanche quello del primo simbolo dell'Ulivo ma molto più elettrico, molto più "lega", insomma - il premier è arrivato quando la sala era stracolma, piena come un uovo. Con molti dei duemila e ottocento membri della "costituente" eletti nelle primarie, costretti a restare in piedi. Compreso il ministro Bersani. E davanti a questa platea - invitata da Prodi a sedersi a terra, a mo' di convention giovanile - il Presidente del Consiglio ha pronunciato - un po' letto e un po' a braccio - uno dei suoi discorsi più forti. Un po' sullo stile del suo appello dell'altro giorno al Tg3, dopo essere finito tante volte sotto al Senato. E, in buona sostanza, ha detto che le voci di crisi, gli scenari futuri, i discorsi sui nuovi possibili governi sono tutti campati in aria. O quasi. Lui sta a Palazzo Chigi e vuole andare avanti. «Non sono qui per sopravvivere, ma per il rilancio che gli italiani si attendono e si meritano». Di più, sempre guardando in faccia la platea: «Rilancio che avranno».

Parla molto in prima persona. "Io", "io", "io". Imitato comunque in questo anche da Walter Veltroni. E in prima persona il premier racconta quando è cominciato il "sogno" del partito democratico, ormai quasi dodici anni fa. Racconta delle battute di arresto, racconta di come è ripartito il progetto. Ringrazia chi ha dato tanto a realizzare questo sogno - e cita solo Fassino, dimenticandosi Rutelli - ma soprattutto parla dell'oggi. Ne parla in una duplice veste. Di premier, ovviamente. Ammettendo, forse una delle prima volte, che non tutto è andato come si sarebbe aspettato. Certo, dice, il bilancio del suo governo è molto più positivo di quello che presentano i media - "media interessati" - ma questa, quest'assemblea è una delle poche occasioni in cui dice di «sapere benissimo che c'è una parte rilevante dell'Italia che non ce la fa». Ad arrivare alla fine del mese, a trovare una casa, un posto in ospedale. Vuole continuare, dice, proprio perché dopo il risanamento ci sia - lui dice «prosegua» - un po' di redistribuzione.
Parla da premier. Spiega che quel che non si è ancora riusciti a fare dipende quasi solo da una vergognosa legge elettorale. Ma trova parole nuove anche per descrivere il rapporto del governo con le imprese: «E' vero abbiamo dato loro molto, come si dice qualcuno. Ma ora vogliamo anche molto da loro». Vuole che garantiscano diritti, reddito, funzione sociale. Magari anche una mano a battere la tragedia della precarietà. Parla da premier ma parla anche da Presidente del partito. E insiste, ripete quattro, cinque volte che una delle ragioni che spingono alla nascita dei democratico è la correttezza, il rigore morale. E' un invito, il suo. Che magari non è rivolto a nessuno, è generale, vale in qualsiasi situazione.



Scelte
Jena su
La Stampa del 27 ottobre

Tutti si aspettano che oggi a Milano Veltroni faccia finalmente una scelta politica chiara: o questa o quella. Lui sorprenderà tutti e ne farà addirittura due: questa e quella.


Israele, la sfida della pace
Henry Kissinger su
La Stampa

Il segretario di Stato Condoleezza Rice ha espresso chiaramente come l'Amministrazione Usa si aspetta che si svolga il processo di pace in Palestina ora in corso. Il presidente palestinese Mahmud Abbas e il primo ministro israeliano Ehud Olmert dovranno tenere incontri preparatori per definire gli elementi più importanti per un accordo. Il progetto provvisorio sarà poi da sottoporsi a una conferenza internazionale che si terrà a Annapolis, in Maryland, alla fine di novembre, anche se chi parteciperà è ancora da decidere.

Il segretario di Stato ha mostrato determinazione ed entusiasmo per arrivare a questo punto. La sua prossima sfida sarà di guidare il processo in modo da evitare quello che successe a Camp David nel 2000, quando i leader israeliani e palestinesi cercarono un accordo soltanto per vederlo andare in pezzi nella successiva crisi, che dura tuttora. All'inizio della maggior parte dei negoziati, ciascuna parte ha più chiara la propria posizione che il risultato finale. Quello che è unico nella conferenza di Annapolis è che il risultato finale è già stato accettato in anticipo. Quello che rimane incerto è la capacità di renderlo effettivo. Per la gran parte della sua storia Israele ha rifiutato l'idea di uno Stato palestinese, insistendo che una Gerusalemme indivisa fosse la sua capitale e impedendo il ritorno dei rifugiati palestinesi.

La controparte araba ha reagito ai rifiuti israeliani rifiutandosi di riconoscere Israele, con qualsiasi confine; in seguito insistendo sui confini del 1967 che non erano mai stati riconosciuti quando esistevano; poi domandando il ritorno dei rifugiati senza alcun limite, il che avrebbe la conseguenza di soverchiare la popolazione ebraica nello Stato ebraico.

Ora il processo è guidato dalla convinzione che le due parti possono essere condotte ad accettare entro la fine di novembre - o hanno già tacitamente accettato - il cosiddetto Piano Taba del 2000, concepito da negoziatori tecnici alla vigilia dell'incontro fallito a Camp David. Il piano prevede per Israele sostanzialmente il ritiro nei confini del 1967(con piccole correzioni), lasciandogli solo gli insediamenti attorno a Gerusalemme ma restringendo il corridoio tra le due principali città israeliane, Haifa e Tel Aviv, a circa 30 chilometri. Lo Stato palestinese sarebbe compensato con altrettanto territorio israeliano, probabilmente nello spopolato Negev. Israele sembra preparato ad accettare un ritorno senza limitazioni dei rifugiati nello Stato palestinese ma rifiuta in modo inamovibile qualsiasi ritorno nel proprio territorio. Israele sarebbe anche pronto a cedere i sobborghi arabi di Gerusalemme come capitale del futuro Stato palestinese.

Se le cose stanno davvero così, siamo davanti a un rivoluzionario cambio di percezione su entrambi i lati. L'Intifada e la diffusione globale del radicalismo hanno spinto l'opinione pubblica israeliana e la sua leadership a percepire il loro Stato come minacciato da nuovi e crescenti pericoli: primo, una nuova situazione nella quale le principali minacce non vengono da guerre convenzionali ma da gruppi terroristici con geografia indefinita e che operano da piccole basi mobili; secondo, la sfida demografica poiché l'alternativa a due Stati potrebbe diventare un unico Stato nel quale la popolazione ebraica sarebbe in minoranza; terzo, l'esiziale minaccia di proliferazione nucleare, specialmente dall'Iran; e, infine, una situazione internazionale nella quale Israele si sente sempre più isolato a causa della crescente percezione nell'Europa occidentale e in piccoli ma influenti circoli Usa che l'intransigenza israeliana è la causa dell'ostilità araba verso l'Occidente.

Nel frattempo, i timori crescenti nei confronti dell'Iran hanno provocato un riordino delle priorità nel mondo arabo. Per gli Stati moderati sunniti il pericolo di un Iran dominante è la principale preoccupazione. Il convergere di timori americani, arabi, israeliani e europei incoraggia la speranza che un accordo tra Israele e i suoi vicini arabi possa attenuare, o addirittura eliminare, le comuni paure. Riuscirà la diplomazia a esaudire queste aspettative?




Afghanistan, l'Onu: salvate i convogli umanitari
su
l'Unità

Appello del rappresentante per l'Afghanistan dell'Onu, Tom Koenigs. L'arrivo dell'inverno rischia di tagliare fuori dall'invio degli aiuti umanitari le regioni più remote del paese.
Koenigs ha quindi chiesto alle fazioni in lotta di permettere il passaggio dei convogli umanitari. «Le prossime sei settimane saranno cruciali per il nostro sforzo umanitario. Stiamo lavorando per raggiungere le famiglie più in difficoltà, ma gli sforzi sono resi più difficili dal problema sicurezza».
Secondo i dati forniti dall'Onu, quest'anno bande criminali hanno ucciso o rapito 110 cooperanti mentre 55 convogli umanitari sono stati attaccati.
«I responsabili di questi attacchi hanno spinto le famiglie più bisognose fuori dal nostro raggio - ha proseguito Koenigs -. Questi attacchi sono una chiara violazione della norme umanitarie internazionali e devono finire. Abbiamo bisogno che tutte le parti riconoscano che la necessità della popolazione afgana di essere aiutata viene prima delle loro lotte e delle loro politiche».
Il programma alimentare dell'Onu (World food programme) stima che più di 4 milioni di afgani hanno bisogno di cibo ogni anno, mentre 400 mila persone sono state seriamente colpite da disastri naturali.
Per raggiungerli con cibo e medicine, l'Onu ha bisogno di anticipare il freddissimo inverno che renderà impossibile raggiungere molte regioni del paese.



Libano, tra le milizie di Hezbollah
"Grazie Italia, ma niente disarmo"
Nessuno avrebbe scommesso sulla missione di interposizione Onu nell´estate del 2006. Ma ora gli sciiti hanno lasciato il campo all´Unifil. Guidata da un nostro colonnello. L´esercito libanese ha 50 mila uomini e compiti superiori ai propri mezzi. La guerriglia si è riarmata ma i missili non sono più a ridosso della frontiera.
Guido Rampoldi su
la Repubblica

Natura - Gli sciiti di Hezbollah hanno la peculiarità di dire nel modo più soave le cose più spaventose. Chiedete cosa ne sarà di Israele tra dieci anni, e vi risponderanno: mah.
Probabilmente ne rimarrà qualche villaggio. E gli israeliani? Potranno restare. Alcuni. Ma Israele non ci sarà più. Solo terra araba, la grande nazione araba finalmente una. Eppure nel 1982, quando l´esercito israeliano entrò in Libano, qui nel sud gli sciiti lo accolsero con gratitudine.
All´epoca consideravano invasori non i soldati di Sharon ma i loro nemici, i guerriglieri dell´Olp che spadroneggiavano nella regione con i kalashnikov e l´artiglieria. Solo più tardi Israele divenne il nemico esistenziale, e i detestati palestinesi i detestati fratelli da liberare. Che sia un male o un bene, in Libano è più la convenienza che l´ideologia ad assegnare i ruoli temporanei di alleato e di nemico. Oggi Damasco trova utile aiutare Hezbollah, ma nel 1993 ne fece mitragliare una manifestazione (tredici morti).
La borghesia sunnita ha collaborato con i siriani fin quando quelli non hanno assassinato il premier sunnita Hariri, nel 2005. I cristiani hanno collaborato con tutti, e uno dei pochi che contrastò Assad, il generale Aoun, oggi è alleato di Hezbollah, dunque di Damasco.
Considerando le tradizioni e la volubilità dei contendenti, non ci fideremmo ciecamente della benevolenza che in Libano circonda la missione Onu, l´Unifil. Ma comunque andrà a finire, ha del sorprendente che oggi nel sud ci siano ancora i tredicimila caschi blu e non più i missili di Hezbollah.
E´ un successo su cui avrebbero scommesso in pochi nell´estate del 2006, quando gli italiani partirono per il Libano. Saranno presi tra due fuochi, pronosticavano tanti, e nel giro di qualche settimana se la daranno a gambe.
Un anno dopo il capo dell´Unifil, il generale Claudio Graziano, ha sulla scrivania un telefono speciale che lo mette in contatto con l´esercito israeliano e l´esercito libanese. Se è vero che almeno una tra le guerre arabo-israeliane fu provocata dall´errata convinzione che l´altra parte stesse per attaccare, come sostengono alcuni storici, quella "linea rossa" non è una novità da poco. Nel caso tutto dovesse precipitare certo non basterebbero due tasti per scongiurare una mischia che ormai dipende da una folla di governi, nessuno dei quali in grado di orientare il match. Però il fatto che per la prima volta i due nemici abbiano accettato non solo di parlarsi, ma anche di partecipare alle riunioni organizzate dal comando Onu in un villino sulla linea del cessate-il-fuoco, dimostra che non tutto in Medio Oriente corre verso il disastro.

Che la Siria continui a inviare armi ad Hezbollah, lo conferma implicitamente il capo della milizia sciita, lo sceicco Nasrallah: abbiamo ventimila missili, sostiene. Se ha ragione, con le forniture iraniane via Siria la guerriglia è riuscita addirittura ad accrescere le dotazioni che aveva prima della guerra del 2006. Però quei razzi non sono più a ridosso delle cittadine israeliane al di là della frontiera, ma almeno 40 km più a nord. Probabilmente nel sud "resterà ancora qualche missile", valuta Graziano.

Però Hezbollah conserva i suoi missili. Ha collaborato con l´Onu, e secondo Graziano "non ha alcuna intenzione di far fallire la Risoluzione 1701 con un atteggiamento ostile nel sud Libano". I motivi probabilmente sono nelle parole di un dignitario sciita raccolte dall´americana Crisis Group: "Ci fidiamo dei comandanti (dell´Unifil), sappiamo che la presenza della missione Onu rende più difficile un attacco di Israele, e diamo per scontato che in caso di guerra i caschi blu non attaccheranno Hezbollah". Ma la guerriglia rinuncerà mai ai suoi missili? Come ci ricorda Graziano, "di recente lo sceicco Nasrallah ha promesso che Hezbollah prenderà in considerazione la possibilità di abbandonare le armi quando le Forze armate libanesi saranno in grado di difendere il Paese". La formula è assai ambigua, però conferma al capo dell´Unifil due sue certezze. "Il disarmo di Hezbollah può avvenire soltanto attraverso un processo politico". "E la chiave del processo di pace è rafforzare le Forze armate libanesi, affinché sottraggano uno spazio sempre maggiore ai gruppi armati".
L´esercito libanese ha cinquantamila uomini, diecimila dei quali nel sud Libano, e compiti enormemente superiori ai propri mezzi: oltre a svolgere il ruolo che è proprio di un esercito, di fatto sostituisce la polizia e la polizia di frontiera, e controlla 420 mila profughi palestinesi ammassati da vent´anni in 12 campi. Pochi e male armati, quei soldati "hanno acquisito esperienza e prestigio" vincendo in estate una lunga e sanguinosa battaglia contro una grossa banda binladista che disponeva di un equipaggiamento migliore. Al prezzo di 178 morti, le Forze armate si sono dimostrate "l´unica istituzione libanese non toccata da turbolenze politiche, e la condizione indispensabile alla sopravvivenza di uno stato di diritto" nel caso non improbabile che si aprisse un vuoto di potere.
Inoltre stanno offrendo a Unifil, giudica Graziano, "una collaborazione robusta, meglio di quanto mi aspettassi". Per tutto questo, potenziarle diventa strategico. "Potrebbe occuparsene l´Europa. Sarebbe un buon messaggio (ai libanesi)".
Se aiutato, "in due o tre anni l´esercito libanese potrebbe sostituire i caschi blu nel sud". Ma nel frattempo, avverte Graziano, sarebbe pericoloso ridurre i contingenti Onu.

Ma sarebbe comunque un processo lungo, e in Medio Oriente il tempo sta pulsando vorticosamente.
Come ha dimostrato il misterioso attentato in cui sono rimasti uccisi sei caschi blu spagnoli, l´Unifil rimane esposta ai contraccolpi di una crisi mediorientale sempre convulsa. Ma il bilancio di 14 mesi premia l´Italia, che ha promosso la spedizione in Libano e ora la conduce sul campo.
A conti fatti quella soluzione politico-militare non solo ha messo fine ad una guerra sanguinosa, ma ha prodotto una missione che forse è l´unico successo colto dalle Nazioni Unite dal tempo dei disastri jugoslavi e africani.



Dai consumi cinesi al boom dei biocombustibili, ecco le cause di una crisi globale.  Perché il cibo è caro come l´oro
Maurizio Ricci su
la Repubblica

ROMA - I cinesi che diventano grandi consumatori di grano e cereali. La corsa ai biocombustibili che sottrae le coltivazioni alla loro naturale destinazione alimentare per dedicarle alla produzione di energia e carburante. I cambiamenti climatici che riducono le superfici coltivabili. Ecco perché il cibo nel mondo diventa sempre più scarso, e quindi sempre più caro. Tanto da toccare alimenti che da sempre fanno parte della nostra dieta, dal pane alla pasta. Fino al panettone, che quest´anno sarà più costoso che mai.
Prezzi dei cereali impazziti. Presto, dice l´Onu, i rincari si scaricheranno su carne, latte, uova. I granai si sono svuotati per colpa delle siccità, del boom dei biocarburanti e dell´impennata dei consumi nei paesi emergenti. E ci si chiede se in futuro ci sarà da mangiare per tutti

Il motivo immediato del sommovimento in corso è infatti quello che, con una parola ormai in disuso, potremmo definire carestia. In sei degli ultimi sette anni, il mondo ha consumato più cereali di quanti ne abbia prodotti. Ha, cioè, svuotato i magazzini. Contemporaneamente, una gravissima siccità ha colpito alcune delle principali aree di produzione. In Australia - che da sola vale quasi un quarto delle esportazioni mondiali di frumento - il raccolto è crollato del 60 per cento negli ultimi due anni. Poca offerta, niente scorte, domanda in crescita. Se tutto questo vi pare la stessa situazione del petrolio, vi sbagliate. Al contrario dell´oro nero, i prodotti agricoli sono la cosa più rinnovabile che ci sia: basta piantarli, soprattutto quando il prezzo conviene, e, nel giro di qualche mese, eccoli qua. Almeno, se l´effetto serra non ci mette la coda: gli scienziati australiani sono divisi fra chi pensa che le mancate piogge siano un prodotto del Nino, un fenomeno meteorologico ricorrente nel Pacifico, e chi invece le fa risalire al riscaldamento globale. Comunque, se la siccità che ha colpito l´Australia, il sud est degli Stati Uniti e l´Argentina rientra in un normale ciclo meteorologico, anche quello a cui stiamo assistendo sui mercati agricoli dovrebbe essere una normale fluttuazione ciclica e i prezzi sarebbero destinati a rientrare.
Possibile. Ma non probabile. Perché ci sono altri due fattori di lungo periodo a surriscaldare i mercati alimentari. I biocombustibili, anzitutto. La corsa ad utilizzare il granturco per fare l´etanolo, invece che per metterlo in tavola riguarda soprattutto l´America di Bush. Ma gli Usa rappresentano il 40 per cento del raccolto mondiale e il 70 per cento delle esportazioni. Stornare parte della produzione americana per farne combustibile ha avuto un impatto pesante sui prezzi.

L´anno scorso, gli agricoltori americani hanno destinato al biocarburante il 16 per cento del loro granturco. Quest´anno, sarà il 30 per cento e a questa quota, grazie agli incentivi della Casa Bianca, è destinato a restare per i prossimi cinque anni, sottraendola all´uso alimentare. E il granturco è un elemento cardine della catena alimentare. Attraverso i mangimi per gli animali, è dappertutto. "Il latte, le uova, il formaggio, il pollo, il prosciutto, la carne, il gelato e lo yogurt che appaiono in un normale frigorifero - ha detto un famoso ecologo, Lester Brown - sono stati tutti prodotti con granturco. All´atto pratico, il frigorifero è pieno di granturco".
E poi, appunto, ci sono i cinesi. O, in generale, i paesi emergenti. Vent´anni fa, Cina e India, insieme, importavano cibo dall´estero per una cifra equivalente a poco meno di un quarto delle vendite internazionali degli Stati Uniti, il maggior esportatore mondiale. Oggi, assorbono dall´estero l´equivalente di quasi metà delle esportazioni americane. Chi pensa ad un terzo mondo contadino che rifornisce di prodotti agricoli l´Occidente in cambio di beni industriali ha in mente una realtà che non esiste più, travolta dalla globalizzazione e dall´industrializzazione galoppante di molti paesi in via di sviluppo.

Questa nuova domanda comincia a pesare sui mercati internazionali. Ma è destinata ad aumentare vertiginosamente. Nell´altro grande gigante, l´India, uno studio della McKinsey, una grande società di consulenza, valuta nel 5 per cento della popolazione totale, 50 milioni di persone, la classe media. Fra vent´anni saranno il 40 per cento, oltre 500 milioni di consumatori. E, se gli indiani mangiano poche bistecche, vorranno pollo, latte, formaggio. Complessivamente, la Fao calcola che, nei prossimi dieci anni, rispetto a quelli appena trascorsi, i paesi emergenti importeranno il 25 per cento in più di frumento, il 16 per cento di granturco e soia, il 100 per cento in più di carne bovina, il 50 per cento in più di polli e il 70 per cento in più di latte in polvere.
Ce ne sarà per tutti? Nessuno prevede che, in futuro, effetto serra permettendo, ci manchi la roba da mettere a tavola: la razionalizzazione delle tecniche agricole dovrebbe consentire, sia pure con qualche scricchiolìo, questo sforzo produttivo. I prezzi sono un´altra storia. Negli ultimi 50 anni, i prezzi agricoli sono andati costantemente in discesa. Ora è finita. Da qui a dieci anni, la Fao prevede prezzi più alti del 20 per cento per il frumento, del 40 per cento per il granturco, dell´80 per cento per il riso. Assai più contenuti (10-15 per cento), fortunatamente, per carne e pollo. Perché è vero che il granturco è dappertutto: ma ce n´è poco.


  29 ottobre 2007