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a cura di G.C. - 26 ottobre 2007


Chiamata finale per l'Unione
Edmondo Berselli su
la Repubblica

"E´ giunto il momento", ha detto il presidente del Consiglio. Già, era scoccata l´ora. Era chiaro che il governo si era infilato in una specie di sala della tortura quotidiana. Ieri mattina era andato sotto per quattro volte al Senato, in seguito anche allo scarto del ministro Di Pietro, che sulla liquidazione della società per il progetto del ponte sullo Stretto aveva votato con l´opposizione.
Si era aperto così uno stillicidio di incidenti parlamentari che preludeva a un esito obbligato e a suo modo fisiologico: la caduta di un governo stremato, e lo sfaldamento di una maggioranza drammaticamente incapace di reggere le proprie tensioni interne, attraversata da diffidenze reciproche, sfiduciata sulla possibilità reale di mantenersi in sella e anche di condurre in porto il suo principale atto di governo.
Non c´è voluto molto, naturalmente, a Romano Prodi per capire che la situazione era sul crinale del disastro. Sullo sfondo della frammentazione dell´alleanza di centrosinistra non si delineava soltanto l´immagine di un governo crivellato dal voto al Senato, e continuamente in bilico su provvedimenti specifici e misure particolari. Si prospettava invece e semplicemente l´ombra del fallimento, e di un fallimento colossale. Dietro il profilo di un governo sfinito, si intravedeva la conclusione traumatica di un´esperienza, e forse addirittura di una "storia" politica.
La caduta dell´esecutivo per dissanguamento della maggioranza poteva infatti significare un autentico schianto politico. Le banderillas che stavano facendo cadere Prodi in realtà rappresentavano lo choc mortale per tutto ciò che con gli anni ci siamo abituati ad associare alla parola "centrosinistra": cioè quel contenitore che abbraccia il vecchio Ulivo del 1996, e poi l´alleanza "larga", cioè l´Unione, che ha vinto di stretta misura il confronto elettorale del 2006. Ma soprattutto un progetto, il centrosinistra allestito da Prodi, fondato su due pilastri: la liberazione dalla vicenda berlusconiana da un lato, e dall´altro il tentativo di proporre al paese un programma in grado di affiancare alla crescita economica una serie di provvedimenti in chiave di equità e riequilibrio sociale.
Che fosse un progetto fondato sul compromesso era esemplificato dal perimetro dalla coalizione, che si estende dall´Udeur a Rifondazione comunista, dall´Italia dei valori ai Comunisti italiani e a tutte le sfumature della sinistra cosiddetta radicale. Ma nessuno dimentica che dentro le coordinate del sistema bipolare questo compromesso era anche l´unico strumento praticabile e politicamente competitivo con la destra.
E´ cambiato qualcosa rispetto ai giorni della striminzita vittoria del 2006? Il presidente del Consiglio si è accorto che un´intera epoca stava per essere spazzata via dai balletti della maggioranza. Ha forzato, rinunciando per una volta al suo cocciuto ruolo di mediazione.
"E´ giunto il momento che tutte le forze politiche dicano chiaramente se vogliono sostenere l´azione del governo", ha detto Prodi. E a questo punto, perlomeno c´è qualcosa di chiaro. Si gioca a carte scoperte. Se il premier ha assunto un rischio, ed è un rischio elevato, tutti i partiti del centrosinistra vengono chiamati a un´assunzione di responsabilità. Nei confronti del governo, com´è ovvio, ma soprattutto e specificamente nei confronti dell´elettorato che un anno e mezzo fa ha votato per l´Unione.
Difficile discernere se la presa di posizione di Prodi ha qualche possibilità di ripristinare un clima di lealtà all´interno del Parlamento e della coalizione. Certo dopo il suo appello la maggioranza ha continuato ad andare sotto. L´atmosfera era già avvelenata dalle voci di baratterie, dalla campagna acquisti attribuita a Silvio Berlusconi, dalle profezie maligne del centrodestra sul collasso del governo; a cui si univa la disarmante incoerenza di comportamento dell´Unione. Il richiamo di Prodi, quando ha detto "esigo che si rispettino gli impegni assunti", può anche essere il colpo di scena di un protagonista subissato dai fischi, che avanza sul proscenio e gioca l´ultima parola. Un atto di coraggio, come pure un gesto che può accelerare la caduta dello spettacolo.



Le prove generali e la profezia di Dini
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA — Sostiene Dini che "il governo è ormai al capolinea ". Più che un giudizio politico, è una constatazione, fotografa una coalizione senza guida, dove i ministri hanno smarrito il senso di appartenenza, prima ancora di aver perso il librone del programma.
Non sono i voti del Senato a preannunciare il destino dell'esecutivo, ma i continui colpi sotto la cintura tra Di Pietro e Mastella, i capigruppo che abbandonano per protesta le riunioni di maggioranza, le liti pubbliche alla buvette, davanti ai giornalisti. Ed è lì che ieri Dini ha di fatto aperto la crisi, quando a voce alta ha avvisato il suo (ex) amico di partito Treu che "noi sul welfare voteremo contro". Questo non è il "complottone" che Prodi ha denunciato giorni fa, perché Dini è stato chiaro con i suoi (ex) alleati: "Non faremo nessuna imboscata, la nostra è una posizione politica". E se si arriverà alla crisi "non ci presteremo a ribaltoni, non siamo interessati ad altre soluzioni". Come dire: se il governo cade, per noi ci sono solo le elezioni. Il leader dei Liberaldemocratici si è già messo alle spalle le offerte che pure gli sono state avanzate in questi mesi da molti esponenti dell'Ulivo, che oltre a un posto da ministro pare gli abbiano anche prospettato uno scranno da senatore a vita.
"Questo non è il '98", dice Bobo Craxi: "Più semplicemente siamo dinnanzi alla dissoluzione della maggioranza". La sfida è così chiara che Prodi sa anche quando arriverà "il momento decisivo". Il viceministro D'Antoni lo spiegava ieri: "A metà novembre, a ridosso della manifestazione organizzata da Forza Italia, in piena Finanziaria. Allora il governo dovrà mettere la fiducia al Senato e si capirà tutto. Berlusconi pare possa contare su sei voti del centrosinistra per far saltare Prodi, e se è così Andreotti si asterrà". D'Antoni scende addirittura nei dettagli, addita i "diniani " e fa l'esegesi delle battute del Cavaliere: "Forse il senatore campano "di peso" a cui si riferiva è l'ex diessino Barbieri".
È vero che ieri il parlamentare passato nel Partito socialista si è dissociato dal suo gruppo, contribuendo in una votazione a impallinare la maggioranza, ma la frase di D'Antoni assume un altro significato, fa capire lo stato di precarietà in cui versa l'Unione. Paradossalmente resta un dettaglio di giornata la sfuriata del premier contro Di Pietro, che ha gettato su Mastella (e su Prodi) un "alone di sospetto" per il modo in cui l'esecutivo si è mosso nell'inchiesta "Why not". E quando l'ex pm si sfoga con i suoi, dicendo che "a molti non interessa più nulla di questo governo ", disvela un pezzo di verità. L'altro pezzo è che da tempo lavora solo per se stesso, è in campagna elettorale permanente, e vellicando l'anima giustizialista del Paese ha raddoppiato i consensi nei sondaggi, fino ad arrivare al 4%.
Se Dini annuncia che "il governo è al capolinea", è perché ieri nell'Aula del Senato sono state fatte le prove generali della crisi. Quei voti in cui la maggioranza è andata sotto erano un segnale per capire i margini d'azione. Hanno colpito, per esempio, alcune scelte dell'Svp, che nell'opposizione danno ormai in rotta con palazzo Chigi. Resta da vedere se e quando scatterà "l'ora x", se — forte di questi segnali — un pezzo di maggioranza si staccherà già prima di metà novembre. E soprattutto resta da vedere come si concluderà la sfida del dopo-Prodi, nell'eventualità della crisi.
Ieri, al vertice di Forza Italia, Berlusconi non si è limitato a ripetere che "c'è solo il voto anticipato, ne ha spiegato le motivazioni: "La legge elettorale prevede l'indicazione del candidato premier", e "se Prodi venisse sfiduciato", l'unica strada sarebbero le urne, "perché gli italiani non hanno indicato un altro presidente del Consiglio". È questo il ragionamento che svolgerebbe dinnanzi al capo dello Stato, al momento delle consultazioni.

La tesi, che non convince Napolitano e che Amato trova "discutibile ", si basa sull'assunto che — vincendo le elezioni — il centrosinistra ha acquisito il "premio di maggioranza ", e che grazie a quel premio sono scattati i seggi in più alla Camera e al Senato (su base regionale). Solo che il "Porcellum" lega quei parlamentari al candidato premier. Perciò i costituzionalisti sono giunti alla conclusione che — a meno di un governissimo — solo Prodi può sostituirsi a Prodi. Altrimenti resterebbero le elezioni anticipate. Il Cavaliere è intenzionato a usare quest'arma, se riuscirà a far cadere il governo. "E a me va bene che sia Prodi, dopo la crisi, a portarci al voto". È questo il suo obiettivo.


Ultimatum disperato
Federico Geremicca su
La Stampa

Il penultimo rovescio nell'aula di Palazzo Madama è arrivato quando erano appena passate le nove della sera, cioè giusto un paio d'ore dopo che Romano Prodi - il volto teso, il tono grave - si era mostrato ai cronisti di Palazzo Chigi per scandire il suo ultimatum: "È giunto il momento che tutte le forze politiche della maggioranza dicano chiaramente se vogliono continuare a sostenere il governo". A differenza delle precedenti quattro sconfitte, pare che il quinto capitombolo dell'esecutivo - il penultimo, appunto - non sia stato determinato né da espliciti dissensi nella maggioranza né dal colpo a tradimento di un qualche "franco tiratore": semplicemente, Rita Levi Montalcini (contestata e sbeffeggiata dal centrodestra per tutta la giornata) provatissima da un'ininterrotta serie di votazioni, s'era assentata un attimo dall'aula per andare alla toilette. L'episodio, ovviamente, non cambia il senso della pesante giornata. Anzi, in fondo lo rafforza.

Infatti, affinché la maggioranza di centrosinistra si riveli tale anche al Senato, è necessario il concorso contemporaneo di una serie di eventi divenuti - però - ormai quasi eccezionali: che non vi siano capricci da parte di uno dei troppi gruppi dell'Unione, che siano presenti tutti o quasi i senatori a vita, che Di Pietro e Mastella non abbiano appena litigato, che qualche senatore della sinistra radicale non avverta problemi di coscienza, che altri non abbiano conti da regolare e si potrebbe, naturalmente, continuare. "Oggi non pongo la fiducia - aveva avvertito da Palazzo Chigi il premier - ma esigo che tutte le forze politiche della maggioranza rispettino gli impegni".

Dopo l'avviso, il governo è stato battuto al Senato altre due volte: prima per l'assenza della Montalcini, come detto, e poi di nuovo su un emendamento alla procedura di commissariamento dell'Ordine Mauriziano. Si fa un gran parlare, nei corridoi dei palazzi romani, di accanimento terapeutico, eutanasia e di un governo tenuto in vita artificialmente, ma è una discussione in fondo finta, pura propaganda, un modo come un altro per prender tempo: si parla, cioè, di quel che tutti vedono - che l'esecutivo è ormai alla fine del suo binario morto - perché nessuno può, fondatamente, parlare di quel che accadrà dopo. Il governo, insomma, è tenuto in vita dagli stessi che lo vorrebbero già sepolto perché non c'è accordo su cosa fare dopo. Andare al voto subito? Andare al voto dopo aver tentato una riforma elettorale? Aspettare la mannaia del referendum? Provare la carta di un governo istituzionale? Maggioranza e opposizione sono divise - divise anche al loro interno - sull'epilogo da dare a una crisi che tutti però assicurano essere ormai scontata. E mentre si cincischia, il Paese perde colpi, il governo continua la sua via crucis e Romano Prodi, intanto, si trasfigura lentamente in una sorta di moderno San Sebastiano.

D'altra parte, non c'è via d'uscita. Sono mesi che il premier insiste nel ripetere di voler rispettare il mandato elettorale e altrettanti mesi che l'opposizione - con ogni giorno una ragione in più - replica che l'esecutivo è morto nel giorno della sua nascita, diviso com'è, paralizzato da spinte contrapposte e senza una vera maggioranza in Senato. Mesi forse gettati al vento. Pericolosamente gettati al vento, visto che durante il lungo stallo il discredito della politica (di tutta la politica) è cresciuto come prima mai. Onestamente, non occorreva giungere fino a questo punto per rendersi conto che il declino della maggioranza di governo non era arrestabile: e che Prodi giochi ora, nel suo momento di massima debolezza, la carta del "chiarimento a muso duro", fa apparire la sua mossa ancor più vana e disperata di quanto lo sarebbe forse stata cinque, sei o addirittura dieci mesi fa.



Chi pagherebbe una crisi
Stefano Fassina su
l'Unità

Quali sarebbero le conseguenze economiche di una crisi di governo ora, durante la fase di discussione della manovra finanziaria per il 2008 e dell'annessa traduzione normativa del Protocollo sul welfare firmato il 23 luglio scorso ed approvato da oltre 4 milioni di lavoratori un paio di settimane fa?
Mentre sono impossibili da capire le ragioni politiche della rottura della coalizione di centrosinistra (intendiamo la politica con l'iniziale maiuscola), chiarissime ne sono le conseguenze economiche.
Ed è segnale di autoreferenzialità e, quindi, fattore di alimento di antipolitica l'indifferenza manifestata da settori della maggioranza nei confronti di tali conseguenze. Di più, è segnale di autolesionismo politico ed elettorale, perché il pacchetto di provvedimenti presentati alla sessione di bilancio in corso ha avuto il sostegno di tutte le parti sociali e di tutti gli interessi economici ed ha avviato la ricostruzione di un clima di fiducia nelle capacità riformiste del centrosinistra. Ed è anche un pessimo contesto per la costruzione del Pd, tale da gelare i germogli di reinvestimento nella politica sbocciati il 14 ottobre.
Al di la dei danni economici indiretti, ma sicuri e significativi, dovuti alla perdita di credibilità della classe politica tutta e, quindi, del nostro Paese in Europa e sul piano internazionale, vi sarebbe un pesante impatto, immediato e diretto, sulle famiglie e sulle imprese ed, in particolare, sulle fasce sociali più deboli dei cittadini.
Analizziamo prima l'impatto sulle famiglie. Una crisi di Governo ora e l'altissimo rischio di esercizio provvisorio, così disinvoltamente evocato dal capo dell'opposizione, lascerebbero in vigore la riforma pensionistica introdotta dal centrodestra (il famoso "scalone"). Di conseguenza, il primo gennaio 2008 decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici vedrebbero spostato in avanti di tre anni il traguardo del loro pensionamento di anzianità. Inoltre, milioni di pensioni perderebbero il pieno recupero dell'aumento dei prezzi. Non aumenterebbe l'indennità di disoccupazione e non diminuirebbe il costo per il riscatto dei periodi laurea per i lavoratori più giovani. Questi ultimi, in più, non avrebbero le condizioni per potenziare l'accumulazione di contributi necessaria ad innalzare le loro pensioni. Circa 4 milioni di dipendenti pubblici dovrebbero aspettare ancora per ricevere gli aumenti di stipendio ad essi dovuti dal 1 gennaio 2006 (i 100 e rotti euro di aumento medio mensile).
In aggiunta, 12 milioni e mezzo di cittadini a più basso reddito non riceverebbero il bonus di 150 euro, per un totale di quasi due miliardi di euro, previsto nel decreto in corso di conversione al Senato. Oltre 10 milioni di proprietari di casa perderebbero uno "sconto" Ici fino a 200 euro l'anno. Circa 4 milioni di inquilini vedrebbero cancellato un sostegno da 300 a 150 euro l'anno. Per almeno mezzo milione di giovani tra 20 e 30 anni sfumerebbe il contributo di 992 euro l'anno per l'affitto e per l'avvio di una vita autonoma dalla famiglia di origine.
In sintesi, soltanto dalla caduta delle 4 misure ricordate, ogni famiglia perderebbe in media 155 euro l'anno di maggior reddito disponibile. E, secondo l'Istat, verrebbe cancellata una riduzione "degli indici di disuguaglianza di circa 2-3 decimi di punto percentuale" che, "a differenza di precedenti interventi di riduzione delle situazioni di disagio, determinerebbe una marcata riduzione dell'intensità di povertà, grazie al rimborso forfetario alle famiglie che non pagano l'Irpef".
Una crisi qui ed ora interromperebbe la fruttuosissima strategia di lotta all'evasione messa in atto da Governo. Una strategia che ha consentito, dopo la stagione dei condoni e dei furbetti dei quartierini e dei salotti buoni, di ristabilire un minimo di civiltà fiscale in Italia e di recuperare circa 23 miliardi di euro all'anno e, così, di avviare l'alleggerimento fiscale per cittadini ed imprese.
Per quanto riguarda queste ultime, si perderebbero estesi e radicali interventi di semplificazione della normativa fiscale e rilevanti riduzioni di imposte. In particolare, lavoratori autonomi, professionisti e imprese famigliari con fatturato inferiore a 30.000 euro l'anno non avrebbero la possibilità di scegliere il regime forfetario previsto nel disegno di legge finanziaria e beneficiare, così, del drastico abbattimento degli adempimenti conseguenza dell'esenzione dall'Irpef, dall'Irap e dall'Iva. E non beneficerebbero neanche del connesso risparmio di imposta di oltre 200 milioni di euro. Le società di capitali non potrebbero utilizzare le semplificazioni e la riduzione di 5,5 punti percentuali dell'aliquota Ires predisposte dopo un lungo lavoro di ascolto e tali da portare il contesto normativo italiano all'avanguardia in Europa e nell'arena internazionale. Micro, piccole e medie non otterrebbero la riduzione dell'Irap. Tutte le imprese vedrebbero scomparire la prospettiva di ingenti detrazioni per le spese in ricerca e sviluppo.

Si potrebbe continuare con l'elenco, ma ci fermiamo qui. Quanto ricordato è sufficiente a sottolineare l'irresponsabilità e l'avventurismo di chi, per miopi interessi di bottega, opera senza preoccuparsi della caduta del Governo Prodi. La campagna di alcuni grandi giornali-partito, l'incapacità della "sinistra radicale" di riconoscere i risultati raggiunti, il tentativo di qualche settore riformista, anche del Pd, di dare lezioni di cultura innovativa ha offuscato la realtà. Ma, la realtà della manovra di bilancio è fatta di misure riformiste, certamente incomplete e per alcuni versi contraddittorie, ma difficilmente migliorabili da maggioranze di nuovo conio. Quanti nel centrosinistra assecondano la deriva di dissoluzione in atto nella speranza di lucrare elettoralmente e politicamente al margine si illudono. Perderemo tutti. E, soprattutto, perderà l'Italia ed i soggetti più deboli.


Viaggio nella CGIL dei separati in casa
Alberto Statera su
la Repubblica

Arsenico e vecchi merletti nella palazzina rosa salmone della Cgil in Corso d´Italia dove, a parte l´intonaco, la tavolozza con tutte le sfumature del rosso, dal vermiglio al rosa tenero, produce la gouache da cui dovrebbe uscire la storica ristrutturazione della sinistra italiana. Riformisti, radicali, massimalisti, socialisti, neocomunisti, veterocomunisti, liberisti di sinistra veri e immaginari - oves et boves et omnia pecora campi - è qui, nella più grande, ricca, solida e strutturata organizzazione della sinistra che, venuti meno da un pezzo il centralismo, la cinghia di trasmissione e il collateralismo, si compone e si scompone come in uno specchio il mosaico dei partiti nascenti, il Pd e la Cosa rossa.
Al centro della scena i duellanti Guglielmo Epifani, soprannominato "il giovane Werther" dall´ex sindacalista apostata Giuliano Cazzola, e Giorgio Cremaschi, il "Che" dei metalmeccanici della Fiom, che con la sua "Rete 28 aprile" si colloca molto più a sinistra di Rifondazione comunista e che con Gianni Rinaldini, dopo la sconfitta del no nel referendum sul welfare, ha compiuto lo strappo nel parlamentino confederale votando contro il documento della maggioranza e rompendo per la prima volta l´unità sancita dal congresso di Rimini del 2006. Ma sotto è tutto un ribollire, come se la cinghia di trasmissione dei tempi andati avesse cambiato senso, non più dai partiti al sindacato, ma dal sindacato ai partiti.
Naturali peristalsi, sono solo naturali peristalsi per Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e antico segretario della Cgil piemontese, perché "il Partito democratico è destinato a riscrivere la geografia sindacale e gli altri, quelli del no-Tav e no-tutto non sono certo zuzzerelloni, loro si muovono sul sindacato per aggregare i conflitti ai fini della loro proposta politica di cose rosse".
Chissà se Chiamparino ha messo il suo zampino anche nella decisione di Sergio Marchionne, l´a.d. in maglioncino blu che frequenta qualche volta in trattoria, di anticipare 30 euro sul contratto dei lavoratori della Fiat, per "l´importante collaborazione al successo del gruppo", creando il paradosso-Torino, dove il Lingotto vota contro l´accordo sul welfare, ma il manager dei miracoli, il più osannnato dell´italico capitalismo nel quale si agitano tanti nani e ballerine superpagati, "va più a sinistra sull´idea di impresa di Giordano e anche di Cremaschi", secondo un´immagine di cui il sindaco di Torino rivendica orgogliosamente il copyright. Il contrario, naturalmente, di quel che divisa il "Che" della Fiom, che vede invece in quei trenta denari "un segnale politico, un attacco grave al sistema contrattuale. La Fiat, Montezemolo e la politica che dicono: guardate, a voi operai ci pensiamo noi capitalisti, altro che il sindacato". Una specie di provocazione politica come la marcia dei 40 mila di romitiana memoria?
Le "geografia" politica di cui parla Chiamparino, nella palazzina rosa salmone di Corso d´Italia, dove nell´ufficio d´angolo soggiornò indimenticato Luciano Lama che duettava alla pari con Gianni Agnelli, è oggi una specie di puzzle irresoluibile. Bisogna mettere insieme informatori di varie ascendenze per venirne in qualche modo a capo. Diciamo all´ingrosso: area ex-diesse 80 per cento, area Prc più Pdci 20 per cento. Ma che c´è in realtà sotto questi cappelli?

"Sembra tornato il tempo degli Unni", chiosa il vecchio saggio Giuliano Cazzola, ex compagno considerato oggi un po´ destrorso, che ricorda quando Sergio Cofferati, il Cinese, lasciava il vertice della Cgil da trionfatore: aveva sconfitto Berlusconi, aveva portato milioni di lavoratori e pensionati in piazza e, modesto, rientrava in Pirelli come un novello Cincinnato. In realtà si progettava un nuovo partito del lavoro, la Cgil col Correntone diesse, collocato alla sinistra della Quercia, con la benedizione di Nanni Moretti, di Pancho Pardi e del rutilante mondo dei girotondini. L´operazione fallì, un po´ perché Cofferati non se la sentì di portare fino in fondo lo strappo, un po´ perché Bertinotti non è che gradisse troppo il Cinese, nonostante nel 1994 ne avesse appoggiato l´ascesa in Cgil contro Alfiero Grandi, candidato di Bruno Trentin.
La storia, in qualche modo, si ripete perché la Cgil può essere oggi la massa critica di un nuovo partito della sinistra: "Se il Partito democratico vince la sua sfida - ci dice speranzoso Chiamparino - il postulato è la riapertura di un processo di unità sindacale improntato all´autonomia, dico autonomia e non indipendenza, come dice invece Cremaschi".
Balle, secondo Cazzola, che vede come naturale interlocutore del partito di Veltroni più la Cisl che la Cgil balcanizzata dagli scontri su quella tavolozza tra le varie gradazioni di rosso. Per non dire di Renata Polverini, leader dell´Ugl, il sindacato di destra che lei ha portato a contare qualcosa, la quale, a rischio di sentirsi definire una succursale della Cgil dai suoi amici di An, solidarizza con Epifani-Harrison Ford: "Lui, poveretto, si è esposto troppo quando ha detto che il programma di Prodi era il suo programma. Ma poi ha capito e ha fatto marcia indietro, pur in una condizione difficilissima, schiacciato com´è tra Cosa rossa e Partito democratico. Quanto a noi, presunta succursale della Cgil, cosa che considero tutto sommato un complimento, il fatto è che finalmente si è capito che non è solo la sinistra ad avere la privativa sulla tutela dei ceti più deboli".
Per Cremaschi la questione è un po´ diversa: "Siamo di fronte alla crisi più grave nella storia della Cgil, che, come è ormai evidente, ha una leadership non all´altezza della situazione". Non è il solo a pensarlo, tanto che già ci si chiede se il tormentato segretario generale sarà in grado di contrastare la fuga confederale dal Partito democratico alla Cosa rossa, una specie dei Psiup del nuovo millennio.
Crisi o non crisi, la galassia rossastra governata da Epifani resta il caposaldo più forte della sinistra in ristrutturazione tra Partito democratico e Cosa rossa, ambita da tutti, da Veltroni, come da Mussi, Diliberto, Giordano e soci. Quattro milioni e mezzo e più di iscritti, 14 mila mila sindacalisti, tremila sedi nel territorio, un miliardo di euro come "giro d´affari" stimato, perché dati ufficiali non ne esistono. Una forza reale così non esiste a sinistra, dopo che le cooperative si sono impaniate con i furbetti velleitari scalatori d´Italia.
Correva il 1992 quando l´allora sindacalista della Cgil Fausto Bertinotti, nemico giurato di Cofferati, descriveva con angoscia al sottoscritto, suscitando vasto scandalo a sinistra, una "dolorosa omologazione del sindacato al sistema dei partiti, una voglia nient´affatto repressa dei sindacalisti di farsi ceto politico, di farsi Stato". Oggi, con il suo collega sindacalista della Cisl Franco Marini, Bertinotti siede in persona, ai vertici dello Stato.
Il campo di battaglia a sinistra resta la palazzina rosa salmone in Corso d´Italia dove soggiornarono Di Vittorio e Lama, come in una cinghia di trasmissione che gira al contrario.
Tra arsenico e vecchi merletti.


Giustizia negata
Vincenzo Vasile su
l'Unità

È una brutta pagina. Per sintetizzarla si possono usare le parole di un penalista solitamente misurato come il professor Franco Coppi, difensore di parte civile per la famiglia della vittima: "L'omicida se ne sta tranquillo nel suo Paese. Gli Usa ci prendono a schiaffi in faccia, ci trattano come pezzenti, e sulla morte di Nicola Calipari si sono limitati alle condoglianze".
La terza Corte di Assise di Roma alza, insomma, le mani in segno di resa di fronte al fuoco amico dell'alleato americano, che impone l'improcedibilità contro il marine Mario Lozano che uccise l'agente del Sismi il 4 marzo 2005 a un posto di blocco anomalo allestito alle porte di Baghdad proprio mentre stava per essere tratta in salvo la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.
C'è almeno un aspetto giuridico della questione che non si deve considerare soltanto sotto la specie dei tecnicismi e dei cavilli. L'avvocato dello Stato che rappresenta il governo italiano e la pubblica accusa avevano concordato nell'individuare nel caso Calipari le caratteristiche di un “delitto politico”: il sequestro di Giuliana Sgrena era, come gli altri sequestri di ostaggi italiani, infatti, un'arma di ricatto nei confronti del governo per ottenere un cambiamento della politica estera.
La liberazione della Sgrena era dunque un obiettivo politico che è stato offeso, e con esso l'interesse nazionale. Delitto corposamente politico, da qualunque parte lo si guardi: il recupero degli ostaggi fu uno dei pochi impegni bipartisan che si riuscì a mettere in piedi in quella fase. Perché, appunto, la missione di Nicola Calipari era quella di recuperare gli ostaggi, di metterli in salvo (l'aveva fatto in precedenza con successo anche per Simona Pari e Simona Torretta): la sua era la più tipica “missione di pace”.
Secondo la Corte, anche se non sono disponibili ancora le esatte motivazioni, s'è trattato non di un “delitto politico”, ma di un “delitto comune”. Valutazione che risulta un'enormità anche per un bambino. Ma che serve ai giudici come un trampolino per agguantare in acrobazia il trapezio lanciato dall'amministrazione americana, accogliendone la richiesta di non processare Lozano: nel caso di imputati stranieri di "delitti comuni" chi decide, infatti, di non mettere piede nel nostro territorio in Italia non può essere giudicato. Punto e basta. Si racchiude in questo ragionamento stiracchiato e paradossale la decisione delle Assise. Che equivale a una rinuncia a fare giustizia, perché i giudici non hanno nemmeno provato a iniziare l'esame dell'inchiesta, consentendo ieri a fonti del Pentagono di aggiungere al dolore la beffa: per gli Usa valgono - dicono da Washington - le conclusioni della commissione congiunta Italia-Usa nell'immediatezza. Peccato che quelle conclusioni, assolutorie per i militari Usa, quasi diffamatorie per Calipari, sin dal 2005 non fossero affatto “congiunte”, e che i rappresentanti italiani si siano sempre rifiutati di sottoscrivere la falsa ricostruzione dei comandi Usa. Non è vero che l'auto degli italiani andasse ad alta velocità, non è vero che la missione non fosse stata segnalata al comando Usa. È semmai tutta da verificare l'intenzionalità e l'efficacia di una catena di comando delle forze statunitensi, che rimane tuttora non identificata; e rimane da dissipare il pesante dubbio che grava su tutta la vicenda: se la missione del Sismi (incaricato anche del pagamento di riscatti), non fosse talmente mal sopportata e invisa dagli americani, da far scattare contromanovre. In una delle tante interviste dell'imputato si è potuto leggere che le raffiche potrebbero essere state sparate da un misterioso commando di militari americani. La rinuncia alla giustizia decretata dalla terza Corte di Assise romana corrisponde, perciò, a una parallela e preventiva rinuncia di sovranità nazionale. Dalla difesa del marine Lozano abbiamo anche appreso, per esempio, che il governo di centrodestra, nell'aderire alla missione in Iraq, avrebbe sottoscritto nero su bianco un impegno a passare sopra a eventuali delitti compiuti dai soldati nostri alleati.



Il carisma e le paure
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

A coloro che appaiono sorpresi dall'aumento del turismo religioso a Roma dopo l'elezione al papato di un uomo molto meno esuberante e carismatico del suo predecessore suggerisco alcuni esempi tratti da vicende recenti. A Mosca, in occasione dei funerali di Boris Eltsin, Vladimir Putin, ex colonnello del Kgb, ha seppellito il suo predecessore con la solenne liturgia della tradizione ortodossa nella cattedrale di Cristo Salvatore. A Rangoon, già capitale di uno Stato governato da un'oligarchia militare, la protesta contro il regime è esplosa quando alcune migliaia di monaci buddhisti hanno cominciato a manifestare silenziosamente nelle vie della città. A Washington, durante una grande assemblea di evangelici, alcuni potenziali candidati repubblicani alla presidenza (fra cui Rudolph Giuliani, divorziato e abortista) si sono avvicendati sul podio per dimostrare alla platea che non sarebbero stati insensibili alla domanda di "valori " gridata, secondo i sociologi americani, da 70 milioni di elettori "rinati" ( born again). A Istanbul e ad Ankara, prima della questione armena e della crisi curda, il problema maggiormente dibattuto era il velo che copre i capelli della moglie del nuovo presidente turco. E nel cuore dell'Europa laica, infine, alcuni milioni di musulmani hanno scrupolosamente osservato le prescrizioni dietetiche del Ramadan. Esiste un revival religioso che si manifesta in forme diverse ma investe molte società contemporanee. L'integralismo musulmano è soltanto la sua manifestazione più estrema e radicale.
Questo fenomeno è probabilmente il risultato di molte paure. La prima è economica e sociale. Per i giovani e per molti ceti, la globalizzazione e la crisi dello Stato assistenziale hanno reso il futuro assai più incerto e preoccupante di quanto non fosse negli anni in cui gli impieghi erano stabili, le cure sanitarie più o meno garantite e i trattamenti previdenziali sicuri. La seconda paura è "ambientalista". Il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, gli tsunami, le alluvioni e i grandi incendi, sino a quelli degli scorsi giorni in California, hanno risvegliato il timore di un nuovo "anno Mille". La terza paura investe l'area delle certezze e delle consuetudini morali. Le antiche leggi che hanno governato per molti secoli i momenti fondamentali della vita— la nascita, la procreazione e la morte — hanno lasciato il posto a una più larga gamma di opzioni, dalla fecondazione artificiale all'eutanasia, dalle unioni di fatto ai matrimoni fra omosessuali. Ciò che può sembrare progresso, rappresenta per molti un fattore di smarrimento e di confusione. Mentre gli uomini politici vivono alla giornata e cercano di accontentare tutti i loro elettori, le religioni danno risposte nette e offrono ai fedeli disorientati l'ancora della certezza.
Benedetto XVI è molto diverso da Giovanni Paolo II. Mentre il Papa polacco era un apostolo moderno, un pastore continuamente alla ricerca di nuove greggi, il Papa tedesco è anzitutto un dottore della Chiesa, una cattedra di principi irrinunciabili e di solenni silenzi. Ma la fermezza con cui difende l'ortodossia e rivendica il primato del Cattolicesimo lo rende, ancora più del suo predecessore, l'uomo del momento.

E' necessario che i laici, se vogliono difendere i loro valori, si preparino a farlo con altrettanto zelo e altrettanto rigore.


Quattro ore di ritardo sul treno della felicità
Pietro Citati su
la Repubblica

Domenica scorsa, mia moglie ed io prendemmo alla stazione di Milano l´Eurostar delle ore 17, che doveva condurci, dopo quattro ore e mezzo di viaggio, a Roma, dalla quale ci allontaniamo sempre meno volentieri. Tutti sanno che l´Eurostar è l´incomparabile vanto della nostra industria ferroviaria: ma quel giorno si comportò come tutti i treni italiani, che non amano compiere il loro odioso lavoro. Si stirò, sbadigliò, brontolò, tossicchiò pigramente per quindici minuti: non aveva voglia di partire. Poco male.
Un piccolo ritardo introduce una piacevole nota di disordine nell´ordine eccessivo dell´esistenza. Purtroppo, qualche minuto dopo la partenza, la voce del capotreno informò i passeggeri che il ritardo era dovuto a guasti del locomotore.
Un brivido attraversò gli almeno novecento passeggeri, tranne un gruppo di giapponesi che occupavano dormicchiando un intero vagone. Se il locomotore era guasto già alla stazione di Milano, nessun dio l´avrebbe condotto attraverso la pianura padana, Bologna, l´Appennino emiliano, Firenze, la Toscana e il Lazio fino a Roma. I passeggeri avevano capito quello che il geniale dirigente di Milano non aveva compreso. Il treno si mosse languidamente, mollemente, come se una grave influenza intestinale gli impedisse i rapidi movimenti dell´Eurostar. Poi si fermò in aperta campagna, a trenta chilometri da Milano. Non aveva nessuna intenzione di continuare. La situazione era (per così dire) drammatica: non era possibile sostituire il locomotore, perché gli Eurostar posseggono un solo corpo inscindibile. Intanto il capotreno informava i passeggeri con messaggi contraddittori, affermando che attendeva gli ordini definitivi dalla Centrale Operativa di non so dove. Infine fuggì: abbandonò il treno e discese ad una piccola stazione lombarda. Nella sua cabina abbandonata, trovai il piccolo, umile, liso vicecapotreno, terrorizzato dalla grandiosità del disastro e dalla fuga del suo capo. Fu gentilissimo: non sapeva niente; telefonò a Milano e a Bologna, chiese e richiese e richiese, e poi disse, con un tremito nella voce, che il treno avrebbe raggiunto Bologna a velocità ridotta e lì sarebbe stato sostituito da un altro Eurostar.
Il treno riprese il suo lento cammino nel silenzio generale. E´ strano come gli italiani, questo popolo di chiassosi mestatori, che hanno prodotto Masaniello, Mussolini, Umberto Bossi e Beppe Grillo, siano così miti. Mentre un tedesco e un francese sarebbero stati dilaniati dal furore, i nostri passeggeri erano tranquilli, affabili, non protestavano, non alzavano la voce: avevano imparato che l´unica arte certa della vita è la sopportazione: infinita, infinita sopportazione. Non importa che Dio, la realtà, gli uomini politici, i magistrati, i banchieri, gli industriali ci infliggano ogni istante inconcepibili vessazioni. Bisogna tacere, perché non c´è niente da fare. Intanto Piacenza, Reggio Emilia, Parma, Modena scorrevano lentamente davanti al finestrino, come città spettrali e forse inesistenti. Prima di giungere a Bologna, la voce dell´umile vicecapotreno informò che l´altro Eurostar avrebbe atteso al binario numero tre della stazione di Bologna, insieme a dei generi di conforto. Tranne i giapponesi, l´intero vagone scoppiò in una grandiosa risata: tutti erano curiosissimi di conoscere i generi di conforto.
A Bologna, il nuovo treno riprese il viaggio: salì lungo l´Appennino emiliano, sorpassò Grizzana e Roncobilaccio; ma non aveva ritrovato la bella fiducia e l´alacrità degli Eurostar, come se la sventura del suo collega l´avesse ferito al cuore. Alla stazione di Firenze, si fermò per venti minuti, e io supposi che i nascosti signori dei nostri destini stessero prendendo qualche oscura decisione. Infatti, cinque minuti dopo la partenza, la voce autorevole di un nuovo capotreno ci informò che, in via del tutto eccezionale (sarebbe successo soltanto quella volta, nessuno avrebbe osato ripetere un simile delitto), l´Eurostar si sarebbe fermato nelle quattro stazioni di Arezzo, Terontola, Chiusi, Orte, invece di puntare direttamente verso Roma, come era suo obbligo. Non ho compreso la ragione di questa decisione. Il capotreno voleva degradare l´Eurostar? O punire i passeggeri innocenti, infliggendo loro un´altra mezz´ora di ritardo? O affermare il puro capriccio del suo potere incontrovertibile?
Alle una e trenta di notte, avvistammo Roma. Avevamo quattro ore di ritardo.

A quell´ora non c´erano autobus o tram, né tassì notturni: nessuna autorità ferroviaria aveva informato le centrali che centinaia di passeggeri discendevano dal Nord ferocemente desiderosi di tassì. Noi due risalimmo il treno, raggiungemmo la prima vettura, e di lì corremmo velocemente verso la stazione di tassì. Trovammo un´auto: il tassinaro ci disse che era arrivato lì per caso, raccogliendo il messaggio di altri tassinari, che gli avevano dato vaghe notizie sulla valanga proveniente dal Nord. Mentre noi scivolavamo felici verso casa, centinaia di passeggeri sulla banchina attendevano cupissimi tassì inesistenti. I giapponesi stavano in un angolo: un gruppo chiuso, incerto, senza parola, incapace di prendere una decisione, col cuore pieno di nostalgia per il loro paese, dove non esistono Eurostar.
Ho dimenticato la cosa più importante. Nei sedili vicini ai nostri, stavano delle mobilissime ragazze di tredici o quattordici anni, che una gita scolastica aveva condotto a Milano. Non si accorsero di niente: né il ritardo di quattro ore, né le menzogne e vessazioni dei funzionari, e neppure i generi di conforto – orribili brioches stantie scovate nelle cantine della stazione di Bologna – aggiunsero ombre alla loro fronte luminosa. Dalle diciassette alle una e trenta di notte, per otto ore e mezza, senza cessare un instante, parlarono, parlarono, canticchiarono, cantarono, cinguettarono, si scambiarono carezze e pizzicotti, risero, risero, risero, come se una profondissima sorgente di gioia, che nemmeno loro conoscevano, si annidasse nel loro cuore e non potesse fare a meno di riempire il triste vagone. Le persone addormentate si svegliarono, non protestarono, e sorrisero di quel fiore di giovinezza. Così, grazie a Trenitalia, ho avuto la fortuna di viaggiare per otto ore e mezza insieme alla Felicità.


  26 ottobre 2007