
sulla stampa
a cura di G.C. - 25 ottobre 2007
Democrazia e religione
Ezio Mauro su la Repubblica
"Finiamola". Con questo invito che ricorda un ordine il Cardinal Segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone ha preso ieri pubblicamente posizione contro l´inchiesta di Repubblica sul costo della Chiesa per i contribuenti italiani, firmata da Curzio Maltese. "Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa ha detto testualmente il cardinal Bertone : l´apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società". Per poi aggiungere: "C´è un quotidiano che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. L´ora di religione è sacrosanta".
Non ci intendiamo di santità, dunque non rispondiamo su questo punto. Ma non possiamo non notare come il tono usato da Sua Eminenza sia perentorio e inusuale in qualsiasi democrazia: più adatto a un Sillabo. L´attacco vaticano riguarda un´inchiesta giornalistica che analizza i costi a carico dei cittadini italiani per la Chiesa cattolica, dalle esenzioni fiscali all´otto per mille, al finanziamento alle scuole private, all´ora di religione: altre puntate seguiranno, finché il piano di lavoro non sia compiuto.
Finiamola? E perché? Chi lo decide? In nome di quale potestà? Forse la Santa Sede ritiene di poter bloccare il libero lavoro di un giornale a suo piacimento? Pensa di poter decidere se un´inchiesta dev´essere pubblicata "ogni settimana" o con una diversa cadenza? E´ convinta che basti chiedere la chiusura anticipata di un´indagine giornalistica per evitare che si discuta di "questa storia"? Infine, e soprattutto: non esiste più l´imprimatur, dunque persino in Italia, se un giornale crede di "tirar fuori iniziative di questo genere" può farlo. Salvo incorrere in errori che saremo ben lieti di correggere, se riceveremo richieste di rettifiche che non sono arrivate, perché nessun punto sostanziale del lavoro d´inchiesta è stato confutato.
La confutazione, a quanto pare, anche se è incredibile dirlo, riguarda la legittimità stessa di affrontare questi temi. Come se esistesse, lo abbiamo già detto, un´inedita servitù giornalistica dell´Italia verso la Santa Sede, non prevista per le altre istituzioni italiane e straniere, ma tipica soltanto di Paesi non democratici. In più, Sua Eminenza è il Capo del governo di uno Stato straniero che chiede di "finirla" con il libero lavoro d´indagine (naturalmente opinabile, ma libero) di un giornale italiano.
Stupisce questa reazione quando si parla non dei fondamenti della fede, ma di soldi. E tuttavia se la Chiesa com´è giusto vuole far parte a pieno titolo del discorso pubblico in una società democratica e trasparente, non può poi sottrarsi in nome di qualche sacra riserva agli obblighi che quel discorso pubblico comporta: per tutti i soggetti, anche quelli votati al bene comune. Anche questo è un aspetto della sfida perenne, e contemporanea, tra democrazia e religione.
Verso un governo istituzionale
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera
ROMA Fino a due giorni fa molti lo pensavano, ma guai ad ammetterlo in pubblico. Martedì però Fausto Bertinotti ha rotto il tabù dell'intangibilità di Prodi e ora nella maggioranza (e persino dentro il Pd) c'è chi confessa che l'idea di un esecutivo istituzionale non è poi così blasfema. "Il governo è bloccato e in caso di incidente non possiamo certo andare al voto con questa legge elettorale " ragiona la senatrice Paola Binetti, eletta nel Pd in quota Veltroni. Ben venga dunque un presidente che faccia le riforme, però bisogna arrivarci "con una strategia di condivisione" che includa anche chi, nella Cdl, "è in cerca di soluzioni positive per il Paese".
I fautori di una XV legislatura che vada avanti senza Prodi dovranno vedersela con Rosy Bindi, la quale per prima ha avvertito il presidente della Camera: "Nessun altro governo, istituzionale o tecnico, avrà il nostro voto ". Ufficialmente il partito del "se il Professore cade si vota" vanta adesioni illustri, Diliberto e Pecoraro Scanio sono tra i padri fondatori e Parisi, Rutelli e Fassino gareggiano per la leadership. Il motto di Dario Franceschini, capogruppo uscente dell'Ulivo alla Camera nonché vice di Veltroni, è "con Prodi fino alla morte" e Antonello Soro, favorito per la guida del gruppo, teme che "la crisi dell'Unione difficilmente avrà altro sbocco che il voto anticipato" ma più avanti non si spinge. Eppure la suggestione di una via d'uscita istituzionale dalla palude dell'Unione sembra aver contagiato anche le primissime file del Pd.
Il senatore Antonio Polito, battitore libero molto vicino a Rutelli, accoglie con entusiasmo la svolta di Bertinotti, concorda che sarebbe "irresponsabile " lasciar morire la legislatura senza cambiare legge elettorale e propone a Veltroni di cercare "la più ampia maggioranza possibile" su un nuovo sistema di voto. E poiché la schiettezza non gli fa difetto, Polito definisce "del tutto naturale, prima di dichiarare fallimento, verificare la possibilità di un diverso governo ". Anche Enzo Carra ha un consiglio per Veltroni: il Pd dica "caro Prodi, se andiamo avanti così facciamo del male al Paese". E poi? "Prodi bis o governo istituzionale". E persino Pierluigi Castagnetti, che da "amico critico" del premier gli riconosce "grande solidità morale e istituzionale ", valuta come "percorribile " la via del governo tecnico.
D'Alema, Finocchiaro, Bersani e Chiti sponsorizzano il movimento della resistenza a oltranza, i cui adepti evitano di pronunciare in pubblico la parola crisi e provano a vendere i prodotti della ditta Palazzo Chigi. "Il governo sta cominciando a suonare una buona musica, se poi il frastuono riesce a sommergerla vedremo", fa scongiuri il ministro Bersani. E Nicola Latorre non vede all'orizzonte il tramonto di Prodi: "Lo shopping di Berlusconi al Senato non esiste". Ma Peppino Caldarola, che ha lasciato la Quercia di Fassino per rientrare nel Pd di Veltroni, spera di convincere il segretario a "fare le pulizie di casa ", cioè un governo per le riforme. "La situazione è drammatica avverte l'ex direttore dell'Unità , Prodi dovrebbe fare un gesto generoso e dichiarare la propria disponibilità a farsi da parte". E Veltroni? "Walter non può staccare la spina, ma la situazione gli è favorevole e non può sprecarla, il suo unico nemico è la zavorra sulle ali che gli impedisce di spiccare il volo".
Bertinotti ha smentito di pensare al dopo- Prodi, dentro Rifondazione però ci pensano in tanti. "Fausto ha fatto un atto di coraggio, riconsegnare il Paese alle urne sarebbe devastante rivela gli umori del Prc il sottosegretario Alfonso Gianni , Prodi è opacizzato e non è un mistero che se Veltroni si fosse candidato nel 2006 noi eravamo pronti". E ora, che fare? "Un governo tecnico potrebbe bocciare per decreto lo scalone. Ho sentito Bertinotti e gli ho detto mi sta bene, se nel nuovo governo ci sono anch'io... ". E lui? "Si è messo a ridere".
Le condizioni del voto
Giulio Anselmi su La Stampa
L'ultimo atto del faticoso premierato di Romano Prodi, la guerricciola tra Di Pietro e Mastella, non si discosta troppo da quelli che l'hanno preceduto: uno strappo rappezzato in extremis grazie alla tenacia che tutti riconoscono al presidente del Consiglio, ma accompagnato da nuove rotture tra i ministri (questa volta sul fronte della sicurezza) e da più allarmanti vaticini di crisi da parte di coloro che finora erano stati alleati affidabili. Giorno dopo giorno, ingarbugliato da esasperati tatticismi che - come nel caso del protocollo sul Welfare - hanno finito con lo scontentare un po' tutti, e indebolito da allarmi angosciati sul mercato dei senatori e da minacce di crisi pronunciate da politici che non hanno intenzione di provocarla davvero, il filo del governo si è fatto assai corto.
Ormai da mesi il ministero trascina la sua carcassa all'insegna dell'emergenza e della precarietà, costretto a tradurre in un conflitto ininterrotto il fallimento della coalizione che lo sostiene. L'impopolarità senza precedenti di Prodi è la personificazione di questo problema politico che ingloba e avviluppa Palazzo Chigi, sommando la delusione e la sfiducia dell'elettorato di centro-sinistra, un elemento sociale e psicologico che sarà difficile recuperare, e la rabbia di gran parte dell'elettorato di destra. Il giudizio prescinde perfino da un esame bilanciato tra alcuni errori clamorosi, come l'indulto, e alcuni risultati che vanno riconosciuti ai ministri sul terreno dei conti pubblici e delle liberalizzazioni. Il mondo della politica e la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica (non soltanto quella parte che fa comunque professione di antipolitica) ne sono ormai certi: questo governo ha fallito.
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Come ai tempi degli ultimi esecutivi della Prima Repubblica, la residua energia vitale del ministero è rivolta al tirare a campare, senza nemmeno domandarsi per che. Arroccati nella presuntuosa convinzione che gli elettori del centro-sinistra e parte di quelli del centro-destra non vogliano correre il rischio di una nuova stagione berlusconiana, gli inquilini dei vari palazzi romani cercano di intercettare gli umori popolari in tema di tasse, sicurezza, costi della politica annunciando soluzioni impraticabili, misure feroci su zingari e lavavetri, riduzioni delle spese degli altri in un crollo verticale di consapevolezza e credibilità: non era mai accaduto che un ministro della Giustizia inquisito arrivasse a sottrarre al magistrato l'inchiesta che lo riguarda e che, per l'indispensabilità dei suoi voti all'esigua maggioranza, venisse blandito dal presidente del Consiglio. La lunga catena di insabbiamenti, dei quali è ricca la storia repubblicana, in questi giorni è arrivata allo zenit.
È difficile, quindi, oggi trovare motivi per allungare la vita del governo. Ed è legittimo sospettare che certi inviti a soluzioni tecniche e istituzionali celino la tentazione di prendere tempo. Ma l'appello "al voto, al voto", che risuona nelle piazze e nei talk-show televisivi pronunciato con maggiore o minor convinzione da esponenti della maggioranza e dell'opposizione, rischia di produrre un appuntamento destinato a funzionare semplicemente da valvola di sfogo per la delusione Prodi. Così come un anno e mezzo fa espresse l'irritazione dell'elettorato per la delusione Berlusconi. C'è una significativa simmetria, naturalmente respinta dagli interessati, tra le critiche rivolte al governo di centro-destra e gli addebiti riferiti al centro-sinistra, soprattutto dagli economisti e dai politologi di parte liberale: tutti si riconducono alla difficile governabilità del Paese.
Andare a votare con l'attuale legge elettorale significherebbe, stando ai sondaggi, trovarsi di fronte alla vittoria di un centro-destra bloccato, dotato di una maggioranza al Senato (salvo un'improbabile vittoria nelle regioni "rosse") forse un po' più ampia ma non troppo dissimile da quella odierna dell'Unione. Un centro-destra, cioè, alle prese con le stesse difficoltà politiche che gli hanno impedito di trasformare il Paese durante la scorsa legislatura, aperta dalla trionfale vittoria del 2001. Non a caso il Presidente della Repubblica, preoccupato dalla concretezza di questo scenario, ha detto e scritto ripetutamente, ieri per l'ennesima volta, che non si può andare alle urne senza una riforma delle norme attuali. Per darsi regole nuove, nell'interesse di tutti, basterebbero pochi mesi.
Ma non è il caso di illudersi: una politica rinserrata in se stessa e capace di seguire una sola bandiera, quella del continuismo, ha già superato i fantasmi evocati dai dibattiti sulla "casta" e dalle urla di Grillo e ha ridotto il suo senso di responsabilità circa gli interessi dell'Italia all'esigenza di approvare la Finanziaria per evitare l'esercizio provvisorio, con le prevedibili nefaste conseguenze sul debito pubblico e sull'economia. Già nel centro-sinistra si delineano piani che prevedono la sconfitta elettorale come un male minore per il futuro del Pd e prefigurano il Cavaliere, giusta nemesi, intento a fare i conti con la sua legge "porcata". Insomma, la consueta altalena. Che in queste condizioni, però, rappresenta soltanto una via di fuga. Utile probabilmente a qualcuno, ma non certo al Paese.
Il sismografo della crisi
Giovanni Valentini su la Repubblica
Prove tecniche di transizione. Si potrebbe intitolare così l´ultimo episodio della telenovela sulla crisi strisciante del governo in carica, messo in scena ieri nella Commissione parlamentare di Vigilanza che ha sfiduciato il presidente della Rai, Claudio Petruccioli, con il voto congiunto del centrodestra e di alcune componenti della maggioranza che fanno capo ai radical-socialisti della Rosa nel Pugno e addirittura ai ministri Clemente Mastella e Antonio Di Pietro. Un presagio o un prologo di una rottura che ormai era nell´aria da diverso tempo, come un temporale all´orizzonte in rapido avvicinamento tra lampi e tuoni sempre più intensi.
Se la Rai è sempre il sismografo della vita politica italiana, se le sue fibrillazioni registrano e anticipano i movimenti tellurici del Palazzo, il picco che s´è appena verificato sembra annunciare proprio un terremoto o comunque uno scossone destinato a compromettere ulteriormente la stabilità del centrosinistra. E non solo perché il bradisismo proviene dall´interno della stessa maggioranza. Ma ancor più per il fatto, paradossale o senz´altro grottesco, che vi partecipano due ministri fino a l´altroieri contrapposti sulla questione giustizia, al limite della rissa personale. Diciamo la verità: non è uno spettacolo edificante per i cittadini ed elettori italiani, né tantomeno per quanti hanno votato l´ultima volta per il centrosinistra affidando all´Unione il compito di risanare e rilanciare il Paese. Assistiamo a un logoramento continuo, un´usura, uno sfilacciamento progressivo della maggioranza che sostiene il governo. Questione di numeri, certamente, cioè di un margine parlamentare ridotto al minimo da una legge elettorale tanto infausta quanto irresponsabile; ma anche di qualità, eccessiva eterogeneità e mancanza di coesione. Se quest´ultimo incidente non sortirà l´effetto di un elettro-choc e il centrosinistra non avrà un soprassalto immediato, una reazione di orgoglio e dignità, prima o poi l´apertura formale di una crisi diventerà purtroppo inevitabile. Sarà pure mancato il "numero legale", nella seduta di ieri della Vigilanza; sarà stato un colpo di mano o magari una trappola, preparata dall´opposizione con la complicità dei dissidenti di centrosinistra. Sta di fatto, però, che questa è una sconfitta politica, con un ribaltamento di posizioni che può preludere a un ribaltone: vale a dire a un cambiamento di fronte e di alleanze.
Ancorché sfiduciato dalla Commissione di cui già era stato presidente e che l´aveva nominato all´unanimità, ora Petruccioli dichiara che non intende dimettersi con un atto esplicito di ribellione e di rifiuto nei confronti dell´organismo parlamentare di controllo sul servizio pubblico. Avrà anche le sue buone ragioni, sul piano strettamente giuridico, il presidente della Rai. Ma anche qui si consuma uno strappo clamoroso, plateale, senza precedenti, nel rapporto fra l´ente di Stato e lo Stato medesimo. All´origine di tutto sarà bene ricordarlo c´è la famigerata legge Gasparri, con la quale il centrodestra aveva imposto la sua "pax televisiva" nella scorsa legislatura, modellando una Rai a immagine e somiglianza del governo Berlusconi. Un´azienda più che mai asservita alla politica, in forza di una maxi-lottizzazione a cui per la verità neppure il centrosinistra aveva saputo resistere. Una spartizione, all´insegna della peggiore partitocrazia, con cinque consiglieri di centrodestra, di cui uno nominato direttamente dal Tesoro; tre esponenti dell´Unione e un "presidente di garanzia", proveniente dalle file dei Ds, scelto di fatto dall´esecutivo e accettato o subìto dall´allora opposizione. Ma l´equilibrio era tanto instabile e precario che praticamente è saltato già all´indomani delle elezioni, mentre a ruoli invertiti il centrodestra paralizzava la Rai e bloccava la gestione aziendale. Poi, con la rimozione del rappresentante indicato dal ministero e l´insediamento al suo posto di Fabiano Fabiani, il servizio pubblico si è ulteriormente destabilizzato, attraverso una prova di forza che in realtà s´è rivelata alla fine una prova di debolezza. E adesso, la sfiducia al presidente è il suggello definitivo di una crisi politica che da viale Mazzini minaccia di arrivare fino a palazzo Chigi. La verità è che quella rimozione è stata attuata tardi e male. Tardi perché s´è lasciato passare troppo tempo per intervenire. Male perché il Tesoro avrebbe dovuto sollevare il consigliere in questione con un´azione di responsabilità civile, in quanto principale responsabile insieme agli altri consiglieri di centrodestra, rinviati poi tutti a giudizio per abuso d´ufficio aggravato di un danno procurato all´azienda per oltre 14 milioni di euro: l´importo della multa comminata dall´Autorità sulle Comunicazioni per la nomina dell´ex direttore generale, Alfredo Meocci, nonostante la sua palese incompatibilità in quanto già componente della medesima Authority. Ora il centrosinistra farebbe un grave errore a sottovalutare il segnale che viene dalla vicenda Rai. Il malessere o il malcontento diffuso all´interno della maggioranza non può essere circoscritto all´ambito televisivo. Sappiamo bene ormai che la politica, soprattutto in Italia, si fa in tv e dunque la tv può fare o disfare la politica.
Come in un suk
Antonio Padellaro su l'Unità
Senza nulla togliere al ribaltino che ha sfiduciato Petruccioli in commissione di vigilanza Rai, quanto accaduto nella commissione Diritti umani rende al meglio (anzi al peggio) il clima farsesco della politica italiana in questo malinconico ottobre. Qui dovendosi eleggere il presidente, alcuni dell'Unione hanno pensato bene di impallinare il candidato della sinistra votando l'uomo della destra, e il tutto condito dall'imbroglio di chi ha votato due volte. Per gente che dovrebbe occuparsi del rispetto delle persone, non c'è male. Intrighi e tranelli fanno parte del gioco politico nella sua versione meno nobile, ma se nelle aule parlamentari si fa ogni tipo di mercato significa che la situazione è fuori controllo.
Parliamo ovviamente del governo Prodi che ogni giorno deve fronteggiare un problema nuovo, dai litigi tra ministri alle tensioni sul pacchetto sicurezza. Un governo, ed è qui la rabbia, che per quanto gli è consentito dai numeri al Senato molte cose buone le ha fatte migliorando i conti, aiutando i più deboli, combattendo sul serio l'evasione fiscale. Un governo composto soprattutto da uomini competenti e per bene, e che non passano il tempo negli studi televisivi a distruggersi l'uno con l'altro. Tutto questo rischia però di scomparire sotto i colpi di una opposizione a cui del paese importa nulla, capace solo di seminare zizzania e che ha come unico obiettivo quello di andare alle elezioni subito per riprendersi il bottino. Questa corsa disordinata verso le urne, che con il pessimo sistema elettorale che ci ritroviamo non farà che perpetuare l'ingovernabilità, sembra aver contagiato pezzi della maggioranza. Che immemori delle risse del giorno prima (vedi i mastelliani e i dipietristi) il giorno dopo si alleano per destabilizzare la Rai sperando in chissà quali vantaggi nella campagna elettorale che si annuncia. Come in un suk.
Levi esclude i blog dall'iscrizione al registro
Redazione de La Stampa
ROMA. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Ricardo Franco Levi ha proposto alla Commissione Cultura della Camera un "comma aggiuntivo" al ddl di riforma dell'editoria che esclude i blog dall'articolo 7, quello che vede l'obbligo dell'iscrizione al Registro degli operatori della comunicazione per i siti internet. "Nel comma aggiuntivo all'articolo 7 che lascio all'attenzione della commissione non abbiamo scritto blog ma questo è il senso". "Vi propongo di prendere in considerazione un comma aggiuntivo all'articolo 7. È un suggerimento per lavorare insieme, come del resto per tutto il resto del provvedimento", ha detto Levi nell'audizione alla Commissione Cultura della Camera che apre l'iter parlamentare del provvedimento.
Il comma aggiuntivo - ha spiegato Levi - dice che sono esclusi dall'obbligo di iscrivere al Roc i soggetti che accedono o operano su internet per prodotti o siti ad uso personale e non ad uso collettivo. "Vuol dire che sono esclusi i blog che non rientrano in questo comma teso a ridefinire le responsabilità di chi opera su internet", ha spiegato il sottosegretario. "Non vogliamo spegnere voci ed attentare al pluralismo", dice il sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega per l'editoria Ricardo Franco Levi alla Commissione Cultura della Camera dove oggi si apre l'iter parlamentare del provvedimento. Lo dice in merito alla questione dei finanziamenti diretti destinati soltanto alle cooperative e ai giornali dei gruppi parlamentari.
Il Foglio, un dialogo per capello
Bruno Gravagnuolo su l'Unità
La novità è innegabile e quel che capita oggi al "Foglio" è addirittura clamoroso. In casa dell'Elefantino è scoppiata la febbre del "dialogo". Sicché dopo anni di islamofobia "ateo-devota", guerra di civiltà teocon, ratzingerismo duro e senza sconti al relativismo, ora Giuliano Ferrara si lancia a capofitto nell'incontro ravvicinato con l'Islam. Aprendo ferite non da poco in seno alla sua "Umma". Quella interna e quella esterna che lo segue sulla linea anti-Islam, abituata a ben altri toni e linguaggi sul "Foglio". L'antefatto è ormai noto. Una decina di giorni fa il giornale accoglie come evento nuovo e rilevante una lettera firmata da 138 insigni ulema e dottori islamici.
Indirizzata in primo luogo a Benedetto XVI, alle autorità delle Chiese evangeliche, ortodosse e cattoliche orientali. Lettera diramata dall'autorevole "Royal Aal Al Bayt Institute for islamic Though" di Amman, sotto l'egida della casa reale di Giordania, e che proprio lunedì 15 ottobre "Il Foglio" pubblica integralmente su tre pagine.
Non solo il documento viene "accolto" e pubblicato. Ma valorizzato al massimo come segno di un possibile mutamento di clima tra Islam e cristianesimo, in grado di indebolire l'integrismo coranico e fondamentalista, alimento diretto e indiretto del terrorismo. E a suo fianco a commento, vengono via via registrate da Giulio Meotti le reazioni favorevoli di filosofi per nulla teneri con l'islamismo, come l'inglese Roger Scruton e l'americano Lee Harris. Nonché quelle elogiative del cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso, e del Cardinal Angelo Scola. Che in un'intervista al quotidiano plaude al realismo della lettera, capace di far emergere "tutta una vena della tradizione musulmana messa in ombra dalla crescita del fondamentalismo". Senonché, la reazione dei foglianti e degli "islamofobi" duri non si fa attendere. Fin da subito dissentono Carlo Panella, Camillo Langone, e naturalmente Magdi Allam. Che da ultimo ieri l'altro sul Corsera vitupera l'apertura di credito al documento dei telogi islamici, e le "ambiguità" in esse contenute. Specie per quel che attiene a uno dei firmatari, Ezzedin Ibrhaim, consigliere per gli affari culturali del presidente degli Emirati Arabi Uniti, "protagonista di una lite sfiorata" con il Rabbino capo di Israele nell'incontro napoletano con il Papa (ma i testimoni smentiscono la "lite"). Nonché per la presenza tra i 138 del Rettore dell'Università islamica Al Azhar, reo di aver giustificato in passato gli attacchi suicidi dei "martiri".
Ma lo scontro più plateale è quello tra Panella - islamista di "casa" e specialista in libri neri sull'Islam - e lo stesso Ferrara, sul "Foglio" di martedì scorso. Uno scontro al calor bianco. Con Panella che non si capacita "di tanto malriposto entusiasmo per l'ambiguo appello dei 138 ulema". Appello che "espunge" gli ebrei come destinatari, cancella e ignora il diritto di Israele all'esistenza, dissimula "egemonicamente" il nodo della violenza terrorista, implicitamente legittimandola. Ultima accusa, che provoca l'ira di Ferrara: aver sottovalutato "la pregiudiziale antisemita palese in quel testo", considerandola "un elemento secondario". Durissima la replica dell'Elefantino. E chiara fin dal "catenaccio" sotto il titolo principale della pagina: "Islamista sull'orlo di una crisi di nervi all'attacco". Incipit da titolista "togliattiano", che ricorda la celebre intestazione con cui Il Migliore intitolò su Rinascita l'articolo di dissenso sull'Ungheria di Fabrizio Onofri: "Un inammissibile attacco alla linea del partito". E infatti, botte da orbi nella risposta. Con accuse di supponenza, ubriachezza, irriconoscenza, dilettantismo e litanie reiterate. Roteate nell'aria con l'ironia di chi annuncia che non vuol vibrare il colpo definitive. Ma culminanti alfine con la minaccia semiseria: "Una parola in più, un bicchierino in più e ti decapito. Tanto non conosci la formula di fede con cui convertiti al'Islam in lingua originale all'ultimo istante per evitare il colpo di scimitarra. Io sì" (sic). Ma, fra uno scherno e una minaccia, anche tanti buoni argomenti da parte di Ferrara contro l'inquisitore Panella, che non ci sta alla "svolta". Tipo: le ambiguità ci sono, ma la direzione della lettera è quella giusta. Poi: c'è l'occasione di aprire un cuneo nel fronte avversario. E ancora: l'Occidente non può fare solo da comparsa, nel conflitto in corso tra i vari islam. Con il classico richiamo finale di Ferrara alle virtù della politica, contro le convulsioni settarie di Panella: "Politica. Comprendi il significato di questa parola, strettamente intrecciata con cultura e informazione?".
E allora in conclusione, non si possono che sottoscrivere i tanti buoni argomenti di Ferrara. Soprattutto quello relativo all'indole e alla "direzione" dell'importante documento. Che riassumiamo in breve - benché i lettori del l'Unità ne siano già stati informati- col richiamarne il punto centrale. Questo: la "coappartenenza" delle tre grandi religioni monoteistiche. Nel segno dell'"amore per il prossimo", della clemenza, del perdono, e della tolleranza per le rispettive versioni del Dio Unico. Un tessuto teologico comune, che mette al margine e condanna passioni e violenza settarie, ogni violenza reciproca in nome delle fede. E mette al centro viceversa una sorta di "gara per il bene" tra tutte le confessioni, nella consapevolezza che essendo islamici e cristiani il 55% dell'umanità, ad essi spetta in primo luogo scongiurare catastrofi planetarie di civiltà. Il tutto poi espresso in un linguaggio esegetico, che contamina Bibbia, Corano e Vangelo. Motivi ebraici, cristiani ed islamici, nel segno di un amore uno e bino: "verticale" verso Dio, e "orizzontale" tra gli uomini. Insomma, è la prima volta che un documento "politico-teologico" islamico, mescola in tal modo le fonti dell'Autorità rivelata. Dinanzi al mondo e alla comunità dei credenti del Corano.
E tuttavia qualche domanda si impone. Perché il Ferrara, oggi "rinsavito", ha coltivato per tanto tempo certi "spiriti animali"? Perché, da apprendista stregone, ha dato loro tanto spazio, trasformando il Foglio in un "Soglio" devoto dei "willings"? C'è da stupirsi che oggi gli adepti si ribellino? Chissà, magari L'Elfantino s'è ormai annoiato della sua lunga crociata. E c'è chi ipotizza una sua (ri)conversione al centro, nel solco di antiche nostalgie togliattiane e "realpolitiker", dopo le oltranze ideologiche "devote" che hanno condotto "Il Foglio" nel vicolo cieco delle impotenti litanie alla Panella. Come che sia, "post-devoto" o no, neocentrista togliattiano o meno, anche il Ferrara vecchio e nuovo a venire, resterà un Arci-Ferarra oltranzista. Che come D'Annunzio va sempre "verso la vita" e si trasforma. Gli "adepti" del futuro sono avvisati.
La dittatura dello sviluppo
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Il prodigioso boom della Cina, suscitato a suo tempo dal pragmatico nuovo corso di Deng Xiaoping, ancora continua senza soste. Fra l'impetuoso capitalismo privato nell'economia e la perdurante dittatura di partito nella sfera politica, lo sviluppo del prodotto lordo raggiunge l'11,5 per cento. È un record storico. Ma ora, come ha dovuto ammettere Hu Jintao dinanzi al Congresso, l'impresa comporta "costi umani e ambientali troppo alti".
Secondo un rapporto della Banca Mondiale, divulgato dal Financial Times, fra le venti città più inquinate su scala planetaria sedici appartengono alla Cina, oggi massima fonte d'emissione dei "gas serra ". Il novanta per cento delle acque sotterranee urbane risulta contaminato, i veleni dell'aria e dell'acqua propagano crescenti epidemie. Il maestoso Yangtze avrebbe perduto quasi un terzo della sua portata sotto il warming acceso dall'esorbitante combustione carbonifera, che alimenta il boom industriale. A causa del CO2, si teme che possano muoversi masse di "profughi ambientali" e insorgere condizioni di grave instabilità sociale. Altro prodigio, l'India. L'espansione del prodotto interno lordo ha raggiunto il 9,2 per cento nel 2006, mentre il gruppo Mittal comprava la siderurgia europea di Arcelor. Con le aperture alla globalizzazione, quell'economia opera ormai su vasti mercati utilizzando le tecnologie più avanzate.
Ma ora il governo di Manmohan Singh deve affrontare il deficit del bilancio federale, il debito estero, l'insufficienza delle infrastrutture di trasporto, la siccità e la "guerra dell'acqua " nell'area di Bangalore insieme con le alluvioni stagionali nelle aree delle piogge monsoniche, la penuria d'energia elettrica oltre a quella delle infrastrutture idriche. La federazione, superpopolata e composita, è un mosaico vulnerabile a causa della molteplicità di linguaggi, etnie, sette differenti all'interno delle maggiori fedi religiose, tensioni frequenti dall'Assam al Bihar e al Manipur. Malgrado il boom, secondo una stima dell'industriale Ratan Tata, 400 milioni d'indiani fra la popolazione di un miliardo e cento milioni restano tuttora "sotto la soglia di povertà ". Non è da dimenticare quell'avvertenza di Nehru, che ancora pare attuale: "Quasi ogni epoca storica, dall'età della pietra in poi, è rappresentata nell'India profonda dei villaggi ".
Infine il Giappone dell'exporting furiously, con la sua economia hi-tech da tempo sperimentata, conquista primati come il sorpasso di Toyota su General Motors. Ma oltre ogni difficile congiuntura economica o infortunio governativo, e l'accresciuto debito pubblico, è afflitto da condizioni drammatiche. Si tratta dell'alta densità di popolazione nell'angusto arcipelago, 128 milioni di abitanti, 343 per chilometro quadrato fra l'estrema sismicità del territorio. Il terremoto del 17 gennaio 1995 nel triangolo Kobe-Osaka-Kyoto fu disastroso, malgrado la strenua efficienza delle tecniche di costruzione antisismiche, ogni giorno alla prova.
È questo il massimo pericolo per la primogenita potenza industriale dell'Asia Maggiore, un incubo, considerando che le sue numerose centrali elettronucleari forniscono un terzo dell'energia necessaria per controllare la dipendenza dalle importazioni energetiche. Ora i giapponesi temono il daijisshin, il terrifico big one da 8 gradi Richter che può scaturire dalla placca oceanica sotto la crosta terrestre.
25 ottobre 2007