
sulla stampa
a cura di G.C. - 24 ottobre 2007
Se il PD non parla di valori etici
Miriam Mafai su la Repubblica
Uno studioso americano, Richard Florida, sostiene, cifre alla mano, che tecnologia, talento e tolleranza (le tre T) sono fattori di sviluppo egualmente importanti. Le città più tolleranti, quelle più aperte alle diversità familiari e sessuali, sarebbero secondo le ricerche dello studioso americano, non solo le più dinamiche, ma anche quelle più "family-friendly" e "child-friendly".
Come dire che non c´è contraddizione tra politiche a sostegno delle famiglie tradizionali e il riconoscimento dei diritti delle unioni omosessuali. Ho trovato questa citazione delle ricerche di Richard Florida in una lettera con la quale Walter Veltroni rispondeva a Paola Concia e Andrea Benedino, due esponenti del Gayleft che gli chiedevano di precisare gli impegni del Partito democratico nei confronti del loro movimento. Lo scambio di lettere, che risale a poche settimane fa, conferma la posizione già espressa da Veltroni nel discorso al Lingotto, a favore del "pieno riconoscimento, come in tutte le altre grandi democrazie, dei diritti delle persone che si amano e convivono".
E tuttavia, nel corso della campagna per le primarie che ha contrassegnato le passate settimane e che ha portato allo straordinario esito di domenica scorsa, si è parlato assai poco di quelle questioni che ormai vengono definite "eticamente sensibili". Si è avuta, anzi, l´impressione che questi venissero considerati problemi troppo controversi, pericolosi e dunque da evitare. Ora, tuttavia, a primarie concluse e alla vigilia dell´Assemblea Costituente prevista per sabato prossimo a Milano non sarà più possibile seguire questa linea di prudenza o reticenza. La stessa Assemblea, per quanto ne sappiamo, sarà chiamata, nelle forme che lì saranno decise, a elaborare uno Statuto del nuovo partito e a preparare una sua Carta dei Valori.
Non sarà possibile, in quella sede, ignorare o sottovalutare i nuovi diritti civili, e dunque i problemi generalmente definiti "eticamente sensibili". È ancora aperta, ad esempio, di fronte al Senato, la regolamentazione delle convivenze tra coppie etero ed omosessuali, (giunta con i cosiddetti Dico ad un primo anche se controverso approdo). Di fronte al Senato è altrettanto aperta la questione del cosiddetto "testamento biologico", riproposto dalla recente sentenza della Corte di Cassazione con la quale si invita il tribunale di merito a riesaminare la dolorosa questione di Eluana Englaro, la giovane che giace da quindici anni in coma irreversibile. Ma altri problemi "eticamente sensibili" si proporranno nei prossimi mesi al dibattito della pubblica opinione e ai nostri parlamentari (sempre che l´attuale legislatura non conosca una fine prematura). Citiamo tra quelli ancora aperti, la necessaria revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita, già richiesta nel marzo di quest´anno anche da un gruppo di senatori della Casa delle Libertà e contraddetta da una limpida sentenza del Tribunale di Cagliari che ha consentito a una coppia il ricorso alla diagnosi preimpianto degli embrioni.
Alla prudenza di cui finora hanno dato prova i contraenti del patto che ha portato alla formazione del Partito democratico, corrisponde un crescente interesse e puntuale intervento delle autorità ecclesiastiche su problemi di grande spessore politico e sociale. Ultimo in ordine di tempo il messaggio che Papa Ratzinger ha inviato venerdì scorso ai partecipanti alle Settimane sociali di Pisa, per denunciare lo scandalo del lavoro precario, che impedisce ai giovani, di crearsi un futuro e costruirsi una loro famiglia.
Il Pontefice, che evidentemente può ignorare le cosiddette "compatibilità" che ossessionano il presidente del Consiglio e il suo ministro delle Finanze chiede di più. E gli organizzatori della manifestazione di sabato hanno salutato con legittimo entusiasmo il messaggio. "Con questo Papa" commentava Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista "ci può essere un terreno unitario perché la sua è una critica al capitalismo"
Il presidente della Cei, monsignor Bagnasco, ha voluto tuttavia specificare che il messaggio del Pontefice va inteso e assunto nella sua totalità. Con quel messaggio, ha affermato, "la Chiesa ribadisce il diritto al lavoro stabile sicuro e dignitoso, come premessa alla formazione di una famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Vita e matrimonio" ha insistito il presidente della Cei "sono valori non negoziabili, ovvero non riconducibili al processo di secolarizzazione e relativizzazione. Su questo la parola dei pastori sarà sempre una parola chiara, ferma e rispettosa".
Vita e matrimonio valori "non negoziabili": non si parli più dunque, di regolarizzazione delle convivenze tra omosessuali, non si parli più della possibilità di rivedere la legge sulla fecondazione assistita, non si parli più del destino della povera Eluana Englaro e del diritto di ognuno di noi di disporre della propria "fine vita". Ancora una volta Papa Ratzinger ci ricorda che la Chiesa e solo la Chiesa è la depositaria della verità e dell´etica.
A ben vedere dunque il Pontefice, con il suo messaggio sulla dignità del lavoro e contro il lavoro precario propone uno scambio: la Chiesa è disponibile a sostenere i diritti sociali dei lavoratori, a schierarsi dalla loro parte a condizione che questi rinuncino a battersi per il riconoscimento e l´allargamento dei cosiddetti diritti civili. Un silenzioso, mai codificato scambio di questo tipo ebbe luogo nel nostro paese per un lungo periodo del secolo scorso. Ma quella fase si è chiusa molto tempo fa, con l´approvazione della legge sul divorzio, l´esplodere del movimento femminista, e, insieme, il venir meno della vecchia organizzazione del lavoro in fabbrica. Siamo entrati da tempo anche nel nostro paese in una nuova fase, contrassegnata dall´emergere di nuovi bisogni non più riconducibili alla propria condizione sociale. Per questo, ormai diritti civili e diritti sociali non possono essere considerati in contrapposizione né classificati in ordine di priorità. Né può essere accettato lo scambio che ci propongono Papa Ratzinger e il cardinal Bagnasco.
Un PD condannato a sostenere il premier
Massimo Franco sul Corriere della Sera
L' epilogo del caso Mastella-Di Pietro, per quanto provvisorio, conferma una sensazione diffusa. E cioè che il rapporto fra Romano Prodi e i suoi ministri è tutt'altro che logorato. Per questo il titolare della Giustizia incassa la solidarietà del premier e chiude la polemica. A rimanere tese, semmai, sono le relazioni fra Palazzo Chigi e la maggioranza. Per la prima volta, perfino Fausto Bertinotti fa capire che una crisi potrebbe portare ad un altro governo per fare la riforma elettorale: affermazione che quasi annulla quella del presidente della Camera su un esecutivo malato ma in grado di sopravvivere.
Queste convulsioni spiegano i motivi di una crisi annunciata e insieme schivata: non si capisce più bene se ad essere virtuale sia il "capolinea " evocato dal centrodestra, o la "tranquillità" ostentata dal premier. Può darsi si tratti di forzature speculari. Anche ieri la maggioranza è sopravvissuta al Senato sulla Finanziaria, in una bolla di incertezza alla quale nessuno sa dare una prospettiva. Si finisce per ritornare così al rebus dei rapporti fra Prodi e Walter Veltroni.
A neppure due settimane dalle primarie, il leader del nuovo partito deve fare i conti con una richiesta di "discontinuità " forte e tutt'altro che facile. Veltroni ha vinto, ma gli "azionisti" del Pd vorrebbero lo smarcamento dal governo; il cambio di alcuni ministri; e una spinta verso una coalizione diversa, osteggiata da Prodi che continua ad avvertire: dopo di me si vota. Veltroni subisce questa spinta, ma sembra consapevole di non potersi permettere accelerazioni brusche senza finire diritto alle urne.
In una parola, ha bisogno di tempo, perché il successo netto alle primarie non venga riassorbito dalle logiche degli apparati, o bruciato da una sconfitta elettorale. Il paradosso è che a fornire un po' di ossigeno può essere solo un governo Prodi dal quale il Pd si vuole e in qualche misura si deve emancipare; oppure la nascita di una coalizione di segno diverso, che permetta di ritardare il voto anticipato.
Così, la scommessa di durare continua; e in parallelo il tentativo di inventare il miracolo di un'intesa sulla riforma elettorale. Che il tema sia quello è confermato da Bertinotti, forse ansioso di riprendersi un po' di libertà. A tutt'oggi, però, non si conosce ancora la posizione del Pd veltroniano, diviso fra fautori del sistema alla tedesca e referendari. Il buco nero rimane proprio il referendum. Se verrà ammesso, partiti come l'Udeur potrebbero lasciare la coalizione. Per questo, il governo sta pensando di spostarlo verso la fine di giugno del 2008. Anche se oggi la data appare di colpo molto lontana.
Quell'antica distrazione verso le piccole imprese
Nicola Rossi sul Corriere della Sera
Non è una novità: i destini del Partito Democratico sono legati, in buona misura, alla sua capacità di ristabilire un rapporto positivo con il mondo dell'impresa. Passa per questa via la possibilità di impostare un rapporto meno flebile ha ragione Giuseppe De Rita sul Corriere di ieri con tanta parte della società settentrionale. Passa per questa strada la possibilità di riaprire un dialogo non distorto per usare un eufemismo fra forze riformiste ed economia meridionale. Si guardi quindi con attenzione ai segnali impliciti nei provvedimenti del Governo in tema di fisco per le imprese contenuti nel disegno di legge finanziaria, con i quali si porta l'aliquota Ires dal 33% al 27,5% e l'aliquota Irap dal 4,25% al 3,9%, si riordina e semplifica la normativa, si riduce la distanza fra i bilanci civilistico e fiscale, si amplia la base imponibile rivedendo significativamente il trattamento degli interessi passivi, la disciplina degli ammortamenti e delle spese di rappresentanza.
Provvedimenti ispirati non tanto alla riduzione del carico fiscale sulle imprese (l'allargamento della base imponibile finisce, infatti, per compensare nella media la riduzione delle aliquote) quanto a condivisibili obbiettivi di semplificazione della normativa. Certo, in essi poco o nulla è rimasto dell'originaria e innovativa impostazione e cioè dello scambio fra taglio degli incentivi e riduzione delle aliquote ma comunque, sotto il profilo della dimensione dell'aliquota legale, indubbiamente ci avvicinano all'Europa e rendono il sistema italiano più attraente agli occhi dell'investitore estero. Di quei provvedimenti non sono, però, forse a tutti evidenti gli aspetti distributivi.
La struttura finanziaria delle imprese italiane è significativamente differenziata in termini settoriali (i debiti finanziari sfiorano il 32% del totale delle passività in agricoltura e si fermano appena sopra il 22% in alcuni comparti dei servizi), dimensionali e ancor più, forse, in termini territoriali. Di conseguenza, la profonda revisione del trattamento fiscale degli oneri finanziari sarà quindi salutata con soddisfazione della grande impresa settentrionale (che del resto già scontava una tassazione degli interessi passivi per via dei provvedimenti assunti nella passata legislatura) ed in particolare da quella operante nei servizi le banche, per intendersi, ma non solo e peserà, invece, in misura tutt'altro che marginale nel segmento delle piccole e medie imprese, ed in particolare di quelle collocate nel Mezzogiorno.
Era questo un effetto voluto? E se così è, come spiegare alle piccole e medie imprese che hanno investito considerevolmente in questi ultimi anni anche attraverso il ricorso al credito bancario che, tanto per cambiare, le regole del gioco fiscale sono mutate a partita iniziata (in chiaro: ad investimenti già realizzati)? Come spiegare alle tante start-up in perdita (come gran parte delle start-up, del resto) che l'Italia, unica nel panorama internazionale, potrebbe non solo tassarle ma tassarle anche se in perdita? Come spiegare ai tanti piccoli imprenditori che avevano scelto la trasparenza trasformando la propria società di persone in una società di capitali che la loro è stata una scelta nobile ma forse ingenua in un Paese come il nostro? Come spiegare alla tante imprese sane del Mezzogiorno che è meglio spendere il proprio tempo facendo la fila per gli incentivi pubblici piuttosto che sforzarsi di avere una buona idea imprenditoriale, degna della fiducia di un banchiere? Cosa rispondere a chi fa notare che negli ultimi anni le piccole e medie imprese italiane hanno fatto passi avanti non piccoli nella direzione di una maggiore capitalizzazione (portando il capitale netto dal 22 al 26% del passivo netto fra il 2000 ed il 2004) e che ciò è accaduto senza che fosse necessario penalizzare il ricorso al credito?
Sono domande necessariamente generiche alle quali il Governo saprà certamente dare risposte precise. E sarà un bene, perché solo rispondendo con puntualità a queste domande sarà possibile evitare che il centro-destra ritorni su quello che era stato uno dei leit-motiv della sua campagna elettorale nel 2006: la raffigurazione di un centrosinistra fin troppo attento alle ragioni della grande impresa settentrionale (a volte sana, a volte protetta, a volte assistita) e sordo invece agli argomenti della piccola e media impresa. E cioè agli argomenti del 99% per cento circa delle imprese italiane.
Un'identità in pericolo
Carlo Petrini su la Repubblica
"La pastasciutta forse non piaceva a Leopardi, perché a causa del suo stomaco debole preferiva i brodini. In compenso gli spaghetti hanno pieno diritto di appartenere alla civiltà italica come e più di Dante Alighieri", scriveva Giuseppe Prezzolini nel suo indimenticabile saggio del 1957 "Maccheroni & C.". "Il mondo della pasta è essenzialmente popolare", sosteneva. E non è un caso che la ritroviamo tra i più importanti indicatori di spesa del paniere Istat. Così popolare e italica, irrinunciabile, che pare che certi grandi distributori, a volte, la usino addirittura come specchietto per le allodole, vendendola sottoprezzo per dimostrare quanto sono mirabolanti le loro offerte.
Forse i veri incassi si fanno su altri prodotti, ma quello che interessa a noi è che è avvenuto un fatto straordinario: da giugno in poi il prezzo del grano è aumentato, ora è al 132% in più rispetto all´anno scorso. Il prezzo della pasta deve risentirne, inevitabilmente.
E qualcuno ci potrebbe speculare. Infatti l´Antitrust vuole capire se gli aumenti sono regolari o no, se esiste un cartello dei pastai che intende aggirare le regole della sana concorrenza a approfittarsi dei cittadini.
Va detto che l´aumento del grano duro è realmente stato incredibile, il prezzo era fermo da tre anni, tanto che molti contadini, una volta venuti meno i contributi europei, avevano smesso di coltivarlo perché non conveniva. Impennata incredibile e sorprendente, dovuta alla diminuzione della produzione (per siccità, boom dei biodiesel e altre storie) e al contemporaneo aumento della domanda, soprattutto da parte dei Paesi emergenti come India e Cina, vogliosi della moda alimentare occidentale. Tutti sono stati colti impreparati: l´Unione Europea per esempio, aveva tranquillamente venduto tutte le sue scorte (ai Paesi emergenti?) a giugno, appena aveva fiutato il possibile affare. Ora i magazzini europei sono vuoti, e cercare di calmierare i prezzi è praticamente impossibile. Anche l´Australia ha dovuto contingentare le esportazioni.
E la pasta? Beh, l´aumento del grano si è trasferito quasi intatto fino alla semola, che è la materia prima che i pastai comprano dai mugnai: più 122%. Ora, se calcoliamo che per una pasta artigianale, di qualità superiore, la semola incide sul prezzo finale per circa il 40%, l´aumento finale della pasta dovrebbe attestarsi sul 25% circa. Per la pasta industriale, in cui la semola incide per il 70%, l´aumento finale dovrebbe essere anche maggiore, fino al 40%. Quella industriale, la più diffusa, è la pasta che costa meno, comunque: di base un euro e mezzo al chilo (se ne trovate a meno comincia a essere difficile pensare che contenga solo semola). I pastai ora sono in crisi: la grande distribuzione deve stoppare i prezzi che salgono, non gli compra il prodotto a quanto vorrebbero, non gli riconosce gli aumenti. Del resto la pasta è sacra.
Ho la netta impressione che sia difficile immaginare un cartello dei pastai, alleatisi per speculare sui prezzi pazzi. La filiera è complessa, ha molti punti poco chiari e la situazione mondiale è davvero straordinaria. Senza voler dare ragione per forza a qualcuno (speriamo ci pensi l´Antitrust, se serve) però proviamo a fare un altro ragionamento: gli italiani consumano mediamente 28 chili di pasta pro-capite all´anno. Se costava un euro e mezzo al chilo fanno 42 euro all´anno a testa. Con il peggiore degli aumenti previsti, stiamo parlando di circa 15 euro in più a testa. In un anno!
Non mi sembra una cifra spropositata di fronte alle spese per altri consumi.
Se incide così marginalmente sulle nostre spese è uno dei pochi prodotti su cui quasi tutti potrebbero trattarsi da re e passare addirittura a un consumo di eccellenza. Molte signore di buon senso in tv hanno dichiarato che se aumentano gli alimentari sposteranno i loro consumi, rinunceranno a qualcos´altro. Di fatto andando in aiuto ai contadini. Mi sa quasi che era ora.
G8, pugno di ferro sui no global
Matteo Basile su l'Unità
"Dobbiamo avere il coraggio di chiamare questi fatti con il loro nome, cioé devastazione e saccheggio, come "massacro" quello che è avvenuto nella scuola Diaz a opera dei poliziotti". È quanto dichiarato dal pubblico ministero genovese Andrea Canciani, al termine della requisitoria in cui sono stati chiesti 225 anni totali di reclusione, a carico dei 25 manifestanti accusati delle violenze di strada nei giorni del G8 di Genova del Luglio 2001. Una dichiarazione per certi versi storica; ad oltre sei anni di distanza da quei giorni rimasti drammaticamente nella memoria collettiva, è la prima volta che un magistrato inquirente, titolare di una delle diverse inchieste post G8, prende una posizione così netta. Mai nessuno infatti aveva osato mettere sullo stesso piano le violenze (di parte) dei manifestanti e le violenze (di parte) della polizia. Mai nessuno, dall'alto del suo ruolo istituzionale, aveva osato proferire parole di tale forza e impatto. Mai nessuno aveva avuto il coraggio di fotografare con chiarezza e distacco quanto chi si trovava a Genova in quei giorni poté vedere e constatare in maniera evidente: manifestanti violenti che presero i cortei di piazza come pretesto per sfogare una violenza cieca e insensata e poliziotti che persero la testa e colpirono all'impazzata persone inermi. Il pm ha specificato di "voler chiedere l'applicazione delle pene severe previste dal legislatore, affinché quello che è accaduto a Genova nel 2001 non accada più". Le richieste vanno dai 6 anni, fino ai 16 per Marina Gugnaschi, una ragazza di Lecco che i pm hanno definito una black block. 9 anni di reclusione sono stati chiesti per Massimiliano Monai, che in Piazza Alimonda assalì la camionetta dei carabinieri da dove, pochi istanti più tardi, Mario Placanica esplose il colpo di pistola che uccise Carlo Giuliani.
Richieste dure che suscitano reazioni. "Un'accusa indegna, siamo scandalizzati - ha detto l'avvocato della difesa Laura Tartarini - Pene di 16 anni si chiedono per gli omicidi". Duro anche il commento di Heidi Giuliani, senatrice di Rc e madre di Carlo: "Se chi si difende da violenze ingiustificate, o ruba un prosciutto, merita 225 anni di carcere quanti se ne dovrebbero pretendere per chi ha rotto teste, denti, costole, per chi ha torturato, per chi ha ucciso? Queste richieste di condanna - continua Heidi Giuliani - non tengono minimamente conto del contesto in cui sono avvenuti i fatti che si attribuiscono a 25 capri espiatori". Il comitato verità e giustizia per Genova parla di richieste sproporzionate, esprime il timore che al contrario i procedimenti contro le forze dell'ordine si concludano in una bolla di sapone e si aspetta "che il tribunale giudichi con razionalità e buon senso, senza cercare sentenze esemplari che non giovano alla giustizia e alla credibilità delle istituzioni e che rischierebbero di somigliare a una forma di inaccettabile e pericolosa vendetta".
La Rete contro i rischi di una Internet tax
Anna Masera su La Stampa
"Ricardo Franco Levi, braccio destro di Prodi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha scritto un testo per tappare la bocca a Internet".
L'appello di Beppe Grillo nel suo blog è stato il primo ad attaccare il disegno di legge, approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, all'art. 7 dove si prevede l'iscrizione al registro degli operatori di comunicazione (Roc) anche per chi "svolge attività editoriale su Internet".
In questi giorni diversi ministri, fra cui Paolo Gentiloni, Antonio Di Pietro e Alfonso Pecoraro Scanio hanno risposto alla protesta su Internet e si sono dissociati dall'articolo 7, smentendo Grillo che sul suo sito aveva scritto che "nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all'informazione sotto sotto questi sono tutti d'accordo. La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al Roc, un registro dell'Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro".
Prosegue Grillo: "I blog nascono ogni secondo, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto e video. L'iter proposto da Levi limita, di fatto, l'accesso alla Rete...Il 99% chiuderebbe. Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura".
Il disegno di legge inizierà il suo iter alla Commissione Cultura della Camera mercoledì 24 ottobre: ecco la risposta del sottosegretario Levi interrogato su che fine faranno blog come quello di Beppe Grillo: "Non spetta al governo stabilirlo. Sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento - dice Levi nella dichiarazione riportata dal sito -, quali soggetti e quali imprese siano tenute alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà discussa e approvata dalle Camere".
Grillo risponde: "Se passa la legge sarà la fine della Rete in Italia. Il mio blog non chiuderà, se sarò costretto mi trasferirò armi, bagagli e server in uno Stato democratico".
Nel frattempo Mario Adinolfi, il politico blogger che avete conosciuto in videochat alle primarie del Partito Democratico, dichiara: "Ho avuto contatti oggi con i tecnici del governo che stanno preparando le modifiche al ddl sull'editoria. Ho detto loro che per il mondo dei blog non c'è spazio di mediazione: dopo un consulto via web con i blogger di Generazione U, ho di conseguenza proposto all'esecutivo un emendamento che preveda sic et simpliciter l'abrogazione dell'articolo 7 del ddl, quello che voleva imbavagliare l'attività editoriale su internet".
"Bisogna emendare - aggiunge Adinolfi - la definizione stessa di prodotto editoriale, così come prevista dall'articolo 2 e dall'articolo 5, tutelando la libertà e l'assenza di vincoli burocratici per chi svolge attività intellettuale e di conseguente pubblicazione di idee, senzafinalità commerciali".
Adinolfi conclude: "Le decisioni ora spettano a governo e Parlamento. Dai nostri blog vigileremo affinchè non si tenti di mettere sotto controllo la rete in Italia, operazione che in qualunque forma venisse tentata, avrebbe la nostra più radicale opposizione, pronti a trasferire tutti i nostri server all'estero".
Baghdad: pronti a bloccare il Pkk
Anna Kosetas su La Stampa
Un immenso presepe, con luci intermittenti. Non c'è altro modo di descrivere la Istanbul che ieri sera ha voluto ancora una volta manifestare la propria solidarietà alle famiglie dei soldati uccisi durante l'ultimo agguato condotto da 200 guerriglieri del Pkk lungo il confine turco-iracheno. Intorno alle 21.15 locali, le luci di molti palazzi si sono accese e spente ripetutamente.
Un gesto eloquente, per quanto silenzioso, a conclusione di un'altra lunga giornata di slogan gridati con rabbia nella centrale piazza Taxim e in altre zone della città. In migliaia si sono riversati anche ieri per le strade con bandiere e cartelli, non solo a Istanbul ma in molte altre parti del Paese. Un'onda lunga che è arrivata fino ad Hakkari, la città di confine dove si è verificato il violento scontro nel quale hanno perso la vita i 12 militari di leva e 32 ribelli curdi. Sulla sorte degli 8 soldati fatti prigionieri dai separatisti è calato il silenzio stampa voluto dai militari. Un'espressione eufemistica per evitare di usare il termine più appropriato di "censura": alle televisioni nazionali, infatti, è stato proibito di trasmettere, d'ora in avanti, qualsiasi tipo di immagine che abbia a che fare con il fronte sud-orientale, inclusi i funerali dei giovani militari che si sono tenuti ieri pomeriggio.
Difficile capire l'esatto perché di questa decisione, ma sicuramente molte delle immagini trasmesse a ripetizione da diversi canali televisivi hanno contribuito non poco a fomentare la voglia di vendetta tra la popolazione civile. Qualunque sia la verità, ci ha pensato il canale curdo Roj tv a sostituire degnamente la concorrenza turca, fornendo nuovo materiale destinato a scuotere i telespettatori del Paese della Mezzaluna. L'emittente ha mostrato per prima i soldati prigionieri allineati davanti a una parete rocciosa con alle spalle il vessillo curdo: la conferma, per il popolo turco, che il cessate il fuoco di cui ha parlato il Pkk nella serata di lunedì scorso è solo l'ennesima presa in giro. Anche questo fatto ha spinto la popolazione a trovare, per la giornata di oggi, nuove forme di protesta: la gente di Istanbul, ad esempio, è stata invitata a vestirsi interamente di nero. In questo contesto di forte commozione e tensione si trova a lavorare la diplomazia turca.
Ankara sembra soprattutto desiderosa di vedere in che forme si concretizzerà l'aiuto dell'alleato americano nello smantellare i campi del Pkk in Nord Iraq, dove si stima si trovino almeno tremila guerriglieri. Alle rassicurazioni del segretario di Stato Condoleezza Rice e del presidente George Bush, che tra pochi giorni accoglierà a Washington il premier Tayyip Erdogan, dovranno, insomma, seguire i fatti. Altrimenti? Con la cattiva stagione che avanza, molti analisti si sentono di escludere che ci potrà essere un'incursione su larga scala, cosa che per altro Erdogan stesso sta cercando in ogni modo di evitare. Dal canto suo il governo iracheno ha annunciato, per bocca dello stesso premier Nuri Al Maliki, che provvederà a "chiudere gli uffici dell'organizzazione separatista presenti nel Paese" e che "lavorerà per limitare le attività terroristiche del Pkk". Affermazioni, queste, che ad Ankara vengono considerate come un "primo passo" non ancora, però, sufficiente. I campi dell'organizzazione sono controllati esclusivamente dai peshmerga: i miliziani al servizio del governatore Barzani, che solo tre giorni fa ha dichiarato di non considerare il Pkk un'organizzazione terroristica.
24 ottobre 2007