
sulla stampa
a cura di G.C. - 23 ottobre 2007
Nel suk del Cavaliere
Antonello Caporale su la Repubblica
ROMA. "Sono un senatore old style. E dunque sebbene non mi meravigli più di niente, e in politica ogni cosa risulti legittima, ogni azione abbia un suo senso, mi sono preso il gusto di pronunciare un no tondo". Di antico lignaggio liberale, con portamento fiero Valerio Zanone è entrato e uscito. Ha stretto la mano e ringraziato dell´offerta. Ha ascoltato e poi detto: no grazie. "Conta la serietà, la deontologia. Io ci tengo". Old style sabaudo davvero: il senatore si ferma qui. Niente pettegolezzo ma i suoi amici rivelano la battuta con cui ha fermato il suk del Cavaliere.
"Alla mia età, il vero lusso è dare un calcio alla fortuna in nome della coerenza".
Quanti sono entrati e quanti sono usciti dal portone di palazzo Grazioli? Quante mani Silvio Berlusconi ha stretto, quanti senatori ha convinto e a quanti invece ha rinviato l´appuntamento? I suoi avvocati l´hanno battezzata "operazione libertà". "Nun me ne parli sennò querelo". Con pronunciato e irato accento romano il senatore Giorgio Pasetto si ribella all´idea di essere stato incluso nella lista dei reclutandi, rete dalla quale è riuscito a fatica a rendere noto di non essere caduto: "Come si può dire di me che sarei stato attratto da quello lì´? Solo chi non mi conosce, solo chi non sa con quanta forza ho avversato la rottura di Buttiglione al tempo in cui si militava insieme nel Ppi, può mettere in giro fregnacce del genere. Che nuocciono, alla fine fanno male e creano problemi".
"E´ la rete, è la rete. Tu la butti a mare e qualche pesce ci casca", dice Roberto Manzione, senatore dissidente della maggioranza ma nulla più: "L´ho detto: non m´interessa, sono fatto di un´altra pasta io". L´ha detto: no grazie. E due. Anche Tommaso Barbato, il capogruppo del partito di Clemente Mastella, la rete la guarda da lontano: "Una cosa è il ragionamento politico, e la politica di questi tempi ha gambe veloci e la mente deve correre, il confronto, lo scambio di idee... Uno scenario, poi un altro e tutto può succedere. Clemente Mastella è stato chiaro". Grazie dell´interessamento, è stato un piacere. Ma per adesso meglio di no.
Berlusconi è un pescatore e lancia l´amo. Sul punto nulla questio. E fa parte della consumata strategia mediatica da parte del principe della comunicazione annunciare come vera una cosa solo verosimile ben sapendo - sono i principi della teoria del romanzo - che non c´è nulla di più lontano dal vero della verosimiglianza. E però conta il fumo più dell´arrosto, e in casi come questi, conta molto innervosire l´avversario, acuire il senso della precarietà, la vertigine da vuoto. "Silvio è fatto così: se ne ha tre in tasca ne dice quindici. Era lo schema di Cirino Pomicino. Ha sempre funzionato perché innesca l´effetto domino.
La teoria prevede che il terreno preparatorio dell´incontro col Cavaliere sia quasi nulla: una chiacchierata alla buvette con Luigi Comincioli, amico fraterno del capo di Forza Italia e senatore. Tra un tramezzino e un caffè, la proposta: "Perché non fai uno squillo a Silvio? A lui farebbe piacere". Il piacere di conoscerlo lusinga davvero molti più di quanto si creda. E in tanti chiamano, in tanti raccolgono immediatamente un appuntamento. Per i casi più difficile essenziale è l´aiuto di Gianni Letta. Si narra che abbia incontrato Lamberto Dini (due cene) grazie al comune amico Giuseppe Guarino, ministro nel primo governo Amato. Si dice ancora che i rapporti con la Svp, altro fronte aperto, siano oggetto di continuo monitoraggio. A Bolzano è stato inviato Nitto Palma, in sostituzione della giovane e forse irruenta Biancofiore, con la benedizione del supervisore Franco Frattini. Casi regionali. A Roma si compie il breve tragitto verso palazzo Grazioli. Da lì si entra magari solo per il piacere di entrarci. E poi uscire con un no grazie. Straordinaria la puntualizzazione con la quale il senatore Giuseppe Scalera, della famiglia diniana, ha negato l´approccio: "No, io no. Dovreste rivolgervi al senatore Manzione, forse, o anche a De Gregorio". Un veleno tira l´altro e nella campagna acquisti, come è stata ritenuta l´operazione, persino il dichiarato transfuga Sergio De Gregorio ha voluto specificare. "L´ultimo ad additarmi come opportunista è stato il senatore Pietro Fuda. Non voglio fare cenno ai suoi continui ripensamenti, ma perché portare sempre il sottoscritto come esempio di cambio di casacca?". Con tutte le trattative in corso, perché le cattiverie raggiungono il solo De Gregorio? Campagna acquisti, s´è detto. Parola che evoca persino il danaro: io compro e tu vendi. Idea forse rinforzata dal versamento di 300mila euro che Forza Italia ha effettuato nei mesi scorsi in favore del movimento del De Gregorio, gli Italiani nel mondo. Sostegno politico, e qualcosa in più. L´idea che si sia trattato, e ancora si tratti di una campagna acquisti si è andata radicando al punto che Rocco Buttiglione ieri ha precisato: "Se c´è una cosa che può tenere questi senatori dentro la maggioranza è proprio il diffondersi dell´idea che li si stia comprando. E questo non è all´altezza della dignità di Berlusconi, che non deve permettere lo spargersi di voci del genere".
E dunque: se la chiamassimo "operazione libertà"?
Berlusconi: "Ho le carte per far cadere Prodi"
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA Berlusconi è certo che "si andrà a votare a marzo". E i convincimenti del Cavaliere coincidono con i ragionamenti di Rutelli, che da giorni riempie di rassegnazione i suoi colloqui riservati, sostenendo che "la legislatura è terminata", e che "solo un'intesa sulla legge elettorale può evitarne la fine traumatica ". I giochi insomma sembrano fatti, anche perché l'Unione continua quotidianamente a dilaniarsi: dopo lo scontro sul welfare tra riformisti e massimalisti, la guerra che divide garantisti e giustizialisti nel centrosinistra è ancor più grave. E se davvero Di Pietro decidesse di organizzare una manifestazione a difesa dei magistrati, muovendo la piazza contro il Guardasigilli sull'onda del "caso de Magistris ", le ripercussioni politiche sul governo potrebbero essere devastanti. "Ora che di fatto Prodi ha scaricato Mastella per condividere l'appello di Napolitano diceva ieri il segretario del Pri Nucara in pratica il ministro è difeso solo da Forza Italia e da Casini".
La vita di un governo sempre più sull'orlo della crisi è scandita ormai dai paradossi. Ma il punto è che formalmente la crisi ancora non c'è, e che tutto si regge al momento sull'effetto annuncio di Berlusconi. Anche i dirigenti di Forza Italia, in attesa dell'"ora x", hanno posto la domanda al Cavaliere, sottolineandogli con la dovuta cautela ma con evidente preoccupazione che se il progetto fallisse l'effetto boomerang potrebbe minare la sua leadership. Raccontano che l'ex premier abbia spazzato via i loro timori senza esitazioni: "Dubitate? Io ho le carte in mano". Ed è sulla "fiducia" che anche Bossi, Casini e Fini si sono adeguati alla rischiosissima strategia dell'alleato. "Si andrà a votare a marzo", garantisce Berlusconi. E certo le due lettere inviate nel giro di pochi giorni ai parlamentari forzisti, l'idea di issare per metà novembre i gazebo nelle piazze, sembrano preludere alla resa dei conti con Prodi.
Non c'è dubbio che una crisi di governo aprirebbe la strada alle urne: "Se c'è la crisi ci sono le elezioni", diceva giorni fa il viceministro dell'Interno Minniti a un esponente del Polo. "E non è nemmeno detto che chi si assumesse la responsabilità di affondare il governo come spiega un autorevole dirigente democratico dovrebbe poi automaticamente passare con il centrodestra". Resta però l'interrogativo su chi staccherà la spina a Prodi in Parlamento. L'ex leader dei Ds ha raccontato a un amico di aver "chiamato uno per uno i senatori" del centrosinistra: "E nessuno tradirà ", ha scommesso fiducioso Fassino. È possibile allora che Berlusconi stia bluffando? Sono in pochi a pensarlo anche nell'Unione. Specie dopo aver saputo perché il leader della Cdl si sta muovendo sul territorio. Lì sì che sta facendo "campagna acquisti ", perché sa che "il centrosinistra non accetterà mai di ritoccare l'attuale legge elettorale, inserendo il premio di maggioranza nazionale anche al Senato". E per avere in prospettiva un vantaggio numerico più forte a Palazzo Madama, "bisogna conquistare i premi regionali della Campania, della Calabria, della Puglia e del Lazio".
L'"ora x" sembrerebbe prossima, ed è per scongiurarla che Rutelli ha rilanciato sul Corriere la proposta di un'intesa sulla riforma elettorale, convinto dalla "sponda solida del Colle". Ma come riconosce il democratico Follini, "Rutelli interpreta una canzone della Nannini": "Il sistema tedesco è "bello e impossibile" ". A parte il fatto che nel Polo lo vuole solo Casini, non lo vuole soprattutto Veltroni. Sono tanti i motivi tattici e strategici che spingono il leader del Pd a dire "niet". Ma c'è anche una ragione politica che Mastella ha sussurrato a Prodi: "Guarda che se Walter continua a tacere sulla riforma elettorale, è perché punta alle elezioni anticipate". Risposta del premier: "E tu pensi che non l'abbia capito?".
Buonsenso, ministro
Lucia Annunziata su La Stampa
Persino Clemente Mastella, un uomo che ha fatto della tattica estremista una strategia permanente, dovrebbe rendersi conto che minacciare di continuo l'uso della bomba atomica alla fine svuota persino il timore dell'esplosione nucleare. Per il caso De Magistris ci ha di nuovo messo davanti al rischio della crisi di governo (la bomba nucleare delle trattative politiche), ma, sinceramente, signor ministro, quanto può, lei per primo, affrontare una crisi di scioglimento del governo, e, viceversa, quanto ancora può il sistema politico accettare di dover convivere con tali minacce?
Il dubbio va contro le convinzioni che dominano in questo momento dentro l'establishment politico del Paese, tutto avviluppato nell'idea che il governo è debolissimo e dunque ricattabilissimo. Un'idea che certamente anche il ministro condivide, dal momento che fa ampio ricorso alla minaccia di crisi come arma di distruzione di massa. Ma la verità (che un politico abile come Mastella conosce bene) è che il buonsenso rimane il cardine della vita pubblica, e che proprio questo buonsenso (senza nemmeno scomodare alti principi) consiglierebbe in verità tutt'altra uscita dal cul de sac dove la vicenda De Magistris è finita.
Il buonsenso dei numeri intanto. Cifre alla mano, il tesoretto elettorale mastelliano è dell'1,4 per cento, tradotto in 534.553 voti alla Camera e 476.938 al Senato. Per capirne il peso è forse utile dire che 500 mila sono i consensi raccoltisi intorno alla Bindi (candidata senza partito nelle primarie) e tre milioni e mezzo hanno di recente votato per il Partito democratico.
Il richiamo è utile, non tanto per sminuire l'importanza dei voti, ma per sottolineare il movimento in corso: quando il panorama elettorale comincia a muoversi in Italia, la migrazione di consensi, il cambio di umori e di animi si fa di solito possente. Sarebbe lei sicuro, ministro Mastella, di poter indissolubilmente contare su questi 500 mila consensi, anche oggi, anche dopo le primarie, anche dopo le critiche pubbliche alla politica, e, domani, dopo la fine eventuale del governo Prodi? Specie se è una crisi accesa da lei? È sicuro che, per quanto localizzati, controllati, concentrati e sicuri siano, questi voti possano superare bene la tempesta dentro cui vivono da anni: fra centro destra, centro sinistra, dentro e fuori le coalizioni, e per andare dove ora, sempre in punta di piedi, o, meglio, sempre in punta di seggiola? Non avrà questo suo elettorato da qualche parte un moto d'insicurezza, o di fastidio, o di stanchezza tale da portarlo prima o poi a dire basta?
Un dubbio che pare essere totalmente assente dai dirigenti dell'Udeur, se si guarda alla sicurezza che sempre sfoggiano; eppure un elemento di ansia da qualche parte devono coltivarlo, se è vero che, alla fine, la porta in faccia al governo non l'hanno mai sbattuta.
Siamo seri, dunque, e accantoniamo per un attimo, signor ministro, questo discorso della crisi di governo, per provare a cercare una soluzione migliore: cioè più praticabile e più dignitosa. E in politica, di decisioni che rispondano a questi due aggettivi ce n'è una sola: dimissioni. Non per andare via, magari, e di sicuro non per ammettere una colpa, ma per sottolineare con un gesto una serie di principi. Intanto, il più importante di tutti: che se un giudice sbaglia, anche il suo ministro ne rimane monco; che la giustizia è un meccanismo di equilibri, in cui se i principi sono uguali per tutti, toccatone uno, nulla può rimanere esattamente come prima.
Molti, in questo complicato periodo della vita politica di Mastella, gli hanno mostrato solidarietà; persino Grillo ha rifiutato di passare il confine fra dibattito doveroso e persecuzione. Nessuno insomma, dentro la élite politica di cui fa parte, ha mostrato di voler approfittare della sua debolezza. Almeno fino a questo punto. Ma l'avocazione di un'inchiesta in cui il ministro è coinvolto ha cambiato il clima dentro lo stesso governo. Ieri, infatti, quella che fino a poche ore prima poteva ancora essere relegata a una querelle interna alla magistratura, è diventata una questione nazionale, dopo l'intervento che vi ha dedicato il Capo dello Stato, nel suo doppio ruolo anche di capo del Csm.
Lei si trova, così, nella posizione perfetta per poter dimostrare con un solo gesto che la giustizia di questo Paese ha raggiunto un equilibrio superiore; che lei come ministro ha saputo fare quello che il suo predecessore non è riuscito a fare: discutere delle responsabilità dei giudici, ma anche del suo ministero. Tornando semplice cittadino, lei potrebbe in una sola, semplice, mossa recuperare la sfiducia che molti hanno oggi nella giustizia di questo Paese; nonché i dubbi che molti nutrono nei suoi confronti.
Non sarebbe un'ammissione di sconfitta. Lei perderebbe i galloni di ministro, è vero. Ma guadagnerebbe in cambio l'autorevolezza di un leader.
Se la crisi galoppa
Gianfranco Pasquino su l'Unità
Le crisi serpeggianti e striscianti si possono subire nella speranza sia di fatti positivi sia di logoramento degli avversari oppure si possono affrontare nel tentativo di superarle creando situazioni nuove e migliori. La crisi del governo Prodi c'è. È in atto. In un certo senso, anche senza infierire guardando l'andamento della popolarità del capo del governo, la crisi c'è stata praticamente fin dall'inizio di questa esperienza di governo. Paradossalmente, la crisi non ha affatto impedito che su quasi tutti gli indicatori il governo sia riuscito a produrre miglioramenti e in quasi tutti i settori a fare delle riforme
Tuttavia, le aspettative di una caduta si sono fatte sempre più numerose e non vengono contrastate efficacemente, nei fatti. Cosicché la crisi si intorbida, si avvelena e si incammina su una strada davvero rischiosa.
Da un lato, vero o no, ma sicuramente plausibile, Berlusconi conduce la sua campagna, non acquisti, ma di ricollocazione politica di alcuni senatori del centro-sinistra che manifestano il loro disagio dopo la nascita del Partito Democratico. Così operando, Berlusconi alimenta in maniera spregiudicata l'antipolitica, legittima ex-post il ribaltone che rovesciò il suo governo nel 1994 e, naturalmente, pone premesse alquanto fradice per nuove elezioni. Per di più ha fretta poiché il tempo che passa gli gioca contro: biologicamente, non essendo più lui, nonostante i ritocchi, un ragazzino; politicamente, se mai qualcuno nel centro-sinistra riuscisse ad andare a più o meno coraggiose alleanze di nuovo conio e se mai nel centro-destra venisse condotta fino in fondo la battaglia per il cambio (che a me pare improbabile) della leadership. Poco interessato, e commette un grave errore, alla funzionalità del sistema politico, Berlusconi chiede a gran voce nuove elezioni subito subito praticamente con lo stesso sistema elettorale che, pure non del tutto responsabile dell'esito sbilenco del 2006, è pessimo in sé, nelle sue clausole relative ai premi di maggioranza e nelle sue modalità di formazione delle liste di candidati.
Questo, ovvero la legge elettorale, è il terreno su cui il governo avrebbe dovuto operare con lungimiranza, costanza e, se necessario, in splendido isolamento. Invece, a sua volta, il governo ha lasciato degenerare la situazione con la conseguenza che, come ha autorevolmente, ma soprattutto correttamente, segnalato il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il crollo dell'attuale governo non condurrà a nuove elezioni, ma alla formazione di un esecutivo incaricato di formulare una legge elettorale decente. Il fuoco di sbarramento preventivo contro il sistema elettorale tedesco sembra, in caso di crisi del governo Prodi, destinato a fallire. Infatti, un governo tecnico non avrebbe nessuna possibilità di trovare una maggioranza parlamentare a sostegno del maggioritario a doppio turno francese, mentre da Rifondazione alla Lega, dall'Udeur a parte di Forza Italia e, forse, anche del Partito Democratico, vi sarebbe una grande convergenza sul sistema tedesco che è il vero, e unico, cavallo di battaglia dell'Udc di Casini e di Tabacci.
Il punto di approdo di tutto questo consegnerà, con molta probabilità, ma poca certezza preventiva, all'Udc, naturalmente se otterrà un adeguato seguito elettorale, una posizione doppiamente importante. Da un lato, Casini e Tabacci si troverebbero a fare da cerniera fra un centro-destra che li guarda con sospetto e un centro-sinistra nel quale la maggioranza vorrebbe cooptarli. Dall'altro, potrebbero volere porsi, questa volta con qualche fondamento, come luogo di riaggregazione parlamentare, successiva al voto, della diaspora democristiana, parte della quale si trova anche dentro Forza Italia.
Sarebbe, però, tutto il sistema partitico a venirne ridisegnato. Sembra che Rifondazione Comunista continui a preferire contare i suoi voti e i seggi che conquisterà autonomamente con la proporzionale alla possibilità di fare parte della coalizione di governo, pagando il prezzo di un chiaro impegno programmatico. Dal canto suo, invece, Fini e la maggioranza di Alleanza Nazionale temono la possibilità di essere esclusi, in quanto non più necessari, da qualsiasi coalizione nella quale i centristi di vario colore potranno dettare le alleanze. Questo legittimo timore spiega il sostegno dato da Fini al referendum elettorale e la sua propensione ad appoggiare un sistema elettorale maggioritario.
Naturalmente, è del tutto legittimo che ciascuno dei protagonisti si comporti tenendo conto dei suoi interessi concreti che, qualche volta, riguardano la loro stessa sopravvivenza. Qui la presunta ferocia del bipolarismo non c'entra un brutto niente. È il particolarismo che produce la comparsa della crisi e fa sprofondare il sistema politico. Se il governo non prende atto esplicitamente della crisi e non accelera l'approvazione di una nuova legge elettorale oppure, non opta, come sarebbe più semplice, per il ritorno, con un paio di ritocchi, al Mattarellum, le probabilità che Napolitano debba convincere i parlamentari della bontà di un governo tecnico per la riforma elettorale crescono in maniera esponenziale. E, in assenza di iniziative trascinanti, non basterà nessuna affermazione entusiasta concernente la grande novità del Partito Democratico se i suoi dirigenti, dentro e fuori del Parlamento, non avranno saputo proporre una iniziativa concreta, fattibile in tempi brevi, che l'attuale governo conduca in porto, preparandosi anche a sovrintendere alle elezioni anticipate. Altrimenti, la crisi politica da serpeggiante rischia di diventare galoppante, a tutto vantaggio dei signori della porcata.
Il Pd e il gelo del Nord
Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera
Cosa fatta per il Partito democratico, si può andare a capo. Occorre quindi guardare al futuro, ai problemi su cui il nuovo partito dovrà misurarsi e su cui sarà via via valutato; in particolare occorre guardare a due sfide delicate e complesse: quella del mondo giovanile e quella sul Nord Italia. Chi era andato ai seggi elettorali per un controllo visivo, aveva avuto la sensazione che in fila ci fosse in maggioranza gente matura d'anni. Nei giorni successivi ce ne hanno dato conferma dati più precisi: pur se di sondaggio solo il 19% dei votanti è sotto i 34 anni, mentre la metà di essi va oltre i 54 anni. È troppo presto per sollevare il dubbio che il Pd sia un partito di anziani, che vi si riconoscono in quanto forza di riformismo serio e pacato, lontano da tentazioni estremistiche. Ma non è troppo presto per riflettere sul pericolo di precoce senilità di un partito appena nato.
Si tratta di una riflessione urgente, perché il mondo giovanile rappresenta un oscuro contenitore: può essere un invaso di tensioni anche gravi e dure, per le venature di violenza che animano spesso il suo disagio; può essere un invaso di inerte poltiglia adolescenziale, dove ci si esalta solo su saltuarie tentazioni esperienziali. Quel che è certo è che i giovani sono oggi una realtà antropologicamente ambigua e sfuggente. Non sappiamo come essa si manifesterà in pubblico, se in disimpegno ludico di massa; o in violenza erratica variamente calibrata; o in esiti di esternalizzazione in piazza; o in una faticosa maturazione nel volontariato sociale o politico.
Qualcuno deve però proporre loro un'offerta sociopolitica, ma non ci sono oggi, nella cultura politica, molte idee e molti messaggi capaci di mobilitazione, solo che si pensi al Pd, dove le offerte erano certamente tante e differenziate (dalla tradizione cattolica al kennedismo) ma il fatto che solo un elettore su cinque sia stato giovane la dice lunga sulla scarsa propensione a recepirle. Lo stesso tipo di riflessione va tentato sulla seconda sfida che aspetta il Pd, quella del Nord. I dati sono sconcertanti: il nuovo partito risulta fortissimo nell'attirare gli elettori del Sud, con punte forse inaspettate per quel che riguarda la Campania (438 mila votanti), la Puglia (247 mila), la Calabria (208 mila) e la Sicilia (183 mila); risulta forte nelle regioni ad antico modello comunista (Toscana, Emilia, Umbria); e risulta invece molto flebile nelle regioni del Nord: dal Piemonte (dove ha votato praticamente un terzo dei votanti campani); al Veneto (dove hanno votato due terzi delle persone che hanno votato in Puglia); alla Liguria (dove gli elettori sono stati un terzo di quelli calabresi); e alla stessa Lombardia dove hanno votato 100 mila elettori in meno che in Campania.
Queste constatazioni non bastano per affermare che al Nord il Pd rischia la poca consistenza. Ma bastano per segnalare che al Pd serve una strategia, perché l'ormai annosa "questione settentrionale" non diventi un problema per un partito che, nascendo adesso, ha bisogno di sfondare nelle realtà locali a più forte vitalità economica.
Per il bene delle istituzioni
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Per come si sono messe le cose, era necessario che intervenisse il capo dello Stato nella sua doppia funzione di garante della Costituzione e di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Negli ultimi giorni, l´affare De Magistris/Mastella è deflagrato in ogni direzione.
travolgendo la misura di una corretta condotta istituzionale prima che il rispetto di regole, leggi e codici. Va detto che nessuno si è tirato indietro in questa zuffa. Non si è tirato indietro il pubblico ministero, che ha replicato in pubblico, colpo su colpo e rumorosamente, all´assedio a cui è stato sottoposto, alla controversa avocazione che lo ha privato di un´inchiesta che coinvolge il presidente del Consiglio in carica e il suo ministro di Giustizia. Non si è tirato indietro un attivissimo, quasi agitato, Clemente Mastella che ha spesso confuso in pubblico - e sovrapposto negli atti ministeriali - il suo ruolo istituzionale con la condizione di indagato. Non si è tirato indietro il procuratore generale, soltanto facente funzioni, Dolcino Favi. Giovedì scorso, il Consiglio superiore ha nominato il legittimo Pg di Catanzaro e Favi, senza attendere l´insediamento del legittimo titolare dell´incarico, appena prima di spegnere la luce e lasciare l´ufficio, ha firmato un´avocazione che è inconsueta nella più recente storia giudiziaria. Si è tirato indietro, e colpevolmente, il Consiglio superiore della magistratura da cui ci si attendeva - al contrario - un passo in avanti, chiarificatore. Avrebbe dovuto dare con celerità un esito, in un senso o in un altro, all´indagine disciplinare che coinvolge Luigi De Magistris e il suo procuratore capo Mariano Lombardi. Ha affrontato "la pratica" con l´abituale vivacità del plantigrado rinviando la decisione anche quando, con una mossa arrischiatissima, Mastella ha invocato il trasferimento del pubblico ministero con un´urgenza palesemente infondata.
Disancorata da un terreno istituzionale e quindi disciplinato, la controversia ha assunto le forme della rissa, del parapiglia dove ogni colpo inferto all´avversario, al di là di ogni regola, è buono se fa davvero male. Nessuno è sembrato curarsi che a "farsi male" davvero, a degradarsi era la credibilità delle istituzioni. L´intervento del capo dello Stato è allora saggio, opportuno e tempestivo. Giorgio Napolitano impegna la sua autorità e promette di tutelare l´insieme dei beni che appaiono in gioco in quest´affare: l´autonomia della magistratura; l´eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge; i diritti dei cittadini indagati. Il capo dello stato pone innanzitutto una questione di metodo. Chiede ai protagonisti (magistrati e governanti, l´organo giudiziario ma anche il titolare dell´azione disciplinare) discrezione, self-restraint, rispetto di leggi, codici deontologici, dettami di una leale collaborazione istituzionale. Pretende che siano verificati soprattutto i fatti secono le norme e i principi. Sono stati corretti i passi investigativi di Luigi De Magistris? Ha rispettato le procedure e i diritti dell´indagato? Il ministro ha forzato le prerogative che gli assegnano la titolarità dell´azione disciplinare? E´ il lavoro che deve svolgere il Consiglio superiore della magistratura. Napolitano ne è il presidente e con il suo intervento si impegna a che quel compito sia affrontato dal Csm rapidamente e con "ponderazione e obiettività". Ma il capo dello Stato è anche il garante della Costituzione, il custode dell´articolo 3 ("Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge"), dell´articolo 101 ("I giudici sono soggetti soltanto alle legge"), dell´articolo 104 ("La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"). E´ inutile nascondersi che la grossolanità degli interventi di Mastella, accentuata dal vittimismo di De Magistris, ha dato l´impressione (non avventata) che le ragioni del potere volessero spadroneggiare sulle ragioni di giustizia. Che la politica (Mastella lo ha ripetuto in più occasioni) non accettasse, oggi come ieri, un controllo di legalità o di "farsi processare" quali che fossero indizi, fonti di prova, qualità dei comportamenti. Napolitano, con poche secche frasi, assicura con il prestigio della sua autorità che proteggerà l´autonomia della magistratura e, nel contempo i diritti degli indagati, affinché le indagini facciano il loro corso e non siano insabbiate, come molti sono indotti a credere.
Welfare senza famiglia
Chiara Saraceno su La Stampa
C'è ben poco di nuovo nel modello di welfare disegnato dall'accordo di luglio, confermato dal referendum sindacale e ora dal compromesso raggiunto in Consiglio dei ministri. Ancor meno di nuovo s'intravede nelle posizioni di chi a quell'accordo s'è opposto e spera di modificarlo in Parlamento. L'accordo, i suoi oppositori e la stessa proposta di legge finanziaria condividono il modello di welfare all'italiana che rende così squilibrate e poco efficaci la spesa e le politiche sociali orientate a redistribuzioni monetarie, in particolare verso le età più anziane, senza neppure riuscire a contrastare davvero la povertà tra gli anziani perché di fatto privilegiano alcune categorie rispetto ad altre. È significativo che nell'accordo la misura più importante rivolta ai giovani riguarda una promessa a futura memoria che la loro pensione non scenderà sotto il 60% del reddito da lavoro. Si promette (con la fragilità delle promesse in questo campo) una garanzia in vecchiaia, mentre la questione che molti dei giovani devono affrontare è una continuità e adeguatezza del reddito che consenta loro oggi di rendersi autonomi dalle famiglie d'origine e di fare piani per una propria famiglia se lo desiderano.
Soprattutto, nel gran conflitto di questi mesi sul welfare, le politiche per le famiglie e di sostegno alle responsabilità famigliari sono state le grandi assenti. Dopo l'ubriacatura ideologica in tema di famiglia della scorsa primavera, dopo il Family day e il Convegno nazionale sulla famiglia promosso dal ministro Bindi, le politiche per la famiglia continuano a mantenere nell'agenda politica italiana una posizione marginale ed estemporanea, anche se più di altre potrebbero essere considerate vere e proprie politiche d'investimento.
Assenti del tutto dall'accordo con le parti sociali - che pure assorbe gran parte delle risorse - le politiche per la famiglia sono anche largamente assenti dalla proposta di legge finanziaria. Le misure di maggior rilievo presenti in quest'ultima riguardano certamente una dimensione importante del benessere famigliare, la casa, tramite la maggiorazione della detrazione dall'Ici sulla prima casa per i contribuenti con un reddito individuale non superiore ai 50 mila euro e l'introduzione di una detrazione a favore di chi è in affitto, di nuovo legata al reddito individuale. Queste due misure di fatto assorbono tutte le risorse disponibili. Perciò, sul piano dei trasferimenti monetari, la riforma degli assegni al nucleo familiare per renderli più equi e meno frammentati di fatto è ancora una volta rimandata sine die. E non è chiaro se e quanti fondi rimarranno per i servizi, che ogni ricerca mostra essere essenziali per il benessere delle famiglie, anche perché facilitano l'occupazione delle donne con carichi famigliari. La riduzione dell'Ici, incidendo negativamente sui bilanci dei Comuni sui quali grava in larga misura la responsabilità di fornire i servizi, potrebbe anche avere un effetto negativo in termini di offerta e di costo per le famiglie.
Ma le misure per la casa sono almeno eque dal punto di vista redistributivo? A prima vista sembrerebbe di sì, dato che sono legate al reddito. Ma anche qui si sconta il vecchio errore di usare il fisco, che nel nostro Paese è basato sul reddito individuale, per effettuare redistribuzioni tra famiglie. Come già in passato, potranno beneficiare delle detrazioni famiglie in cui entrambi i coniugi, o anche uno solo, hanno un reddito inferiore alla soglia, ma che insieme la superano ampiamente; mentre non potranno beneficiarne le famiglie in cui l'unico percettore di reddito supera la soglia anche solo di un euro.
L'accordo tra le parti sociali e la legge finanziaria confermano, ahimè, proprio queste caratteristiche negative.
23 ottobre 2007