
sulla stampa
a cura di G.C. - 22 ottobre 2007
Veltroni e Fini la strana coppia
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Sta forse per formarsi un'altra delle "strane coppie " che la politica italiana di tanto in tanto conosce. Nei prossimi mesi, probabilmente, assisteremo a continui giochi di sponda e convergenze fra il neosegretario del Pd Walter Veltroni e il leader di An Gianfranco Fini. Il punto di incontro sarà la legge elettorale. Veltroni e Fini hanno un interesse in comune. Entrambi necessitano di una buona riforma elettorale che premi le grandi aggregazioni (i grandi partiti), e dovranno faticare per imporla ai rispettivi partner. In mancanza di ciò, a tutti e due conviene il referendum e il sistema elettorale che ne scaturirebbe.
Sia Fini che Veltroni avrebbero tutto da perdere se passasse la riforma che, al momento, incontra i favori di tanti (Udc, Udeur, Rifondazione e molti altri): la proporzionale con lo sbarramento del cinque per cento, il sistema pseudo-tedesco. E' lecito chiamarlo pseudo-tedesco perché, a differenza di quanto accade in Germania, lo sbarramento del cinque per cento non garantirebbe la fine della frammentazione partitica. I nostri regolamenti parlamentari, infatti, rendono facili le manovre di aggiramento: una piccola formazione può entrare in un cartello elettorale e, superata la soglia, dare vita a un gruppo parlamentare autonomo. In più, lo pseudo-tedesco avrebbe l'effetto di disincentivare le grandi aggregazioni. Né Fini né Veltroni possono permetterselo.
Nel caso di Fini la ragione è semplice: egli ha da tempo compreso che An, da sola, non può più condurlo da nessuna parte. Ha una vitale necessità di fondere An con Forza Italia, di dare vita a un grande partito del centrodestra nel quale partecipare, a tempo debito, alla gara per la successione a Berlusconi. Lo pseudo-tedesco non serve allo scopo. Come la maggior parte dei sistemi proporzionali esso disincentiva, anziché favorire, le grandi aggregazioni.
Ma anche Veltroni ha interesse ad impedire il passaggio dello pseudo-tedesco. Veltroni deve oggi lavorare al consolidamento di un partito nato dalla aggregazione fra Ds e Margherita. Ha bisogno di un sistema elettorale adeguato. Con lo pseudo-tedesco il consolidamento del Partito democratico sarebbe a rischio. In primo luogo, la giusta ambizione di dare vita a un partito a vocazione maggioritaria (in grado cioè di vincere le elezioni e governare da solo) verrebbe frustrata. Non si potrebbe mai uscire dal gioco delle coalizioni fra partiti.
In secondo luogo, lo pseudo-tedesco favorirebbe la nascita di una aggregazione centrista (l'attuale Udc più altri gruppi), con pochi voti ma con una rendita di posizione, in grado di diventare perno di qualunque combinazione di governo. Se una simile aggregazione centrista si formasse, la pressione sul neonato Pd diventerebbe fortissima. L'aggregazione centrista, alla lunga, eserciterebbe un effetto-calamita su settori del Pd (su una parte almeno degli ex popolari).
Veltroni e Fini hanno un diverso (e comune) interesse. A favore di una riforma elettorale che premi le grandi aggregazioni.
Poiché l'affermazione di partiti a vocazione maggioritaria ha numerosi e agguerriti nemici in Parlamento, coloro che la vogliono non potranno far altro, nei prossimi mesi, che lavorare spalla a spalla.
"Scegliamo subito il sistema tedesco Non c'è più tempo"
Intervista a Rutelli di Marco Cianca sul Corriere della Sera
ROMA A Palazzo Madama aleggia lo spettro di quello che Romano Prodi ha chiamato "il complottone ". Quale senatore impugnerà la sica per trafiggere il governo? Francesco Rutelli, vicepremier e ministro dei Beni culturali, non vuole dare corpo ai sospetti ma sa che non c'è più tempo da perdere e rivolge un appello: l'unica strada, per quanto stretta, in grado di salvare la legislatura, è quella della riforma elettorale. Adottando il sistema proporzionale alla tedesca, il solo capace di raccogliere consensi nel centrodestra. Non capirlo, è il suo ragionamento, equivale a suicidarsi.
Il governo sta per cadere? Silvio Berlusconi preconizza novembre ma c'è chi dice che il tonfo potrebbe esserci già la settimana prossima durante il voto sul decreto fiscale.
"Noi abbiamo una maggioranza stretta al Senato, e decine di volte si erano annunciate imboscate, proclamate imminenti "spallate" nell'arco di questo anno e mezzo. Sono sempre fallite: la maggioranza, per quanto stretta e composita, ha sempre fatto il suo dovere. Salvo che Berlusconi ricominciava dal giorno dopo ad annunciare nuove imboscate e spallate. Considero questo comportamento antidemocratico e profondamente immorale. Antidemocratico, perché chi ha vinto le elezioni ha il dovere di governare: Schroeder ha governato per 4 anni la Germania con due soli deputati in più. Ma è anche immorale, contiene un messaggio sporco: noi che abbiamo perso le elezioni stiamo cercando di comperare senatori eletti dal centrosinistra".
La sinistra radicale ha portato un milione di persone in piazza contro il precariato. Secondo Fausto Bertinotti questa è la diga che protegge l'esecutivo.
"Ho più interesse nell'ampliare il campo dei consensi che nell'alzare dighe. Ma è bene che ognuno faccia la sua parte, anche i partiti di sinistra radicale. Ad esempio, impegnandosi con noi per rafforzare i diritti dei lavoratori discontinui. Ma diano atto al governo che l'accordo sul welfare era un buon accordo, confermato dallo schiacciante consenso dei lavoratori, e che tenere aperta una polemica contraria per tre mesi è stato un errore".
Le risulta che alcuni senatori del centrosinistra siano già passati nel campo di Silvio Berlusconi?
"Le chiacchiere stanno a zero: chi si è fatto eleggere con i voti del centrosinistra può far emergere la sua sensibilità, fare le sue battaglie, ma al dunque resta fedele al mandato degli elettori. Se qualcuno ha un diverso disegno politico deve esprimerlo, e io non ho visto disegni alternativi. Ma ci si rende conto di quanto sia indecente solo l'idea che qualcuno, eletto in liste che hanno chiesto consensi per mandare la Destra all'opposizione, "passi nel campo di Berlusconi"? Altro che antipolitica: la fine della politica".
Ma intanto il governo è squassato dallo scontro tra il Guardasigilli e il pubblico ministero di Catanzaro Luigi de Magistris. A Mastella ha espresso la sua solidarietà o pensa che un ministro indagato debba dimettersi?
"Se Mastella, come ha già detto, si ritiene innocente, il tema non si pone. Egli merita la nostra fiducia. Si accertino tutti i fatti, e le responsabilità eventuali di tutti gli attori. Tirando le somme solo alla fine".
Ma come si esce da questa situazione di sfascio? Bisogna rassegnarsi a tornare a votare con il "Porcellum"?
"Siamo al momento della verità di questa legislatura. Tutti hanno convenuto che la legge elettorale "porcellum", così definita dal suo stesso autore Calderoli, è intollerabile e va cambiata. Tanta era l'urgenza che un fronte composito, da Segni a Parisi a Fini, ha indetto un referendum addirittura già pochi mesi dopo le elezioni. Tanta fretta sembra tradursi in un solo scopo: far cadere in fretta la legislatura. Che Fini volesse questo, e non volesse alcuna riforma, come sta dimostrando in queste settimane, a me era chiarissimo. Forse, avrebbero dovuto accorgersene gli altri promotori di centrosinistra. Ma a questo punto c'è una sola cosa da fare: mantenere l'impegno preso, fare una nuova legge elettorale".
Come?
"Abbiamo detto due cose precise: trovare il massimo consenso nel centrosinistra, quindi cercare consensi più larghi, anche nell'opposizione. Se Berlusconi ha cambiato idea e rifiuta ogni dialogo, mi dispiace. Ma non può impedire alla maggioranza di trovare la soluzione che, lo ricordo, il capo dello Stato ha fissato come orizzonte indispensabile per la continuazione della legislatura quando rinviò alle Camere il governo Prodi. Dunque, vedo una sola strada: verificare immediatamente al Senato quale riforma trovi maggiori consensi e procedere verso l'approvazione. Già mercoledì nella Commissione presieduta dal senatore Bianco inizia l'esame, e la verifica si farà lì".
Su quale sistema si può trovare l'accordo ?
"L'Ulivo è per il maggioritario a doppio turno. Si potrebbe guardare anche al sistema spagnolo, un proporzionale con collegi piccoli che ha un forte effetto di semplificazione. Non c'è accordo? Andiamo speditamente sul sistema tedesco: proporzionale con sbarramento del 5%. È coerente anche con lo schema di riforma costituzionale in esame alla Camera. Garantisce la governabilità, ed è chiaramente un sistema bipolare: in 50 anni ha dato alla Germania governi stabili di centrosinistra o centrodestra; in circostanze eccezionali, come l'attuale, ha confermato la sua efficienza attraverso grandi coalizioni. L'extrema ratio potrebbe essere il ritorno alla legge elettorale precedente, la Mattarella, abrogando il "Porcellum". Non c'è tempo da perdere: si accerti al Senato la convergenza possibile e si proceda".
E il referendum?
"Non è una soluzione felice. Mantiene il premio di maggioranza ma lo applica alla lista che prende più voti. Il che significa, se applicato fedelmente, immaginare di dare la maggioranza assoluta dei seggi a un partito del 28-30%: assurdo. Se applicato infedelmente, costringere i partiti a unirsi in una sola lista, incoerente e disomogenea, per poi separarsi di nuovo dopo le elezioni: vergognoso. Lascia le liste bloccate e toglie qualunque possibilità di scelta agli elettori. Prendiamoci l'unica cosa buona che porta con sé: la costrizione a cambiare la legge in vigore".
Pensa che la riforma elettorale in senso proporzionale possa avere l'appoggio determinante di Casini? Ne ha parlato con lui?
"Esiste una disponibilità al confronto da parte della Lega, e un'esplicita volontà dell'Udc di concorrere all'approvazione della riforma. Se, come credo, il punto di approdo può essere sul sistema tedesco, cui Casini ha detto esplicitamente di sì, sarebbe suicida per tutti lasciare le cose come stanno. Sarebbe un errore imperdonabile. Nei mesi passati si sono pronunciati a favore Fassino e D'Alema, Bertinotti, la sinistra di Mussi, hanno manifestato disponibilità altre forze parlamentari. Vede, il timore che questa riforma , come dicono alcuni, dia potere eccessivo ai centristi è semplicemente assurdo. Con la nascita del Partito democratico cambia tutto. Noi ci candidiamo a guidare il paese con un chiaro programma di riforme. Non a scrivere complicati programmi pur di tenere insieme coalizioni troppo lunghe. Il sistema tedesco consente di non subire il ricatto dei partiti dello zero virgola, indispensabili per ottenere il premio di maggioranza, che esiste solo in Italia. E, attenzione, come è emerso in un seminario dei maggiori costituzionalisti italiani organizzato dall'Astrid, solo il sistema tedesco supererebbe il referendum; non una riforma che preveda il premio di maggioranza per una coalizione".
Una volta riformato il sistema di voto sarebbe ineludibile il ritorno alle urne. Perché Prodi dovrebbe accettare un percorso a tempo?
"In verità, la probabilità di elezioni anticipate si avrebbe proprio se non ci fosse accordo sulla riforma elettorale, perché avremmo il referendum, e alcuni partiti hanno annunciato l'uscita dalla maggioranza. Non sta scritto da nessuna parte, invece, che l'approvazione condivisa di una riforma elettorale porti allo scioglimento delle Camere. O lei vuol dirmi che era questo lo scopo dei promotori del referendum? Credo, invece, che approvare la riforma sarebbe un elemento di forza e di stabilità".
Pensa davvero che questo suo appello possa venire raccolto in un clima così deteriorato?
"Non vedo alternative. O si coglie questa finestra di opportunità oppure le sorti della legislatura non potranno che aggravarsi. Napolitano lo ha detto chiaramente".
Walter, dì qualcosa di tedesco
Antonio Polito* su La Stampa
Caro direttore, il governo è assediato, la maggioranza è esausta, stiamo per buttare un'altra legislatura. È uno spettacolo melanconico. Soprattutto per chi, come me, si era illuso di poter partecipare a una stagione di riforme e si trova invece impantanato in un Senato dove l'unica cosa che conta è la conta dei sette puttani, come Achille Lauro definì tanti anni fa i transfughi che lo tradirono a pagamento. La tattica militare suggerisce che l'unico modo di mettere fine a un assedio è spezzarlo, tentare una sortita. Ma nessuno la prepara, tutti sembrano rassegnati ad aspettare la fine. E sì che i riformisti del centrosinistra ora avrebbero la forza di rischiare. Si sono fatti un partito. Si sono scelti un leader popolare e credibile. Si sono ribellati alla catalessi del governo. Ma adesso devono provare a dare un senso alla legislatura, perché lasciarla morire senza aver piantato neanche un seme è un suicidio: un partito delle riforme non nasce dalle ceneri di un fallimento riformista.
C'è un'unica riforma possibile, nei fatidici otto mesi di cui parla Veltroni: quella elettorale. La tentazione di tornare subito a votare con questa legge o consimili è un'idea auto-consolatoria che sconfina nella disperazione. Il Pd perderebbe. E alle sirene del centrodestra che gli sussurrano che tanto perderebbe di poco, perché il Senato rimarrebbe più o meno diviso a metà, Veltroni non dovrebbe dare ascolto. Un nuovo Parlamento altrettanto ingovernabile non è il prezzo giusto per ottenere la leadership dell'opposizione. Veltroni non può diventare l'ennesimo leader riformista che si mette in pista per aspettare il prossimo giro.
Una sola riforma elettorale è possibile. Una sola ha, almeno potenzialmente, i numeri in Parlamento. Molte altre sarebbero bellissime: francese, spagnola, inglese. Ma nessuno di questi sistemi ha una qualsivoglia speranza di passare nella giungla del Parlamento italiano. Se Veltroni ha sperato in un accordo con Berlusconi, magari per il tramite dell'amico referendario Fini, credo che debba rinunciarci. Il Cavaliere pensa ad altro, al terzo ritorno dell'uguale a Palazzo Chigi: non muoverà un dito. D'altra parte qualsiasi sistema basato sul premio di maggioranza, che non a caso esiste solo in Italia, renderebbe impraticabile la veltroniana vocazione maggioritaria perché gli impedirebbe di andare da solo alle elezioni e di presentare agli elettori il nuovo volto del Pd.
Non resta che il tedesco, con sbarramento e senza premio di maggioranza. Ha il grande vantaggio di poter contare sul sì di Rifondazione, della Sinistra Democratica, dell'Udc di Casini; e forse anche della Lega, se accompagnato da una benemerita trasformazione del Senato in Camera delle Regioni. È l'unica possibilità di sortita vincente nel campo avversario. Perché non provarci? È un sistema che assicura la governabilità e consente a tutti di scegliere le alleanze sulla base dei programmi, invece di fare i programmi per mettere in piedi le alleanze; che è poi, come Veltroni ha notato, la tara genetica di questo governo.
Lo so: il paese avrebbe bisogno di ben altre riforme, dei sistemi elettorali non importa niente agli italiani, sono questioni da tecnici. E però non c'è riforma possibile se non si mette fine all'impazzimento di un sistema politico in cui un governo può andare in crisi persino mentre l'economia tira, la Finanziaria è senza tasse, e ritorna l'avanzo primario nei conti pubblici. Un sistema in cui è di norma lo shopping parlamentare come ai tempi di Depretis, e ogni pulce ha la tosse, e il capo dell'opposizione e quello del governo passano il tempo a fare il pedicure a ogni senatore imbronciato. Lo so: Veltroni teme che la proposta del sistema tedesco possa dividere l'appena nato Partito democratico; ma la divisione, se frutto di una battaglia politica, non ha fatto male né a lui né al Pd nelle primarie. Avrebbe contro Bindi e Parisi, il 14% del partito. E allora?
La verità è che oltre il tedesco c'è il nulla, c'è l'agonia magari fino a primavera, lo scioglimento delle Camere, la ripulsa dell'appello del Capo dello Stato a cambiare legge prima di tornare a votare. Non è questione di gusti, non si tratta di scegliere tra Sartori e Ceccanti: respingere l'unica riforma elettorale possibile vuol dire semplicemente non fare alcuna riforma, acconciarsi a un altro giro di giostra, a un altro Senato ingovernabile, a un'altra maggioranza rissosa, anche se stavolta di centrodestra.
Il coraggio delle riforme, tanto per riprendere il titolo di un manifesto che a Veltroni era piaciuto, oggi passa per il coraggio di fare la riforma elettorale. L'unica possibile, l'unica che libera forze dalla morsa berlusconiana, l'unica che mette fine alla lunga transizione per chiudere la quale il Pd è nato.
* Senatore della Margherita
Il boomerang
Antonio Padellaro su l'Unità
Non sappiamo se e come si possa porvi rimedio, ma l'aver tolto al pm di Catanzaro Luigi de Magistris l'inchiesta "Why not" rischia di trasformarsi in un disastroso boomerang politico e istituzionale.
Una decisione che si ripercuote prima di tutto sul governo che da ieri ha aggiunto ai suoi non pochi problemi la richiesta di sostituzione del ministro Mastella rivolta a Prodi dall'altro ministro Di Pietro. Lo scontro tra i due dura da tempo ma questa volta l'ex magistrato di Mani Pulite va giù dritto contro il rivale sostenendo che quell'avocazione è stata provocata proprio da chi era o poteva essere messo sotto indagine dal magistrato destituito. Si parla ovviamente del titolare della Giustizia iscritto nel registro degli indagati nell'inchiesta sul comitato d'affari che in Calabria si spartisce da anni la gigantesca torta dei finanziamenti pubblici e privati. Vedremo se anche questa volta il premier riuscirà a trovare una soluzione di compromesso. Sarà dura.
Ma il danno peggiore che scaturisce da tutta questa storia è quello inferto alla credibilità della classe politica e all'immagine stessa della giustizia. Lo si voglia o no colpendo De Magistris si conferma l'idea, già abbastanza diffusa tra i cittadini, che di fronte alla legge i potenti di turno hanno un trattamento privilegiato. E se qualche magistrato prova a mettersi in mezzo, allora peggio per lui. Se nel migliore dei casi è un atto intempestivo, nell'ipotesi peggiore il caso Catanzaro dimostra che purché non sia toccato "l'intreccio perverso tra politica malata, dipendenti pubblici corrotti e massoneria deviata" ("Il Sole 24Ore") perfino un governo può andare in frantumi. Si può permettere che tutto questo accada in uno Stato di diritto?
CSM, non c'è tempo da perdere
Carlo Federico Grosso su La Stampa
Il Procuratore generale di Catanzaro ha avocato l'altro ieri l'inchiesta "Why not" nella quale sono indagati il presidente del Consiglio Prodi e, da tre giorni, il Guardasigilli Mastella. L'ha così sottratta al pm De Magistris che stava svolgendo le indagini.
Nei confronti di De Magistris, Mastella aveva chiesto un paio di mesi fa che la sezione disciplinare del Csm disponesse il trasferimento d'ufficio a causa di asserite irregolarità commesse nell'espletamento delle indagini. L'ultima iniziativa, l'avocazione, ha sicuramente creato un'ulteriore complicazione destinata ad alimentare nuove roventi polemiche.
Anche se non si conoscono gli atti, né quelli depositati al Csm, né quelli che hanno indotto il Procuratore generale di Catanzaro ad avocare l'inchiesta, non è difficile farsi una idea della situazione. Comunque la si valuti nei dettagli, è una situazione nel suo complesso bruttissima, dalla quale tutti i protagonisti rischiano di uscire malconci: ministro della Giustizia, governo, pubblico ministero, Avvocato generale, alla lunga lo stesso Csm.
Innanzitutto, analizziamo l'iniziativa originaria di Mastella volta a rimuovere De Magistris. Essa rientrava nelle prerogative che la nuova legge sull'ordinamento giudiziario ha assegnato al ministro. Non era, tuttavia, iniziativa di routine, poiché nei confronti di De Magistris era già aperta una normale azione disciplinare, e un'ulteriore iniziativa diretta a rimuovere in via cautelare il magistrato rappresentava un'escalation giustificabile soltanto sulla base della gravità della situazione e dell'urgenza d'intervenire. C'erano davvero gravità e urgenza? Come sappiamo, la sezione disciplinare del Csm si è già riunita, ma ritenendo di non poter pronunciarsi all'istante, anche perché il ministro, nell'imminenza dell'udienza, aveva depositato moltissime nuove carte, ha rinviato di oltre tre mesi la decisione. Se c'è stato un rinvio così lungo, si può arguire che i consiglieri che hanno visto gli atti non abbiano giudicato la situazione né tanto grave né tanto urgente, smentendo implicitamente il Guardasigilli.
E De Magistris? Ci si sarebbe aspettati che il magistrato, pur legittimato dalla decisione interlocutoria del Csm a proseguire nelle indagini, usasse di una normale prudenza: continuasse nell'inchiesta, ma si astenesse da iniziative clamorose fino a che il Csm avesse deciso sul merito della richiesta di trasferimento d'ufficio. Reso forse baldanzoso dalla vittoria interinale conseguita e dal sostegno nel frattempo ottenuto dalla piazza e da taluni schermi televisivi, egli ha fatto invece tutt'altro: sulla base degli elementi che ha acquisito investigando, non ha esitato a iscrivere nel registro degli indagati il ministro. Si badi, quando emergono profili che giustificano un'iscrizione, il pm ha l'obbligo di farlo. Tutti sappiamo che c'è tuttavia modo e modo di operare, che c'è sempre una certa discrezionalità nel valutare. Possibile che, emersa un'ipotesi di reato a carico del Guardasigilli che aveva richiesto il suo allontanamento, fosse per lui assolutamente indispensabile procedere a un'iscrizione immediata piuttosto che attendere il breve lasso di tempo che lo separava, ormai, dalla decisione del Csm?
Veniamo ora all'ultimo episodio, l'avocazione del Procuratore generale. Può darsi che il provvedimento sia formalmente legittimo, poiché l'art. 372 c.p.p. prevede che l'avocazione può essere disposta dal Procuratore generale in caso d'incompatibilità del magistrato designato e poiché, come ha scritto ieri sul Corriere della Sera Vittorio Grevi, se il magistrato non è stato sostituito dal Procuratore della Repubblica, è prevista appunto l'avocazione da parte della Procura generale. Si tratta, comunque, d'iniziativa discrezionale. Ebbene, davvero il Procuratore generale prima di togliere il processo "Why not" a De Magistris non ha pensato che, facendolo, avrebbe indotto grandissimi sospetti? E allora, era davvero necessario o opportuno avocare? Non sarebbe stato, ancora una volta, prudente attendere le decisioni del Csm? Perché, allora, non ha atteso? Oggi, dopo l'avocazione assunta, molti sono legittimati a pensare che la politica, o, peggio, che la politica e il comitato di affari che operava in Calabria abbiano messo ben più di un semplice zampino nell'assunzione di tale improvvida decisione. Il che è tanto più deleterio se si considera che implicati nel processo sono, addirittura, il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia in carica e che nessun sospetto dovrebbe sfiorarli.
Ieri mi hanno d'altronde sconcertato le accuse di complotto ai loro danni che sono state lanciate sia da Mastella sia da De Magistris. Capisco che il ministro possa essere stravolto dalla circostanza di aver appreso a mezzo stampa la notizia della sua iscrizione e che possa temere gli sviluppi della situazione che lo coinvolge. Capisco che il pubblico ministero possa essere a sua volta molto teso a causa degli eventi che lo stanno sovrastando. Dato che si tratta di soggetti che, con le loro condotte forse non sempre provvide, hanno contribuito non poco a creare il difficilissimo impasse istituzionale di fronte al quale ci troviamo, il silenzio sarebbe stato, come si dice, d'oro.
La palla passa ora al Csm. A questo punto è essenziale che tale istituzione decida ad altissima velocità.
Decreto fiscale, la destra prepara l'imboscata
Laura Matteucci su l'Unità
Settimana in salita per il governo. Le voci di trame di Palazzo (Madama) insistono, mentre domani approda in aula il decreto fiscale collegato alla Finanziaria, che sarà licenziato oggi dalla commissione Bilancio dopo gli ultimi esami degli emendamenti. Un provvedimento da 8,3 miliardi che contiene misure importanti come il "bonus incapienti", risorse per le infrastrutture, misure contro l'emergenza sfratti, pensato per distribuire ai più poveri parte del tesoretto ottenuto grazie alla lotta all'evasione fiscale. Già domani in serata l'aula voterà le pregiudiziali e, di fatto, si tratterà del primo banco di prova della tenuta della maggioranza sull'intera Finanziaria (che oggi arriva in commissione e che andrà al voto a metà novembre). Come sempre trattandosi di Senato, il voto non sarà scontato. Prodi, dopo la conferma "il complottone c'è, ma non ho alcuna intenzione di subirlo", continua a tenersi in contatto con tutti i "senatori a disagio", gli stessi sui quali Berlusconi va ripetendo di aver condotto con successo una recente campagna acquisti: almeno nove i traballanti (tra cui Dini, Bordon, Turigliatto e l'eletto in Argentina, Pallaro), ma ovviamente loro negano l'avvenuto arruolamento. Persino Fisichella, prima An poi Margherita e da poco uscito dall'Ulivo per passare al gruppo Misto, sostiene di non essere in vendita.
Il ministro per le Riforme, Vannino Chiti, cerca di stoppare l'esaltazione berlusconiana da shopping, la stessa che l'ha indotto a profetizzare la caduta del governo a metà novembre: "Nel suo perseverare c'è un millantato scambio che offende i senatori - dice - Ognuno di noi, alla Camera e al Senato, è stato eletto in quanto proposto dal centrosinistra. C'è, dunque, un elementare obbligo di coerenza ed etica, un rispetto dovuto ai cittadini".
Di fatto, sembra escluso il ricorso alla fiducia. Nel merito del decreto, intanto, restano un paio di nodi ancora aperti, di cui governo e senatori della maggioranza discuteranno questa mattina. In primis, c'è da definire il cosiddetto "bonus incapienti": ovvero, come modificare la norma per evitare che i benefici (150 euro) possano andare ai "finti poveri". Sembra ormai certo che verrà corretto il tetto al reddito del capofamiglia (50mila euro): fra le ipotesi, quella di prendere in considerazione l'intero reddito del nucleo familiare.
Potrebbe poi venire inserito in zona Cesarini anche il cosiddetto "Mister Prezzi", una sorta di Garante incaricato di sorvegliare sull'andamento dei prezzi segnalando al governo eventuali anomalie. La misura, che non avrebbe alcun costo per lo Stato, potrebbe però slittare in un altro provvedimento. La maggioranza si confronterà anche sulla richiesta dell'Antitrust di eliminare le tariffe postali agevolate per l'editoria perchè privilegiano Poste Italiane.
Tra le norme del decreto, che riguarda anche l'edilizia pubblica e prevede il commissariamento per le regioni che sforano il piano di rientro sanitario, ci sono le novità per l'editoria, con una diversa modulazione del "taglio" del 7% ai contributi diretti dello Stato. Per i piccoli il taglio sarà limitato al 2%. Le misure per compensare la scelta di ridurre i tagli ai piccoli editori saranno articolate su due livelli: le aziende con agevolazioni postali per un importo annuo fino a un milione di euro affronteranno tagli del 7%, mentre per le aziende che superano la quota di un milione di euro la sforbiciata salirà al 12%.
Sempre in settimana, entra nel vivo anche la partita sulla Finanziaria, che per Prodi "realizza un'inversione di tendenza nell'aiuto pubblico allo sviluppo". Primo passaggio: scremare i numerosi emendamenti presentati da Unione e governo (da 982 si deve scendere sotto i 500). Secondo: partire con le votazioni in commissione Bilancio, in modo da licenziare il testo entro il 5 novembre, quando dovrà passare all'aula.
Gli eredi di Walesa scacciano i gemelli K
Andrea Bonanni su la Repubblica
La Polonia sceglie l´Europa, e manda a casa il governo clerical-reazionario di Jaroslaw Kaczynski. Gli exit poll non lasciano dubbi in proposito. I liberali di Piattaforma civica, gli eredi di Solidarnosc guidati dal cinquantenne Donald Tusk, sfiorano il 45 per cento dei voti.
Da soli, o in coalizione con la sinistra moderata di Geremek e Kwasniewsky che arriva al 12 per cento, potranno contare su un´ampia maggioranza in Parlamento. Il Pis dei gemelli Kaczynski è al 31 per cento. I due partitini di ultradestra che lo fiancheggiavano scompaiono, non avendo superato la soglia di sbarramento del cinque per cento.
Il principale motivo di questo ribaltone è senz´altro da cercarsi nella maggiore affluenza alle urne. Alle elezioni del 2005, che avevano visto la vittoria della destra, era andato a votare solo il 40 per cento degli elettori. Questa volta l´affluenza ha superato il cinquantacinque per cento, la più alta dalle prime elezioni libere dell´89, ed è stata particolarmente alta nelle città e tra i giovani.
I Kaczynski hanno governato per due anni. In questo periodo hanno pubblicamente istigato all´odio verso i vicini tedeschi e russi, hanno coltivato l´ostilità verso l´Europa e le sue istituzioni, se avessero potuto avrebbero reintrodotto la pena di morte e proibito l´aborto anche nei casi più disperati, hanno cercato di censurare i libri di storia e di reintrodurre la cultura del sospetto pretendendo di istituire "tribunali della memoria", hanno fatto un uso spregiudicato dei servizi segreti per minare alleati e avversari politici, si sono appoggiati senza scrupoli all´ala più reazionaria del clero cattolico con venature antisemite. Di fronte a questo spettacolo, e soprattutto di fronte al senso di isolamento nei confronti degli altri europei, i polacchi hanno capito che era tempo di voltare pagina e sono tornati ad esercitare i loro diritti democratici. Particolarmente significative sono state le lunghe file di elettori formatesi di fronte ai seggi elettorali nelle varie capitali europee, dove oltre un milione di polacchi sono andati a cercare lavoro e dove hanno potuto misurare in prima persona l´isolamento in cui i Kaczynski avevano gettato il loro paese rispetto al resto dell´Ue.
La Piattaforma civica ha perfettamente capito la voglia di Europa dei polacchi e il loro desiderio di non essere più l´ultimo baluardo dei neo-con americani e delle correnti più retrive del Vaticano sul Vecchio Continente.
Donald Tusk ha promesso che ritirerà le truppe polacche dall´Iraq. Ha espresso l´intenzione di lavorare in stretta collaborazione con la Germania di Angela Merkel e di ristabilire relazioni normali con Mosca. Verosimilmente non metterà più il veto alla celebrazione di una giornata europea contro la pena di morte.
Se l´uscita di scena del governo di Jaroslaw Kaczynski (ma il gemello presidente, Lech, resterà al suo posto) è una buona notizia per la Polonia, lo è anche per l´Europa. E non solo perché il nuovo governo probabilmente abbandonerà la politica dei veti, delle minacce e delle diffidenze e si metterà a collaborare con gli altri partner semplificando la gestione degli affari comunitari.
La vera buona notizia sta nella constatazione che questa Europa politicamente debole e divisa, istituzionalmente fragile, priva di una vera leadership sul piano continentale, apparentemente incerta nel definire una propria identità culturale e socio-economica, riesce nondimeno ad esercitare un forte condizionamento sulle opinioni pubbliche di quei Paesi i cui governi si allontanano troppo dall´alveo comune per cavalcare la tigre del populismo.
È successo con l´Austria di Haider. Con l´Olanda di Pym Fortuyn. È successo con l´Italia di Bossi e Berlusconi. Ora la fine prematura dell´era Kaczynski in Polonia dimostra che, pur senza avere strumenti diretti di pressione o di ingerenza negli affari interni di uno Stato membro, l´Europa riesce ad imporsi come standard politico comune. Quel "vincolo esterno" virtuoso, che ha consentito di risanare molte economie malate, e in particolare quella italiana, evidentemente riesce ad imporsi anche in politica, con la sola forza dell´esempio. Non esiste un trattato di Maastricht della politica. Ma, se nessuno, oggi, sa dire che cosa sia l´Europa, tutti sono in grado di capire quando se ne stanno violando i parametri di civiltà.
Turchia: uno spettro sul futuro
Guido Rampoldi su la Repubblica
Costretto a reagire dall´ennesimo eccidio di soldati per mano del Pkk curdo, il governo turco si è dimostrato assai più saggio di quanto non immaginassero i tanti che gli attribuivano una volontà spasmodica di invadere l´Iraq. Le granate sparate ieri dall´artiglieria contro presunte basi della guerriglia in Iraq, a quanto pare senza fare vittime civili, sono il minimo che Ankara poteva fare per placare la propria opinione pubblica.
Esasperata e con diritto. Ormai da anni il Pkk usa il Kurdistan iracheno come retrovia logistico per organizzare le infiltrazioni in Turchia.
Fino a pochi mesi fa manteneva nella regione perfino uffici di rappresentanza, regolarmente visitati, riferiva la stampa turca, da militari statunitensi.
Ankara ha protestato ma Washington teme di aprire un fronte nell´unica regione irachena dove i marines siano benvoluti, oppure intende usare in futuro il Pkk come moneta di scambio, o forse progetta di impiegarlo nell´Iran occidentale: comunque sia, non ha fatto molto per fermare i 3500 guerrieri di un´organizzazione che ufficialmente considera "terrorista". Quanto alle autorità del Kurdistan iracheno, Stato fallito prima ancora di diventare uno Stato, sono divise in clan, ciascuno dei quali ha le sue convenienze. E nessuno intende puntare il fucile contro i confratelli, nonché sodali in vari traffici.
Per tutto questo due settimane fa il massacro di tredici soldati turchi ha costretto Ankara a mimare la massima determinazione. Il governo ha ottenuto facilmente dal parlamento l´autorizzazione a lanciare offensive contro le basi del Pkk in Iraq. Ma non freme affatto dal desiderio di infilarsi in quella mischia mortale.
Negli anni Novanta già tre volte l´esercito turco ha scorrazzato per mesi nel Kurdistan (1992, 1995, 1997) senza riuscire a snidare la guerriglia. Per giunta oggi troverebbe sulla sua strada i peshmerga, guerriglieri che la "Coalizione dei volenterosi" ha promosso a difensori dell´Iraq. Dunque nelle intenzioni di Ankara la minaccia di invadere l´Iraq è soprattutto un´arma negoziale per ottenere che americani e iracheni si occupino finalmente dei loro terribili ospiti. Ma se le incursioni e le stragi del Pkk in Turchia dovessero continuare, difficilmente Erdogan potrebbe sottrarsi alle pressioni della sua opinione pubblica e dei generali, questi ultimi ansiosi di recuperare un ruolo e uno status che stanno venendo meno.
Tuttavia la vicenda turco-irachena è più interessante di quanto dicano queste notazioni. In qualche modo è una finestra sul futuro. Ci annuncia innanzitutto mesi o anni dominati dall´imponderabile. Ormai la scena mediorientale è affollata da troppi conflitti e da troppi attori, nessuno dei quali sembra più in grado di governare la somma e l´intrecciarsi di tutte le partite cominciate e mai finite. Inoltre questo stato caotico aumenta invece che diminuire, e in questo ricorda quei fenomeni fisici che attraverso una crescita del disordine conducono all´implosione. Dunque non delira George W. Bush quando vede nell´orizzonte delle possibilità una guerra generalizzata ("Terza guerra mondiale" nelle parole del presidente). Semmai è inquietante che la stessa previsione, ma in questo caso un auspicio, sia stata prodotta da un ideologo neo-conservatore, Norman Podhoretz, sull´ultimo Commentary. Come conferma anche il contrasto in corso a Washington tra i fautori dell´attacco all´Iran e la diplomazia realista, neppure il disastro iracheno ha messo definitivamente fuori gioco questi esuberanti neocons. Se mai riuscissero a innescare ciò che immaginano come un salvifico bagno di sangue, quella Terza guerra mondiale somiglierebbe ad un proseguimento della Prima. Fu appunto dopo il conflitto concluso nel 1918 che le diplomazie occidentali spartirono l´impero ottomano secondo confini che rispondevano agli interessi delle nazioni vincitrici o alle proprie lacune culturali, più che alla storia e alle volontà di quei popoli.
Ora alcuni tra quei confini tornano in discussione. L´unità territoriale dell´Iraq ormai è solo virtuale.
L´unità territoriale del Libano non è più scontata. L´unità territoriale dell´Iran comincia ad essere messa in dubbio. La Siria, chissà. Ciascuna di queste nazioni è un agglomerato di etnie spesso rivali, dunque il territorio si presta ad essere riconfigurato secondo linee etniche, previi "scambii di popolazione" e stragi per convincere gli indecisi.
Oggi tutto questo appare folle, incredibile. Ma sei anni fa non era altrettanto incredibile la prospettiva di un Iraq liquidato, fatto in pezzi, spartito mediante massacri tra sciti e sunniti, aspettando i curdi? Il problema è che i confini così riconfigurati non sono mai definitivi, insomma i conflitti non si chiudono. Nel 1924 la Turchia si arrese alle imposizione britanniche e rinunciò de facto alla sovranità sulla turcofona Mosul e sui pozzi di petrolio del Kurdistan. Ma come ricordò qualche anno fa un presidente turco, non ha mai ratificato quella rinuncia. Se tutto tornasse in gioco, anche quei giacimenti probabilmente sarebbero nella partita.
22 ottobre 2007