
sulla stampa
a cura di G.C. - 19 ottobre 2007
Il valore del lavoro
Joaquín Navarro-Valls su la Repubblica
Il messaggio inviato da Benedetto XVI in occasione dell´inaugurazione delle Settimane sociali della Chiesa a Pistoia e a Pisa ha come tema di riflessione il lavoro. Non si tratta, in effetti, di una novità, ma di un´attenzione che egli ha dato alla questione, sia pure in modo diverso, molte volte e che ha presentato approfonditamente anche nella sua prima Lettera Enciclica Deus caritas est.
In realtà, la questione appartiene di diritto ad un esame scrupoloso generale a proposito della nostra società contemporanea. E, alla fine, della nostra stessa vita. Forse anche in ragione del fatto che la maggior parte delle ore della nostra giornata sono, per la maggior parte di noi, dedicate al lavoro, o, comunque, assorbite dalle nostre diverse attività professionali.
Apparentemente si potrebbe pensare che la rilevanza dell´operosità nel quotidiano sia un retaggio dei ritmi produttivi imposti dalla modernità, un effetto dello sviluppo corrente della vita, conseguenza della rivoluzione industriale e tecnologica che negli ultimi decenni si è così accentuata. In effetti, in molti hanno recentemente posto l´accento sul fatto che gli odierni ritmi di vita avrebbero trasformato il vecchio homo sapiens in quell´homo faber di cui parla Max Frisch in un suo celebre romanzo: un essere pragmatico, razionale, insensibile agli altri e totalmente assorbito nel proprio attivismo individualista. Tutto ciò, ovviamente, non è che un´immagine di fantasia, la rappresentazione emblematica di un caso limite, su cui comunque può essere sempre utile tornare a riflettere, ma che non è caratteristico di ciò che accade realmente in noi.
A ben vedere, infatti, la dimensione del lavoro non è un aspetto della vita di oggi, ma appartiene di diritto e, di fatto, a ciò che l´uomo è realmente e da sempre, almeno per quanto ne sappiamo. Per questo, fin dall´antichità l´operosità dell´uomo e della donna, con il giusto sacrificio che ne consegue, è guardata con grandissima ammirazione da tutti. Se Platone ed Aristotele discutono tra loro se sia giusta o no la proprietà privata dei beni materiali, entrambi riconoscono la centralità del lavoro nella vita degli uomini, considerando l´inoperosità volontaria la peggiore forma di schiavitù: proprio quella dell´ozio.
Agostino era talmente convinto del valore del lavoro dei campi da ritenere che i religiosi contemplativi avessero il dovere di cimentarsi in tale attività per essere autonomi e sopravvivere in libertà. Come è noto, la regola benedettina farà sua questa impostazione agostiniana nel celebre ora et labora. Marx non ha torto quando afferma, da par suo, che l´uomo è tale in virtù della sua capacità di lavoro, cioè della sua effettiva capacità di trasformare la realtà esterna. Io penso che la rilevanza sociale del lavoro risieda, in effetti, nel suo carattere autenticamente umano, che si configura cioè come assolutamente inseparabile ed imprescindibile dalla realizzazione esistenziale di ogni singola persona. Infatti, se grazie al proprio lavoro è possibile vedere realizzati i propri sogni, è grazie al lavoro degli altri che possiamo in ultima istanza sopravvivere e prosperare.
Da questa consapevolezza proviene il dovere morale che ogni società ha sempre sentito per coloro che sono disoccupati involontariamente e che pertanto devono essere aiutati a poter lavorare. Oltre ovviamente al riconoscimento del carattere fondamentalmente soggettivo del lavoro, cioè l´intrinseca necessità che ogni uomo ha di lavorare per essere pienamente se stesso. Il senso ultimo del lavoro, quindi, non riposa tanto in ciò che dal lavoro si può ottenere, ma da ciò che possiamo divenire noi stessi e da ciò che possiamo migliorare degli altri. La dimensione, ad esempio, del lavoro non retribuito, cioè realizzato secondo la formula non profit, così come i lavori domestici o di assistenza agli invalidi, spesso ottemperati a livello di impegno privato, non soltanto sono da pensarsi in termini di lavoro, ma anzi forniscono una prova del carattere non economico, ma etico ed antropologico di ogni attività.
Se è vero che mediante il lavoro, con la fatica e l´impegno che una qualsiasi seria attività professionale richiede, perdiamo molto del nostro egoismo, è tuttavia vero anche che il lavoro di un essere umano non può mai trasformarsi in una merce o in uno strumento anche della propria, oltre che dell´altrui, ambizione. Ogni uomo è il protagonista primo ed essenziale della sua attività. L´uomo è soggetto nel suo lavoro perché è persona. E proprio perché è persona, il lavoro stesso ha un suo valore etico, e non soltanto economico.
Quelli che non ce la fanno
Roberto Cotroneo su l'Unità
È come una tragica fotografia in bianco e nero la notizia che le agenzie hanno battuto alle 14 di ieri. Un operaio di Macerata si è impiccato in fabbrica perché non poteva più pagare il mutuo della casa. Lascia una moglie senza lavoro e una bimba di sei anni. È una fotografia in bianco e nero lontana nel tempo e lontana dall'immaginario di questi anni. Lontana dall'idea che il futuro sarà sempre meglio che il passato. Dall'idea che in un modo o nell'altro le cose si aggiusteranno. Lontana dall'immagine di un paese che non esiste più.
Un paese che storicamente e socialmente non ha nulla a che fare con certi drammi dei paesi che sopportano un capitalismo spietato e senza ancore di salvezza, dove si può passare da una vita agiata o dignitosa alla povertà più assoluta in un tempo brevissimo, senza che ci si possa fare qualcosa.
Un uomo si uccide perché non può pagare il mutuo. Perché non saprà più dove andare ad abitare. Quella casa è tutto quanto possiede. E non sa come andare avanti. E fino a pochi mesi fa il suo mutuo lo poteva pagare facilmente. La moglie era precaria, con il suo lavoro, diciamo così, flessibile, e la famiglia si poteva mantenere. Poi il lavoro flessibile non c'è stato più. E con un solo stipendio, uno stipendio da operaio, le cose sono peggiorate.
Il gesto tragico di quest'uomo di 43 anni rappresenta uno spartiacque tra due italie. Il punto di non ritorno. Lo si capiva già da un dato, pubblicato qualche settimana fa. Nel 2007, 19 mutui su 100 non potranno essere più pagati. È una cifra altissima, che prelude a un dramma sociale che da noi non ha precedenti. E che è la fine di un paradigma. L'idea di un paese generoso dove una via di uscita c'è sempre, dove nessuno ti porterà mai via quello che hai, dove i tuoi figli vivranno un po' meglio di come hai vissuto tu. Un paese non ricco forse, ma certo con dei punti fermi. L'assistenza sanitaria per tutti e la casa per tutti, e magari anche un lavoro sicuro. Dunque un futuro accettabile. Un paese dove si lavorava tutta la vita in un posto. E quelli che cambiavano troppe volte lavoro venivano guardati con sospetto, perché era gente inaffidabile. Ricordo ancora che da ragazzo a casa mia si leggeva La Stampa. Ed era frequente trovare nei necrologi, sotto il nome della persona appena scomparsa, la dicitura: "anziano Fiat". Un titolo di merito. Una vita passata nella stabilità e nella serietà, nella fedeltà a un lavoro che ti aveva accompagnato fino alla pensione. Sono tempi, visti oggi, lontani anni luce. Sono i tempi in cui le case si riscattavano, e i figli studiavano un po' di più. Nessuno dice che si poteva rimanere un paese come quello: è un'ingenuità. Il popolo delle partite Iva, la flessibilità del lavoro sono oggi dei punti fermi, e non si torna indietro. Anche se dietro la flessibilità troppo spesso si nascondono ipocrisie e falsità. E la parola è spesso sinonimo di precarietà, incertezza e soprattutto avvicina troppe volte e pericolosamente alla soglia della povertà. Però quello che è accaduto ieri ha qualcosa di intollerabile, perché è il primo segnale di un futuro che nessuno vorrebbe vedere. E si accompagna alle mille storie di homeless e disperati che, soprattutto nelle nostre grandi città, aumentano di giorno in giorno. E se qualcuno avesse voglia e curiosità di ascoltare le loro storie, scoprirebbe che oltre il dramma della malattia mentale o dell'alcolismo, o della droga, ci sono molte persone che sono finite a dormire per strada dopo aver vissuto vite normali, e persino agiate.
Ed è vero che quel paese misericordioso e generoso, forse clientelare e poco lungimirante che siamo stati ha lasciato il posto all'anarchia di un capitalismo di pochissimi, sempre più ricchi e sempre più avidi, privo di etica ed estremo.
Eppure da un po' di tempo a questa parte siamo sommersi da messaggi pubblicitari dove mutui, prestiti, vantaggi vengono concessi con il sorriso, con facilità, persino con simpatia. Anche se si appartiene a quel settore dei lavoratori flessibili, che tradotto prosaicamente, significa quelli che non hanno un posto fisso. Due inviati di una trasmissione televisiva hanno fatto la prova. Sono andati a chiedere un mutuo, con la telecamera nascosta, e non gli è stato dato. Una volta chiesi a un funzionario di banca, da non esperto, il motivo per cui ci fossero così grandi difficoltà a elargire i mutui. Visto che in caso di non pagamento, l'istituto di credito è in grado di riprendersi la casa. La risposta è stata questa, testuale: "Non è vero, facciamo fatica a riprenderci la casa. Se un cliente ad esempio ha un figlio piccolo che all'improvviso si ammala gravemente. È costretto a pagare costose cure mediche per lungo tempo, e per questo motivo non riesce contemporaneamente a pagare anche il mutuo, soprattutto se è l'unica casa che possiede, la casa familiare, per noi ci vogliono anni per recuperare l'immobile". Davvero preoccupante. Più limpido ed eloquente di così...
La quadratura del cerchio
Stefano Ceccanti su l'Unità
La possibilità di approvare incisive riforme delle istituzioni in questi mesi esiste, ma solo a patto di collegare strettamente l'iniziativa in Parlamento a quella nel Paese con obiettivi chiari e coerenti. Il Partito Democratico dovrà promuovere, come ha preannunciato Walter Veltroni nel convegno dello scorso 6 ottobre al Cinema Capranica, una campagna di sensibilizzazione sulla necessità di ridurre i poteri di veto che affollano il nostro sistema. Le primarie hanno del resto dimostrato che c'è una forte domanda di semplificazione del sistema politico, come avevano già dimostrato le oltre 800.000 firme per il referendum, oltre ai dati delle ricerche di opinione ricordate nel citato seminario del 6 ottobre da Marco Filippeschi, che danno alle liberalizzazioni politiche, compreso il possibile voto al referendum, livelli di consenso pari all'80%. L'impegno sulle regole deve essere coerente e collegato con quello sul piano dei soggetti. Da questo punto di vista l'astensione alla Camera dell'opposizione rappresenta un dato ambiguo: per un verso segnala la difficoltà di opporsi a una serie di riforme che godono del favore dell'opinione pubblica (Camere più snelle e differenziate, corsia preferenziale per il governo, potere di revoca dei ministri al Presidente del Consiglio e così via), per altro, col richiamo alla maggioranza a produrre una riforma elettorale unitaria, evidenziano l'intento tattico di dividere l'Unione.
Come fare in modo di cogliere la disponibilità evitando la strumentalità? Se si ragiona solo in termine di equilibri dentro il Palazzo la quadratura del cerchio sembra impossibile, soprattutto sulla riforma elettorale. Sembra che ci si debba arrendere a un'alternativa comunque inaccettabile. Da una parte stanno una gamma di sistemi che possono ridurre la frammentazione e realizzare il bipolarismo molto meglio di quello attuale: il sistema francese, quello spagnolo, il vecchio Mattarellum nella versione Senato, per limitarci ai principali. Hanno sistemi che incentivano al bipolarismo, diversi dal premio di maggioranza ma anche più incisivi, o grazie al collegio uninominale o a piccoli collegi plurinominali.
Proprio perché questi sistemi riducono i poteri di veto, i depositari di quei poteri minacciano ritorsioni sul Governo e pertanto favoriscono involontariamente la celebrazione del referendum o volontariamente scenari traumatici di elezioni anticipate. Il Pd non può non farsi carico di mantenere l'impegno preso con gli elettori di governare per la legislatura. Dall'altra parte sta però un sistema, quello tedesco, che viene brandito da alcuni alleati e dall'Udc come un ricatto sul Governo e sulla legislatura: se non ci date quel sistema, che in Italia distruggerebbe sicuramente il bipolarismo, si dice, faremo cadere l'esecutivo.
Ma il Pd non può neanche propter vivendi vitam perdere causam per salvare l'attuale Governo approvare una riforma che renderebbe il prossimo Governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati e magari produrre subito una democrazia di nuovo bloccata al centro, con un'alleanza innaturale fino a Forza Italia. Per questo, in nome della coerenza del principio della scelta diretta dei cittadini sulla maggioranza e sul Governo e della distinzione tra centro-destra e centrosinistra che non può essere appannata, il ricatto è rifiutato chiaramente anche da ministri dell'attuale esecutivo come Arturo Parisi e Rosy Bindi, che schierandosi per il referendum hanno d'altronde optato per una strada opposta a quella del sistema tedesco.
Non è neanche pensabile di ricorrere allo stratagemma di prendere quel sistema e di inserirvi un obbligo preventivo di alleanze: se non c'è un preciso incentivo bipolarizzante (o il collegio uninominale o il premio o piccoli collegi plurinominali) un partito come l'Udc indicherebbe semplicemente il proprio leader come candidato Premier e o direbbe di andare da solo aspirando al 50 +1% o, se fosse consentito, esprimerebbe una preferenza per una coalizione Pd-Udc-Fi. Stiamo quindi parlando di una correzione che semplicemente non esiste sul piano tecnico.
Perché da parte del primo partito italiano non obbligare a giustificarsi chi non vuole tornare a candidature vicine alle persone, come quelle garantite dai collegi uninominali o dai piccoli collegi plurinominali e/o chi non vuole realizzare processi di aggregazione solo per andare avanti in tanti isolotti autosufficienti ed egoistici chiamandoli partiti? Perché non debbono aver diritto ad elezioni primarie anche gli elettori del centro-destra? Perché l'opposizione deve ambire solo a riconquistare il potere a breve in un sistema che non funziona? Se queste domande e le relative risposte diventassero subito dopo l'apertura della Costituente un patrimonio diffuso, forse alleati ed avversari potrebbero cambiare attitudine. La nostra, pur con tutte le ovvie attenzioni in una materia per sua natura pattizia, non può che essere coerentemente quella del 14 ottobre, massimo di partecipazione e massimo di decisione.
Trovato l'accordo sul nuovo Trattato Ue
Ivo Caizzi sul Corriere della Sera
LISBONA L'Italia e la Polonia hanno accettato a tarda notte compromesso per consentire l'approvazione dell'accordo sul nuovo Trattato, destinato a raccogliere alcune delle riforme dell'ormai abbandonata Costituzione dell'Unione Europea. Il premier Romano Prodi era entrato nella due giorni del vertice dei capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri, a Lisbona, annunciando di non voler accettare la ridistribuzione dei seggi dell'Europarlamento approvata dall'Assemblea comunitaria: soprattutto perché eliminerebbe la storica parità tra le rappresentanze parlamentari italiana, francese e britannica. Dopo una lunga trattativa ha accolto la mediazione del premier portoghese José Sócrates, presidente di turno del summit, che riequilibra il numero dei parlamentari italiani con quelli della Gran Bretagna, ma non con quelli della Francia. Anche la Polonia dei gemelli Kaczynski ha accettato un compromesso sulla sua richiesta di garantire nelle votazioni condizioni migliori per le minoranze.
La delegazione italiana al vertice ha fatto sapere che considera "ottimo" l'accordo: anche Prodi, che inizialmente aveva drammatizzato la sua linea. Il premier aveva ricordato i "decenni di parità tra Italia, Francia e Regno Unito" nei seggi dell'Europarlamento e di non vedere "alcuna ragione per cambiare questa posizione". Aveva anche sottolineato che l'approvazione nell'Europarlamento della proposta penalizzante per l'Italia era avvenuta in un'Aula con ampi vuoti: "I cambiamenti proposti dal 48 per cento del Parlamento europeo sono basati sul criterio della popolazione residente, mentre l'art. 9/a del nuovo Trattato Ue parla di cittadinanza ". La principale minaccia italiana era un rinvio della decisione sulla nuova composizione dell'Europarlamento, che di fatto poteva bloccare l'accordo complessivo sull'atteso "Trattato di Lisbona", considerato necessario per rilanciare un'Europa in crisi dalla vittoria del "no" nei referendum sulla Costituzione Ue in Francia e in Olanda.
La proposta contestata dall'Italia è stata elaborata da due eurodeputati, il francese Alain Lamassoure e il romeno Adrian Severin. Puntava a ridurre i seggi dell'Assemblea comunitaria da 785 a 750, a partire dalle prossime elezioni europee del 2009, ridistribuendoli tra i 27 Paesi membri in considerazione della popolazione residente. Questa scelta favorisce i Paesi come Francia e Gran Bretagna, che hanno attuato ampie regolarizzazioni di immigrati extracomunitari, pur lasciandoli senza il diritto di votare alle europee. L'Italia chiedeva di considerare invece i cittadini votanti per poter ottenere un trattamento più favorevole. Socrates ha risolto convincendo a offrire un seggio in più all'Italia portando il tetto a 751.
A questo punto la Germania scende dagli attuali 99 a 96 eurodeputati. La Francia ne perde quattro e va a 74. Gran Bretagna e Italia, che contavano 78 seggi ciascuna, ne perdono cinque attestandosi a 73 seggi. Alla fine della riunione è arrivato l'annuncio dell'accordo sul Trattato.
Così in corsia aiutiamo a morire
Marina Cassi su La Stampa
TORINO. Fermare la sofferenza inutile. Impedire che l'avvicinarsi della morte diventi un tormento. In 62 casi su cento di persone che muoiono nelle rianimazioni italiane sono i medici a compiere un gesto di umana solidarietà: gli intensivisti - i sanitari cioè che operano nei reparti di terapia intensiva - o sospendono le pratiche che tengono in vita il paziente o non intervengono nell'eventualità che si verifichi un evento nuovo, ad esempio un arresto cardiaco. Si tratta di una "desistenza terapeutica", il contrario dell'accanimento. Tutto questo - è bene dirlo subito in tempi di inesausti dibattiti mediatici - non è parente neppure alla lontana della eutanasia che risponde alla richiesta esplicita e disperata di un essere umano di poter morire.
La ricerca - che ha analizzato 84 reparti di rianimazione in Italia e 3.800 casi di morte - è la prima a essere mai stata realizzata in Italia e viene presentata oggi al 61° Congresso nazionale degli anestesisti e rianimatori della Siaarti, organizzato a Torino, con oltre 3 mila partecipanti, dal primario del reparto delle Molinette Marco Ranieri.
La ricerca - pubblicata nel libro "Scelte nella vita" - è curata dall'epidemiologo Guido Bertolini, dell'istituto Mario Negri di Milano. Spiega subito che su cento persone che finiscono in un reparto di terapia intensiva ottanta guariscono. Le altre 20 sono destinate a morire, non c'è cura che le possa salvare. Gli intensivisti raccontano che le terapie intensive servono "a sopperire al mancato funzionamento di uno o più organi vitali".
Dice Bertolini: "Che senso ha far funzionare con tecnologie vicarie corpi che non guariranno mai? Che senso ha se quella persona è destinata a morire tra due giorni e tra due mesi?". E allora i medici scelgono di interrompere il dolore. In altri Paesi la percentuale è ben più alta che in Italia: in Francia è sul 70 per cento, negli Stati Uniti arriva al 90-93. Ma quali sono le implicazioni etiche della decisione del medico? Bertolini non ha dubbi: "Non si procura la morte che è inevitabile, si evita di sostenere funzioni vitali che possono solo prolungare l'agonia". E aggiunge: "Anche le religioni, la cattolica compresa, affermano che il paziente non deve essere sottoposto a una terapia sproporzionata per eccesso".
Nella ricerca si sfata anche un luogo comune che vorrebbe meno tutelati i malati più soli. Accade il contrario: a chi non ha accanto un parente difficilmente viene interrotta la terapia. E Bertolini spiega il perché: "Il medico quando sceglie lo fa in modo consapevole dopo aver cercato di capire che persona era il malato. E questo lo può fare solo se ci sono parenti che glielo raccontano e infatti nel 47% dei casi le famiglie sono coinvolte e partecipi". Ma malgrado tutto i medici sono in ansia perché "manca la cultura e perché sono lasciati soli dalla legge"; il congresso sollecita norme chiare. Ma qui si apre un punto dolente. Bertolini spiega che i disegni di legge rischiano di diventare una legge che lega le mani dei medici. "Sono modellati sul caso Welby e affidano un peso essenziale al testamento biologico. Ma così - dato che è praticamente impossibile che da sani si possano prevedere e certificare tutti i possibili casi in cui si vorrà essere o meno sottoposti a terapie - potrà accadere che il medico non possa sospendere le cure".
La voglia di tornare superpotenza
Paolo Garimberti su la Repubblica
La lunga rincorsa della Russia si è conclusa. A sei mesi dalla scadenza del suo secondo mandato e a un anno e tre mesi dalla fine di quello di George W. Bush, Vladimir Putin si sente di competere alla pari, senza più l´handicap accumulato negli anni del caos eltsiniano. Il presidente russo lo aveva già fatto capire una settimana fa, imponendo 40 minuti di anticamera al segretario di Stato Condoleezza Rice e al capo del Pentagono Robert Gates prima di riceverli nella sua dacia nei sobborghi di Mosca. Una mossa degna del miglior Andrej Gromyko, imperscrutabile ministro degli Esteri a vita dell´Urss e grande architetto della guerra fredda.
Ieri ha ufficializzato la riconquistata parità di peso politico-strategico annunciando un "grandioso" (e, a scanso di equivoci, "totalmente realistico") piano di riarmo nucleare e rinnovando all´America un perentorio invito a fissare la data del ritiro dall´Iraq. Qualche ora prima del discorso di Putin al popolo televisivo, per fissare plasticamente l´immagine di un risorto colosso militare, la Russia aveva testato il nuovo missile balistico intercontinentale Topol-M e gli ufficiali addetti al lancio avevano risposto alle congratulazioni di Putin con un corale "al servizio della patria".
Il giorno dopo che Bush aveva agitato lo spettro di una terza guerra mondiale, Putin ha fissato le regole del gioco internazionale, soprattutto ha indicato chi vi deve partecipare. La Russia, dice, è un "global player", una superpotenza globale, non più la potenza sottosviluppata e mendicante del tempo dei torbidi di Eltsin. Altro che "nuovo secolo americano". Tutto torna come prima degli anni 90, anzi ben prima della fine dell´Urss e della destrutturazione gorbacioviana. O quasi. Perché non si possono applicare gli stessi schemi: non è più guerra fredda, al massimo è pace calda, con il terrorismo che incombe sullo sfondo e fa la parte del terzo incomodo in un gioco che non è più rigorosamente bipolare, come negli anni 70 e 80.
Si può anche pensare che Putin alzi ogni giorno di più i toni e allarghi le sue sponsorizzazioni politiche (l´ultima, e non minore, è quella concessa a Ahmadinejad) perché finora nulla è riuscito a ottenere dagli americani sullo scudo spaziale, sull´indipendenza del Kosovo senza il consenso della Serbia, sull´allargamento futuro della Nato ad altri Paesi dell´orbita ex sovietica.
Ma nel braccio di ferro focalizzato sulla guerra irachena e la minaccia iraniana sembra più disperato il riferimento di Bush al rischio di terza guerra mondiale che l´annuncio di Putin di una nuova corsa agli armamenti.
Non tanto perché le parole del russo suonano più realistiche di quelle dell´americano, sospettabile di alzare la posta per cercare un voto di sufficienza nella sua disastrosa pagella in politica estera. Quanto perché è opportuno esaminare in controluce le due dichiarazioni per vedere che cosa conviene di più all´instabile equilibrio mondiale con la variabile impazzita dell´Iran e l´incognita del terrorismo jihadista. Una Russia debole e vassalla dell´America, come era quella di Eltsin (ricordiamoci sempre che cosa diceva profeticamente Clinton: "Meglio lui ubriaco che qualunque sua alternativa sobria") o una Russia forte che faccia da contrappeso a un´America così arrogante e malguidata? In realtà sarebbe di gran lunga meglio che questo ruolo lo avesse assunto l´Europa. Ma non è stata capace di farlo, né sembra esserne in grado nel prevedibile futuro nonostante la "grandeur" di Sarkozy, la rispettabile leadership della Merkel e il cambio della guardia a Downing Street.
E, allora, una Russia forte può anche far comodo se recupera quel ruolo di controllo delle sue sfere di influenza (a partire proprio dall´Iran di Ahmadinejad) che l´Urss esercitò nei momenti di crisi della guerra fredda (si pensi al conflitto arabo-israeliano del 1973). Che, difatti, non diventò mai calda. Con questa ottica, cinica magari, ma così è la Realpolitik, come insegnava il dottor Kissinger, le prospettive terrificanti di una terza guerra mondiale si allontanano anziché avvicinarsi.
Tanto più che la tattica al rialzo di Putin è mirata palesemente all´anno elettorale americano, combinato con quello russo (elezioni della Duma a dicembre e del presidente in primavera). All´ultima riunione del G8 il presidente russo aveva detto a Bush: "L´anno prossimo della vecchia guardia ci sarai solo tu". E invece ci sarà anche lui, Vladimir Putin, che ha trovato il modo di succedere a se stesso ritagliandosi il ruolo di probabile, pressoché certo, primo ministro (ancora ieri ha sottolineato l´importanza della "continuità delle scelte fatte negli ultimi anni"). Bush, al prossimo G8, sarà ormai un´"anatra zoppa", più di quanto lo sia già oggi. E Putin sarà lì, da buon cacciatore, ad aspettare di sapere con chi dovrà fare i conti alla Casa Bianca dal gennaio del 2009. Solo allora capiremo dove vuole andare la superpotenza russa rinata ieri dalle ceneri di quella sovietica.
Pakistan: strage al ritorno della Bhutto
Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera
KARACHI Bombe e sangue hanno accolto il ritorno di Benazir Bhutto in Pakistan. Due esplosioni contro il suo convoglio, ieri intorno a mezzanotte (le 21 in Italia) hanno fatto un massacro. Almeno un'auto kamikaze, probabilmente due attentatori suicidi hanno seminato la morte tra la folla festante. Il bilancio (continuamente aggiornato nelle prime ore del mattino): almeno 126 persone uccise e decine di feriti. Benazir, già messa in allarme sulla possibilità di attentati da parte dei fondamentalisti islamici filo-Al Qaeda, al momento dello scoppio si trovava al riparo sulla sommità di un veicolo super-blindato messo a disposizione dalle forze di polizia ed è rimasta illesa. Così quella che doveva essere una grande festa si è trasformata in tragedia, l'ennesimo segno della spirale di violenza in cui sta discendendo il Pakistan.
"È un complotto contro la democrazia", ha dichiarato il presidente Musharraf nella notte. Tra le vittime ci sono una ventina di dirigenti del partito di Benazir, il Ppp (il Partito Popolare Pakistano). I kamikaze sono arrivati a pochi metri dal bersaglio grosso, facendosi saltare accanto al suo "camion" alto sei metri che avanzava in mezzo a due ali di folla osannante, proprio sotto un poster gigante con la scritta: "Lunga vita a Bhutto".
A una prima deflagrazione di lieve entità ha fatto seguito un forte boato, a pochi metri dalla parte anteriore del "camion corazzato " che portava Benazir "in processione" attraverso questa città del Sud, roccaforte della sua famiglia e del suo partito. Alcuni commentatori hanno rilevato la scarsità delle misure di sicurezze intorno al convoglio, mentre il ministro dell'Informazione Tariq Aziz Khan ha ribattuto che la polizia aveva messo in campo un numero sufficiente di uomini e mezzi, compresi dispositivi elettronici per neutralizzare bombe piazzate lungo il percorso.
Non è bastato. L'esplosione ha mandato in frantumi i finestrini del veicolo della Bhutto incendiando un gippone della polizia che lo scortava. In mezzo al fumo grigio, nel caos, le persone che stavano sulla sommità del camion accanto a Benazir sono saltate in strada, altri hanno usato una scala per mettersi in fuga. Fiamme, corpi dilaniati, auto imbottigliate che hanno ritardato l'arrivo dei soccorsi. Nessuna immediata rivendicazione, anche se diversi analisti hanno subito puntato il dito contro i gruppi legati ad Al Qaeda che da alcune settimane hanno intensificato gli attacchi contro uomini e simboli del potere di Pervez Musharraf. Benazir è rientrata in patria dopo un accordo con il generale-presidente, nemico dichiarato di Osama Bin Laden. Musharraf ha fatto cadere le accuse di corruzione nei confronti della Bhutto (proiettandola verso la poltrona di primo ministro) in cambio dell'appoggio al suo terzo mandato presidenziale.
Il senatore Babar Awan, l'avvocato della ex premier tornata nel suo Paese dopo otto anni di esilio, ha dichiarato che Benazir è illesa. Il capo della polizia Azhar Farooqi ha detto che la leader del Ppp "è stata evacuata in sicurezza fino a Bilawal House ", la residenza di famiglia a Karachi.
Pensare che ieri mattina i militanti del Ppp avevano temuto un flop di partecipazione. Sognavano una replica del 1986, quando Benazir atterrò a Lahore dopo poco più di due anni di esilio e fu accolta da un milione di persone. Un bagno di folla che le garantì due mandati da primo ministro e un record: prima donna premier di un Paese musulmano.
Benazir appena atterrata ha promesso di rilanciare la democrazia dichiarando l'intenzione di lottare per elezioni "pulite" il "prima possibile". Vestita con gli abiti della tradizione locale, lo "Shavar Kamis" verde e un velo chiaro discretamente appoggiato sulla testa, ha voluto presentarsi come una moderata, decisa a garantire le libertà individuali contro il fondamentalismo islamico montante, ma attenta a rassicurare i conservatori. Ad attenderla c'era un gigantesco camion alto sei metri, blindato con diverse tonnellate di acciaio e vetri protetti. Da diversi giorni i media locali avevano ripreso voci incontrollate su complotti orditi dai guerriglieri pro-Al Qaeda. Ma Benazir, in lacrime per l'emozione, si è fatta prendere dall'entusiasmo della folla. Dopo pochi minuti ha lasciato la cabina super-blindata ed è salita sul tetto dell'automezzo. Poi il corteo si è mosso a passo d'uomo per celebrazioni destinate a continuare sino alla mattina. In serata la gente simpatizzanti, curiosi, militanti arrivati da ogni parte del Paese (la stima più attendibile si aggira sulle 300.000 persone) continuava a unirsi ai festeggiamenti. Fino alla doppia esplosione di mezzanotte.
19 ottobre 2007