prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 18 ottobre 2007


La bandiera negata
Massimo Giannini su
la Repubblica

Romano Prodi risolve il pasticcio sul Welfare, ritrovando l'accordo con la Confindustria e con la sinistra sindacale. La Cgil vieta l'uso del suo "marchio" alla manifestazione di sabato, organizzata dalla Fiom e dalla sinistra radicale. C'è un filo rosso, che lega questi due fatti di ieri. È il coraggio di una scelta (anche a costo di pagarne qualche prezzo, se necessario) fatta in nome del consenso sociale, molto più che di un compromesso politico. È la volontà di difendere le proprie bandiere (anche a costo di ammainarle, se serve) quando a scuoterle è il vento dell'ideologia, molto più che la forza di un'identità. Insomma: è la metafora del riformismo, se l'uso del termine non rischia di trasformarsi in abuso.

L'intesa sul testo che traduce in legge il Protocollo firmato in estate, al di là del surreale stop and go che l'ha preceduta, è un fatto positivo per il governo e per il Paese. Ha prodotto un nuovo strappo con i ministri di Rifondazione e del Pdci. Ma ha sanato l'assai più grave frattura con le parti sociali, aperta dopo che il governo, nella prima stesura del provvedimento, aveva recepito le richieste di modifica dei due partiti comunisti. Un grave errore tattico, che aveva svalorizzato l'enorme significato politico del referendum tra i lavoratori e aveva innescato un pericoloso processo di reazioni a catena.

Prima la minaccia di sciopero di Epifani, Bonanni e Angeletti, sconfessati di fronte alla propria base, per non aver saputo negoziare le condizioni migliori nella trattativa di luglio. Poi il preavviso di rottura di Montezemolo, scavalcato su un tema sensibile come quello dei contratti a tempo determinato. Privilegiare la buona convivenza con gli irriducibili massimalisti dell'Unione, rinnegando un patto solenne sottoscritto con i corpi intermedi della società, sarebbe stato un errore imperdonabile. Con un po' di ritardo, e con troppe esitazioni, Prodi lo ha capito. E ha ritrovato il bandolo di una matassa che si faceva sempre più intricata e insidiosa. Ha fatto una scelta. Quella più logica e giusta, che rimette il governo sul sentiero della concertazione, ma anche su quello della decisione.

La stessa cosa, su un piano diverso, si può dire di Guglielmo Epifani. Il suo divieto all'uso delle bandiere con il logo della Cgil, accanto a quello delle diverse correnti sindacali, fa gridare allo "scandalo" la Fiom e le minoranze estremiste della sua confederazione. Ma se davvero di questo si tratta (perché è una "prima volta", perché Di Vittorio e Lama "non l'avrebbero mai fatto") allora è davvero il caso di dire che è opportuno che certi "scandali" avvengano. La sinistra sindacale ha tutto l'interesse a smarcarsi da una piazza antagonista che in questo momento è obiettivamente minoritaria, nel mondo del lavoro e nel Paese.

La Cgil, sfidando a viso aperto la componente più forte della sua rappresentanza, cioè i metalmeccanici, non ha aderito fin dall'inizio alla manifestazione del 20 ottobre. Dopo il clamoroso responso della consultazione nei luoghi di lavoro, con oltre 5 milioni di persone che hanno approvato questo primo pacchetto di misure per aumentare i sussidi ai disoccupati e per arginare i lavori precari, l'appuntamento perde oggettivamente di senso.

Epifani ha commesso i suoi errori. A volte gli è mancata l'audacia di rompere con i riti e i miti del vecchio sindacalismo, movimentista e unanimista. Ma per le sue radici culturali e politiche è un vero riformista. E in questa occasione lo sta dimostrando.


La sinistra radicale ha ovviamente l'interesse opposto. Per questo insorge contro il leader della Cgil. In tutta la pasticciata partita del Welfare ha giocato un ruolo dissenziente e drammatizzante, con l'ovvio obiettivo di mobilitare la piazza per sabato prossimo. Il referendum oceanico di due settimane fa ha raffreddato persino gli entusiasmi di Mussi e di Pecoraro Scanio. L'intesa raggiunta ieri a Palazzo Chigi ha sottratto agli organizzatori dell'evento altra materia incandescente. C'è qualche rischio di insuccesso. Per questo, di qui a dopodomani, i Giordano e i Cremaschi, i Diliberto e i Rinaldini, cercheranno in tutti i modi di rialzare la temperatura. Ma Prodi e Epifani li hanno disorientati. Hanno "spiazzato la piazza". Con la semplice assunzione di una responsabilità.

In tutto questo c'è una lezione preziosa per il governo: per esistere non basta resistere. Ma forse c'è anche una lezione utile per il Partito democratico: per vincere bisogna convincere. In tutti e due i casi, questo è il momento di scegliere.


Cosa chiede il popolo del Pd
Nando Dalla Chiesa su
l'Unità

E vabbé, la società civile non sarà meglio della società politica. Ma ci sono momenti in cui il popolo del centrosinistra mostra di essere meglio dei suoi rappresentanti. Anzi, vogliamo dirla tutta? Questi momenti si stanno moltiplicando. E sono tutti importanti, decisivi.
Le primarie di domenica sono l'ultimo eclatante episodio di una lunga catena di dimostrazioni sul campo. Ricordate le domande irridenti? Ma quale partecipazione può suscitare il Partito democratico? La fusione fredda, la somma degli apparati, l'antipolitica, la casta...
E poi il profeta Grillo, il disincanto, non c'è più Berlusconi a mobilitare "contro", un progetto esangue: davvero pensate che si muoverà di casa qualche cittadino normale? E poi le previsioni al ribasso: ottocentomila, un milione, oltre un milione, certo non potrà essere come con Prodi. Tutto è saltato, tutto è stato sbaragliato, dai numeri alle teorie, dai pessimismi cosmici ai cinismi inconcludenti. Milioni di persone che vanno a votare il segretario di un partito politico al quale la grande maggioranza di loro probabilmente non si iscriverà mai. Non poteva esserci battesimo migliore. Anche se bisogna dire la verità. I vertici del ceto politico, complessivamente intesi, ce l'avevano messa tutta all'inizio per produrre un risultato opposto: un'assemblea costituente faraonica e impotente a dibattere e decidere in proprio (rimasta, per ora); liste bloccate (rimaste); dieci e poi cinque euro per ogni elettore, specie di tassa sulla democrazia (portata a un euro); iscrizione automatica e quasi a occhi chiusi al nuovo partito (rimossa); un solo candidato (diventati per fortuna cinque, di cui tre di prestigio e peso nazionali).
Ecco, il popolo del centrosinistra ha detto che dove si può scegliere, dove votare ha un senso, lui si muove; alla faccia della disinformazione sui seggi o delle inevitabili bizzarrie logistiche. Si muove. E partecipa. E legittima. Anche se non è del tutto soddisfatto: né del governo, né delle liste bloccate e nemmeno della credibilità della politica. In questo senso i tre milioni e mezzo sono un fatto stupendo, ma anche un monito.
Sono la prova d'appello che l'elettorato ulivista - e non solo - ha concesso ai suoi rappresentanti. Facendo impallidire i trecentomila del Vaffa-day (gran parte dei quali sono comunque andati ai seggi), i votanti di domenica hanno demolito i luoghi comuni che si stavano formando sui giornali e nei salotti televisivi; hanno, una volta di più, dato forza alla politica del centrosinistra, quasi esercitando una grandiosa azione di supplenza nei confronti dei propri rappresentanti. Che la fiducia dovrebbero infonderla e invece seminano pessimismo. Che dovrebbero dimostrare a ogni passo di credere anima e corpo in quello che fanno e danno spesso la sensazione di parlare parole fatte di ghiaccio. Che dovrebbero tutelare gelosamente il bene comune (in primis: il governo faticosamente conquistato) e sembrano a volte godere nel metterlo a repentaglio.

Bene. Che rapporto c'è tra questo popolo e i bigliettini per l'elezione del presidente del Senato (Marini Franco, Franco Marini, Marini...) o i personalismi che rischiano di mandare all'aria un'esperienza di governo quando dietro l'angolo c'è solo e soltanto Berlusconi? Che rapporto c'è con il fastidio per la partecipazione dei cittadini nei momenti delle scelte cruciali o delle candidature elettorali? Che rapporto con l'ansia perenne di risistemare ovunque personale politico riciclato? Nessuno, si direbbe. È dunque arrivato il momento di mettere a fuoco la domanda di politica che arriva dalla parte più attiva del nostro elettorato. Di rileggerla nelle sue manifestazioni, dal referendum del '93 all'Ulivo, a piazza San Giovanni e al Circo Massimo, dalle primarie di Prodi (il governo) a quelle di Veltroni (il partito democratico). Di cogliere le domande di unità e di identità, l'intreccio di protesta e di fiducia. Di rivedere il lungo film di questa traversata.
Per esempio (parlo per me) di ricordare il gennaio del 2002 e le riunioni dei gruppi parlamentari del mio partito in cui molti sostenevano che l'Ulivo fosse archeologia politica; per poi, neanche un mese dopo, vedere le seicentomila persone arrivate a Roma da tutta Italia che sventolavano le bandiere dell'Ulivo scandendo "unità, unità". Di capire che nessuna nuova avventura elettorale (liste civiche, nuove liste di protesta) avrà successo con un popolo che legge i processi politici, che capisce le debolezze dei suoi governi ma non li vuole buttare a mare. Un popolo che risponde alla convocazione della piazza come "società civile" ma che nelle occasioni decisive sa vestirsi da "società politica" diffusa. E che, proprio perché crede nella politica, vuole una politica credibile. Pulita, aperta, intelligente, appassionata. Che la segue e la soppesa anche quando sembra che non ne voglia sapere nulla.
Perciò da oggi c'è una cosa che la politica deve assolutamente evitare: ignorare la domanda di partecipazione e di cambiamento che è arrivata domenica con la fiducia - forte o cauta che sia - nel nuovo partito. Continuare insomma come niente fosse, come se l'ondata partecipativa fosse solo servita a consacrare Walter Veltroni, anziché a schiaffeggiare l'immagine della palude, della politica come luogo stagnante di accordi e di auto-investiture.

Illudersi di potere esorcizzare il messaggio dicendo che questo è stato il voto della borghesia movimentista e salottiera sarebbe un micidiale autogol, sarebbe come rifiutare la prova d'appello che è venuta da un popolo generoso e comprensivo. La "rivoluzione d'ottobre", per riprendere il felicissimo titolo di questo giornale, non dà l'assalto al Palazzo. Chiede solo di non essere presa in giro.


Il Veltroni rosso? Nichi Vendola
Riccardo Barenghi su
La Stampa

ROMA. È questo il momento decisivo. Tanto più titubate, tanto più rischiamo che il Partito democratico risucchi forze anche dalla nostra area". Il Presidente della Camera così spiega in questi giorni ai dirigenti del suo partito e a tutti i protagonisti della eventuale Cosa Rossa che bisogna sbrigarsi, mettere in moto subito il processo costituente che porti i vari pezzi della sinistra – Rifondazione, Sinistra democratica, Pdci e Verdi – a fondersi in una sola forza.

Peccato – e questa è la seconda preoccupazione di Fausto Bertinotti – "che ci manchi il leader: uno capace di mettere insieme tutti e indicare la via". E in effetti questo leader non c'è visto che nessuno dei protagonisti in campo – Giordano, Mussi, Diliberto, Pecoraro – ha quella marcia in più che gli consentirebbe di essere il Veltroni della sinistra. E così nella testa di Bertinotti comincia a farsi strada un altro nome: quello di Nichi Vendola, attuale governatore della Puglia. E non gli dispiacerebbe nemmeno se si andasse alle primarie: "Però a condizione che non siano solo per il leader. Io semmai penso più al modello del sindacato dei consigli: dove si votava su tutto e non unicamente per plebiscitare il capo".

Il capo, appunto. Quello naturale sarebbe proprio lui, Bertinotti. E lui lo sa da solo, oltre al fatto che glielo chiedono in tanti e tutti i giorni. "C'è la fila qui da noi – raccontano i suoi – per non parlare delle iniziative pubbliche: qualche tempo fa un teatro di Roma esplose in una standing ovation quando Giovanni Minoli gli disse che lui sarebbe dovuto essere il leader della Cosa Rossa. Ma lui rispose "non posso essere l'uomo per tutte le stagioni", e l'ovazione si trasformò in un lungo mugugno di delusione".

Non c'è niente da fare, Bertinotti non intende fare di nuovo il capo-partito: "Bisogna che tutti si mettano in testa – ha detto proprio ieri ai suoi – che non arriverà il santone a risolvergli il problema". "Certo – spiegano quelli che lo vedono più spesso – lui soffre nel ruolo che ha scelto, si sente stretto in questa camicia di forza. Gli piacerebbe tornare in gioco, e infatti interviene spesso nella politica. A volte, quando esce dagli incontri, cerca con lo sguardo i giornalisti per dire qualcosa". Però niente, nonostante le insistenze, il Presidente non cede: potrebbe al massimo fare il padre nobile della sinistra unita. Ma direttamente in campo non scende.

Però il leader manca, e allora chi può farlo? Raccontano che lui un nome direttamente non l'ha mai fatto, tuttavia parla sempre più spesso di Nichi Vendola: "Uno capace di suscitare emozioni, di farsi capire dal popolo. Uno che è riuscito a battere in Puglia il candidato di D'Alema e poi il potente governatore Fitto. Bisogna puntare di più su Nichi, è un nostro valore aggiunto". E non a caso ogni volta che viene invitato in Puglia, Bertinotti ci va.

La sensazione che si ha al primo piano di Montecitorio è che ci sia molta paura da parte di tutti gli attori in campo. Paura di mettere in gioco il proprio orticello e paura che l'altro diventi il capo. Anche per questo Bertinotti insiste molto sulla riforma della legge elettorale alla tedesca: la soglia di sbarramento sarebbe una spinta formidabile a unire le forze.

Adesso c'è la manifestazione di dopodomani sul Welfare, Bertinotti è anche uscito dal suo ruolo istituzionale per sponsorizzarla. Ma dopo, da domenica, che si fa? Questo è il suo cruccio, sente che il tempo stringe, nota che il Pd ha una forte capacità di attrazione. Servirebbe una risposta adeguata che al momento non si vede. Gli piacerebbe essere un po' come Marchionne, che è riuscito a rimettere in ordine la Fiat sull'orlo della bancarotta. Gli piacerebbe, però non può e non vuole farlo da solo. Ma chissà, forse in coppia con Nichi...


Eluana e il monopolio dell'etica
Gian Enrico Rusconi su
La Stampa

Era scontato l'attacco frontale dell'Osservatore Romano contro la sentenza della Cassazione che riapre il "caso Eluana", la giovane che da quindici anni si trova in coma irreversibile. La sentenza accoglie la possibilità che, con il consenso del padre, si fermi la macchina che tiene Eluana in vita vegetativa.

Ma quello che non è scontato è il silenzio e l'imbarazzo dei responsabili politici italiani di fronte all'attacco vaticano contro la magistratura, accusata di "orientare il legislatore verso l'eutanasia". Più in generale la magistratura è accusata di promuovere "il relativismo dei valori", che ormai è l'anatema del nuovo millennio.

Di fronte a queste accuse, dove sono i vocalissimi leader del neonato Partito democratico? Perché lasciano diffamare il pluralismo dei valori - fondamento della laicità - come "zona vuota dai confini non più tracciabili"?

In realtà è la gerarchia cattolica che non lascia tracciare a nessuno, tanto meno alla magistratura "i confini", perché ritiene di avere essa soltanto il monopolio dell'etica. Confonde il difficile e complesso problema della contemperanza dei vari criteri di giudizio etico - come nel caso di Eluana - con la mancanza di moralità. Eleva una concezione della vita umana sostanzialmente biologicistico-vegetativa a criterio etico unico e univoco, da cui discendono soltanto giudizi diffamatori per ogni altra visione della vita.

Eppure nei toni dell'ultima denuncia vaticana si nota una regressione rispetto ad altre più attente e meditate considerazioni fatte dagli uomini di Chiesa in tema di "accanimento terapeutico" o di inutile sofferenza. Perché questa regressione?

Ha ragione l'organo vaticano a segnalare un inaccettabile "vuoto legislativo" in Italia. Ma non lo si riempie imponendo una (legittima) visione della vita legata ad una determinata fede religiosa, a chi ha una visione diversa (altrettanto legittima), anche se ad essa in Italia non viene riconosciuta pari dignità etica.

Nel nostro Paese non esiste un vuoto di valori - come ripetono i clericali - ma una paradossale ricchezza di valori che sono spesso in contrasto tra loro. Questo contrasto viene fuori in situazioni particolari, che si fanno sempre più frequenti con le trasformazioni dei comportamenti, delle mentalità, delle esperienze.

Ciò che manca nel nostro Paese è una cultura e una politica laica, degna di questo nome. Una politica che governi davvero il pluralismo dei valori, di cui tutti i politici si riempiono la bocca. Che prenda decisioni legislative difficili, che tracci "confini" nel senso di tenere presenti tutti i criteri morali che entrano in gioco nelle scelte che contano. Anche a costo di scontrarsi con la Chiesa. Di tutto questo non vedo tracce attendibili nei fiumi di parole sentite in queste settimane, dentro e fuori il Partito democratico.

L'elenco delle decisioni legislative da prendere con urgenza non è lungo, ma qualificante. Per rimanere in tema, ci sono le questioni catalogate sotto la voce "testamento biologico". Esse riguardano sia direttamente la persona interessata, sia indirettamente i criteri per individuare chi dev'essere autorizzato a decidere in nome e per amore dell'interessato. Non si tratta di evocare "una potestà indeterminata sulla propria esistenza" - come scrive con toni drammatici l'organo vaticano - . Si tratta semplicemente di mettere le persone in grado di anticipare e di reagire con ragionevolezza a uno stadio di irreversibile disumanizzazione della propria esistenza.

Rimangono infine sul tappeto i problemi legati ai "Dico", al riconoscimento delle unioni di fatto di varia natura. A questo proposito, era appena iniziato un dibattito poi bruscamente interrotto, per evidenti ricatti politici. Se è vero che nel centro sinistra si respira aria nuova, perché non rimettere mano a queste iniziative?


"Rupture" tra Cecilia e Sarkozy
Maria Laura Rodotà sul
Corriere della Sera

Sarkozy voleva la "rupture". E l'ha avuta. Ha vinto le elezioni promettendo una rottura col passato, con l'immobilismo tradizional- francese, poi sua moglie ha rotto con lui. È un caso da manuale di eterogenesi dei fini, volendo.
Ma è anche una rupture vera nel costume, in un Paese dove l'ipocrisia matrimonial- libertina era da secoli questione di stile, ispirazione letteraria teatrale e cinematografica, quasi (anzi, non quasi) vanto nazionale. I francesi erano abituati a Prime Dame come Bernadette Chirac; così stoica nel sopportare decenni di tradimenti da sfiorare la beatificazione tipo l'omonima di Lourdes. O come Danielle Mitterrand, silenziosa per due mandati mentre il marito aveva un'altra donna e un'altra figlia; compostissima nel funerale accanto all'amante storica Anne Pingeot e alla giovane Mazarine. Tutto finito ora, e neanche causa moglie femminista. L'attuale Primo Matrimonio, ganzissimo e molto adultero, è stato sfasciato da una pariolina di Neuilly. Signora bella e piuttosto antipatica, con curriculum lavorativo scarso (ha fatto la modella e l'assistente parlamentare, poi si è sposata e risposata), Cécilia ha infranto le regole base del matrimonio bon chic bon genre: apparente accordo in pubblico, poi in privato ognuno fa quel che gli pare.
In privato, fino a Cécilia. Che in effetti si vanta di non avere una goccia di sangue francese: un po' ebraico-moldava un po' spagnola, nata Ciganer- Albeniz, cinquant'anni botulinati con classe, è una borghese moderna, attenta a sé stessa e meno attenta alle convenzioni usurate che (diceva il marito in campagna elettorale) paralizzano lo sviluppo della Francia. A ventisette anni ha sposato un presentatore tv molto più vecchio, Jacques Martin, morto quest'anno, e ha avuto due figlie, Judith e Jeanne-Marie. Nel frattempo si è fidanzata con il sindaco di Neuilly che l'aveva sposata, Nicolas Sarkozy; narrano le leggende che la moglie di lui, Marie-Dominique Culioli (madre di Pierre e Jean, coetanei delle figlie di lei) scoprì il tradimento in montagna, seguendo le impronte del marito nella neve fino alla camera di Cécilia.

Insomma, che la tradisse di continuo. Narrano poi le cronache che nel 2005 Cécilia si è comportata in modo poco bon chic bon genre e molto arrabbiato- Vip. Mollato il marito, se ne è andata a New York con l'aitante pubblicitario Richard Attias, ed è stata fotografata su Paris-Match. Il direttore ha perso il posto, Sarko è legato ai poteri forti mediatici, si sa; intanto è diventato il primo candidato presidenziale della storia di Francia ufficialmente cocu, cornuto. Poi Cécilia è tornata con lui, e lui ha comunque vinto.
Sua moglie ne era sicura, al secondo turno non lo è neanche andata a votare. E si è fatta vedere solo all' ultimo momento, durante i festeggiamenti elettorali. In maglione, palesemente annoiata. Ma lo diceva da tempo, l'idea di fare la first lady la annoiava. Per anni consigliera ufficiosa del marito, con uffici accanto al suo quando era ministro, non l'aveva seguito in campagna elettorale e l'ha spesso piantato in asso da presidente. Se ne è andata da un vertice internazionale perché doveva "organizzare la festa di compleanno della figlia "; non l'ha accompagnato, durante le vacanze americane, a un picnic nel Maine con George e Laura Bush. Nei suoi pochi mesi da prima dama annoiata c'è un solo, importante, episodio di attivismo: il viaggio in Libia da Gheddafi per riportare a casa le infermiere bulgare. Ma poi, dieci giorni fa, non è andata a Sofia a farsi premiare; Sarko è arrivato da solo, spiegando che sua moglie era "ferita dalle polemiche". Seguiva sparizione in Svizzera. Seguivano voci di separazione. Le precedevano pettegolezzi pesantissimi, su risse in casa Sarkozy prima delle elezioni, e di una denuncia sporta da lei per violenze al commissariato della solita Neuilly. Ricco sobborgo parigino dove Cécilia continua ad abitare. Senza più il marito, e son pur sempre effetti collaterali della sua rupture, si diceva.


Le parole di fuoco
Franco venturini sul
Corriere della Sera

A Vladimir Putin che il giorno prima aveva giudicato "inaccettabile " un'azione militare contro l'Iran, George Bush risponde che un Iran dotato di armi nucleari potrebbe portare alla terza guerra mondiale. L'escalation delle parole raggiunge così un livello da allarme rosso, e mentre conferma la rotta di collisione tra Washington e Mosca avvicina ulteriormente la prospettiva di un attacco Usa contro le centrali iraniane.
Nella scelta di usare un'espressione fino a ieri appannaggio della letteratura fantapolitica, risulta evidente la volontà di Bush di drammatizzare al massimo la crisi iraniana. Fino al punto di precostituire una giustificazione assoluta per l'ancora ipotetico attacco: facendo una guerra circoscritta, si sarà evitata una guerra generale. Il messaggio è sì una risposta alla Russia, ma nelle intenzioni della Casa Bianca riguarda anche gli alleati europei e chiunque sia chiamato a dar prova di saggezza nell'area mediorientale: dalla Turchia, che si appresta a colpire i curdi in territorio iracheno, ai palestinesi e agli israeliani, che non stanno facilitando la preparazione della conferenza di Annapolis.
Bush dice che non è il momento di giocare col fuoco perché il fuoco vero è dietro l'angolo. E si chiama Iran, Ahmadinejad, armi nucleari. Usando le parole come una mazza da baseball, il presidente americano vuole mettere tutti al cospetto di elementi che rendono unica la crisi iraniana, per esempio rispetto a quella nordcoreana.
Primo, c'è la sicurezza di Israele. Il sorgere di un'altra potenza nucleare nella regione sarebbe comunque vista come una sfida da Gerusalemme. Ma se alla testa di questa aspirante potenza c'è un presidente che vorrebbe trasferire lo Stato ebraico in Alaska e che non riconosce l'Olocausto, allora il pericolo è tale da fare scattare la clausola di garanzia che ha sempre legato Israele all'America. E nemmeno gli europei possono guardare dall'altra parte, con il fardello storico che si portano sulle spalle. Putin dice che l'Iran ha ogni diritto di accedere al nucleare civile, come sostiene di voler fare Teheran. Giusto, lo stabiliscono i trattati e lo ha appena ricordato all'Onu anche Sarkozy. Ma se il sospetto viene autorizzato da 18 anni di inganni, e se Ahmadinejad parla come chi vuole essere attaccato (potrebbe volerlo davvero, per miopi calcoli di potere personale), allora lo spazio della trattativa fatalmente si riduce. Tanto più che a Bush non dispiacerebbe far dimenticare, prima di lasciare la Casa Bianca, che la sfida iraniana ha ricevuto un possente incoraggiamento dal disastro iracheno.
Secondo, c'è la proliferazione incontrollata. Un Iran con la bomba indurrebbe le monarchie sunnite del Golfo a imitarlo per coprirsi le spalle, e il via libera varrebbe anche per altri, forse l'Egitto, forse la Siria, forse la Turchia.

Esiste un terzo argomento, di cui gli Usa di Bush non parlano. Spingendo sull'acceleratore del nucleare e intrattenendo l'ambiguità sulle sue reali intenzioni, Ahmadinejad vuole conquistare per l'Iran il riconoscimento di una primaria influenza regionale. L'America questo non può permetterlo, perché ne risulterebbe diminuita la sua influenza con annessi rischi energetici. E in casi del genere una superpotenza sa cosa fare.
Davvero è inevitabile la guerra piccola per prevenire quella grande, davvero non possono essere negoziati controlli permanenti e stringenti sul carattere civile del nucleare iraniano? Bush non ha ancora detto questo, ma chi deve capire, Ahmadinejad in testa, avrà certamente capito.


Incubi alla casa bianca
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

La chimera del "nuovo secolo americano" che gli ideologi della dottrina Bush ci avevano promesso, si decompone e si sfascia attorno a un presidente smarrito e agitato che vede aprirsi, proprio sul fronte centrale del progetto, l'Iraq, una spaventosa crisi con l'unica nazione musulmana democratica e alleata dell'Occidene, la Turchia.

Non è più questione di guerre al terrore, di jihad, di estremismo islamista e di formule sull'islamofascismo: la decisione turca di prendersi mano militare libera per intervenire contro gli storici nemici curdi e sconfinare in quel troncone dell'ex Iraq ormai disfatto, è la durissima rivincita della realtà sulle fantasie ideologiche, il risveglio di uno di quei tanti demoni che gli apprendisti stregoni del "cambio di regime" avevano preferito ignorare e che ora ritornano puntuali a chiedere il conto dell'inettitudine e della miopia.

La conferenza stampa che Bush ha convocato ieri, a sorpresa, poco prima di incontrare il Dalai Lama e aggiungere così anche la sempre permalosa Cina alla lista dei problemi, è stata tutta un tentativo ansimante di sbracciarsi a tamponare le falle che si stanno aprendo a est e a ovest, sui fronti asiatici e mediorientali, tra i quali ormai l'agonia dell'Iraq e le fanfaronate di "vittoria su al Qaeda" passano inosservate. Per ormai cinque anni, la Turchia ha portato pazienza, dopo avere tuttavia rifiutato di prestarsi a essere la rampa di lancio per l'invasione dell'Iraq, avendo intuito subito quali conseguenze per sé stessa avrebbe avuto la decomposizione del Paese vicino.

I suoi militari, chiave di volta dello stato e barriera contro l'islamizzazione del Paese, hanno finto di ignorare la crescita ai proprio confini di un nuovo stato, di fatto un Kurdistan autonomo e protetto proprio dagli Stati Uniti, divenuto il faro di quel popolo curdo che da generazioni nutre il sogno della ribellione e di una propria entità statale attraverso almeno tre nazioni limitrofe. Bush ha un bel raccomandare adesso "moderazione" ad Ankara, e sconsigliare "azioni militari massicce" nel Kurdistan ex iracheno. La dinamica della storia etnica, dei genocidi, degli odi secolari di clan e popolazioni, è stata rimessa in moto dal "cambio di regime" organizzato senza pensare alle conseguenze. E dopo avere perduto l'Iraq abbandonato alla spartizione fra clan, ayatollah e sceicchi, ora Washington, e con essa l'Occidente, rischia di perdere anche la Turchia, che promette di negare le proprie basi alla Nato, della quale fa parte.

Bush ci informa di essere in contatto con tutti i bracieri di crisi in un mondo che prevedibilmente rifiuta i semplicismi di "male" e "bene", di "libertà" contro "tirannide", così cari alla sua visione elementare. Ha parlato con il presidente turco, per tamponare questa che è la falla più grossa e minacciosa, e sta spingendo alle stelle anche il prezzo del petrolio, che ha in Kurdistan importanti giacimenti e pozzi. Ha promesso di chiedere spiegazioni a quell'"amico Putin", compagno di barbecue texani, che sta ricostruendo una politica di potenza imperiale neo zarista cacciando il dito nell'occhio proprio dell'"amico George", quando annuncia che l'Iran canaglia, l'Iran di Ahmadinejad, il negatore dell'Olocausto e di Israele, sarà d'ora in poi sotto il protettorato del Cremlino e degli altri stati del Caspio.
È una sorta di dottrina Monroe in salsa russa che taglia le gambe ai progetti di attacco contro gli impianti nucleari iraniani e rilancia la posta di un blitz aereo, sullo stile di quello condotto da Israele in Siria (e che Bush rifiuta di commentare, approvare o condannare) alle stelle. "Se l'Iran diventasse una nazione nucleare, sarebbe la Terza Guerra Mondiale", vede e rilancia Bush, che ha capito come ormai sia la Russia, e non più l'Iran, il vero avversario.

Potrà chiedere e ottenere spiegazioni da Putin, tornare a guardarlo negli occhi come fece in un famoso incontro nel Texas concludendo che "era un uomo del quale poteva fidarsi", ma se la Russia concede a Teheran la propria protezione, piegare Teheran a miti consigli diviene infinitamente più arduo.
Il caso del Dalai Lama, l'inoffensivo profeta della pace premiato con la medaglia dal Congresso e brevemente incontrato da Bush con qualche imbarazzo, diventa quasi soltanto "colore", curiosità irritante di poche ora fra Cina e Usa, in un giorno nel quale il disastro politico dell'Iraq si metastatizza e si estende a una Turchia che sente, nella crescita dell'irredentismo curdo (ricordate Ocalan?) una minaccia fondamentale alla propria esistenza e alla propria autorità nazionale. Perdere definitivamente la Turchia, che già l'Unione Europea ha umiliato e offeso con il balletto grottesco dell'adesione promessa, negata, rimandata, sarebbe l'effetto più catastrofico di una strategia pur disastrosa, ma almeno contenuta finora nel mezzo insuccesso afgano e nella cronicizzazione della patologia irachena.

Se a un anno dalla sua destituzione costituzionale George Bush deve telefonare a Mosca, a Pechino, ad Ankara, ai suoi generali e ambasciatori in quella capitale di sé stessa che è Bagdad, per tamponare le crepe, ed è costretto a parlare di possibile "Terza Guerra Mondiale", la sua inquietudine di fronte al mondo che lui stesso ha creato è ben giustificata, come lo è la nostra.


  18 ottobre 2007